Tema del IV Convegno Ecclesiale nazionale di Verona

“Testimoni di Gesù Risorto, speranza del mondo”

16 –20 Ottobre

 

“Per i vescovi il persistere di una diffusa mentalità soggettivistica e l’aggravarsi della deriva etica, come anche la costante insidia di una secolarizzazione che tocca anche la Chiesa, sono indicatori di un contesto che chiede una più luminosa e coerente testimonianza di tutte i membri del popolo di Dio, con particolare attenzione alla presenza e al ruolo dei cristiani laici. Nel richiamare il lavoro di preparazione al Convegno, il Card. Dionigi Tettamanzi, Presidente del Comitato preparatorio, ha potuto mostrare come l’opzione metodologico-contenutistica dell’articolazione dei temi in cinque ambiti (affetti, lavoro e festa, fragilità, tradizione, cittadinanza) abbia incontrato un ampio e generalizzato consenso (25 settembre 2006 - ZENIT.org)

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da NOI SIAMO CHIESA

Per un nuovo corso della Chiesa italiana. Le nostre attese per il convegno di Verona

 

            Tra pochi giorni si terrà a Verona il quarto Convegno ecclesiale nazionale della Chiesa cattolica italiana. Tanti sono stati e sono gli incontri preparatori e molte le attese perché esso sia  un evento veramente importante per tutti i credenti nell’Evangelo e anche per la nostra società.

            Tuttavia, la genericità delle analisi e dei contenuti proposti alla discussione nella “Traccia di riflessione”, i criteri di selezione dei delegati, i relatori scelti e la struttura dell’incontro ci fanno temere che ci si avvii verso una assemblea preordinata ed enfatica e, in definitiva, inutile.  

            In ogni modo vogliamo dare il nostro contributo  perché al Convegno si affrontino veramente i problemi concreti di oggi  della Chiesa italiana alla luce del Vangelo o perché almeno essi siano messi sul tappeto e si individui un metodo per affrontarli in tempi certi e con uno spirito di parresia e di collegialità che  ora ci appare carente.

            Non siamo gli unici ad esprimere perplessità per questa occasione importante per un possibile rilancio e per il rinnovamento della nostra Chiesa. Realtà del mondo cattolico hanno già espresso preoccupazioni analoghe, hanno fatto analisi e proposte. Ma il Convegno potrebbe anche smentire i nostri timori. Abbiamo il ricordo del primo convegno nel 1976 a Roma su “Evangelizzazione e promozione umana” in cui molte voci della Chiesa italiana poterono esprimersi affrontando problemi pastorali e situazioni sociali molto concrete e dando indicazioni. Mancò poi, purtroppo,  l’attuazione del percorso che era stato indicato e possiamo ora affermare che, da allora, tanti anni sono quasi stati persi e tante occasioni di rinnovamento sono state sciupate.

            Le questioni principali da affrontare oggi  ci sembrano queste:

1) Pace, giustizia, rapporti Nord-Sud, salvaguardia del creato

            In questi primi anni del millennio tutti constatano quotidianamente quanto la situazione si sia aggravata per quanto riguarda i conflitti nel mondo, il rapporto Nord-Sud e la salvaguardia del creato. Tutto si è più globalizzato, tutto ci tocca più da vicino e tutto possiamo conoscere meglio. Vastissime aree di opinione pubblica sono state scosse dalle guerre in Afghanistan, in Iraq, dai drammi del Congo, del Darfur, dal conflitto in Palestina, in Libano, in Cecenia…

            Ci chiediamo – e chiediamo ai delegati al Convegno  - se  la passione evangelica per i più poveri del terzo mondo, il rifiuto della  aggressione occidentale all’Iraq e poi  la pratica (e le proposte) di nonviolenza attiva, le mobilitazioni nel movimento pacifista e nella cooperazione internazionale debbano essere solo di un’area “irrequieta”ed isolata del nostro mondo cattolico. Contemporaneamente in troppe  parrocchie ed in tante strutture associative e nel sentire comune del cattolico “medio” lo status quo viene facilmente accettato (al massimo addolcito con qualche intervento di tipo caritativo). La guerra viene considerata brutta ma inevitabile e la povertà dei paesi del Sud un fatto “di natura” o “perché se lo vogliono”.

            Vorremmo che tutti ci interrogassimo se la comunità dei credenti non debba reagire in particolare nei confronti di quei pastori che condividono questo cinismo nei confronti della guerra, facili a dire o a fare capire che siamo di fronte a uno scontro di civiltà e che l’Occidente deve essere comunque difeso in ogni modo. La condizione poi dei c.d. extracomunitari, pure affrontata da tante strutture di base, dovrebbe essere la priorità delle priorità nell’esercizio della carità a favore di quelli che sono, qui e ora nel nostro paese,  i veri  “ultimi”  di cui parla il Vangelo. Un maggiore e generalizzato intervento in questa direzione può essere anche l’occasione di un maggiore ecumenismo, di un convinto dialogo interreligioso oltre che di un prezioso arricchimento culturale.          E di altre gravi sofferenze sociali la Chiesa dovrebbe occuparsi di più (pensiamo a quelle derivate dalla crisi del welfare). Una “rappresentanza” degli ultimi, dei soggetti deboli potrebbe essere il fondamento di una  maggiore credibilità della nostra Chiesa ed anche della sua  maggiore indipendenza nei confronti delle istituzioni. E’ questa una strada che può essere discussa a fondo ?

2) Società civile e  istituzioni

            Ci interroghiamo su quale sia l’approccio più evangelico nei confronti delle dinamiche della società, delle culture diffuse e delle istituzioni, soprattutto in relazione al  processo di secolarizzazione, di cui constatiamo, insieme a quelli negativi, gli aspetti positivi. Tutti siamo d’accordo nel rifiuto di tanti aspetti negativi della modernità. Ma ci chiediamo se ciò debba significare l’affermazione ossessiva, a volte arrogante e quasi sempre inutile,  della propria identità, la creazione di fronti contrapposti, o la ricerca di “rivincite” (come, per esempio, quella –nel giugno 2005- in occasione del referendum sulla legge n. 40).

            Vorremmo che si riscoprisse la laicità, senza aggettivi,  intrecciata con una testimonianza del Vangelo più sommessa ma forse più vera ed intensa; una testimonianza di vita e di parole che chieda alla Chiesa (ma soprattutto alle sue gerarchie) un passo indietro sullo scenario della politica.

            Vorremmo che ci si ponesse seriamente il problema della condizione di privilegio istituzionale ed economico di cui gode oggi l’istituzione ecclesiastica nel nostro paese. Vorremmo si rileggesse davvero la Costituzione conciliare Gaudium et Spes dove si dice che la Chiesa “non pone la sua speranza nei privilegi offertile dall’autorità civile” e che, per amore di una testimonianza evangelica, è disposta anche a rinunciare ad essi (n.76).  

            Vorremmo anche che ci si chiedesse perché, in buona parte del mondo cattolico, ci sia stata e ci sia troppa passività o silenzio nei confronti dei tanti fenomeni di violazione grave e diffusa della legalità (attentati gravi e diretti alla Costituzione repubblicana, mafia, altri poteri criminali, reati contro la Pubblica Amministrazione, giustizia impotente coi potenti e forte con i deboli….).

Vorremmo che si dicesse in modo chiaro e definitivo che la fede non ha nulla a che fare con la c.d. “religione civile” che una parte della cultura “laica”  usa per motivi politici; e che i personaggi  “teocon” fossero esclusi dall’accoglienza benevola ed ammiccante in certe aree della Chiesa.

3) Famiglia 

              Al centro della maggioranza degli interventi della gerarchia ecclesiastica sulla pastorale della nostra Chiesa, soprattutto negli ultimissimi anni, ci sono le questioni che riguardano la famiglia, il sesso, la procreazione. Comune è la consapevolezza che un’etica ispirata all’Evangelo è ben lontana dalle nuove forme di “consumo” e di instabilità che i rapporti di coppia e tutti i rapporti famigliari si trovano ora di fronte. Tutti vediamo che i cambiamenti, in questo campo, sono molto rapidi e trasversali dal punto di vista sia sociale che culturale.

            Ci chiediamo : che fare? Ci interroghiamo -chiediamo al Convegno di interrogarsi- se ci si debba fermare ai principi astratti o se si debbano prendere in considerazione soprattutto le persone, che, nella concretezza del loro vissuto e delle loro sofferenze, spesso chiedono alla Chiesa  accoglienza e  misericordia invece di  esclusione o di separazione (magari con tante belle parole falsamente consolatorie). Tutti le abbiamo in mente queste persone :  i divorziati risposati, gli omosessuali, le donne desiderose di maternità o quelle che si trovano di fronte a gravidanze quasi impossibili da portare avanti, le coppie invitate a non usare metodi anticoncezionali……

            Ci sono valori di solidarietà, ci sono affetti e sofferenze e ricerche intense di spiritualità e di fede anche quando non sono coerenti con le norme del diritto canonico o di una  “legge naturale” considerata valida sempre e dovunque. Viene prima il sabato dell’uomo ? o invece il sabato non è fatto per l’uomo ? A Verona si ripeteranno i soliti precetti, i soliti facili “no” o almeno si ammetterà  che ci sono dei problemi di cui discutere ?

            E poi ci sono i tanti problemi concreti e quotidiani delle famiglie  di cui poco si parla : quello della precarietà del lavoro dei giovani che crea difficoltà nella formazione di nuove famiglie, quello dell’abitazione, quello della violenza e dell’autoritarismo nei confronti delle donne, quello dell’educazione dei figli…

Tante altre cose vorremmo che a Verona fossero discusse. Il problema del ruolo della donna viene ignorato nei fatti,  potendo contare la struttura ecclesiastica su una pazienza inesauribile dei soggetti interessati (suore, catechiste, volontarie nei più diversi settori di presenza delle parrocchie e di altre istituzioni ecclesiali). Del ruolo dei laici se ne parla troppo con parole vuote ed enfatiche  partendo sempre dall’ipotesi di una Chiesa separata (clero e laici). Il linguaggio che usiamo pare fatto apposta per non comunicare coi giovani.  Le tante e serie ricerche dei nostri  biblisti ben raramente hanno ricadute pastorali. Potremmo continuare a lungo.

            Ma perché non muoversi, senza più tanti discorsi, verso un sempre maggior numero di realtà ecclesiali che non escludono ma che includono, che prevedono al proprio interno molteplici responsabilità e ministeri, che si propongono di creare comunione anche usando metodi  che siamo abituati a definire democratici ?

Conclusione 

            Il Convegno di Verona sarà tanto più utile quanto più riuscirà a non essere assorbito dalla visita del Papa e dall’enfasi dei media ed a definire un percorso che ci permettiamo di auspicare così:

            1) la nostra Chiesa inizi un “nuovo ascolto” ed un “nuovo dialogo” all’ interno della comunità dei credenti, garantendo il pluralismo nella elaborazione teologica e nelle proposte pastorali. Ciò è possibile se si parte da una comune volontà di ricerca e di sperimentazione  di fronte a  realtà (la secolarizzazione, la crisi epocale della situazione mondiale) che per le loro dimensioni ci sovrastano e che possiamo affrontare solo unendoci e facendo appello alla nostra speranza ed alla nostra fede nel Risorto;

            2) a Verona si faccia una rassegna, sincera, ben definita e aperta a diverse possibili conclusioni, dei principali e concreti problemi pastorali della Chiesa italiana oggi. Noi abbiamo cercato di dare un contributo, molti altri si trovano in  documenti appositamente indirizzati al Convegno di Verona. Su questi problemi si apra una discussione ordinata e con i tempi necessari;

            3) per gestire questi due punti del percorso non sono sufficienti eventuali testi generici di buona volontà. Il Convegno di Verona esprima l’orientamento unanime, anzi la decisione, di istituire un Consiglio pastorale nazionale (composto da clero e da laici con identico ruolo secondo criteri di reale rappresentatività) che si affianchi alla Conferenza episcopale con il compito specifico di gestire il percorso di ascolto e di discussione di cui sopra e di seguire poi l’attuazione delle sue conclusioni, anche parziali o provvisorie. Corollario di questo nuovo corso è che la stampa cattolica, ufficiosa e ufficiale (a partire dall’Avvenire), si apra al pluralismo abbandonando le censure e le autocensure di oggi. Ed anche i vescovi, ora zittiti dalla struttura verticistica della Conferenza episcopale, si potrebbero prendere una doverosa libertà di parola su questioni importanti.

Nel mondo cattolico italiano ci sono, in associazioni di volontariato e di impegno civile, in riviste, in strutture diocesane e parrocchiali, tante energie, intelligenze e pratiche evangeliche che oggi purtroppo sono escluse dalle decisioni  sui  grandi orientamenti della Chiesa e che tuttavia continuano generosamente il loro lavoro, agendo nel loro specifico, convinti che sia inutile esaurirsi a intervenire dove ci si sente da tempo ininfluenti. Questa ricchezza potrebbe divenire protagonista di una nuova rifioritura della ricerca in campo pastorale e di  una nuova evangelizzazione nella Chiesa italiana.

            A proposito dei carismi diffusi nella Chiesa ed a conforto e supporto del ruolo che possono avere le nostre riflessioni e le nostre proposte ci siamo riletti un brano del numero 12 della Lumen Gentium con cui ci piace concludere il nostro intervento  : “Inoltre lo Spirito Santo non si limita a santificare e a guidare il popolo di Dio per mezzo dei sacramenti e dei ministeri, e ad adornarlo di virtù, ma « distribuendo a ciascuno i propri doni come piace a lui » (1 Cor 12,11), dispensa pure tra i fedeli di ogni ordine grazie speciali, con le quali li rende adatti e pronti ad assumersi vari incarichi e uffici utili al rinnovamento e alla maggiore espansione della Chiesa secondo quelle parole: « A ciascuno la manifestazione dello Spirito è data perché torni a comune vantaggio » (1 Cor 12,7). E questi carismi, dai più straordinari a quelli più semplici e più largamente diffusi, siccome sono soprattutto adatti alle necessità della Chiesa e destinati a rispondervi, vanno accolti con gratitudine e consolazione”. 

 

Hanno, tra gli altri, firmato : Vittorio Bellavite, Albino Bizzotto, Teresa Ciccolini, Ettore Masina, Rocco D’Ambrosio, Giovanni Franzoni, Gianni Geraci, Annamaria Marenco, Nina Kauchtschischwili, Giuseppe Barbaglio, Ortensio da Spinetoli, Ausilia Riggi, Felice Scalia, Ornella Marcato, Armido Rizzi, Fiorentina Charrier, Giannino Piana, Enzo Mazzi, Domenico Jervolino, Paolo De Benedetti, Giancarla Codrignani, Andrea Gallo, Giulio Girardi, Clara Achille, Marcello Vigli, Maria Pagano, Roberto Fiorini, Franco Barbero, Fausto Marinetti, Marijana Sutic, Peppino Coscione, Cristoforo Palomba, Paolo Ferrari, Luigi Sandri, Andrea Gallo, Lisa Clark, Aldo Lamera,  Piergiovanni Palminota, Mira Bozzini, Gigi De Paoli, Catti Cifatte, Giovanni Gaiera, Antonio Vermigli, Roberto De Vita, Domenico Pezzini, Sabrina Fausto, Aldo Antonelli, Giovanni Avena, Gustavo Gnavi.

 

Milano, 14  ottobre 2006

 

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da Jesus

IL CONVEGNO DI VERONA - La Chiesa italiana nell’Arena

Verona: un nuovo inizio? di Angelo Bertani

Dopo Roma 1976, Loreto 1985 e Palermo 1995, la Chiesa italiana si appresta a celebrare il suo quarto Convegno ecclesiale nazionale, a Verona dal 16 al 20 di questo mese di ottobre. Per un anno, Jesus ha viaggiato nelle comunità cristiane locali della penisola, raccontandone speranze e fatiche. A conclusione di quel viaggio, abbiamo organizzato una tavola rotonda in cui cinque ospiti autorevoli parlano delle sfide che attendono i cattolici e spiegano i motivi per i quali il Convegno di Verona è un’occasione da non sprecare.
  
   
C'è stata, quarant’anni fa, una generazione che assistette quasi a una Trasfigurazione. Nei giorni del Concilio ci apparve una Chiesa percorsa da una energia trasformatrice come non avevamo conosciuto prima, né immaginato. In quei giorni i nostri occhi umani (e non solo quelli della fede) poterono vedere che cosa la Chiesa veramente è: popolo e mistero, evangelica e benigna, fedele e coraggiosa. Quell’immagine fu come un lampo, un’anticipazione e una purificazione. Ci ha accompagnato anche dopo, negli anni successivi, quando siamo scesi dal monte; e ci accompagnerà fino al giorno in cui speriamo di vivere quella realtà pienamente, nel Regno.

Altri momenti forti e visibili, in questi decenni, hanno segnato la vita ecclesiale e hanno dato luce alla coscienza storica dei credenti. Basterà ricordare il Convegno Evangelizzazione e promozione umana del 1976 o la Preghiera ecumenica di Assisi nel 1986. Ecco: la speranza è che anche l’imminente Convegno ecclesiale di Verona possa essere una esperienza del genere: la rivelazione di una realtà ecclesiale profonda, più bella e abbagliante delle apparenze quotidiane; la festa, in cui si vede quel che nei giorni feriali resta nascosto o implicito.

Con tale spirito Jesus ha seguito la preparazione del convegno e ha compiuto un viaggio, durato un anno, attraverso le Chiese pellegrine in Italia per raccontare alcuni segni di novità, di fedeltà, di fraternità che possono dar sostanza all’incontro di Verona.

Fare un bilancio sarebbe fuor di luogo. Si può esprimere, tuttavia, una sensazione riassuntiva: la nostra Chiesa è viva, vivace, multiforme. C’è molta generosità e impegno. Ci sono anche, tuttora, mezzi e risorse notevoli; ma soprattutto c’è una fede genuina e personale in tantissime persone. E c’è speranza e c’è carità, anche se sono espresse in maniere assai varie. Proprio questa varietà di modi e soprattutto le profonde trasformazioni culturali e sociali provocano un certo spaesamento e talora un senso di incertezza e di frustrazione. Non sempre la vita ecclesiale appare serena e gioiosa; il dialogo talvolta è difficile; fedeli e sacerdoti desiderano più fiducia e libertà. Tra la vasta base ecclesiale e i suoi vertici c’è talora una distanza eccessiva, una comunicazione unidirezionale (soltanto dall’alto al basso) e un rapporto piuttosto freddo e sospettoso.).

Nel complesso tuttavia vi sono molti segni di speranza. Ma per scorgerli non si deve guardare agli eventi clamorosi: i momenti di massa, i fatti straordinari o le immagini del successo esteriore. I veri segni di speranza sono quasi nascosti nel silenzio: la fedeltà quotidiana al Vangelo, il desiderio di una vita ecclesiale fraterna, il coraggio della libertà e l’amore verso tutti i poveri. Queste testimonianze meritano di essere conosciute e incoraggiate più di quanto avvenga. L’auspicio è che il Convegno di Verona sia un momento forte per valorizzare le energie e le esperienze migliori; ed esprimere quella fiducia e quella libertà che possono far risplendere, come in una Trasfigurazione, il volto della Chiesa italiana. Anzi: che non sia solo un «momento», ma l’inizio di uno stile decisamente più collegiale e più corresponsabile, in modo che il popolo di Dio trovi stabili strumenti e occasioni di comunicazione, dialogo e partecipazione più efficaci e sempre ispirati alla libertà evangelica.

Questa speranza emerge anche dal forum col quale Jesus ha voluto offrire, nelle pagine che seguono, un ulteriore, qualificato contributo alla vigilia del grande incontro ecclesiale. Intervengono nel dibattito personalità di grande cultura, esperienza e sensibilità ecclesiale come Guido Formigoni, professore di Storia contemporanea all’Università Iulm di Milano; la teologa Serena Noceti, docente alla Facoltà teologica dell’Italia centrale e vicepresidente dell’Ati; don Giancarlo Perego, responsabile dell’Area nazionale della Caritas italiana; monsignor Alessandro Plotti, arcivescovo di Pisa; e padre Lorenzo Prezzi, direttore de Il Regno.

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Da “Jesus” - IL CONVEGNO DI VERONA - La Chiesa italiana nell’Arena

Forum redazionale della rivista  Jesus, a cura di Giovanni Ferrò
  

Qual è la situazione socio-pastorale in cui si trova la comunità ecclesiale in Italia? Con quale volto la Chiesa italiana nel suo complesso si affaccia al Convegno di Verona?

FORMIGONI: «Assistiamo a una sorta di paradosso. Da una parte c’è la Chiesa visibile, istituzionale, gerarchica, che ha una forte strategia, una sua coerenza, una sua insistita presenza nella comunicazione pubblica. E, dall’altra, abbiamo una comunità ecclesiale complessivamente molto sfrangiata, molto varia e diversificata. La Chiesa istituzione, certo, si sente minoranza tra minoranze, ma è la minoranza forse più cospicua in questo Paese. E, in questi anni, ha messo in atto una strategia molto diversa dalla "scelta religiosa" di memoria post-conciliare. Una strategia che io definirei per analogia "scelta istituzionale-sociale", che intende orientare la società, "unificare antropologicamente gli italiani", soprattutto tramite l’influenza della propria realtà istituzionale solida, visibile, presente nel sistema della comunicazione, con qualche aspetto addirittura massiccio di coesione. Al contrario, nel corpo ecclesiale complessivo c’è una diversità spontanea, non regolata, in cui convivono sia esperienze di continuazione del percorso di recezione del Concilio, sia isole serenamente preconciliari, che trascinano comportamenti, mentalità, regole pastorali del passato.

Questo porta con sé, naturalmente, alcuni problemi. Il primo è quello di un cristianesimo che tende sempre più a essere dell’eccezione, della straordinarietà, dell’esperienza spirituale forte, delle grandi convocazioni. Certo, queste esperienze "festive" sono spesso molto positive, ma poi lasciano fuori molta parte del quotidiano, che resta impermeabile alla fede.

Un secondo problema proviene da una "pastorale troppo organizzata". La scelta istituzionale-sociale ha portato a una pastorale che ha strutturato tutti gli ambiti, con attenzione, con capillarità, con energie dedicate a "ordinare" tutto l’insieme della vita ecclesiale. Ma questo produce il rischio di autoreferenzialità. Mentre il numero dei preti diminuisce, e magari si inventano nuovi modelli di parrocchia per fare fronte a tale calo, gli uffici di Curia aumentano o, quantomeno, non diminuiscono. Si continuano a pubblicare moltissimi documenti; ogni piano pastorale è un’enciclica, ogni enciclica è una "summa teologica". La produzione di documenti è talmente alta, che i cristiani comuni, ma anche i parroci, non hanno neppure il tempo di leggerli. Tale "ipertrofia" della pastorale organizzata, paradossalmente, è una delle cause di quella varietà poco governata e poco controllata di cui accennavo prima. Ho l’impressione che anche la preparazione di Verona abbia sofferto di questo fatto: nelle diocesi, gli unici realmente coinvolti sono stati i delegati, ma per il resto, a livello capillare, è arrivato ben poco.

Collegato a questo, il terzo problema: la mancata realizzazione della promessa di Palermo, quella di creare dei "luoghi di discernimento". Non si è trovato quel famoso assestamento tra la banale espressione "la Chiesa non è una democrazia" e il fatto di dover coinvolgere le persone in un percorso di continuo ascolto, consiglio e capacità di corresponsabilità diffusa».

NOCETI: «Condivido quest’impostazione, che leggerei anche come "frammentazione" o "dispersione" dei volti di Chiesa. C’è un pluralismo che non riesce a trovare l’organicità di un percorso comune. Credo che questo dipenda da diversi fattori. Il primo è la scarsa consapevolezza dei modelli ecclesiali ed ecclesiologici che le diverse realtà – diocesi, parrocchie, aggregazioni laicali – portano avanti. Siamo sempre a metà del guado tra la scelta di una Chiesa di popolo e una Chiesa di elezione. Mi sembra che la Chiesa italiana nel suo insieme, alla fine si presenti troppo silenziosa, in questo momento, prima di Verona proprio su questo tema basilare. C’è l’impressione di un sommerso ecclesiale molto vivace, che ha delle attese forti e non sa come fare a comunicarle. Tanto nelle diocesi come anche a livello di associazioni teologiche, si ha la percezione di non essere stati coinvolti fino in fondo nel processo preparatorio di Verona. E questo per due motivi. Il primo è che i processi comunicativi intraecclesiali sono tuttora, a distanza di 40 anni dalla conclusione del Concilio, sostanzialmente unidirezionali: il documento prodotto dal centro deve essere accolto per essere applicato. Mancano luoghi di discernimento, non c’è una struttura sinodale reale.

L’altro motivo è la percezione "debole" del Vaticano II che si avverte a molti livelli e che è dovuta anche alla compresenza di più ecclesiologie negli stessi documenti conciliari. Penso ad esempio alle due diverse visioni del laicato in Lumen gentium, nei capitoli II e IV.

Così pure risulta particolarmente debole la teologia della Chiesa locale e limitata la riflessione sulle implicazioni di tale visione per la vita quotidiana e la prassi delle Chiese locali. Ho l’impressione che le Chiese locali non siano messe in condizione di elaborare il loro specifico apporto alla riflessione di fede e di offrire tale peculiare contributo alle altre Chiese locali. Ciò comporta che i processi sinodali interni non hanno poi possibilità di essere articolati in processi complessi. Eppure esiste un’ecclesiologia della Chiesa locale e ci sarebbe la possibilità, quindi, a livello di Chiesa particolare, di trovare forme e processi partecipativi nuovi. Inoltre c’è un appiattimento della sinodalità di Chiesa sui processi di rappresentanza dei laici. Si considerano rappresentative di fatto solo le aggregazioni. Ma se si riduce tutto alla consulta delle aggregazioni laicali, si dice di fatto che il percorso della vita adulta dev’essere correlato a una spiritualità, a un carisma particolare – quello di un movimento o di un’associazione – e si disconosce l’apporto del cristiano comune. Sono altrettanti elementi che chiedono di discutere sulla visione ecclesiologica a cui si fa riferimento e di ricercarne una comune che animi la vita della Chiesa locale.

Il tutto in stretto rapporto con il dibattito "Chiesa-mondo", che in Italia è tornato via via a emergere. Segnalerei in particolare le diverse interpretazioni date dei primi quattro capitoli di Gaudium et spes; ho l’impressione che si voglia oggi marginalizzare la linea teologica che si rifà a Karl Rahner, alla sua visione antropologica, cristologica, ecclesiologica.

L’altro limite di carattere pastorale che rilevo è il fatto che – a quarant’anni dal documento base sul rinnovamento della catechesi – la catechesi non è ancora degli adulti, per gli adulti e adulta. La formazione di coscienze autonome, libere e consapevoli è trascurata.

A questo riguardo vorrei segnalare due rischi già emergenti nel dopo Loreto, ma soprattutto nel dopo Palermo: giocare sulla massa e sull’emozione. Mi sembra che si sia investito sugli eventi e non sulla strutturazione del passaggio dall’evento al processo quotidiano di formazione e di maturazione di consapevolezza. Si scommette sulla sacramentalizzazione e non sulla formazione della coscienza del credente adulto.

Infine c’è il nodo delle donne. I ministeri "di fatto" nella Chiesa cattolica sono appannaggio in massima parte delle donne. I dati sui catechisti, per esempio, dicono che su 300 mila, circa 270 mila sono donne, anche se solo 4 uffici catechistici sono diretti da donne. Nonostante questa presenza vivace e competente delle donne (pensiamo a quante donne hanno studiato nelle facoltà teologiche e negli istituti di scienze religiose) non c’è a livello ecclesiale un reale riconoscimento di tale apporto né si dà una nuova modalità di relazione uomo-donna».

PREZZI: «Aggiungo due elementi: il primo è sulla conoscenza della nostra Chiesa. Che cos’è oggi la Chiesa italiana? Sappiamo, meglio di dieci anni fa, chi sono i preti italiani. Conosciamo, relativamente, alcune espressioni associative tradizionali. Conosciamo ancora molto poco le nuove associazioni. E conosciamo sempre meno tutto il resto. Siamo stati abituati a percepire il cosiddetto "scisma sommerso", cioè la scarsa ricezione o la scarsa attenzione alle regole di comportamento morale di molti laici.

Credo che ci sia un altro scisma, non percepito, ed è la questione di quale gente riempie le nostre Chiese la domenica: i loro percorsi, la loro professionalità, le loro attese, la loro formazione, il modo con cui organizzano la vita familiare e mille altre cose. Il paradosso potrebbe essere che le rappresentanze ecclesiali a Verona non dicono nulla di questa realtà. Perché sono rappresentanze scremate dalle diocesi e dalle forme associative vecchie e nuove, interne in ogni caso ai praticanti conosciuti. Questo ha per conseguenza, per esempio, di non percepire la pluralità delle spiritualità. La stessa dirompente figura di Annalena Tonelli è spesso ridotta a un santino che non le rende giustizia.

Lo dimostra il paradosso relativo ai comportamenti elettorali dei laici cattolici. C’è stata (fino alle recenti elezioni) una divisione abbastanza uniforme tra centro-destra e centro-sinistra, ma la cosa curiosa è che i non frequentanti votano più volentieri centro-destra, mentre i frequentanti votano più volentieri centro-sinistra, che è un paradosso incomprensibile secondo le logiche della nostra tradizione. E di questi paradossi ce ne sono tanti nella vita ecclesiale. Dunque, la prima questione seria è capire che cos’è oggi la Chiesa italiana.

Legato a questo nodo, c’è quello dell’informazione religiosa. Chi racconta la Chiesa e la realtà religiosa? Da Palermo in poi i pilastri tradizionali che costituivano la "Buona stampa", in particolare quelli delle congregazioni religiose, sono divenuti sempre più marginali. Al loro posto si è venuta affermando un’informazione di tipo istituzionale, con tutto l’apparato che sta attorno alla Conferenza episcopale, direttamente o indirettamente: radio, tv, giornali, settimanali diocesani. Questo tipo di spostamento, probabilmente inevitabile, ha rafforzato lo sfasamento informativo. Inoltre, ha preso piede l’informazione "identitaria", che somma il vecchio moto anticonciliare con i nuovi moti "apologetici". Questa informazione ha oggi una visibilità e una forza sorprendenti. È il caso di Radio Maria, per esempio.

Tutto questo ha effetti significativi: ad esempio, se oggi si parla di "segni dei tempi", se ne parla sempre e sistematicamente in forma problematica o negativa. Ci siamo dimenticati che solo 40 anni fa i "segni dei tempi" erano tutti declinati in forma positiva, come elementi da valorizzare».

PEREGO: «Vorrei aggiungere alcune considerazioni. Anzitutto ci sono oggi grandi fette di Chiesa che non hanno la possibilità di esprimere una opinione. Parlo, per esempio, dei 10 milioni di "poveri": persone senza reddito o con reddito debole, esclusi, in forte disagio, cittadini dalla "povertà invisibile", che non entrano nei meccanismi della vita pastorale ordinaria, anche se, per la formazione ricevuta, hanno un certo sensus fidei. Questa porzione di popolo di Dio tante volte non viene considerata, mentre il Concilio li riteneva i primi da cui partire, per rileggere anche la verità di una Chiesa che è comunione, di una Chiesa che è "storia d’amore", per dirla con Rosmini. Quindi c’è la necessità di rileggere il "chi" della Chiesa, di non dimenticare anche queste persone. La Chiesa, che è molto più larga rispetto all’istituzione, come ci insegna la tradizione ecclesiologica, ha bisogno di fare i conti con "tutti gli uomini di buona volontà".

Oggi, inoltre, si dimentica o si trascura la teologia dei "segni dei tempi", cioè il fatto che ogni storia, ogni realtà, ogni persona ha un valore, è un valore. Ci siamo fermati troppo sugli aspetti sociali del dogma. Certo, questo ci ha fatto acquistare prestigio, per certi versi, anche in ordine al potere politico, mentre i "segni dei tempi" sono stati dimenticati perché non avevano un grosso potere "contrattuale".

Senza la passione, senza l’affetto, senza l’incontro, senza la relazione c’è il rischio che, effettivamente, non si costruisca Chiesa. Da questo punto di vista è importante il tema del cuore, che mi pare uno degli aspetti più originali, insieme al tema del corpo, dell’enciclica di Benedetto XVI. Questo vuol dire passione per le relazioni e non passione semplicemente per alcune verità. Passione per le relazioni come una delle premesse importanti per riuscire a costruire anche sul piano concreto le verità.

Un terzo elemento di grande rilevanza pastorale non trascurerei nella lettura pastorale. Il Concilio ci aveva consegnato tre strumenti che potevano diventare tre porte importanti per la Chiesa di oggi. Il primo strumento era il Messale di Paolo VI: uno strumento, insieme al Lezionario, veramente straordinario, non solo perché finalmente in italiano, ma perché raccoglie qualche cosa di nuovo sul piano della verità, della ricchezza, del pluralismo, dell’interpretazione della liturgia. Quel Messale è diventato solo un libro. Deve tornare a essere, invece, lo strumento di trasformazione di nuove liturgie, strumento per andare dentro la storia, che è anche di esilio, qual è quella della Chiesa di oggi. Forse quello strumento l’abbiamo indebolito e impoverito e tante volte l’apologetica e il tradizionalismo ci fanno soffermare più sulle parole esatte e meno invece sulla storia.

Secondo strumento importante è stato il "Documento base" della catechesi, anche questo un po’ dimenticato nella sua intuizione straordinaria di collegare verità e storia personale, dentro nuovi itinerari di vita cristiana.

Terzo strumento, il ritorno del diaconato e la nascita della Caritas. Paolo VI, nel ’71, mette fine alla Poa e al collateralismo sociale e dà l’avvio a una storia di educazione popolare alla carità qual è la storia della Caritas. È stata una storia vincente: le indagini della Consulta delle opere socio-assistenziali, che si fanno ogni 10 anni, hanno dimostrato che si è passati da 7.000 opere di carità nel ’70 a 15.000 nell’80, a 34.000 negli anni ’90, proprio perché il tema dell’educazione e non della gestione e del collateralismo ha premiato il protagonismo laicale, anche se oggi ci sono rischi di ritorno all’assistenzialismo. Quanto al diaconato, mi sembra che, anziché diventare lo strumento attraverso il quale intercettare quei 10 milioni di persone, rischia di essere una forma debole di ministerialità, invece che una forma forte che affianca la ministerialità episcopale».

PLOTTI: «A me sembra, in generale, sempre più evidente una grave spaccatura tra ciò che si fa dentro la Chiesa, cioè le proposte che si fanno nella comunità, e la capacità di portare il messaggio del Vangelo "fuori" dalle mura. C’è questa divaricazione che, a mio parere, si sta esasperando in maniera molto pericolosa. Per dirla diversamente: abbiamo migliorato il "prodotto", abbiamo rinnovato le proposte dal punto di vista liturgico, biblico, teologico, ci sono scuole di formazione, lectio divine, grandi liturgie, itinerari di iniziazione cristiana per i "ricomincianti". Però rimaniamo sempre, fondamentalmente, nella prospettiva di "offrire dei servizi". Diventa sempre più difficile "mettere il naso fuori", andare a cercare la maggioranza delle persone che non ci chiede più nulla e che non è interessata a quello che noi proponiamo sul "mercato" religioso.

Sempre più si manifesta questa scollatura tra il messaggio che la comunità cristiana riesce a dare e le situazioni concrete e drammatiche in cui viviamo: come gerarchia, continuiamo a fare grandi affermazioni di principio, soprattutto sui temi dell’etica o della bioetica, come se fossero gli unici temi importanti; però poi non riusciamo a costruire una mentalità e un consenso intorno a queste tematiche.

Guardo al Convegno di Verona con grande preoccupazione, perché se non si ha il coraggio, come invece successe al convegno del ’76, di far emergere le diverse idee – e i dissensi eventualmente, che ci sono legittimamente – si corre il pericolo di dogmatizzare tutto, di presentare ogni cosa come assoluto. Gli ambiti dell’opinabilità o della diversità di posizioni si stanno restringendo sempre di più.

Anche il mondo politico che si ispira al Vangelo è profondamente diviso, allora c’è questa tentazione di tirarsi indietro. A Pisa, per esempio, facciamo una fatica enorme a suscitare nei giovani un interesse per l’impegno socio-politico. C’è una grandissima crisi attualmente, del servizio civile. È finita l’obiezione di coscienza. Non c’è più, nelle comunità, la capacità di diffondere lo stile del "servizio". C’è una formazione fine a se stessa. E diventa difficile collocarsi, perché poi tutto è vissuto in chiave di schieramento. Una volta finito il partito "dei" cattolici, si è continuato a dire che bisognava unirsi e trovare l’unità sui valori, ma anche questa comunione non è stata trovata.

Il dialogo anche all’interno della Chiesa è difficile, manca pure tra i vescovi: le nostre assemblee sono sempre più appiattite, non c’è spirito collegiale, i grandi problemi non si discutono. Si parla della suddivisione dell’8 per mille, si parla di come organizzare le Facoltà teologiche, ma non si affronta il tema fondamentale del disagio che le nostre Chiese vivono e della pluralità di indirizzi che esiste tra i vescovi. Sono stato per cinque anni uno dei tre vicepresidenti della Cei e ho visto come è difficile portare avanti il discorso della collegialità. C’è un disagio notevole da questo punto di vista. Non vorrei che anche a Verona si facesse una grande celebrazione di consenso su certe tematiche, senza aprire un dialogo serio.

Un altro tema importante è questo della ministerialità nella Chiesa. Suscitare la ministerialità, quella ordinata, ma anche quella di fatto, credo sia uno degli aspetti fondamentali su cui insistere perché la Chiesa è fatta da tutti. Questa è la grande idea del Concilio: non più una Chiesa piramidale, ma una Chiesa di popolo. I vescovi in Concilio si sono scannati sulla Lumen gentium perché alcuni volevano che il primo capitolo fosse sulla gerarchia; poi è prevalsa, fortunatamente, l’idea che il primo capitolo fosse sul popolo di Dio, a cui la gerarchia deve far riferimento, perché anche la gerarchia è dentro il popolo, non sopra».
 Come si è giunti a Verona? Qual è il cammino fatto a partire dal convegno del 1976?

FORMIGONI: «Mi sembra che il punto nodale l’abbia già toccato monsignor Plotti: questa esperienza del "convenire" delle Chiese che stanno in Italia è stata inventata nel 1976 perché, in un momento di difficoltà, di divisioni e di tensioni, si sentiva il bisogno di allargare l’orizzonte della consultazione, dell’ascolto reciproco, del dialogo attorno a un disegno forte, quello della leadership della Cei, in particolare della segreteria Bartoletti.

Quell’ipotesi funzionò proprio perché si era "allargato il giro". Le esperienze di convegno successive hanno assunto tutte una funzione molto diversa, perché progressivamente si è abbandonato questo orizzonte del coinvolgimento più ampio, a favore di una prospettiva più interna e più istituzionale. Se il convegno avviene coinvolgendo persone che in qualche modo sono già tutte selezionate in un orizzonte di vicinanza e di convergenza, allora il dialogo reale sui problemi è più difficile.

Ma non è un caso che sia avvenuto questo. Negli anni che andavano da Roma ’76 a Loreto ’85 c’era una forte visione strategica all’interno della Chiesa italiana, costruita negli anni postconciliari. Più tardi sono emerse, all’interno della Chiesa, altre preoccupazioni, in particolare riguardo alla divaricazione e al pluralismo interno, ritenuti eccessivi. Due nodi tra tutti: quello dei movimenti, che sembravano una sfida alla Chiesa-istituzione; e quello della contrapposizione, schematicamente parlando, tra "presenza" e "mediazione", due approcci teologici al rapporto Chiesa-mondo che si erano poi imperniati nel dissidio Azione cattolica-Comunione e liberazione, ma erano molto più profondi. Il problema dei movimenti è un problema a sé, non coincide con questo secondo, ma tutti e due sono stati vissuti ai vertici della Chiesa italiana come il rischio che la prima strategia della Cei portasse alla frammentazione, alla temuta diaspora. Si è allora preferito un orizzonte nuovo, che in qualche modo era già espresso nel discorso del Papa a Loreto, che partiva dalla parola chiave "unità". Si è centrato tutto sull’unità della Chiesa, sull’identità, sul rinsaldare le certezze. Da lì è maturata piano piano la svolta che, secondo me con Palermo e poi con il periodo successivo, si è espressa in modo organico.

Ricapitolando: abbiamo avuto un decennio organico, un decennio di incertezza, e ancora un decennio organico segnato da questa scelta istituzionale-sociale. Non è illogico che essa comporti una maggiore stretta sul laicato, minor tolleranza per la diversità, maggior verticismo. E anche un nuovo rapporto con la politica: non più l’investimento sull’unità politica, come era nel decennio di transizione, ma la volontà di ricondurre all’istituzione ecclesiastica anche la mediazione politica. Il pluralismo tra i cattolici è ammesso sugli aspetti che non sono ritenuti decisivi, ma quando si arriva a certi nodi considerati fondamentali, allora il pluralismo non è più ammesso e la mediazione è svolta direttamente dalla gerarchia, come si vede programmaticamente su questioni recenti nell’orizzonte della bioetica».

NOCETI: «Mi veniva in mente, mentre ascoltavo monsignor Plotti, che nei documenti, nei piani pastorali anni ’70-80 e negli orientamenti pastorali anni ’90 e di questo decennio, la categoria ecclesiologica a cui si ricorre abitualmente per definire la Chiesa è "Corpo di Cristo" o "Corpo mistico" e non la categoria preferita dal Concilio di "popolo di Dio" che torna negli orientamenti e nei piani pastorali Cei solo due volte in 40 anni. La realtà ecclesiale stessa punta di più, alla fine, sul misterico e sull’istituzionale, che non su processi partecipativi e comunicativi.

A mio parere, si arriva a Verona con due handicap significativi. Intanto ho l’impressione che ci sia una mancata assunzione di responsabilità da parte della Chiesa davanti alla situazione di debolezza, di precarietà, di insicurezza, di fatica che si è creata in Italia: si accusa, si lamentano i problemi, si fa un elenco di situazioni da denunciare dal punto di vista morale, sociale e culturale, però non c’è mai una parola di autocritica, una riflessione su cosa abbiamo fatto in questi anni, noi come Chiesa, l’istituzione più riconosciuta e considerata nel panorama italiano. Legato a questo, mi sembra che, nel momento in cui venivano a cadere elementi di speranza, come Chiesa non siamo riusciti a trovare le parole per raccontare una "storia" di speranza della quale essere partecipi e protagonisti. Ci si è fermati sulla strategia dei principi per gestire il presente e non si è avuta la capacità di offrire orizzonti di ulteriorità. Davanti al vuoto di orientamenti di fondo, non siamo riusciti a trovare le parole.

Altro handicap da sottolineare: il clima di debolezza teologica che c’è attualmente, dovuto anche a una mancanza di spazi sufficientemente liberi per la ricerca teologica. Il continuo percorrere la via dell’affermazione netta dei principi, la scelta di presentarsi come Chiesa che ha tutta una verità compiuta e organica da trasmettere, ha reso il compito teologico molto faticoso. C’è paura, si preferisce "non rischiare", "non esporsi". Non si avverte quel clima di fiducia e di volontà di trasformazione che sostiene la ricerca teologica. Si ascoltano poco i teologi non solo su questioni di morale, ma anche su questioni di organizzazione della vita ecclesiale.

Un ultimo elemento di debolezza di tutti questi convegni, in generale dei convegni ecclesiali, è che alla fine escono documenti ma non progettazioni. Dove "progettazione" significa determinare gli obiettivi essenziali per priorità a medio termine. Questo lascerebbe libertà alle Chiese locali di offrire una propria determinazione delle problematiche, ma avendo, allo stesso tempo, punti di riferimento comuni. Non si riesce a individuare quale sia il punto intorno al quale si può muovere un processo organico collettivo che possa anche prevedere una pluralità di percorsi».

PREZZI: «Io mi sento di difendere lo strumento dei convegni nazionali. È stata un’idea geniale perché ha permesso, da un lato, di fare da pendant alla programmazione della Conferenza episcopale, ai grandi progetti e quindi di non sovrapporsi alla responsabilità pastorale diretta. Dall’altro, ha consentito di dare un luogo effettivo di riflessione libera, soprattutto sul tema del rapporto tra Chiesa e mondo, dove c’entra la teologia, ma anche la vita pratica, la sensibilità comune e le esigenze riconosciute. Nelle altre Chiese europee non esiste niente di simile al nostro convegno nazionale.

Fra i riconoscimenti positivi, poi, c’è anche la scelta del tema: la questione della speranza, oggi, è la scelta giusta. Non solo per la complessità e per la ricchezza con cui, dal punto di vista teologico, la Chiesa post-conciliare ha declinato la questione, ma anche perché risponde a richieste vaste e implicite all’indomani della fine delle grandi narrazioni storiche e delle inquietudini legate alla globalizzazione e alle biotecnologie. E poi perché incrocia il dato tipico e specifico della testimonianza cristiana (penso alla dimensione escatologica della speranza cristiana) con quelle forme di vita civile, di istanze di aiuto reciproco, di responsabilità comunitarie che attraversano molta parte del nostro Paese.

Naturalmente poi c’è, in questa scansione dei convegni nazionali, un evidente spostamento dal protagonismo laicale del ’76 a una sorta di protagonismo clericale del prossimo Convegno di Verona; c’è lo spostamento da un’attenzione al sociale dei primi convegni al dato istituzionale, una riduzione dalla ricchezza di ricezione che dopo Roma ’76 vedeva oltre cento diocesi impegnarsi in un convegno similare e che dopo Verona conoscerà probabilmente una scia di manifestazioni minori e meno impegnative».

PEREGO: «I convegni ecclesiali in questi anni hanno fatto emergere la consapevolezza di alcuni aspetti e problemi presenti nelle nostre Chiese; e al tempo stesso, almeno per quanto riguarda la Caritas, hanno fatto in modo che istanze quasi esterne al vivere comunitario della Chiesa fossero assunte e diventassero scelte di Chiesa. Penso ad esempio all’obiezione di coscienza, introdotta nel 1976, e che negli anni ha interessato 100 mila giovani cattolici, impegnati a svolgere il servizio civile nella Caritas: sul piano morale e politico è stata una grossa provocazione sul concetto di difesa alternativa della Patria, così come oggi può diventare la scelta del servizio civile.

A questo proposito c’è da chiedersi: che tipo di investimento fanno le nostre Chiese su questa voglia di fare esperienze di servizio? Come costruire dentro le nostre comunità degli itinerari per rispondere alle domande di giovani che per il 70 per cento dei casi dopo la Cresima non vanno in Chiesa, ma scelgono di fare un’esperienza di servizio civile proprio con la Caritas?

Dal Convegno di Palermo, poi, è venuta l’idea di far nascere gli osservatori diocesani delle povertà e delle risorse. Si tratta ormai di un centinaio di realtà diocesane, di cui qualcuna, come l’Osservatorio del Triveneto, è legata alle Conferenze episcopali: sono esperienze molto importanti, perché se la Chiesa non ascolta e non osserva, non studia in continuazione il cambiamento, non può adattare i propri percorsi alla realtà.

Insomma il convegno è importante se diventa una scelta di Chiesa condivisa, perché significativa sul piano del segno, della comunione e della speranza.

Il convegno lo vedo come momento in cui quanto meno condividere alcuni temi ed esperienze che possono diventare scelte su cui investire la passione dei prossimi anni. Penso anche a temi come l’economia di comunione, la finanza etica intesa come il ripristino nell’economia della gratuità e non come nuovo strumento di marketing. Se facciamo il conto delle risorse che i bilanci delle parrocchie mettono insieme, ogni anno potremmo fare delle manovre sul piano economico veramente significative, esemplari sul piano della condivisione. Insomma, il Convegno di Verona lo leggo non come un imbuto, ma in senso inverso: un luogo da cui partono una serie di sollecitazioni che poi arrivano a tutti gli altri, per costruire storie nuove di Chiesa, di parrocchia».

PLOTTI: «Ho partecipato a tutti e tre i precedenti convegni e devo dire che mi hanno sempre riservato qualche sorpresa. Al di là delle tematiche trattate, lo stesso trovarsi e pregare insieme aiuta a scoprire che la Chiesa italiana, pur nella sua pluralità, ha un’unitarietà e deve trovare una sua strada per annunciare il Vangelo a questa nazione. I giorni del convegno, inoltre, aiutano l’apertura delle nostre Chiese, che vivono molto di provincialismo e hanno i propri campanili come unico punto di riferimento. Quanto al tema, la speranza in Cristo Risorto, apre a tante tematiche ma bisogna vedere come verranno trattate. Il convegno rischia di essere sbilanciato: molte relazioni e poco spazio al dibattito in aula. Bisogna che anche le pluralità di indirizzi e di orientamenti, al di là della preoccupazione esasperata dell’ortodossia, possano in qualche modo diventare patrimonio comune di una Chiesa che raccoglie anche le sofferenze di tante persone che non si ritrovano in certe situazioni o in certi pronunciamenti, ma amano la Chiesa e la vorrebbero più duttile dal punto di vista della condivisione, della carismaticità.

Mi auguro che tutto questo si avveri, come accadde nel primo convegno, dove addirittura l’assemblea riuscì a far tacere il segretario della Cei mentre faceva la sua relazione finale perché non si ritrovava in quella sintesi. Questo ora sarebbe, veramente, inconcepibile! D’altra parte oggi è anche necessario che il laicato si svegli un po’! Si dà continuamente la colpa alle istituzioni, alla Cei, alla clericalizzazione dell’assetto; però va detto che al primo convegno era presente un laicato di spessore che oggi fa fatica a emergere: c’era Lazzati, c’erano persone che avevano partecipato alla nascita dello Stato democratico, laici che venivano dalla significativa esperienza "montiniana". Oggi non dico che bisogna farsi avanti a gomitate, ma bisogna aprirsi degli spazi anche grazie a una preparazione culturale e teologica che dovrebbe essere sempre di più vissuta e partecipata da un laicato maturo. È pure vero, d’altro canto, che alcuni laici qualificati si sono fatti da parte, forse per non dover litigare o per non dover prendersi qualche batosta».

FORMIGONI: «La carenza-assenza-difficoltà dei laici maturi, esperti teologicamente, è la classica obiezione che sentiamo venire dalla gerarchia da quando sollecitiamo questo tema "lazzatiano". Sicuramente è anche un problema di stagioni che cambiano, ci sono stagioni di maggiore effervescenza e creatività, ci sono stagioni di scarsa emersione di figure di questo tipo. La stagione degli anni ’30, che aveva dato poi i suoi frutti, aveva delle premesse oggi irripetibili, perché erano quelle di una radicata capacità di selezione, di costruzione di élite, cioè il disegno "montiniano" per un verso, "gemelliano" per l’altro, centrato su un approccio alla modernizzazione dell’Italia che vedeva nel tema dell’élite una questione cruciale. Una logica, che poi è stata abbandonata.

Ma il punto, oggi, è se esista una fiducia nel laicato da parte della gerarchia. Se c’è la sensazione di avere una prospettiva di apertura davanti a sé, si crea un circuito positivo; se invece l’impressione è che la valorizzazione interna alla comunità sia concentrata solo su alcune persone più organiche, o addirittura che si dà più ascolto ad alcuni intellettuali non credenti, allora questo diventa un segnale di sfiducia nei confronti di molti laici credenti, figure cui viene preclusa la possibilità di avere una voce nella Chiesa. Questo circuito della fiducia è fondamentale, altrimenti si crea disinteresse, distacco, rifugio nel privato. Ci sono tanti intellettuali cattolici che hanno fatto ormai la scelta del privato, si occupano dell’università o di altro perché non percepiscono spazio, fiducia, possibilità di essere riconosciuti come interlocutori credibili».

sta preparando: le diocesi hanno presentato il contributo alle regioni, le quali fanno la sintesi che poi passa al comitato centrale: man mano che si passa la mano, il "prodotto"... si deteriora. Comunque nonostante tutto, se i nostri rappresentanti sapranno essere attenti alle problematiche che il convegno pone e porteranno davvero un contributo di coraggio, di impegno, di speranza, di gioia, di partecipazione vera, credo che il convegno potrà segnare una svolta, a patto che quegli indirizzi e quelle scelte ricadano nei progetti pastorali a livello locale.

Di certo, la sfida è compiere un cambiamento di mentalità, per uscire da una Chiesa di conservazione e diventare una Chiesa missionaria, in grado cioè di fare i conti con la cultura di oggi. Bisogna creare luoghi dove dialogare e confrontarsi, anche perché la pastorale non è una scienza esatta, è la "scienza delle mediazioni". Il Progetto culturale della Chiesa italiana ha cercato, anche se non è riuscito del tutto, di rispondere a questa esigenza. Ma oggi è evidente una latitanza nel mondo culturale, mentre si diffonde sempre più l’idea che la fede sia qualcosa di privato, e che quindi la Chiesa debba coltivare le coscienze senza intromettersi nelle cose del mondo. Recuperare spazi di dialogo non è semplice, certamente non lo si fa con le grandi affermazioni di principio, ma con persone che giorno per giorno portano avanti questo confronto nei luoghi più impensati e anche più rischiosi. Senza queste presenze credo che la Chiesa sarà sempre più chiusa in una situazione un po’ catacombale, senza avere più alcuna incidenza».


 Quale sogno coltivate sul convegno e quale segno vorreste che il convegno lasciasse?

PREZZI: «Una rinnovata stagione evangelica è l’unico sogno che secondo me le comunità cristiane devono augurarsi tutte le volte che si ritrovano. Questo significa una serie di cose: dalla questione di un nuovo protagonismo laicale e femminile al dialogo ecumenico e interreligioso, alla dimensione europea del cristianesimo del futuro».

FORMIGONI: «Padre Prezzi ha detto le cose essenziali. Quanto al segno, l’importante è non esagerare con i gesti simbolici: troppi segni, alla fine, vuol dire nessun segno. Riguardo al sogno, ho sempre in mente l’impressione che fece in diocesi di Milano il cardinal Martini, quando nella sua prima Lettera pastorale non partì con un progetto articolato, ma richiamò la "dimensione contemplativa della vita" e invitò a fare un anno di pausa per riscoprirla. Perché non immaginare come sogno e segno simbolico una Chiesa che, alla fine del convegno, proclama un anno di moratoria sulla programmazione pastorale, di silenzio della propria voce, in contemplazione del Cristo Risorto, in modo da rafforzare le ragioni della nostra speranza?».

NOCETI: «Il mio sogno è che non ci sia nessuna toppa nuova su vestiti vecchi. Cioè che si esca da Verona individuando alcuni strumenti, occasioni, strutture, per pensare un modello ecclesiale nuovo. Perché ho l’impressione che ci sia sempre il nodo del modello di parrocchia post-tridentina da ripensare. È un modello che regge in alcune attese e risponde ad alcuni bisogni, ma il processo di comunicazione della e nella fede e di iniziazione cristiana va ripensato e legato a un modello ecclesiale di Chiesa locale dove ci sia spazio per credenti laici adulti, liberi, consapevoli, responsabili. Uno spazio di parola autorevole, significativa, che da un lato è dotata di competenze teologiche e dall’altro di competenze culturali in senso allargato. Sogno "Bibbia e adulti" come scelta prioritaria della Chiesa italiana per i prossimi anni».

PEREGO: «Uno degli aspetti interessanti che sono usciti dal lavoro di preparazione al Convegno di Verona penso sia l’aver sottolineato l’importanza di un ritorno alle relazioni; di fronte a un interessante dibattito sulla parrocchia, che però rischia di diventare troppo giuridico, è stato ribadito che oggi una parrocchia esiste dove ci sono delle relazioni, cioè la conoscenza di ciascuna delle persone, con tutti quegli strumenti di partecipazione ma anche di incontro, di ascolto che abbiamo pensato in questi anni.

Per me, in Caritas, sta diventando significativo il fatto che ogni giorno i nostri Centri di ascolto incontrino, in Italia, 100 mila persone! Questa è la parrocchia globale! Sono questi incontri che mi fanno dire che il dialogo ecumenico sta diventando importante, perché se in un milione di famiglie italiane c’è una badante che è ortodossa, allora il pregare insieme, il non far perdere il valore della Messa a una persona che è lontano da casa, il senso della famiglia, stanno diventando la base su cui fare dialogo ecumenico. Il tema del dialogo interreligioso – altra sfida del nostro tempo – passa attraverso il fatto che alla Caritas arrivano per il 60 per cento persone che sono islamiche, induiste o di religioni animiste: dalla loro richiesta d’aiuto nasce il primo dialogo religioso. Sono problematiche che vanno ripensate a partire da questi volti... Per questo "l’orgoglio e la rabbia" non possono essere la risposta locale a un problema globale. Va tenuto presente che le relazioni oggi rischiano di essere l’elemento più debole anche nelle nostre realtà: 1 milione e 700 mila persone ogni anno cambia parrocchia, cambia regione; la permanenza media dei parroci nelle parrocchie sta riducendosi in maniera impressionante: dopo 4-5 anni sono stanchi e chiedono di cambiare; c’è un turnover di operatori, anche su alcuni servizi, agli uffici catechistici, agli uffici pastorali della Caritas, che non aiuta la costruzione di un percorso di relazioni.

Vero punto dolente, poi, sono i giovani sacerdoti, che su alcuni temi entrano in crisi: una nostra indagine rileva che gli aspetti sociali e caritativi sono ritenuti importanti per il proprio ministero soltanto dal 12 per cento dei sacerdoti giovani! Insomma Verona potrà essere un’occasione in più per rilanciare questi temi essenziali, su cui costruire delle alternative.

Di sogni ne ho tanti, ma mi piacerebbe che durante il convegno si vivesse davvero un’esperienza di popolo, nella convinzione che l’unità della Chiesa si costruisce attraverso l’accoglienza, il rispetto e la promozione dei diversi carismi. Mi auguro che sia coltivata molto la meditazione e la celebrazione della Parola che si fa alla mattina, le Messe. E spererei che le grandi celebrazioni non fossero troppo trionfalistiche, ma diventino davvero momento di partecipazione viva. Abbiamo un bisogno enorme di costruire la comunione non attraverso grandi masse e momenti straordinari, ma attraverso la valorizzazione della pluralità, perché questa poi è la Chiesa!».

 

 

 

ALLA CHIESA ITALIANA RADUNATA IN VERONA

Di Ortensio da Spinetoli

 

Cari Fratelli,

E’ motivo di gioia sapervi radunati per verificare il cammino della nostra chiesa italiana agli inizi del terzo millennio e ci piacerebbe che ascoltaste anche la nostra voce.

Vogliamo parlarvi di sacerdoti che lasciano il ministero attivo perché convinti che possono continuare ad amare Dio anche amando una sua creatura, formando una famiglia ed avendo dei figli.

Essi sono molto spesso lasciati soli. Abbandonati dalla comunità ecclesiale, che per anni hanno servito con totale dedizione ed amore, debbono ricostruirsi faticosamente una vita, adattarsi ad un lavoro non congeniale alla propria formazione, vivere ai margini di una nuova comunità che a volte fatica ad accettare colui o colei che “ha messo mano all’aratro e si è volto indietro”.

Riteniamo che queste persone siano un patrimonio da valorizzare e non da emarginare.

Sappiamo che nella tradizione cattolica romana il celibato è ritenuto per legge canonica consustanziale al sacerdozio. Sappiamo che la scelta di verginità operata a suo tempo da uomini e donne che hanno scelto la vita religiosa professando i voti perpetui è ritenuta colpa grave dalla morale.

Desideriamo, tuttavia, attirare l’attenzione di voi, laici, diaconi, presbiteri, vescovi, persone consacrate presenti a questo convegno ecclesiale su un punto: molti di questi fratelli e sorelle vivono con drammatica angoscia l’emarginazione alla quale una comunità che crede nel Cristo che volle la misericordia e non il sacrificio, li condanna.

In una parte del documento preparatorio al convegno è scritto:

“La bellezza e la forza della tradizione del cristianesimo occidentale potranno, inoltre, essere valorizzate a pieno se messe in comunicazione con la tradizione del cristianesimo orientale, in quella intima connessione che ha arricchito entrambe al tempo della Chiesa indivisa. L’Europa respirerà così a due polmoni, secondo la felice immagine proposta da Giovanni Paolo II.
In questo contesto una particolare attenzione va rivolta alle trasformazioni culturali, soprattutto per il loro evidente risvolto antropologico. La testimonianza cristiana si fa carico dell’indispensabile mediazione storica della coscienza credente, che si articola e si precisa nelle concrete espressioni culturali, come evidenziato in diverse circostanze dal nostro Progetto culturale. L’attenzione dialogica e critica ai mutamenti culturali e antropologici appare oggi un’esigenza irrinunciabile della fede cristiana, della vitalità delle comunità ecclesiali, dello stesso amore cristiano.” (n.14)

Vorremmo che queste parole illuminassero tutti affinché:

-          considerando la tradizione del cristianesimo orientale si cominci a non considerare il celibato come una condizione di vita sostanziale per chi abbraccia il ministero sacerdotale che dovrà investire la persona, indipendentemente dal sesso

-          l’invito ad essere attenti alle trasformazioni culturali prendesse in considerazione anche il fatto che una ministerialità ecclesiale deve saper trascendere categorie culturali che spesso faticano a cogliere i “segni dei tempi”

-          l’attenzione dialogica e critica a cui si accenna nell’ultima frase, sollecitasse i responsabili della pastorale ecclesiale ad un dialogo costruttivo con una considerevole parte di figli della chiesa (solo i preti che si sono sposati sono circa 8.000 in Italia, senza contare religiose e religiosi) per un progetto ed un cammino costruttivo di tutta la comunità ecclesiale italiana per il terzo millennio.

Nel documento è ancora scritto:

“Solo una cultura che sa dar conto di tutti gli aspetti dell’esistenza è una cultura davvero a misura d’uomo. Insegnando e praticando l’accoglienza del nascituro e del bambino, la cura del malato, il soccorso al povero, l’ospitalità dell’abbandonato, dell’emarginato, dell’immigrato, la visita al carcerato, l’assistenza all’incurabile, la protezione dell’anziano, la Chiesa è davvero “maestra d’umanità”.
Ma l’accoglienza della fragilità non riguarda solo le situazioni estreme. Occorre far crescere uno stile di vita verso il proprio essere creatura e nei rapporti con ogni creatura: la propria esistenza è fragile e in ogni relazione umana si viene in contatto con altra fragilità, così come ogni ambiente umano o naturale è frutto di un fragile equilibrio”. (Tracce di lavoro)

E’ già scritto: vogliamo che nella pastorale ci sia spazio anche per preti, religiosi e religiose sposate. Essi richiedono attenzione, dialogo, coinvolgimento. Non emarginazione.

Nell’augurarvi buon lavoro, preghiamo con voi e per voi dichiarandoci disponibili a continuare con voi il dialogo che vorremmo avere (E. Miragoli)

 Il "convegno ecclesiale" di Verona è senz'altro una grande assise in cui sono chiamate a confrontarsi le migliori intelligenze presenti nel mondo cattolico italiano, ma, com'è ovvio, solo quelle di un determinato, ben preciso indirizzo metodologico e ideologico; non c'è posto, come
non ce n'è nell'amministrazione delle diocesi e delle stesse parrocchie, per quanti non fossero in sintonia non con il credo ufficiale ma con le sue correnti interpretazioni, in altre parole per i sostenitori di una ricerca, più libera da vincoli precostituiti, che potesse portare, può darsi, a una
comprensione della proposta di fede più pertinente e più convincente.Ma anche se non convocati, per fortuna essi fanno egualmente parte
della
stessa chiesa in cui si trovano quegli "altri"; per questo,
pur fuori dal
"coro", non è loro impedito di parlare, magari da
clandestini, e di
contribuire in qualche modo alla chiarificazione ecclesiale in corso.
Non è detto che abbiano un messaggio strabiliante da far pervenire
- ma
chi ce l'ha d'altronde - solo quello che lo Spirito, che non ha
canali
obbligati, sembra dettar loro.

 1. La chiesa gerarchica non sembra accorgersi del suo
isolamento né
cogliere l'urgenza di scendere dal suo piedistallo, come aveva
provato a
fare nell'immediato postconcilio, facendo subito dopo marcia
indietro per
ricollocarsi sui piccoli "troni" in cui i suoi alti esponenti
si erano
trovati sempre assisi.
> Bisogna riprender posto in mezzo al popolo di Dio per conoscere i
suoi
veri bisogni e non continuare a dare risposte generiche, alla fine
inutili
anche se forse "facenti al caso". Una volta, la notizia
"l'ha detto il papa"
o "l'ha detto il vescovo" faceva opinione, oggi forse
neppure nei monasteri
e a malapena nei conventi.
Se il discorso di Benedetto XVI a Ratisbona ha avuto una
ripercussione
mondiale è stato solo per ragioni indirette, trasversali, altrimenti
sarebbe
passato quasi inosservato come avviene per i discorsi del mercoledì o
della
domenica, di cui solo la RAI per necessità di cose qualche volta fa
menzione.
 2. Il proposito o il programma di "tornare al
Vangelo" è sempre il
più opportuno, ma ciò non significa rispolverare certe ormai superate
interpretazioni del testo sacro, ma provarsi a rivivere e a far
rivivere più
che la "vera dottrina", che nessuno sa bene qual è,
l'autentica
testimonianza di Gesù Cristo che si può ancora riscoprire nel sottofondo
delle pagine che i primi discepoli hanno scritto su di lui. Gesù non si
è in
primo luogo trovato impegnato a cambiare gli indirizzi delle scuole
rabbiniche di Cafarnao, Tibériade o Gerusalemme, ma a contestare, cioè a
combattere gli abusi e i soprusi esistenti non nel mondo romano o greco,
bensì nel suo contesto quotidiano, tra la sua gente, e nemmeno per
interposta persona ma direttamente, prendendo posizione a favore delle
categorie più bisognose nello spirito e nel corpo, i
"peccatori", i poveri,
i malati, la donna, lo straniero, unanimemente esclusi dal consorzio
comune.
Ha detto una parola anche contro "Cesare", ma appena
casualmente, solo
perché indottovi dai suoi avversari; la sua lezione era rivolta
innanzitutto
ai suoi seguaci. "Tra voi non sia così", "chi vuol
comandare cominci a
servire", "chi vuol essere il primo diventi ultimo". E
il "servo" non è
quegli che dà gli ordini in casa, ma che li riceve e li esegue. Secondo
la
"Lumen gentium" il primo posto nella comunità spetta al
popolo di Dio. Solo
nel suo alveo operano i carismi, le mansioni, i servizi, i ministeri,
quindi
sono posti alle sue dipendenze.
Essi aiutano il popolo credente, e non con comandi, parole
d'ordine, ma
con attestazioni benefiche atte a far comprendere e a far realizzare il
suo
impegno cristiano che è innanzitutto umanitario.
3. La comunità cristiana è utopica, impegnata cioè per una
convivenza ideale in cui non c'è posto per le prepotenze, le
violenze, le
sopraffazioni, le guerre di qualsiasi genere, difensive o preventive,
dove
ognuno è fratello, amico, eguale all'altro, qualunque sia la sua
origine,
provenienza, appartenenza, razza. La chiesa non è un ghetto in cui entra
solo chi ha un determinato distintivo o la tessera. Piuttosto è sempre
la
rete che racchiude pesci buoni e cattivi, il campo in cui cresce il
grano e
la zizzania senza che sia dato ad alcuno il diritto di recidere
l'uno e di
far crescere l'altro.
 La chiesa, le chiese, di Cristo non sono veramente cristiane
poiché non
percorrono nei programmi e nei propositi le sue strade. Non suscitano
nessuno scalpore, non infastidiscono nessuno, anzi si ritrovano
"alleate"
(v. i concordati, le delegazioni, le rappresentanze diplomatiche) con
quasi
tutte la nazioni, perfino con i regimi totalitari o capitalistici,
invece di
contestarne l'esistenza e soprattutto le metodologie di
arricchimento.
I tempi sono cambiati si cerca di ripetere; la società si è
evoluta, è
passato il periodo delle catacombe, c'è una nuova congiuntura
storica da
tener presente; tutto può essere vero ma come si fa ad immaginare un
Gesù
Cristo schierato dalla parte di Erode, Pilato, Caifa, Anna, i sadducei i
gestori del potere politico, religioso, economico contro il popolo degli
oppressi e dei sofferenti? Dov'è la libertà del profeta,
dell'uomo di Dio
che offre ogni giorno la sua vita per il bene delle moltitudini? Se si
accettano le alleanze dei potenti, se si stipulano accordi per avere le
loro
protezioni, non si è più in grado di redarguire le loro malefatte.

 4. Certo fin tanto che esistono e funzionano "i
palazzi vaticani"
la chiesa italiana ha ben poco da pensare e meno ancora da sognare,
tuttavia
potrebbe provarsi a "rivendicare" una certa sua autonomia
operativa. La CEI
più che un organo vaticano è la voce dell'episcopato italiano al
quale è
demandata la cura spirituale di un popolo che ha i suoi problemi da
risolvere prima che quelli degli altri. In una società plurietnica e
multiculturale la chiesa dovrebbe contribuire alla composizione pacifica
delle differenze più che preoccuparsi della salvaguardia
dell'identità dei
suoi aderenti, della difesa dei diritti o privilegi di alcuni a
discapito di
altri. La terra è la madre di tutti e nessuno dovrebbe impedire
all'altro di
scegliersi la dimora che gli aggrada. Le frontiere, per quanto
spiegabili da
un punto di vista giuridico, rimangono sempre un attentato a un diritto
che
si può definire naturale, prioritario. Gesù non ha dato ragione ai
discepoli
che invocavano il fuoco dal cielo sui samaritani inospitali (Lc
9,54-55), nè
ha permesso di chiudere la bocca all'«estraneo» che parlava in suo
nome (Mc
9,38-39). La tolleranza non è un atto di cortesia ma un dovere, e per il
cristiano una virtù che purtroppo la chiesa non è abituata ad esercitare
nemmeno con i propri figli. L'intolleranza, faceva osservare il
grande Papa
Giovanni, è contro il peccato, non contro il peccatore, meno ancora
contro
chi non ha le nostre abitudini.
>
> 5. C'è una società nuova, una situazione culturale
diversa a cui
bisognerebbe andare "incontro" non "contro". I
problemi, un tempo sottaciuti
ovvero conculcati, sono ora venuti prepotentemente alla ribalta e tra
questi
la libertà etica, che non è libertinaggio, ma una valutazione diversa e
può
darsi più adeguata delle responsabilità di ciascuno, dei doveri e dei
diritti, anche di quelli irrinunciabili delle persone come delle
collettività. Come tempo addietro si riteneva che il potere venisse
dall'alto e che la monarchia fosse di diritto divino, la stessa
ambigua
supposizione potrebbe essersi verificata anche a proposito di altre
scelte
comportamentali, a cominciare, mettiamo, dall'etica sessuale,
I'eterno tabù
della chiesa. È ormai forse inutile stare a ribadire antichi quanto
inutili
divieti. Le campagne anti-contraccettivi non impressionano più nessuno,
sì e
no qualche seminarista. Tutti gli ufficiali o ufficiosi pronunciamenti
sulle
leggi di natura, che nessun competente sa bene quali in realtà a rigore
siano, rimangono alla fine sterili, accademici. L'indissolubilità
del
matrimonio pur tanto affermata, in realtà non è chiara né sul piano
naturale
(altrimenti una buona parte della popolazione mondiale vivrebbe
sregolatamente) né sul piano religioso, ossia evangelico. Gesù ha preso

posizione contro il matrimonio mosaico, che era la codificazione di un
barbaro costume maschilista, ma non si è poi pronunciato per la
irreversibilità della scelta matrimoniale cristiana. Per questo Matteo
(19,9) e Paolo (1 Cor 7,12-16) testimoni della prima ora, parlano di una
possibile rescissione del primo vincolo matrimoniale.
> Nelle chiese cristiane oggi la ricerca biblica è quasi unanimemente
concorde nell'affermare che in nome dì Dio o di Cristo non si possa
imporre
a nessuno un giogo che va al di sopra delle sue forze, condannandoli a
vivere in un contesto familiare impossibile. Come tutte le sceIte umane
anche quella del proprio partner, nonostante tutte le cautele messe in
atto,
può andar soggetta a errore e una volta appurato seriamente lo sbaglio
non
rimane che correggerlo, per cui la separazione, il divorzio e la
possibilità
di provarsi ad intraprendere una nuova esperienza sono conclusioni
possibili
e legittime.
>
> 6. La nostra gerarchia, presa da chissà quali paure, è
chiusa al
confronto su queste ipotesi e non riesce nemmeno ad immaginare un
approccio
diverso nei riguardi di coloro che hanno dovuto registrare nella loro
vita
esperienze matrimoniali infelici e infine si sono decisi a compiere una
nuova scelta.
> Si potrebbe una buona volta smettere di considerare i
"divorziati
risposati" come "pubblici peccatori" esclusi dalla
piena, effettiva
comunione ecclesiale, poiché secondo il vangelo nessuno sa chi sia
veramente
nel peccato (cfr. Gv 8,9). Per la stessa ragione non si vede come
qualcuno
possa arrogarsi il diritto di escludere chicchessia dal banchetto
eucaristico pur sapendo che Gesù si ritrovava spesso, se non
abitualmente,
"a mensa" con i peccatori, compresi i pubblicani, non
escludendo
esplicitamente nemmeno le prostitute. Dissenzienti da tale prassi solo i
puritani del momento (i farisei) che in ogni tempo hanno avuto sempre
difensori e continuatori. Ma anche se gli attuali
"benpensanti" non si
sentissero di condividere il passo compiuto dai divorziati, potrebbero
rilasciare alla loro coscienza il giudizio etico sul loro operato.
D'altronde la stessa morale tradizionale ha sempre affermato che il
peccato
più che dall'infrazione della legge dipende dal giudizio
(soggettivo) che
l'uomo si è fatto di un comportamento o dell'altro. Non si
tratta di
"connivenza" (ammesso che lo fosse ce ne sarebbero di ben
peggiori, come il
mantenimento dei cappellani militari nonostante il proclamato ripudio
della
guerra e addirittura il consentire ad un vescovo di fregiarsi del grado
militare di "Generale") ma di "pazienza", di attesa
prima di impancarsi a
giudice di uno che in fondo è l'unico in grado di capire e di
valutare il
peso e la gravità della scelta che ha compiuto. Se c'è una parola
nei
vangeli, che certamente proviene da Gesù, è quella di non giudicare,
cioè di
non pronunciare apprezzamenti ostili verso chicchessia, per questo più
di
una volta egli ha preso la difesa dei peccatori e non li ha mai esclusi
dalla sua compagnia. Anzi, si è meritato l'appellativo di essere
loro
"amico". Se Dio non spezza la penna all'
"eretico" e neanche fulmina
sull'istante neppure il ladro, vuol dire che quella della
"scomunica" non è
la tattica che egli suggerisce, meno ancora comanda.
>
> 7. La chiesa italiana non può fare miracoli soprattutto
perché
troppo vicina, quindi subordinata alle gerarchie trasteverine, ma
potrebbe
provarsi a gettare qualche pedina o qualche ponte che la prepari a
risolvere
la sua "crisi". Questa certo è generale, ma essa è tenuta a
pensare a se
stessa, a provvedere al suo futuro. Se i seminari sono vuoti e il clero
è
più che senescente, non c'è da farsi illusioni su quello che verrà
un giorno
o l'altro ad accadere. Mancherà chi spezza il pane della Parola e
quello
dell'eucarestia. È inutile stare ad aspettare il miracolo dal cielo,
invocare che Dio mandi operai nella sua vigna. Tutto quello che egli
poteva
fare l'ha fatto, il resto l'ha rilasciato alla diligenza e alla
solerzia dei
suoi collaboratori. La storia, anche quella della salvezza, la mandano
avanti gli uomini. Dio c'è senz'altro, ma rimane dietro le
quinte. Se c'è un
arresto nel cammino dell'umanità non è mai perché lui ha cessato di
operare,
sono invece i suoi fiduciari che si rivelano pigri o inetti. I
"tempi" di
cui Papa Giovanni aveva invitato a leggera i "segni", stanno
additando
l'opportunità o necessità di una riorganizzazione ecclesiale. Non
sarebbe
ora di chiamare a tutte le sue responsabilità la stragrande porzione
della
chiesa, rimasta sempre inattiva o passiva, chiamata anche
"discente", quasi
per esonerarla da qualsiasi incombenza, mentre il Concilio l'ha
onorata
delle più lusinghiere attribuzioni che purtroppo sono rimaste lettera
morta.
L'intero popolo di Dio, tutti i battezzati condividono i poteri e i
compiti
di Cristo, il suo triplice ufficio profetico, regale e sacerdotale e
sono
autorizzati, anzi obbligati per vocazione ad esercitarlo (Lumen gentium
n.ri
10-14). Gesù d'altronde si è rivolto alle moltitudini, ha
consegnato a tutti
il suo messaggio e ha chiesto a tutti di testimoniarlo davanti agli
altri
nel tempo. Non ci sono cristiani di serie A, B o C. Sono tutti tenuti a
raggiungere la stessa "misura" che quella de loro maestro.
D'altronde non è
neanche sufficientemente chiaro che Gesù abbia voluto un sacerdozio
sulla
falsa riga di quello ebraico. Anzi, sembrerebbe certo che non lo ha mai
proposto. Se il Nuovo Testamento parla di ministeri li intende non come
"uffici" o "poteri sacri", ma come
"diaconie", cioè ancora una volta
"servizi", per questo il titolo "ministro" è
l'equivalente di "inserviente".
Ma senza entrare in questi aspetti scabrosi o rischiosi del problema,
che la
gerarchia italiana non può permettersi perché dovrebbe cominciare a
demolire
se stessa, questa potrebbe proporsi di ricuperare più concretamente il
ruolo
dei laici, per affidare ad essi vere incombenze ecclesiali (la
predicazione
e l'assistenza nelle celebrazioni a cominciare dalla liturgia
eucaristica)
in modo che quando, per sfortuna o per fortuna, non ci sarà più il
clero, ci
sia chi possa prendere il suo posto, operai o intellettuali, uomini o
donne
che siano. L'unica virtù necessaria oltre il timor di Dio è
l'amore verso
il prossimo. La comunità non ha bisogno tanto di teologi quanto di
profeti,
di persone che lasciano trasparire dalle loro azioni e operazioni la
presenza nascosta di Dio. Per farlo non sono indispensabili titoli di
studio
o gradi accademici ma solo una grande capacità, volontà di bene. Gesù
si è
circondato di comuni operai, di pescatori e di umili donne aggiunge
Luca. E
così è cominciata l'avventura cristiana. Noi non siamo profeti di
sciagure,
siamo ottimisti a tutti i costi. Crediamo anche alle rivoluzioni, ma di
più
ai piccoli passi che possono portare agli stessi traguardi a cui le
grandi
sommosse mirano. Speriamo e aspettiamo. "Purché Cristo si annunzi
non
importa come", confessava Paolo ai filippesi (1,18). Purché in un
modo o in
un altro qualcosa si faccia, non tanto per la salvaguardia
dell'istituzione
ecclesiale, quanto dello stesso messaggio evangelico di cui il mondo ha
avuto e avrà sempre bisogno.
Recanati 15.09.2006

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Valencia : il quinto incontro internazionale delle famiglie.

Riflessioni di un prete sposato.

 

di p. Nadir Giuseppe Perin [1][1]

 

Dal 1 al 9 luglio 2006 si è aperto a Valencia, in Spagna  il quinto incontro internazionale delle famiglie che ha come tema guida dell’intero programma “ la trasmissione della fede nella famiglia”. Il primo incontro mondiale si svolse a Roma nel 1994, su iniziativa di Giovanni Paolo II che convocò le famiglie anche a Rio de Janeiro nel 1997, ancora a Roma nel 2000 e a Manila nel 2003.

Certamente i temi che possiamo tirar fuori dal contenitore “famiglia”  e sui quali possiamo discutere sono innumerevoli, tuttavia, da “prete italiano sposato” - e come me ce ne sono altri cinquemila (?), ottomila (?) - desidero far sentire la mia voce, che unita a quella degli altri preti sposati che “non possono parlare”, vuole  testimoniare - non tantum verbis, sed operibus - come anche la famiglia del prete sposato sia una comunità di persone, che vivendo in comunione tra loro, è capace di trasmettere la fede e di testimoniare l’amore ” in una società che cambia.

Tutti sanno che scelte di questo genere, cioè di preti che si sposano, sono sempre più numerose. Ma, molti altri preti dovrebbero avere il coraggio di uscire allo scoperto e vivere alla luce del sole quello che nascondono nel segreto della loro coscienza, perché insieme con le nostre famiglie, potremmo dar vita a tante piccole “comunità di amore”, intercomunicanti tra di loro, nelle quali riconoscersi non solo come amici (perché tra amici ci si aiuta), ma soprattutto come fratelli ( perché tra fratelli si condivide tutto quello che si è e quello che si ha) allo scopo di meditare sulla possibilità e sulle modalità di riprendere l’esercizio della nostra missione presbiterale, partendo col fare della nostra vita un dono da offrire a chiunque incontriamo. Di noi e delle nostre famiglie dovrebbero poter dire quello che dicevano dei primi cristiani: “guardate come si amano”.

Sono sicuro che a Valencia saranno presenti anche molti preti sposati con le loro famiglie (anche se nessuno saprà mai chi sono e quanti sono). Lo scopo della loro presenza sarà quello di fortificare l’identità della famiglia, basata sul matrimonio, come luogo in cui le persone ricevono il dono della vita e gli insegnamenti necessari per viverla con dignità.

L’accoglienza a Valencia sarà all’insegna della semplicità, come dice il nome stesso utilizzato dall’organizzazione dell’incontro: “alojamiento sencillo”, come alternativa all’Hotel, al camping o all’appartamento. Anche questo aspetto mi sembra rappresentare molto bene la situazione del prete sposato che “come pellegrino sulla terra, desidera vivere più nelle incertezze della tenda di Abramo che sicuro nel tempio di Salomone, convinto che, un giorno, anche le incertezze dei pellegrini e dei loro leaders diventeranno verità universalmente riconosciute”.

E dal momento che la nostra scelta di sposarci è in sintonia con il messaggio evangelico, desideriamo che la nostra presenza e quella della nostra famiglia, all’interno della società civile, come nella comunità ecclesiale, non sia di scandalo, ma una  testimonianza profetica sul come sia possibile vivere la nostra vocazione ministeriale nello stato matrimoniale, in conformità a quanto dice la Parola di Dio : “ Il pastore (il presbitero, il vescovo, il diacono) sia irreprensibile, marito di una sola donna; sobrio, prudente, decoroso, ospitale, pacifico e disinteressato; che sappia dirigere bene la sua casa, tenere i suoi figlioli sottomessi con perfetta dignità; perché se uno non sa dirigere bene la propria famiglia, come potrà avere cura della chiesa di Dio” ? ( 1Tm 3,2-5).

Se la fede è un cammino che ogni generazione deve percorrere in proprio, perché nella fede viene messo in gioco quanto abbiamo di più nostro e di più intimo, il nostro cuore, la nostra intelligenza, la nostra libertà, tuttavia, educare alla fede è un compito grande e fondamentale che coinvolge sia i genitori che l’intera comunità cristiana.

Come tutti i grandi obiettivi, anche questo che riguarda la famiglia come comunità capace di trasmettere la fede, è tutt’altro che facile. Anche noi preti sposati – in quanto genitori - dobbiamo mettere a punto gli strumenti più opportuni, nella convinzione che educare alla fede corrisponda sostanzialmente allo sforzo di crescere insieme ai nostri figli, giorno dopo giorno, approfondendo quello che Dio ci dice come coppia, mettendoci  in atteggiamento di ascolto e di accoglienza e comprensione della Parola di Dio.

E’ facile oggi educare alla fede ?  No.

Crescere nella verità della fede, oggi, appare più difficile rispetto al passato, perché la nostra società sembra ridurre l’intelligenza umana a semplice ragione calcolatrice, prigioniera di quel processo di relativizzazione e di sradicamento che corrode i legami più sacri e gli affetti più degni dell’uomo, col risultato di rendere fragili le persone, precarie ed instabili le nostre reciproche relazioni. 

Anche noi, preti sposati che viviamo con la famiglia in mezzo a questa società, proviamo sulla nostra pelle quanto sia difficile il cammino di educazione alla fede e di crescita nella stessa.

Ma c’è una terapia vincente che ribalta le prospettive e ci permette di guardare al futuro con occhi diversi : “Vivere la fede come gioia ed assaporare quella serenità profonda che nasce dall’incontro con il Signore”.

Questo è anche il nostro  modo di vivere la fede, dopo che abbiamo avuto il coraggio di “ricominciare dall’amore”, assaporando nel nostro animo quella serenità profonda che nasce dall’incontro con il Signore, pur avendo fatto una scelta di vita che, ancora oggi, per molti, presenta difficoltà  di comprensione e di accettazione.

La fonte del nostro vivere la fede con gioia e della nostra serenità d’animo è la certezza che anche noi, preti sposati, siamo amati da Dio, amati personalmente dal nostro Creatore, con un amore appassionato e fedele, un amore più grande delle nostre infedeltà e dei nostri peccati, un amore che perdona”. L’unica che ancora non riesce a perdonarci  perché non ci ama per la scelta fatta, è proprio la Chiesa giuridica, cioè coloro che hanno la potestà e la responsabilità del ministero per la comunità ecclesiale. Eppure, l’amore è l’unica e reale forza educatrice, il benefico esplosivo che abbatte le barriere della tiepidezza e del dubbio, perché colui che “sa di essere amato, è, a sua volta, sollecitato ad amare”.

Amare. Amare nella gioia. Amare ed insegnare ad amare. Amare e mostrare il volto autentico dell’amore. Amare ed essere testimoni d’amore. Amare e non stancarsi di pronunciare giorno dopo giorno il nostro “SI” coerente e coraggioso all’amore ed alla vita.

Amare. Non c’è altra ricetta per educare alla fede. In una società affogata dalle parole e sommersa dalle immagini non si può pensare di educare i nostri figli ribadendo l’elenco dei precetti e degli obblighi da osservare, per meritarsi l’amore di Dio ed essere a lui graditi, come sentiamo predicare spesso da coloro che sono più legati al mondo della “religione” che a quello della “fede” .

Ai nostri figli dobbiamo avere il coraggio di presentare il vero volto di Dio, che non è quello di un Dio Padrone, giudice severo, invidioso della nostra felicità, ma un Dio che ci è Padre; che ci ama e che dona il suo amore a tutti, indipendentemente dai  meriti e che domanda soltanto che questo suo amore sia accolto e donato a sua volta, andando con Lui e come Lui verso gli altri, praticando le Beatitudini, perché se mi prenderò cura della felicità degli altri, Dio si prenderà cura della mia felicità.

Gli adolescenti ed i giovani sentono dentro di sé il richiamo prepotente dell’amore e noi preti sposati, cominciando dai nostri figli, sentiamo il grave compito che abbiamo di educarli a comprendere, decodificare e vivere con responsabilità il fuoco che arde nei loro cuori, vivendo insieme con loro la fede che non soffoca l’amore, ma che lo rende sano, forte e libero, per fare della nostra vita un dono da offrire a chiunque incontriamo.

Il vivere e praticare le Beatitudini è per ogni famiglia l’atteggiamento che soddisfa la naturale propensione dei giovani al bene, ma che, nello stesso tempo, diventa servizio alla verità.: verità sull’uomo e verità su Dio.

Aprendo il cuore dei nostri figli al gusto della verità, noi permettiamo loro di realizzare quella preziosa sintesi tra fede e ragione, un percorso che ci permette di giungere, come famiglia, al Mistero in cui siamo immersi e di ritrovare in Dio il senso definitivo della nostra esistenza.

Anche noi preti sposati, come genitori, vogliamo offrire ai nostri figli testimonianze e motivazioni coerenti, rispettando i tempi della loro crescita, non dimenticando mai che ogni processo educativo si snoda in un profilo di libertà, in cui nessun genitore ha diritto di interferire. La misura di questa libertà è ancora una volta l’amore. Perché anche di fronte ad un rifiuto della proposta di fede o di una scelta distante dall’esperienza cristiana, i genitori devono saper amare i figli, offrendo loro fermezza nella parola, stabilità nei valori e continuità nel vivere la propria vita, non tanto nel contesto della religione, quanto piuttosto in quello della fede.

Questa prova silenziosa di un amore che sa attendere e rispettare anche scelte non condivise, diventa agli occhi dei figli la risposta più eloquente di mille discorsi. Nessuna parola, infatti, se non la forza di un esempio concreto, può far comprendere ai ragazzi che la fede è un cammino di liberazione attraverso l’amore, è gioia di un incontro che racchiude il senso stesso dell’esistenza e della pienezza di vita.

Tutto questo è possibile perché c’è una persona che abita le stanze della nostra casa, in maniera trasparente e silenziosa ed aspetta solamente di essere interpellata: è lo Spirito di Dio che usualmente viene dipinto come l’illustre sconosciuto, “una brava persona che fa e tace”.

In realtà lo Spirito abita il vissuto delle nostre famiglie perché è la sorgente inesauribile dell’amore che ci chiede solamente di “essere accolto”, perché ci viene dato gratuitamente, senza alcun merito da parte nostra. Quando, sposandoci, ci siamo detti “si”, abbiamo accettato di accogliere nella nostra vita non solo l’uno e l’altra, ma anche Dio che ci ha creati e fatti innamorare. Cristo ha accolto il nostro noi di coppia, l’ha offerto al Padre che ha pensato di farci un grande regalo : di venire ad abitare per sempre, con il suo amore, la nostra relazione di marito e moglie.

Questo amore divino che in maniera duratura sta con noi è proprio lo Spirito, che è l’autentico e prezioso sigillo di amore, tra il Padre ed il Figlio; il cuore che batte tra il Padre ed il Figlio; la Persona-Amore.

Ecco chi abita il nostro amore di coppia (pur essendo un amore tra un prete ed una donna) e di genitori verso i figli. Quando ci amiamo non siamo solo noi due, o noi ed i nostri figli, ma un terzo fa vedere in maniera nascosta il suo volto : lo Spirito che come amore tra il Padre ed il Figlio ha un solo obiettivo: coinvolgerci nella danza trinitaria d’amore.

Lo Spirito è colui che porta la vitalità di Cristo ed il suo amore per la Chiesa nelle nostre coppie e nelle nostre famiglie; è colui che ci insegna ad accogliere l’amore di Dio, perché soltanto accogliendo questo amore noi saremo purificati; a condonare i debiti che gli altri hanno nei nostri confronti, perché anche i nostri debiti che abbiamo con Dio siano condonati e noi possiamo guarire ed avere la pienezza di vita.

Lo Spirito è colui che ci dona  uno sguardo d’amore sulle rughe che la vita ha lasciato nelle nostre vite; è colui che ci dona la forza silenziosa della pazienza; è l’artefice della vita di ogni cristiano, ma a maggior ragione della vita coniugale e familiare.

Lo Spirito è un abile tessitore che intesse filo dopo filo il vestito dei santi, singoli e coppie, unendo, tagliando, rammendando, colorando la materia grezza che noi gli offriamo. Fa questo in silenzio, facendo balenare la sua presenza appena, appena simile al leggero movimento della fiammella di una candela.

Attraverso lo Spirito, anche noi preti sposati, con le nostre famiglie, possiamo attingere a piene mani alla vita di Dio che così prende la forma della comunione tra uomo e donna, tra genitori e figli, tra famiglia e famiglie, tra la nostra casa e le altre case.

Lasciando che lo spirito compia in noi la sua opera, Egli riporta alla luce l’immagine sbiadita dell’amore che siamo, in modo che le relazioni tra il Padre, il Figlio e lo Spirito possano vivere nei nostri rapporti quotidiani e la Famiglia di Dio, prendere casa tra le nostre case.

 




[1][1] Presbitero sposato dal 1968, con dispensa. Dopo aver studiato per quattro anni Medicina e chirurgia, si è laureato in Teologia Dogmatica all’Università Pontificia dell’Angelicum in Roma; specializzandosi in Teologia Morale all’Università Lateranense – Accademia Alfonsiana di teologia Morale; Diplomato in Psychitric Nursing presso <la Mental Health> Division di Toronto, ha lavorato per quattro anni in Canada, presso la struttura Ospedaliera psichiatrica di Hamilton (Ontario), occupandosi di persone anziane con problemi psichiatrici e di giovani e adolescenti con problemi di droga. Ritornato in Italia nel 1971 si è specializzato in Scienze psico Pedagogiche presso l’Università di Magistero dell’Aquila, collaborando per 33 anni con l’Istituto Medico Psico Pedagogico “Piccola Opera Charitas” – al recupero psico-sociale e lavorativo delle persone meno dotate. Ora, da nonno in pensione scrive libri su temi di attualità, di teologia, di psicologia, di storia delle religioni : Onora il padre e la madre- l’arte di invecchiare; Manuale per conoscere l’Islam; Manuale per conoscere l’Ebraismo. (Editi dalla Casa Editrice EDUP – Editrice dell’Università Popolare- Via del Corso 101 – 00186 Roma). Fa parte del movimento “Vocatio” con l’obiettivo di realizzare, assieme ad altri presbiteri-sposati, attraverso la testimonianza di vita, evangelicamente vissuta e con la parola scritta, un cammino di rinnovamento nel Popolo di Dio, proponendo una nuova immagine di prete, il quale, nella vita matrimoniale, riesce a realizzare la sua vocazione di uomo  e di cristiano, appagando il bisogno di amore che sente quale dono di Dio all’umanità, senza per questo venir meno, al suo ministero quale presbitero a servizio della comunità, convinto che “accogliere nella propria vita la presenza della donna che si ama e con la quale condividere – nel matrimonio - gli ideali  ispirati al Vangelo di Cristo, non è in contrasto, né di impedimento al servizio-presbiterale alla comunità”. Inoltre, attraverso il Movimento “Vocatio” e nel dialogo aperto e sincero con chi “nella chiesa ha la potestà e la responsabilità del ministero per la comunità ecclesiale”, si propone di “rompere” quel muro di silenzio, di indifferenza e di emarginazione che esiste, nel contesto ecclesiale, nei confronti dei presbiteri-sposati, affinché la loro dignità di uomini, di cristiani e di presbiteri non venga calpestata, ma siano aiutati ad inserirsi nella società – con la loro famiglia -  con dignità, e - per coloro che si dichiarassero disponibili – dal mom