Per capirne di più su

guerra e pace

 

 

Oggi si tende a credere che siamo entrati in un'era del tutto nuova per quanto riguarda i conflitti armati. Secondo gli studiosi di questioni militari è la natura primordiale delle decapitazioni, degli attacchi suicidi e delle bombe artigianali utilizzate dai terroristi a dare il segno di una forma di guerra diversa, «asimmetrica», in cui le due parti sono tremendamente dissimili. Altri la pensano diversamente. Sostengono che sono le nostre armi supertecnologiche e computerizzate ad aver trasformato la natura del conflitto armato in quel che viene definita una «guerra di quarta generazione». Ma nessuna delle due opinioni potrebbe essere più lontana dal vero.

La guerra è come l'acqua, il suo carattere di fondo è immutabile perché la natura degli uomini che combattono rimane la stessa nel corso dei secoli. Certo, le armi — il modo di scagliare sassi, frecce, proiettili, bombe nucleari, missili guidati e armi satellitari — cambiano radicalmente il volto delle battaglie a ogni generazione. Ma l'essenza della guerra rimane comunque la stessa, come ci ricorda lo studio della storia antica. Più di 2400 anni fa gli spartani combatterono gli ateniesi in una guerra sanguinosa, che durò 27 anni e riuscì quasi a distruggere la città-stato greca nel periodo di maggior splendore. Quasi tutte le atrocità a cui abbiamo assistito dall'11 settembre in poi hanno un parallelo, secoli fa, nella terribile guerra del Peloponneso. Arti mozzati? Gli ateniesi ordinarono che fosse tagliata la mano destra ai marinai spartani fatti prigionieri. Terrorismo? Sull'isola di Corcira, le lotte tra fazioni portarono a bruciare vivi degli innocenti e giustiziare dei civili facendoli passare tra due file di uomini che li bastonavano.

Malattie e timore di un attacco biologico? Gli ateniesi persero da un quarto a un terzo della popolazione a causa di un'epidemia misteriosa, la cui origine attribuirono agli spartani. Esecuzioni sommarie? Gli spartani radunarono 2.000 servi iloti e li massacrarono. Rapimento di diplomatici? Gli ateniesi catturarono i messi spartani in viaggio verso la Persia, non ne rispettarono l'immunità diplomatica e li uccisero, gettandone poi i corpi in un pozzo. Lo scorso settembre siamo inorriditi di fronte all'assalto terrorista ceceno alla scuola di Beslan in cui furono uccisi più di 150 bambini. Ma nel 413 a.C. gli ateniesi scatenarono i loro mercenari traci nella cittadina di Micalesso, in Beozia, e questi massacrarono uomini, donne e bambini, quindi irruppero in una scuola e fecero strage degli studenti. Assalirono perfino il bestiame e, secondo lo storico Tucidide, «tutte le cose viventi che trovarono».

La guerra del Peloponneso non solo ci ricorda quanto sia sottile la nostra patina di civiltà quando una guerra, un'epidemia o una calamità naturale la portano via, ma ci mostra anche che le ragioni per cui gli Stati si fanno guerra sono rimaste pressappoco le stesse nel corso del tempo. Tucidide sostiene che la vera ragione per cui gli spartani attaccarono Atene, nonostante i pretesti addotti, fu il timore della sua crescente potenza. E gli ateniesi difesero le precedenti conquiste territoriali asserendo che vi furono spinti per «paura, onore e interesse». Nella nostra era di sofisticate teorie economiche, tendiamo a cercare le cause delle guerre in questioni materiali — terra, risorse, popolazione — piuttosto che attribuirle a queste molle emotive vecchie di secoli. Ma la prossima volta che Osama Bin Laden afferma in una sua fatwa che l'abbiamo provocato installando truppe in Arabia Saudita o applicando l'embargo Onu Oil for food, potremmo forse imparare da Tucidide.

Il fatto è che la collera e l'umiliazione profondamente radicate di Al Qaeda sono state probabilmente scatenate da una cultura occidentale e globalizzata che ha messo in discussione tutte le vecchie gerarchie di un mondo islamico sempre più in crisi (i vari mullah, patriarchi e teocratici, i cui privilegi e il cui senso dell'onore derivano da quel mondo). In altre parole, probabilmente Bin Laden è entrato in guerra per una questione d'onore, per paura della globalizzazione occidentale e per interesse, perché secondo lui (e secondo il modo in cui il mondo occidentale viene percepito dal terrorismo radicale islamista dal 1979 in poi), colpendo New York e Washington, aveva più da guadagnare che da perdere. Bisogna, ovviamente, fare attenzione a spiegare il presente con il passato. Per esempio, molti hanno recentemente paragonato la guerra in Iraq alla disastrosa spedizione siciliana del 415-413 a.C., quando Atene perse gran parte della flotta aggredendo la lontana Siracusa. Ma Siracusa era democratica, più grande di Atene e, prima dell'invasione, per lo più neutrale nella guerra del Peloponneso.

Un'analogia storica più appropriata per quella spedizione sarebbe immaginare che gli Stati Uniti, nella loro guerra contro Al Qaeda, avessero attaccato la democratica India. La guerra del Peloponneso ci deve anche ricordare che non sempre lo Stato più ricco, democratico e sofisticato trionfa su nemici meno potenti. Dopo tutto Atene, nonostante la sua superiorità, alla fine perse la guerra. E, come dice Tucidide parlando degli errori, dell'arroganza e del declino di quell'impero democratico, le ragioni risiedono più nelle sue lotte e discordie intestine che nel valore militare dei suoi molti nemici.

V.D. Hanson, Corriere della sera, 28/10/05