Una gamba sola (per Lula)

 

Frei Betto, imprigionato per diversi anni durante la dittatura militare, è venuto in Italia, ospite della manifestazione piacentina "Carovane",

dove ha preso parte a una tavola rotonda sullo stato di salute della Teologia della liberazione e dove ha ricevuto il "Premio internazionale Nicolás Guillén",

nella Sezione Impegno Civile. Carta lo ha intervistato.

Frei Betto, la sua presenza a Piacenza ci offre l'occasione di parlare di Lula e dello scandalo corruzione che ha scosso il suo governo. Lei cosa ne pensa?

 

È un momento molto grave, una tempesta politica senza precedenti. Il Pt ha 820.000 affiliati, ma rischia la crisi per via di un manipolo di persone, un piccolo gruppo della direzione che ha usato il denaro del partito per corrompere i membri del Congresso. Lula però non c'entra, anzi, si è sentito tradito dai suoi compagni; ha cambiato tutta la direzione del partito e ha sollevato dall'incarico tre ministri importanti.
La destra ovviamente ne approfitta per ridimensionare il potere di Lula: un piccolo settore della destra parla anche di impeachement. Ma su questo punto non trova consenso nell'opinione pubblica. Lula è al di fuori dello scandalo e ha preso l'iniziativa per investigare e punire i colpevoli. Però c'è un settore della destra che approfitta per gettare discredito su di lui, pensando alle presidenziali del 2006 in cui Lula resta il favorito. Inoltre, tutte le indagini del Congresso sono trasmesse in diretta dalla tv, in totale trasparenza, e quindi tutti i parlamentari cercano di approfittare di questa vetrina per apparire corretti davanti al popolo, poiché queste sedute hanno un'audience molto alta. Quel che mi fa male è che un piccolo gruppo del Pt in due anni e mezzo è riuscito a demoralizzare la sinistra brasiliana, cosa che non era riuscita alla destra in dieci anni. Nemmeno sotto la dittatura militare erano stati capaci di demoralizzarci e farci abbassare la testa, nonostante gli assassinii, i desaparecidos, gli imprigionati come me; invece questo piccolo gruppo ci è riuscito in due anni.

Qualcuno difende Lula e il Pt parlando di complotto: lei cosa ne pensa?
No, no: corruzione. L'idea del complotto non è vera. La corruzione c'è ed è dimostrata. Ma io non sono contro Lula, non lo sono mai stato. Anche se così ha scritto un vostro quotidiano, La Repubblica. Sono critico verso la politica economica del suo governo, questo sì.

Per questo, a gennaio si è dimesso dal programma Fame Zero?
Per due ragioni: per questo motivo e per riprendere la mia attività letteraria, perché è impossibile conciliare il lavoro letterario con l'impegno pubblico. Ma il Progetto Fame Zero procede molto bene, ora aiuta 7.300.000 famiglie e si spera di arrivare a 11.400.000 per il dicembre 2006, quando termina il governo Lula. Ma per andare ancora meglio bisognerebbe arrivare alla riforma agraria. E l'equipe economica del governo assicura i presupposti della riforma da un lato, ma dall'altro crea difficoltà per gli aspetti sociali. Perché i problemi sono molti: c'è una tassa di reddito di 19.25%, molto alta, tra le più alte del mondo; l'eccedenza primaria supera il il 4,25% del Pil, ma in realtà è molto di più, è il 5%. Tutto denaro che se ne va ai creditori, a discapito degli investimenti pubblici e privati all'interno del paese.

I sondaggi dicono che il popolo continua ad appoggiare il presidente Lula: lei pensa che riuscirà a vincere le elezioni?
Alle prossime elezioni, non è sicuro che Lula riesca ancora a vincere. Secondo gli ultimi sondaggi, ha perso 10 punti, passando dal 42 al 32%, la percentuale più bassa mai raggiunta. Ma ha ancora un anno e mezzo per recuperare, anche perché gli altri due candidati sono di destra: uno è il candidato dell'ex presidente Cardoso, José Serra, sindaco di Sao Paulo (e il popolo ha eletto Lula proprio perché non sopportava più Cardoso); l'altro è un fondamentalista evangelico, Anthony Garrotinho, di Rio de Janeiro. Credo che Lula possa farcela, perché non ha avversari di peso, ma per la prima volta non sarà una vittoria facile.

Qual è il suo rapporto personale con Lula ora, dopo che lei ha lasciato Fame Zero?
Abbiamo un'amicizia che dura da 25 anni e che prosegue anche ora. Anche dal punto di vista politico la stima continua, perché non sono militante di nessun partito e da amico ho la libertà di esprimere tutto ciò che penso. Il problema è che Lula, per diventare presidente, ha dovuto fare molte alleanze e concessioni. Da un settore della sinistra era visto come fautore di una futura rivoluzione, ma Lula non è arrivato al potere, è arrivato al governo: ha semplicemente vinto delle elezioni in un sistema democratico borghese, e ciò è molto diverso dalla conquista del potere con una rivoluzione. Ha dovuto fare molte concessioni alla Banca mondiale, al Fondo monetario.... La realtà è che ha ricevuto da Cardoso un paese in gravi difficoltà economiche e ora la macroeconomia si sta stabilizzando: non c'è inflazione, sono stati creati nuovi impieghi, però i tassi di interesse sono ancora molto alti. L'errore di Lula è stato quello di non contare fin dall'inizio sull'appoggio dei movimenti popolari, che l'hanno fatto eleggere; li ha trascurati, non ha confidato in loro ed è diventato così ostaggio del Congresso. Lula era l'unico che aveva la possibilità di governare su due gambe, il parlamento e i movimenti sociali. Ma ha preferito camminare solo con la gamba del parlamento, come tutti i presidenti.

Veniamo al nuovo papa. Subito dopo la sua elezione al Soglio pontificio, lei scrisse una dura lettera aperta: ci sono state reazioni alle sue parole?
No: dalle gerarchie ecclesiastiche non è venuta nessuna reazione.

Pensa che il nuovo pontificato creerà problemi alla teologia della liberazione?
È molto difficile dirlo ora. La teologia della liberazione era stata molto repressa all'inizio anche da Giovanni Paolo II. Nella seconda metà del suo pontificato, invece, nei documenti ecclesiastici erano presenti i nostri temi: neoliberalismo, debito estero, colonialismo, temi politici ed economici. L'impressione che abbiamo avuto noi dall'America Latina è che la teologia della liberazione sia arrivata a Roma, perché il papa che appoggiò l'invasione dell'Iraq nel '91 con Bush padre, condannò l'invasione dell'Iraq nel 2003 con Bush figlio e mobilitò moltissimi giovani a Genova contro il G8. In questo momento, non c'è nessun segnale di repressione contro la teologia della liberazione. Le comunità di base proseguono su questo cammino, anche con l'appoggio di molti vescovi brasiliani. La Conferenza episcopale brasiliana è molto progressista: non voglio dire che appoggi totalmente la teologia della liberazione, ma non la reprime ed è molto critica verso i temi sociali, la politica di Bush, questo modello di globalizzazione. Non a caso, ha diffuso una nota ufficiale, in risposta a una lettera che Lula aveva indirizzato ai vescovi: nella nota, la Conferenza episcopale in primo luogo difende la stabilità dello stato, in secondo luogo domanda una punizione per chi si è macchiato di corruzione e infine auspica una più incisiva azione del governo a favore della riforma agraria, che è ferma. La nota dei vescovi è dunque critica, ma sostanzialmente favorevole al governo Lula.

Frei Betto, quali sono i suoi progetti per il futuro? Sta scrivendo qualcosa?
Ho molti progetti letterari, a non ne parlo per scaramanzia, fino a che non sono terminati. Continuo a occuparmi dei movimenti popolari, a partecipare a comizi e convegni, a dare consulenza a progetti popolari. Ho appena presentato un libro di racconti, intitolato "Treze contos diabólicos e um angélico", che è già stato pubblicato in portoghese, ma non è ancora tradotto in italiano.

Un'ultima domanda: lei avrebbe parlato di lotta armata nel futuro del Brasile...
In questo momento, il Pt è molto demoralizzato a causa dello scandalo corruzione: proprio per questo, bisogna fare di tutto per salvare il partito, perché è l'unico spiraglio per il popolo e le sue aspirazioni, all'interno dell'ordine democratico. Se sparisse (come vogliono la destra e l'estrema sinistra), i poveri perderebbero la loro speranza e la loro difesa. Ed entro quattro anni, si avrebbe una "colombizzazione" del Brasile: il Paese sarebbe a rischio lotta armata, come la Colombia.

Carta, Giusy Baioni, 23 settembre 2005