LA GRANDE CHIAMATA

 

Parlare di vocazione senza esplicito costante richiamo alla Grande Chiamata
dell’essere umano alla vita, distoglie da una vera crescita umana.
Invece di insistere sul concetto di “Vocazione” come sinonimo di chiamata ad uno stato di vita specifico, bisognerebbe mettere in primo piano il senso di un’esistenza terrena vissuta in pieno,
ed utile alla costruzione di un Futuro migliore per l’umanità.
 

L’impronta divina

Richiamarsi alla creazione è fondamentale per recuperare il senso dell’esserci dell’essere umano.

Si tratta di trovare il filo conduttore che lo attraversa e lo sottrae al terribile senso del nulla. Venuto alla luce senza averlo scelto, egli non può non sorprendersi di fronte al mistero che l’avvolge.

Il rapporto con l’altro è la prima chiave di risposta alla domanda esistenziale. Adamo, al primo stupore nel vedersi accanto, come «altra», la creatura scaturita da sé, le dà un  nome che la significhi, e perciò la distingua. Attraverso tale distinzione egli potrà riconoscere se stesso.

Al primo sguardo che diversifica il guardante dal guardato, il mistero della persona non si svela del tutto. Infatti il riconoscere e il riconoscersi attraverso l’altro, determinerebbe uno stare-accanto muto, se la conoscenza non avvenisse attraverso la rappresentazione mentale. L’immagine è più importante – per dir così – dell’esistenza concreta, perché essa simbolicamente racchiude la quintessenza delle possibilità racchiuse e condensate nella persona. Sia Adamo sia Eva possono relazionarsi davvero nel cogliere, dietro il lampeggiare dello sguardo in superficie, l’impronta divina.

E qui ogni discorso si impelagherebbe in un labirinto privo di luce senza un presupposto: che la sostanza umana sia scintilla divina unica, nuova rispetto alla stessa Fonte da cui proviene, perché non staccatasi materialmente da essa, ma creata. Il senso della creaturalità è nella relazione, davvero fondamentale, con il Creatore.

 

Lo spazio di Dio

La luce che si accende nello sguardo tra i due attinge alla Luce che li trascende. Luce che percorre lo spazio invisibile del reciproco riconoscimento. Spazio invisibile, eppure realissimo, senza il quale gli enti sarebbero caoticamente sovrapposti l’uno all’altro. Al contrario essi si trovano relazionati nello spazio increato di Dio, che riempie senza ingombrare; spazio di invisibile Luce.

Dio, Fonte inesauribile di vita, lascia posto alle creature, senza permettere che la diversità del molteplice sia ritagliata nello spazio vuoto del Nulla. E’ Lui lo Spazio che accomuna le creature, diverse perché uniche, simili perché diverse; accomunate perché non identiche, uniche e simili. In esso è sospeso l’universo per via dell’atto creativo che pone in essere creature «altre» dal Creatore, mai assimilabili del tutto a Lui.

Perciò il riconoscersi tra creature è tutto uno stupore. L’impronta divina si nasconde nel loro intimo, percepibile soltanto attraverso lo Spirito, che anima in profondità la creazione e che opera nei fondali della coscienza umana quale dinamica impronta divina. Impronta che rende inesauribile il percorso del riconoscimento stesso. Essi attingono alla Relazione divina il mistero della similitudine e della dissomiglianza da Dio; nello stesso tempo in cui avvertono, intimo al loro essere, il potenziale creativo infinito, che li spinge ad esplicarlo in maniera inedita.

 

Riconoscersi creature

Non è poca cosa riconoscersi creature. E’ la chiave di accesso all’autocoscienza, e cioè alla possibilità di trovare in sé la risposta alla domanda di fondo: Chi sono? L’altro che mi sta di fronte si rivela anche lui domandante. La risposta è nel vicendevole rimando alla propria coscienza, nei suoi recessi, là dove si tocca la soglia dell’oltre, cioè il punto di contatto tra Creatore e creatura. Solo così i due si possono dire: Sì, io sono per te, perché sono me; ma non potrei essere me, senza che Qualcuno mi abbia fatto; e questo Qualcuno mi ha affidato a me stesso; e tu potrai guardare in questo me-stesso originalissimo perché anche tu sei singolarissimo. Accettando il peso di essere autonomi da chi ci ha fatto liberi di disporre della propria vita, non ci smarriremo se la prima relazione, quella con Dio, la traduciamo nella relazione tra noi.

Inizia così il riconoscimento creaturale in tutta la sua portata divino-umama. Se la coscienza è il deposito del potenziale divino affidato all’essere umano, ciò vuol dire che riconoscersi in rapporto a Dio e fra simili, è il primo passo per esplicarlo. E’ vero, il potenziale è senza forma e senza sostanza, in quanto pura possibilità, ma appunto per questo carico di promesse.

 

A sua immagine e somiglianza: “ad immagine e somiglianza lo creò”

Prendere coscienza del potenziale di creatività concesso all’essere umano, comporta entrare in un’ottica tutt’altro che acquietante; ne va di mezzo la sua responsabilità di agire come con-creatore.

Se il Creatore vuole l’essere umano simile a Lui, quindi altro da Lui in modo da essere come Lui, nulla è scontato; tutto dipende dalla volontà di scegliere ciò che Dio propone. Egli lo ha reso partecipe di Se stesso proprio nel farlo simile a Lui. Altro-Dio, Dio-altro, Dio-potenziale: modi diversi per qualificarlo come copia niente affatto uguale all’originale, e perciò a sua volta originale. Tanto che la sua stessa identità dovrà essere forgiata nell’indipendenza dal Creatore.

La categoria della somiglianza è davvero fondamentale per approssimarsi alla comprensione del programma ideato da Dio nel creare l’umanità.

Dio per improntare la sua immagine nell’uomo, non usa un calco né uno schema. Usa lo spazio della sua libertà in cui collocare il nuovo. Anche l’immagine del rapporto padre-figlio è inadeguata. Nel figlio c’è il DNA paterno, anche se il suo sviluppo autonomo può seguire un tracciato inedito. Dio non può creare un altro Dio, altrimenti non sarebbe Dio. La pienezza di Sé, che è Amore, Lo spinge a «sognare» un essere da amare e da cui essere amato senza il segno della necessità. Crea pertanto le condizioni perché l’uomo Gli somigli in quanto non necessariamente simile. Tanto più simile quanto più dissimile. Dotato della capacità di far risplendere in sé la somiglianza divina, che si qualifica nella difformità dall’originale. Avendo Dio fatto l’uomo simile a Lui, gli chiede di non limitarsi ad essere copia statica di Lui, quale suo prodotto, bensì Soggetto agente, in grado di realizzare liberamente un’immagine inedita di Dio

 

Come Dio

Per portare a frutto la capacità di emulare la creatività divina, e cioè per sviluppare il potenziale infinito, l’essere umano deve scavare all’interno del proprio essere fino ad autocrearsi.

Ecco il senso della Chiamata di Dio alla vita: ti do il mio «alito», ma questo ormai appartiene a te. Ti regalo con esso la libertà perché il mio dono non ti renda recipiente passivo. Devi essere tu, ormai, a ripetere il gesto creatore nei riguardi di te stesso. Non ti do né una vita né un mondo preconfezionati da me. Nulla è scontato in te e fuori di te. Non avrei cosa farmene di un creato che mi desse soddisfazione. Tu non sei stato tratto dal nulla per un mio trastullo. Io sono Amore che vuol solo donare e accetta di essere ricambiato solo da chi sceglie di amarLo. Tu hai la possibilità di dirmi NO o di scegliermi. Ma non potresti mai scegliere autonomamente se ti trovassi con un piano esistenziale voluto da me. Sii il creatore di te stesso, per potere scegliere di amarmi. Agendo nell’indipendenza da me, il tuo amore sarà vero. E tu diverrai a ragione mio partner.  

I mistici nella loro follia di amore si abbandonano in Dio fino a volere che la loro volontà sia conciliata pienamente con quella di Dio. Il “Sia fatta la tua volontà” fa sempre testo nella via della santità. Ma l’adeguamento alla volontà di Dio è unicamente frutto di amore. Come Dio sceglie di adeguarsi alla creatura percorrendo i suoi limiti, e non pone limiti alla possibilità di autolimitarsi (fino all’annichilimento), così l’essere umano amante può scegliere l’infinito di Dio come dimensione della sua personalità: sino a lacerarsi nella passione amorosa di un’identificazione mai del tutto raggiungibile, eppure voluta fermamente.

(continua)