Valencia : il quinto incontro internazionale delle famiglie.

Riflessioni di un prete sposato.

 

di p. Nadir Giuseppe Perin [1][1]

 

Dal 1 al 9 luglio 2006 si è aperto a Valencia, in Spagna  il quinto incontro internazionale delle famiglie che ha come tema guida dell’intero programma “ la trasmissione della fede nella famiglia”. Il primo incontro mondiale si svolse a Roma nel 1994, su iniziativa di Giovanni Paolo II che convocò le famiglie anche a Rio de Janeiro nel 1997, ancora a Roma nel 2000 e a Manila nel 2003.

Certamente i temi che possiamo tirar fuori dal contenitore “famiglia”  e sui quali possiamo discutere sono innumerevoli, tuttavia, da “prete italiano sposato” - e come me ce ne sono altri cinquemila (?), ottomila (?) - desidero far sentire la mia voce, che unita a quella degli altri preti sposati che “non possono parlare”, vuole  testimoniare - non tantum verbis, sed operibus - come anche la famiglia del prete sposato sia una comunità di persone, che vivendo in comunione tra loro, è capace di trasmettere la fede e di testimoniare l’amore ” in una società che cambia.

Tutti sanno che scelte di questo genere, cioè di preti che si sposano, sono sempre più numerose. Ma, molti altri preti dovrebbero avere il coraggio di uscire allo scoperto e vivere alla luce del sole quello che nascondono nel segreto della loro coscienza, perché insieme con le nostre famiglie, potremmo dar vita a tante piccole “comunità di amore”, intercomunicanti tra di loro, nelle quali riconoscersi non solo come amici (perché tra amici ci si aiuta), ma soprattutto come fratelli ( perché tra fratelli si condivide tutto quello che si è e quello che si ha) allo scopo di meditare sulla possibilità e sulle modalità di riprendere l’esercizio della nostra missione presbiterale, partendo col fare della nostra vita un dono da offrire a chiunque incontriamo. Di noi e delle nostre famiglie dovrebbero poter dire quello che dicevano dei primi cristiani: “guardate come si amano”.

Sono sicuro che a Valencia saranno presenti anche molti preti sposati con le loro famiglie (anche se nessuno saprà mai chi sono e quanti sono). Lo scopo della loro presenza sarà quello di fortificare l’identità della famiglia, basata sul matrimonio, come luogo in cui le persone ricevono il dono della vita e gli insegnamenti necessari per viverla con dignità.

L’accoglienza a Valencia sarà all’insegna della semplicità, come dice il nome stesso utilizzato dall’organizzazione dell’incontro: “alojamiento sencillo”, come alternativa all’Hotel, al camping o all’appartamento. Anche questo aspetto mi sembra rappresentare molto bene la situazione del prete sposato che “come pellegrino sulla terra, desidera vivere più nelle incertezze della tenda di Abramo che sicuro nel tempio di Salomone, convinto che, un giorno, anche le incertezze dei pellegrini e dei loro leaders diventeranno verità universalmente riconosciute”.

Se la fede è un cammino che ogni generazione deve percorrere in proprio, perché nella fede viene messo in gioco quanto abbiamo di più nostro e di più intimo, il nostro cuore, la nostra intelligenza, la nostra libertà, tuttavia, educare alla fede è un compito grande e fondamentale che coinvolge sia i genitori che l’intera comunità cristiana.

Come tutti i grandi obiettivi, anche questo che riguarda la famiglia come comunità capace di trasmettere la fede, è tutt’altro che facile. Anche noi preti sposati – in quanto genitori - dobbiamo mettere a punto gli strumenti più opportuni, nella convinzione che educare alla fede corrisponda sostanzialmente allo sforzo di crescere insieme ai nostri figli, giorno dopo giorno, approfondendo quello che Dio ci dice come coppia, mettendoci  in atteggiamento di ascolto e di accoglienza e comprensione della Parola di Dio.

E’ facile oggi educare alla fede ?  No.

Crescere nella verità della fede, oggi, appare più difficile rispetto al passato, perché la nostra società sembra ridurre l’intelligenza umana a semplice ragione calcolatrice, prigioniera di quel processo di relativizzazione e di sradicamento che corrode i legami più sacri e gli affetti più degni dell’uomo, col risultato di rendere fragili le persone, precarie ed instabili le nostre reciproche relazioni. 

Anche noi, preti sposati che viviamo con la famiglia in mezzo a questa società, proviamo sulla nostra pelle quanto sia difficile il cammino di educazione alla fede e di crescita nella stessa.

Ma c’è una terapia vincente che ribalta le prospettive e ci permette di guardare al futuro con occhi diversi : “Vivere la fede come gioia ed assaporare quella serenità profonda che nasce dall’incontro con il Signore”.

Questo è anche il nostro  modo di vivere la fede, dopo che abbiamo avuto il coraggio di “ricominciare dall’amore”, assaporando nel nostro animo quella serenità profonda che nasce dall’incontro con il Signore, pur avendo fatto una scelta di vita che, ancora oggi, per molti, presenta difficoltà  di comprensione e di accettazione.

La fonte del nostro vivere la fede con gioia e della nostra serenità d’animo è la certezza che anche noi, preti sposati, siamo amati da Dio, amati personalmente dal nostro Creatore, con un amore appassionato e fedele, un amore più grande delle nostre infedeltà e dei nostri peccati, un amore che perdona”. L’unica che ancora non riesce a perdonarci  perché non ci ama per la scelta fatta, è proprio la Chiesa giuridica, cioè coloro che hanno la potestà e la responsabilità del ministero per la comunità ecclesiale. Eppure, l’amore è l’unica e reale forza educatrice, il benefico esplosivo che abbatte le barriere della tiepidezza e del dubbio, perché colui che “sa di essere amato, è, a sua volta, sollecitato ad amare”.

Amare. Amare nella gioia. Amare ed insegnare ad amare. Amare e mostrare il volto autentico dell’amore. Amare ed essere testimoni d’amore. Amare e non stancarsi di pronunciare giorno dopo giorno il nostro “SI” coerente e coraggioso all’amore ed alla vita.

Amare. Non c’è altra ricetta per educare alla fede. In una società affogata dalle parole e sommersa dalle immagini non si può pensare di educare i nostri figli ribadendo l’elenco dei precetti e degli obblighi da osservare, per meritarsi l’amore di Dio ed essere a lui graditi, come sentiamo predicare spesso da coloro che sono più legati al mondo della “religione” che a quello della “fede” .

Ai nostri figli dobbiamo avere il coraggio di presentare il vero volto di Dio, che non è quello di un Dio Padrone, giudice severo, invidioso della nostra felicità, ma un Dio che ci è Padre; che ci ama e che dona il suo amore a tutti, indipendentemente dai  meriti e che domanda soltanto che questo suo amore sia accolto e donato a sua volta, andando con Lui e come Lui verso gli altri, praticando le Beatitudini, perché se mi prenderò cura della felicità degli altri, Dio si prenderà cura della mia felicità.

Gli adolescenti ed i giovani sentono dentro di sé il richiamo prepotente dell’amore e noi preti sposati, cominciando dai nostri figli, sentiamo il grave compito che abbiamo di educarli a comprendere, decodificare e vivere con responsabilità il fuoco che arde nei loro cuori, vivendo insieme con loro la fede che non soffoca l’amore, ma che lo rende sano, forte e libero, per fare della nostra vita un dono da offrire a chiunque incontriamo.

Il vivere e praticare le Beatitudini è per ogni famiglia l’atteggiamento che soddisfa la naturale propensione dei giovani al bene, ma che, nello stesso tempo, diventa servizio alla verità.: verità sull’uomo e verità su Dio.

Aprendo il cuore dei nostri figli al gusto della verità, noi permettiamo loro di realizzare quella preziosa sintesi tra fede e ragione, un percorso che ci permette di giungere, come famiglia, al Mistero in cui siamo immersi e di ritrovare in Dio il senso definitivo della nostra esistenza.

Anche noi preti sposati, come genitori, vogliamo offrire ai nostri figli testimonianze e motivazioni coerenti, rispettando i tempi della loro crescita, non dimenticando mai che ogni processo educativo si snoda in un profilo di libertà, in cui nessun genitore ha diritto di interferire. La misura di questa libertà è ancora una volta l’amore. Perché anche di fronte ad un rifiuto della proposta di fede o di una scelta distante dall’esperienza cristiana, i genitori devono saper amare i figli, offrendo loro fermezza nella parola, stabilità nei valori e continuità nel vivere la propria vita, non tanto nel contesto della religione, quanto piuttosto in quello della fede.

Questa prova silenziosa di un amore che sa attendere e rispettare anche scelte non condivise, diventa agli occhi dei figli la risposta più eloquente di mille discorsi. Nessuna parola, infatti, se non la forza di un esempio concreto, può far comprendere ai ragazzi che la fede è un cammino di liberazione attraverso l’amore, è gioia di un incontro che racchiude il senso stesso dell’esistenza e della pienezza di vita.

Tutto questo è possibile perché c’è una persona che abita le stanze della nostra casa, in maniera trasparente e silenziosa ed aspetta solamente di essere interpellata: è lo Spirito di Dio che usualmente viene dipinto come l’illustre sconosciuto, “una brava persona che fa e tace”.

In realtà lo Spirito abita il vissuto delle nostre famiglie perché è la sorgente inesauribile dell’amore che ci chiede solamente di “essere accolto”, perché ci viene dato gratuitamente, senza alcun merito da parte nostra. Quando, sposandoci, ci siamo detti “si”, abbiamo accettato di accogliere nella nostra vita non solo l’uno e l’altra, ma anche Dio che ci ha creati e fatti innamorare. Cristo ha accolto il nostro noi di coppia, l’ha offerto al Padre che ha pensato di farci un grande regalo : di venire ad abitare per sempre, con il suo amore, la nostra relazione di marito e moglie.

Questo amore divino che in maniera duratura sta con noi è proprio lo Spirito, che è l’autentico e prezioso sigillo di amore, tra il Padre ed il Figlio; il cuore che batte tra il Padre ed il Figlio; la Persona-Amore.

Ecco chi abita il nostro amore di coppia (pur essendo un amore tra un prete ed una donna) e di genitori verso i figli. Quando ci amiamo non siamo solo noi due, o noi ed i nostri figli, ma un terzo fa vedere in maniera nascosta il suo volto : lo Spirito che come amore tra il Padre ed il Figlio ha un solo obiettivo: coinvolgerci nella danza trinitaria d’amore.

Lo Spirito è colui che porta la vitalità di Cristo ed il suo amore per la Chiesa nelle nostre coppie e nelle nostre famiglie; è colui che ci insegna ad accogliere l’amore di Dio, perché soltanto accogliendo questo amore noi saremo purificati; a condonare i debiti che gli altri hanno nei nostri confronti, perché anche i nostri debiti che abbiamo con Dio siano condonati e noi possiamo guarire ed avere la pienezza di vita.

Lo Spirito è colui che ci dona  uno sguardo d’amore sulle rughe che la vita ha lasciato nelle nostre vite; è colui che ci dona la forza silenziosa della pazienza; è l’artefice della vita di ogni cristiano, ma a maggior ragione della vita coniugale e familiare.

Lo Spirito è un abile tessitore che intesse filo dopo filo il vestito dei santi, singoli e coppie, unendo, tagliando, rammendando, colorando la materia grezza che noi gli offriamo. Fa questo in silenzio, facendo balenare la sua presenza appena, appena simile al leggero movimento della fiammella di una candela.

Attraverso lo Spirito, anche noi preti sposati, con le nostre famiglie, possiamo attingere a piene mani alla vita di Dio che così prende la forma della comunione tra uomo e donna, tra genitori e figli, tra famiglia e famiglie, tra la nostra casa e le altre case.

Lasciando che lo spirito compia in noi la sua opera, Egli riporta alla luce l’immagine sbiadita dell’amore che siamo, in modo che le relazioni tra il Padre, il Figlio e lo Spirito possano vivere nei nostri rapporti quotidiani e la Famiglia di Dio, prendere casa tra le nostre case.

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Una Chiesa più inclusiva e misericordiosa. Le attese dell’International Movement We Are Church (IMWAC) per l’Incontro Mondiale delle Famiglie che inizia oggi a  Valencia

 

            Benedetto XVI sarà a Valencia tra pochi giorni per il Quinto Incontro Mondiale delle Famiglie, che sarà una importante occasione di riflessione e di mobilitazione del mondo cattolico sulla tematica della vita, delle relazioni e dei sentimenti che si sviluppano nell’ambito dei rapporti famigliari ed interpersonali. Ci pare che sia questo  il tema principale che viene proposto nella pastorale e nell’evangelizzazione della Chiesa cattolica in questo inizio di millennio. In relazione a questo importante evento ci sentiamo impegnati ad esprimere le nostre attese ed i nostri punti di vista all’interno del popolo dei credenti in cammino, di cui facciamo parte.

            Viviamo in una società che non è più, da molto tempo, fondata sui tradizionali valori cristiani ed in cui sono praticati nuovi modi di vivere insieme e di costituire famiglie. Come cittadini e cristiani adulti e responsabili noi dovremmo chiedere leggi sui problemi della famiglia che abbiano come punto di partenza libere e responsabili decisioni, che facciano sempre riferimento ai diritti della persona e che  rispettino  diverse opzioni piuttosto che cercare di imporre per tutti ciò che è considerato un valore solo da una parte del corpo sociale.

            Pensiamo che, al proprio interno e nella vita sociale, chi gestisce la pastorale della Chiesa debba avere una posizione di inclusione e non di esclusione, uno sguardo sempre fraterno nei confronti di chi soffre ed offrire parole di amore e di misericordia (Lc 6,36). Questo atteggiamento deve venire prima ed al posto di indicazioni solo normative e di precetti fondati su una legge naturale che viene proposta come valida sempre e dovunque ma la cui rigidità viene, ormai da tempo, messa in discussione nella riflessione teologica e  pastorale.

            E’ nostra opinione che la fedeltà all’Evangelo esiga anzitutto rapporti giusti, uniti all’affetto, all’interno della coppia (nelle sue diverse caratteristiche), nell’educazione dei figli, nel rapporto coi genitori  ed in ogni altro aspetto relativo alle relazioni nell’ambito famigliare. Non si possono tacere, sottovalutare o trascurare  i pregiudizi di genere ed ogni altra violenza che in tante parti del mondo, in tanti modi anche i più sofisticati ed anche nei paesi ritenuti più evoluti, si compiono nei confronti dei soggetti più vulnerabili : i bambini, molte donne, i vecchi e i disabili, gli omosessuali, le ragazze madri, le prostitute. E non possiamo ignorare la violenza che esiste anche in famiglie c.d. “normali”.

            Siamo convinti che la priorità data  nell’insegnamento della Chiesa alle tematiche della famiglia, della vita e della procreazione mettano in secondo piano il fatto che il primato dell’amore non si esprime solo nella vita famigliare o nei rapporti personali perché, come diceva spesso  Paolo VI, la prima manifestazione della carità è la politica intesa come impegno nella ricerca e nella gestione del bene comune. Ci sembra che al primo posto ci dovrebbero essere : l’impegno per un mondo più giusto e pacificato, senza guerre, senza armi, senza criminalità organizzata, un diverso rapporto Nord/Sud nel mondo, l’ intesa tra le religioni per un’etica comune universale e  la salvaguardia del creato. Queste priorità  sono quelle –ci sembra- che il Vangelo ci chiede a difesa della vita, della nostra e delle prossime generazioni.

 

            Nell’ambito di queste riflessioni generali, l’International Movement We Are Church  (di cui fa parte “Noi Siamo Chiesa”)  ricorda di avere posto, nel proprio “Appello dal popolo di Dio” del 1995 che raccolse due milioni e mezzo di adesioni,  alcune questioni di fondo relative alle tematiche oggetto dell’incontro di Valencia e  sulle quali attende sempre dalla propria Chiesa  riforme  nello spirito del Concilio Ecumenico Vaticano II . Esse riguardano l’accettazione dei divorziati risposati all’Eucaristia nell’ambito di un percorso personale e collettivo di fede, il riconoscimento della libertà di coscienza nel campo della regolazione delle nascite  e la piena accettazione dei metodi contraccettivi come difesa nei confronti dell’AIDS, il superamento di ogni discriminazione nei confronti delle persone omosessuali, la piena partecipazione delle donne ai ministeri ecclesiali, il celibato facoltativo dei presbiteri e la  restituzione al servizio della comunità di quelli che si siano sposati.

 

 

 

 



[1][1] Presbitero sposato dal 1968, con dispensa. Dopo aver studiato per quattro anni Medicina e chirurgia, si è laureato in Teologia Dogmatica all’Università Pontificia dell’Angelicum in Roma; specializzandosi in Teologia Morale all’Università Lateranense – Accademia Alfonsiana di teologia Morale; Diplomato in Psychitric Nursing presso <la Mental Health> Division di Toronto, ha lavorato per quattro anni in Canada, presso la struttura Ospedaliera psichiatrica di Hamilton (Ontario), occupandosi di persone anziane con problemi psichiatrici e di giovani e adolescenti con problemi di droga. Ritornato in Italia nel 1971 si è specializzato in Scienze psico Pedagogiche presso l’Università di Magistero dell’Aquila, collaborando per 33 anni con l’Istituto Medico Psico Pedagogico “Piccola Opera Charitas” – al recupero psico-sociale e lavorativo delle persone meno dotate. Ora, da nonno in pensione scrive libri su temi di attualità, di teologia, di psicologia, di storia delle religioni : Onora il padre e la madre- l’arte di invecchiare; Manuale per conoscere l’Islam; Manuale per conoscere l’Ebraismo. (Editi dalla Casa Editrice EDUP – Editrice dell’Università Popolare- Via del Corso 101 – 00186 Roma). Fa parte del movimento “Vocatio” con l’obiettivo di realizzare, assieme ad altri presbiteri-sposati, attraverso la testimonianza di vita, evangelicamente vissuta e con la parola scritta, un cammino di rinnovamento nel Popolo di Dio, proponendo una nuova immagine di prete, il quale, nella vita matrimoniale, riesce a realizzare la sua vocazione di uomo  e di cristiano, appagando il bisogno di amore che sente quale dono di Dio all’umanità, senza per questo venir meno, al suo ministero quale presbitero a servizio della comunità, convinto che “accogliere nella propria vita la presenza della donna che si ama e con la quale condividere – nel matrimonio - gli ideali  ispirati al Vangelo di Cristo, non è in contrasto, né di impedimento al servizio-presbiterale alla comunità”. Inoltre, attraverso il Movimento “Vocatio” e nel dialogo aperto e sincero con chi “nella chiesa ha la potestà e la responsabilità del ministero per la comunità ecclesiale”, si propone di “rompere” quel muro di silenzio, di indifferenza e di emarginazione che esiste, nel contesto ecclesiale, nei confronti dei presbiteri-sposati, affinché la loro dignità di uomini, di cristiani e di presbiteri non venga calpestata, ma siano aiutati ad inserirsi nella società – con la loro famiglia -  con dignità, e - per coloro che si dichiarassero disponibili – dal momento che non tutti lo sono- venisse data, nuovamente, l’opportunità di mettere i doni  ricevuti dallo Spirito Santo, al servizio della comunità, in un rinnovato esercizio del ministero presbiterale-uxorato. A tale scopo ha scritto il libro “Uomini senza collare –Sacerdoti senza ministero- Edito dalla Casa Editrice EDUP, Via del Corso 101 – 00186 Roma, luglio 2005.  Il suo indirizzo e-mail è nadirgiuseppe@interfree.it