Federico Faloppa
Parole Contro
Garzanti 2005
Le parole sono importanti. Ovvietà ripetuta, tra gli altri, anche
da Nanni Moretti in Palombella Rossa. Eppure, chiunque abbia visto quel film
ricorda quella scena, quelle parole. Segno che su questi oggetti immateriali
resta curiosità, anche se deve essere a volte sollecitata.
Il perché le parole siano importanti lo conosciamo meno e il perché si arrivi
all'uso, all'abuso, all'usura e alla creazione di parole "nuove" non interessa a
molti. Soprattutto poco si riflette su come tutto questo influisca sulla
costruzione, culturale e simbolica, dell'"altro", della "diversità" e della
propria/altrui "identità". Federico Faloppa, sociolinguista che da anni si
occupa della formazione lessicale e storica dell'"alterità" e di razzismo
linguistico, ha da poco pubblicato un testo che, oltre a ricostruire la genesi
di alcune parole, ci offre lo spunto e gli stimoli necessari per riflettere su
come viviamo e abitiamo le nostre lingue. Quello proposto da Faloppa, è un
percorso nello spazio e nel tempo, che muove dalla lingua italiana e dai
dialetti, ma spesso incrocia anche altre lingue, voci straniere presenti nel
nostro lessico quotidiano molto più di quanto non penseremmo.
Dal passato al presente, con una scrittura leggera e accurata al tempo stesso,
Faloppa ci guida alla scoperta delle associazioni e messaggi celati dietro le
parole che danno la voce al razzismo della nostra epoca: ebreo, negro, zingaro,
casbah. Termini con i quali si apostrofa tutto ciò che non ci piace, che
vogliamo tenere a distanza, che ci appartengono quanto il nostro essere
"occidentali".
Termini che vengono da lontano, ma che assumono sfumature diverse a seconda
della necessità del pensiero dominante. Un caso tra tanti, la casbah che
all'origine indicava il centro amministrativo nelle regioni del Maghreb, e che è
diventato in alcuni dizionari recenti sulle parole straniere un quartiere
malfamato di una città araba, fino al dopo 11 settembre, dove è diventato il
covo di musulmani, tendenzialmente terroristi. Oppure, tornando indietro di
qualche secolo, si scopre che "l'equazione ebreo eguale usuraio si venne
perfezionando nel secondo trentennio del tredicesimo secolo, funzionalmente al
precisarsi di un'ideologia della positività cristiana degli scambi e dei
commerci".
Un'equazione funzionale, scrive l'autore, al rendere visibile la costruzione di
una differenza tra mercanti buoni [i cristiani] e gli ebrei, che da tempo erano
soliti prestare denaro anche se, aggiunge Faloppa, "Dalla fine del Duecento,
usuraio [con tutte le sue implicazioni morali] e giudeo diventano così sinonimi
intercambiabili, anche laddove, come nell'Europa meridionale, il prestito non
era affatto l'occupazione prevalente degli ebrei".
Ma l'indagine si muove anche verso termini molto in voga negli ultimi anni, come
"balcanico" che, nota l'autore, è usato strumentalmente per indicare, in senso
figurato, qualcosa che è violento, caotico, instabile fino ai derivati
balcanizzarsi, balcanizzazione a significare qualcosa di necessariamente
frammentato. Se le parole hanno un peso, questo saggio, come scrive
nell'introduzione il linguista Gian Luigi Beccaria, aggiunge un pezzo importante
sulla storia del rapporto tra linguaggio e intolleranza, perché "la sua rassegna
ragionata delle più radicate calunnie etniche ci aiuta a rimeditare non soltanto
il passato, ma soprattutto le tensioni dell'oggi".
Barbara Romagnoli - Carta n. 05/2005