Due articoli che si integrano tra di loro. C’è da osservare che le due figure delineate stanno a meraviglia ad ogni cristiano/a, indipendentemente dalla vocazione religiosa

(I due documenti sono stati redatti in occasione del Congresso mondiale della vita consacrata di pochi anni fa)

Nuovi orizzonti per la vita consacrata

Nella seconda parte del documento teologico del Congresso Mondiale della Vita Consacrata sono illustrate due "icone” che esemplificano la Vita Consacrata nella realtà di oggi: la Samaritana e il Buon Samaritano.
La parabola del Buon Samaritano è un testo in cui si legge la compassione di Dio, attraverso il Figlio, per l’umanità ferita.

"Il percorso del Samaritano – rileva il documento – è oggi uno spazio immenso, in cui si affollano uomini e donne, bambini e anziani, che portano nel loro stesso corpo ‘mezzo morto’ le ferite inflitte da ogni tipo di violenza".
Sono "innumerevoli" i volti "sfigurati dalla violenza e dall’ingiustizia: volti di emigranti e rifugiati in cerca di patria, di donne e giovani sfruttati, anziani e infermi abbandonati a se stessi; volti umiliati dai pregiudizi razziali o religiosi, volti di bambini traumatizzati nei loro corpi e nello spirito, volti sfigurati dalla fame e dalla tortura".

Sono – aggiunge il documento – i "flagellati" della terra che "chiedono una compassione creatrice che converta le istituzioni tradizionali di carità a dare risposte alle nuove necessità e una testimonianza nuova di vicinanza".

Per la Vita Consacrata – suggerisce ancora il documento – la sfida da raccogliere è di "dare priorità a chi ha bisogno, alle persone e non agli affari, agli itinerari terapeutici e non alle norme sacre che ci tolgono la compassione, come fanno capire il sacerdote e il levita". A volte infatti "gli uomini delle istituzioni non sono stati capaci di mettere in atto l’immaginazione della carità.

Mentre nella parabola del Buon Samaritano c’è la storia dell’incontro con la "compassione", che deve insegnare anche ai potenti a "prendersi cura" degli altri, nel racconto evangelico dell’incontro di Gesù con la Samaritana si legge la storia di una condizione femminile "ferita".

La "sete" di Gesù è lo spunto per un "dialogo della liberazione" che la trasforma in "messaggera": "corre verso la città e incita i suoi concittadini annunciando loro un ‘Messia’ che conosce senza condannare e che calma la sete con un’acqua che porta verso la vita eterna". La "tranquillità interiore" di Gesù consente un "dialogo liberatore" che "sana le ferite interiori, incurabili fino a quel lamento, e che i pregiudizi razziali e religiosi avevano reso ancora più intollerabili".

Nel racconto evangelico, osserva ancora il documento teologico, "si vede riflessa nella condizione di quella donna, noi stessi quando siamo feriti nelle nostre relazioni reciproche, assetati di verità e di autenticità".

La donna della Samaria "insegna ad avere fiducia nelle piccole cose e negli aspetti più umili della realtà.
I pregiudizi con cui i discepoli osservano la scena (Gv. 4, 26-27) rivelano una mentalità maschilista che si prolunga fino ai nostri giorni. La stessa serenità di Gesù, nata dalla chiara coscienza della sua missione, gli consente di porgere con pazienza la domanda giusta e al momento della fiducia totale".