Il presidente dell’associazione “Davide e Gionata” incontra i rappresentanti ecclesiastici di Torino in occasione del Pride.
È la prima volta gli organizzatori di un Gay Pride designano un responsabile per i rapporti con le Chiese cristiane e le religioni. Gustavo Gnavi, presidente emerito dell’associazione Davide e Gionata (primo gruppo di omosessuali credenti nato a Torino il 10 gennaio 1981), guarda al Torino Pride 2006 con entusiasmo: «Da quel che ne so – spiega – è anche la prima volta che una manifestazione del genere si rivolge alle varie religioni. Tutto ciò è conseguenza del modo con cui a Torino si è impostato il Pride. Chi sente questa parola pensa subito alla sfilata ed ai suoi aspetti un po’ carnevaleschi, mentre un Pride comprende anche altre iniziative. Il Pride torinese vuole coinvolgere il più possibile gli altri, omosessuali e non, che di solito stanno a guardare e spesso a criticare. Così ci si è rivolti agli enti locali, ad associazioni, gruppi e quindi anche ai responsabili delle chiese cristiane ed a quelli di altre religioni».
Avete avuto successo? Anche l’arcivescovo di Torino, card. Severino Poletto,
vi ha ricevuti.
Sì, in un primo tempo il cardinale Poletto
aveva delegato due sacerdoti per mantenere i contatti col comitato del Torino Pride 2006, per vedere se all’interno di questo vi fossero
delle iniziative culturali alle quali potesse partecipare anche
Cosa vi siete detti?
È stato un incontro privato in cui abbiamo presentato il programma della
manifestazione e abbiamo discusso della data della sfilata. In un primo tempo
si pensava al 24 giugno, giorno in cui
Come ha risposto il cardinale alla vostra proposta?
Ha semplicemente espresso alcune perplessità, proprio sulla sfilata, perplessità che aveva già rese pubbliche durante la festa
patronale torinese di S. Giovanni dello scorso anno.
È da più di 25 anni che segui il Davide e Gionata. Ti era mai capitato di parlare
con un cardinale?
Non darei eccessiva importanza a questo episodio. Il
cardinale, durante il colloquio, ha sottolineato la
sua disponibilità a incontrare chiunque ne faccia richiesta. Personalmente gli
ho ricordato che nell’omelia che tenne durante
E avete incontrato, poi,
questi sacerdoti?
Sì, il primo incontro è servito per una conoscenza reciproca e per uno scambio
di vedute. Prima di Natale ci siamo incontrati un’altra volta e abbiamo cercato
di capire se era possibile fare qualcosa assieme.
Quindi, in conclusione?
È ancora presto per parlare di conclusione. Ma come dice un
proverbio: “Chi ben inizia… ”. E l’inizio è stato positivo.
All’interno del Torino Pride 2006 si è costituito un
gruppo di lavoro su “fede e omosessualità” composto dai rappresentanti delle
diverse realtà locali: i gruppi Davide e Gionata,
Torniamo al Davide e Gionata
e alla tua lunga esperienza. Nel corso di questi anni hai avuto altri contatti
con esponenti della gerarchia cattolica?
Indubbiamente sì, sia per conoscenza diretta, sia per tentare in certe
occasioni di stabilire dei contatti per l’associazione. Ho comunque
l’impressione che spesso, da ambo le parti, ci sia un po’ di difficoltà e di
paura a fare il primo passo.
In che senso?
Ma sì, è la solita difficoltà che incontriamo da anni! È facile avere dei contatti personali e non
credo esistano vescovi capaci di sbattere la porta in
faccia a chi chiede un incontro. Ma quando dal singolo si passa alla organizzazione di cui egli fa parte, le cose cambiano.
Gli stessi gruppi di gay credenti temono, secondo me, di trovarsi di fronte a un rifiuto e di ricevere solo critiche per cui tendono a
evitare confronti; e i vescovi temono, incontrando i gruppi, di dare
l’impressione di avallare certe forme di aggregazione non sempre in linea col Magistero.
È proprio così difficile incontrarsi?
Se riuscissimo, almeno all’inizio, a vedere prima di
tutto le persone, anche se organizzate in gruppi o gerarchie, e poi i ruoli che
questi hanno, sarebbe già un primo passo. Poi credo che i gay credenti dovrebbero smetterla di lamentarsi e di compiangersi perché
il Magistero li rifiuta o, come spesso si dice, perché sono considerati “fuori”
dalla Chiesa. Spesso siamo noi per primi ad allontanarci dalla Chiesa; dovremmo
invece fare il possibile per vivere serenamente nelle nostre comunità,
partecipando alla vita delle nostre Chiese locali, senza voler a tutti i costi mettere in evidenza la nostra diversità e le nostre idee, ma
senza neppure negarle, e accettando chiaramente anche opinioni e modi di fare
diversi.
Quest’anno ricorre il 25° anniversario di fondazione del gruppo.
È difficile fare un bilancio perché gruppi come Davide e Gionata non operano su aspetti “eclatanti” ma
piuttosto sull’intimo delle persone. Quando è nato, e anche prima dell’81
quando Ferruccio Castellano cominciò a
parlare di omosessualità e a tentare di mettere in
piedi qualcosa a Torino, a parte il FUORI di natura più politica, Davide
e Gionata era una realtà unica e i gay credenti
avevano paura anche solo a farsi vedere assieme. Ma
c’era la necessità di incontrarsi e di parlare. All’inizio degli anni ‘90,
quando il gruppo si trasformò in associazione, era maturata in molti la
consapevolezza della necessità di darsi da fare non solo per se stessi ma anche
per gli altri.
E oggi?
Oggi mi pare si tenda a ritornare all’individualismo, allo stare assieme per se stessi e basta.
Certamente a molti qualcosa l’associazione ha dato,
anche solo un po’ di coraggio e di serenità per accettarsi e tirare avanti. Si
poteva fare di più e anzi si potrebbe fare di più,
proprio nell’aiutare le persone ad acquisire una sensibilità comunitaria
soprattutto all’interno della comunità ecclesiale.
Tra le finalità del Davide e Gionata
c’è anche quella di approfondire alcuni aspetti della dottrina cattolica che
mettono in crisi le persone omosessuali e credenti. Quali
sono questi aspetti?
Essenzialmente due: il concetto di natura, e quindi di contro-natura, e le
finalità della sessualità. Non ci vuole molto a capire
che fin quando sulla natura umana si ha una visione fissista,
per non dire manichea, legata al dualismo
maschio-femmina, considerato alla base della creazione, l’omosessualità sarà
sempre contro-natura, sarà sempre un disordine nell’ordine voluto da Dio e
quindi non accettabile. E fin quando si metterà l’accento soprattutto
sull’aspetto procreativo della sessualità, l’affettività sessuale in genere, ma
soprattutto quella omosessuale e le sue
manifestazioni, saranno sempre condannate.
Qual è il contributo dei gruppi di gay credenti a questa
discussione?
Prima di tutto dobbiamo essere convinti che vale la pena esserci per tentare comunque un confronto con chi non la pensa come noi, e
costruire insieme qualcosa. A volte si ha l’impressione di tentare
di intaccare un muro di cemento armato con un
coltellino e così si finisce per rinunciare. Di fronte a
un muro qualcuno potrebbe pensare di usare della dinamite ma non credo siano
questi i metodi.
Cosa proponi?
Prima di tutto, da parte dei gay credenti, ci vuole un grande impegno a
studiare, ad approfondire, a prepararsi bene non solo per poter affrontare le
discussioni ma per portare un contributo diverso agli studi, alla ricerca al
dibattito sulla sessualità e sulla fede. In secondo luogo,
proprio perché abbiamo una fede che ci guida e ci sostiene, non possiamo
ignorare che questa fede deve penetrare profondamente anche nel nostro essere
omosessuale e quindi anche nel nostro modo di vivere, nei nostri comportamenti
quotidiani. Occorre passare dalla “libertà” conquistata (il
“sessantotto”, l’emancipazione sessuale, i diritti umani…) all’essere veramente liberi, ricordando che la
libertà non è mai disgiunta dalla responsabilità.
Potremmo, a questo punto, parlare di etica
omosessuale?
Forse parlare di un’etica omosessuale è troppo, ma se pensiamo ad esempio a
tutto il discorso che si sta facendo sulle coppie, sulle unioni di fatto e così
via, se pensiamo che forse un giorno si arriverà anche all’adozione da parte
delle coppie omosessuali, credo sarebbe necessaria anche una riflessione sul
nostro modo di vivere l’essere gay. C’è bisogno di un grande impegno a capire
che non sempre per gli “altri” è facile accettare ciò che sino a poco tempo fa
era addirittura innominabile. Fermezza sì, nel presentare le proprie
richieste e nel pretendere di essere considerati come tutti, ma anche maggiore
disponibilità da parte nostra. Forse è più facile fare uno straordinario coming out che vivere da omosessuali la quotidianità. Credo
che dovremmo passare dall’orgoglio omosessuale alla serenità omosessuale.
Se dovessi fare un augurio al Davide e Gionata per i suoi 25 anni?
Sarebbe facile augurare lunga vita ma gruppi come il
nostro sono destinati a scomparire quando non ci sarà più la necessità di
essere un punto riferimento. E fin quando esistono, questi gruppi, devono
essere pronti a cogliere le esigenze del momento e a
impostare le loro attività in modo diverso. Potrei perciò augurare al Davide
e Gionata e a tutti i gruppi di gay credenti
italiani, di continuare ad avere coraggio, coraggio
per mettersi sempre in discussione. E ad avere entusiasmo per essere capaci di
stare al passo coi tempi.
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