Nanni Balestrino,
Gli invisibili
[con la prefazione di Toni Negri],
Tommaso Ottonieri - Carta n. 18/2005

 

Se qualcosa distinguibile rimane, controluce al fondo accecante [autodissolto impresso per sempre nella rétina], al fondo di un’era sovraesposta e cancellata così, e sempre ritornante, pure, con la sua pienezza di vivente ectoplasma, – se qualcosa rimane e sbalza con la sua forza di visione, dall’indistinto di quella temporalità integralmente pulsionale, «politica» dentro le fibre più intime del corpo individuale e sociale, che è l’epos tragico e carnevalesco, terminale e germinale, moltitudinario, dell’Orda d’Oro [gli anni settanta dei movimenti], – questo, che resta, è la traccia quasi visibile di una presenza mai deposta. Una traccia diafana stampata indelebile sullo sfondo, un contorno che si fissa sulla pellicola della rétina nel breve istante del flash; o la fragilità stessa della pellicola, trasparente ma già impressa per sempre, da quel fascio di luce che si libera, per un istante, per sempre, dal dominio oscuro dell’otturatore. È così che quel che si è voluto sottrarre alla vista, cancellato represso recluso reso «invisibile» e alieno, rimane percettibile invece, fissato come in filigrana, sulla rete neurale del corpo sociale; e nelle zone più attive [meno disattivabili] della sua superficie sensibile.

Tornano adesso gli «Invisibili» di Balestrini, a circa trent’anni dalla vicenda [anzi, dall’epos] che vi viene narrata anzi che «si» narra, im/personalmente, da sé [perché la «voce» dei romanzi di Balestrini, e tantopiù in questo epico/epocale capolavoro, non si emana da un distinguibile soggetto o scrivente, profilo o ombra d’un Autore, quanto piuttosto dalla moltitudine che vi si rappresenta, fluvialmente avanti e «oltre» la scrittura]. Ritornano, a vent’anni quasi dalla loro stesura e pubblicazione nel cuore degli anni ottanta [quando Balestrini stesso fu costretto all’esilio e all’invisibilità], del tempo insomma che sembrava aver rimosso e cancellato fino l’estrema eco di quei furori ed energie – affogandoli nella melassa euforica della postumità a tutto e della narcissica, abissale melanconia – relegandoli, appunto, nel regno dell’Invisibile. E tornano, allora, precisamente «adesso»: che, contro la minaccia d’una società integrata, mediatico-concentrazionaria, si risollevano energie mai spente, ridotte all’invisibile ma sempre stabilendo, nell’invisibilità, le più sottili e resistenti delle reti; quelle energie che il testo balestriniano, nel fondo delle tenebre dell’era della grande cancellazione, seppe far rivivere, ridando loro corpo e voce ed elettricità organica nel flusso ritmico di uno scrivere posto oltre i confini della letteratura, e del linguaggio stesso probabilmente; nella primarietà elettrificata d’una pulsazione, d’un respiro vitale.

Tanto più prezioso, questo respiro, se emesso dalle tenebre dall’invisibilità dal deserto: a ridar vita al represso, al negato; a plasmare, col suo ritmo, la possibilità d’una memoria da rendere attiva, ancora, nell’imminenza del presente. A proiettare luce che dia forma all’invisibile; e far sì che emerga, e si sveli come identità e sentire-comune.

Perché, nota Toni Negri nell’introdurre questa edizione, fin dagli anni ottanta questi invisibili «cominciavano a configurare un soggetto moltitudinario, singolare, trasversale, che non voleva mai ridursi a massa ma che voleva in ogni caso essere un insieme»: da allora, essi sono andati avanti, assumendo nomi e identità spesso spiazzanti e irriconoscibili [quasi usando come un’ilare affilatissima arma la stessa invisibilità a cui li avevano condannati i repressori]; fino a farsi, alla fine dei novanta, «zapatisti e tute bianche, movimento no global e tutto il resto che è avvenuto e avverrà». Così, trasformare l’invisibile nel soggetto attivo di una narrazione, dargli, con le armi della letteratura, quel diritto a una parola altrimenti negata e reclusa nel fondo delle carceri o degli esilii, vuol dire prefigurare, configurare, mitopoeiticamente, la possibilità d’un Paesaggio.