Pensieri che possono essere opportuni o importuni,

a seconda del criterio di cui ci serviamo.

Ci possono essere di aiuto se concepiamo i limiti di ogni verità umana
 

La verità ci fa male, lo so

Senza inganni non si sopravvivrebbe nemmeno un momento

La propensione alla menzogna sarà analizzata e discussa domani sera a Champoluc dal filosofo Gianni Vattimo, dallo psicologo Mauro Guazzelli e dal giornalista Curzio Maltese, in un confronto coordinato dallo scrittore Vincenzo Cerami

Senza bugie non si sopravvivrebbe nemmeno un momento. Così, forse, si può riassumere l’insegnamento di Nietzsche, che si articola però su molteplici registri, da quello immediatamente etico a quello decisamente “extramorale” Simulare e dissimulare sono armi indispensabili nella lotta per la sopravvivenza: e’ questa la “necessità” della bugia che i moralisti di tutti i tempi hanno sempre segnalato e stigmatizzato. Ma per sopravvivere – per esempio senza suicidarsi per la disperazione che può nascere da una lucida visione dell’esistenza umana - è necessario, prima ancora che mentire agli altri, essere disponibili a mentire, più o meno esplicitamente e consapevolmente, a se stessi. E’ in questo senso che l’arte è sempre stata un potente strumento della sopravvivenza, di individui e intere società; è anche il senso in cui i sofisti, parlando della tragedia e in genere della poesia, dicevano che per goderla è meglio lasciarsi ingannare che pretendere di vedere la verità. Oggi gran parte del nostro loisir – dell’intrattenimento che ci assicurano i mezzi di comunicazione di massa – è un sistema di inganni di questo tipo, a cui ci sottoponiamo volentieri, e anzi pagando fior di biglietti di ingresso, sapendo che è menzogna o comunque lasciando nel vago la sua portata di verità. Non parlo naturalmente della “finzione” artistica in senso proprio, come le varie forme di spettacolo. Qui godiamo della finzione sapendo che è tale. Ma per esempio, con gli scandali che abbiamo conosciuto negli ultimi anni, non dovremo forse lasciarci deliberatamente ingannare per godere ancora di una partita di calcio, provando le passioni che ci hanno per tanto tempo legati a questo spettacolo? E tutto quello che sempre più largamente si chiama politica-spettacolo non è appunto una verità-menzogna di questo tipo, a cui ci adattiamo per non cadere nel più completo nichilismo?

Tra le menzogne di cui la vita ha bisogno c’è anche quella che Nietzsche chiamava bugia in senso extramorale. Per lui, questa bugia si identificava con l’uso stesso del linguaggio. Le parole sono segni convenzionali che non hanno nulla in comune con le cose che indicano. Sono bugie, metafore, che inventiamo reagendo alle cose. Ma c’è un nesso tra linguaggio comune e strutture di potere: adottiamo infatti per intenderci con gli altri le metafore imposte da chi comanda.

La bugia in senso extramorale è un topos favorito della riflessione otto-novecentesca, caratteristica, ma non solo, di quella che, con un’espressione di Nietzsche ripresa da Ricoeur, si chiama la scuola del sospetto. La nozione marxiana di ideologia è per l’appunto una forma di bugia inconsapevole di questo tipo. Accanto a Marx, maestro della scuola del sospetto è Freud, che ha “svelato” il carattere superficiale della coscienza. Una sorta di ideologia costruita non direttamente dai rapporti sociali e di classe, ma dall’esperienza esistenziale di ciascuno di noi – anche se lungo linee largamente definite per tutti, quelle da cui prendono nome i “complessi” come il più famoso, l’Edipo.

La nostra esistenza - tra convenzionalità del linguaggio, ideologia legata ai rapporti di dominio, relazioni dinamiche tra le varie istanze dell’io – è tutta immersa nella menzogna; tanto che ci si domanda perché la verità sia un valore così pregiato. La popolarità della scuola del sospetto in tante teorie moderne e contemporanee può probabilmente avvertirci di una trasformazione (evoluzione?) della stessa nozione di verità che, almeno pare a me, va di pari passo con la dissoluzione dei regimi autoritari e forse persino con l’idea di democrazia. Non per niente i sofisti erano di moda nell’Atene della agorà e dei primi dibattiti “democratici”. Possiamo assumere come un fatto, senza alcuna pretesa descrittiva dogmatica, che nelle società “aperte” la verità si connota prevalentemente come accordo tra interpreti diversi e meno come corrispondenza rigida della proposizione al dato? Questo non significa che non si debba più fare attenzione a distinguere proposizioni “vere” da proposizioni false. Ma quanto più la pluralità delle prospettive in gioco e la complessità crescente dei rapporti sociali ha reso impraticabile il senso più immediato e perentorio del “vero” – ciò che tutti sanno, ciò che è “ovvio” eccetera – tanto più si sono raffinati e formalizzati i criteri per stabilire la corrispondenza tra fatti e descrizioni. Formalizzare i criteri però significa anche esplicitarne la convenzionalità. C’è pur sempre la scienza, si dirà. Appunto: gli scienziati sono quelli che concordano esplicitamente di accettare per vero solo ciò che si prova valido in base a certi criteri. Nella vita quotidiana non sempre, anzi quasi mai, si riesce a risolvere le questioni verità in base a criteri scientifici. E allora? Pensiamo a un esempio. Dovendo dire sì o no al nucleare in un ipotetico referendum, mi rifarò al parere della fisica. Ma i fisici non sono tutti d’accordo. Scegliere il fisico più competente? Ma non posso giudicarlo io, se non sarei per l’appunto un fisico esperto. Non tirerò a sorte, ma mi farò consigliare da un fisico che condivida altre mie vedute meno incerte: in etica, in politica, in religione... Sarà approssimativo, ma è così. Noi non siamo Dio e possiamo solo muoverci entro condizioni storiche, di cui siamo tanto meno schiavi quanto più ne siamo coscienti. Amica veritas sed magis amicus Plato: possiamo sperare di capire qualcosa della verità solo se accettiamo di confrontarci con, e magari di affidarci alla, guida dei nostri simili.

Gianni Vattimo