I gay hanno vinto, la loro cultura è finita
parata. Nessuno batte ciglio se due uomini passeggiano per strada dandosi la mano, due lesbiche si danno un bacio sulla guancia o un tizio travestito da Cher percorre a zigzag la via principale in moto. È un posto unico. Anzi, a dir la verità, non lo è più. Da quando l’America gay è cambiata, è cambiata anche Provincetown. Microcosmo di ciò che sta accadendo nel paese, la sua cultura si sta modificando.
Quest’estate, settimana dopo settimana, si sono sposate molte nuove coppie: più di mille, nell’anno e mezzo da quando in Massachusetts il matrimonio gay è diventato legale. Fuori della mia finestra, su un pezzetto di spiaggia trasformato in una sorta di luogo consacrato, ho visto dozzine di coppie venir unite in matrimonio — sotto una chuppah o da un prete, vestite in modo formale o in tenuta da spiaggia, alcune con tamburi e corni New Age, una addirittura con una Messa solenne. Due amici, per festeggiare, hanno illuminato in color porpora il monumento cittadino; una coppia di uomini in frac sulla spiaggia è stata salutata con un enorme applauso dalla folla; una coppia di lesbiche di una certa età ha attaccato delle lattine dietro alla Volkswagen e ha attraversato la strada principale suonando il clacson. Gli eterosessuali presenti sapevano esattamente che cosa fare. Hanno salutato, applaudito, sorriso. Poi, ad un tratto, come se stessero imparando abitudini di una nuova era, si sono uniti anche i gay. In un attimo la differenza tra gay ed eterosessuali è diminuita di un altro po’.
Ma la cosa strana è che questi cambiamenti non sembravano una rivoluzione. Sembravano solo dei piccoli passi, benché decisivi, verso l’inevitabile fine di una specifica cultura gay. Perché quel che è accaduto a Provincetown nell’ultimo decennio, come all’America gay in generale, è stato più una trasformazione sociale dal basso che una rivoluzione politica dall’alto. Non esiste più un’unica identità gay, per non parlare di un look, uno stile o una cultura. Nel Memorial Day si vedono arrivare le generazioni più giovani di lesbiche con l’aria sperduta di una banda di ragazzini, berretti da baseball, camicie da ragazze per bene, capelli corti e orecchini. L’Independence Day porta i «partiers», i frequentatori dei party selvaggi: ragazzi dai pettorali perfetti, assetati di vita notturna, di droghe d’autore e con innumerevoli bottiglie d’acqua. Per una settimana, a metà di luglio, la città è invasa dai «bears»: uomini grassocci, pelosi e trasandati a cui piacciono la birra e la pizza. Poi c’è la settimana della famiglia con una grande affluenza di bambini e affannati genitori gay; e la settimana del Film Festival con i suoi intellettuali. La settimana della donna porta immagini più consuete di lesbiche di mezza età: una marea di giacche a vento e scarpe comode. I bohemien dell’East Village, coppie tranquille di uomini che passano più tempo a curiosare nei negozi di leccornie o nelle agenzie immobiliari che a girare per nightclub, vanno e vengono per tutta l’estate; la consueta popolazione di artisti e scrittori—Michael Cunningham e John Waters sono ormai ospiti fissi — si mescola apertamente agli avvocati, ai poliziotti, ai maestri e agli psicanalisti gay.
Lentamente, ma inequivocabilmente, la cultura gay sta finendo. Lo si vede anche altrove: nelle strade delle grandi città, nei campus delle università, nelle periferie dove le coppie gay si sono stabilite, e nei meandri di Internet. In effetti molti cominciano a pensare che il concetto stesso di cultura gay sia destinato a scomparire. Con questo non voglio dire che gli omosessuali, uomini e donne, cesseranno di esistere, o non creeranno più una qualche comunità e una cultura che in qualche modo li distingua. Voglio solo dire che dalla cultura gay deriveranno così tanti tipi diversi di culture che l’omosessualità in sé non ci dirà più molto su un individuo. La cultura gay e quella eterosessuale saranno così intrecciate che sarà difficile separarle.
Per molti gay questo è un trionfo, ma anche una minaccia. Un trionfo perché è quello che abbiamo sempre sognato: un mondo in cui essere gay non fosse un problema per le nostre famiglie, gli amici e i vicini. Una minaccia, in quanto tutte le fini lo sono. Per molti di noi, cresciuti lottando contro un mondo, ora inconcepibile, fatto di silenzio e vergogna, l’essere gay era diventato parte integrante della nostra identità. Ci aiutava a definirci non solo agli occhi del mondo ma anche ai nostri. Abbandonare tutto questo è al contempo difficile e liberatorio, triste e stimolante.Mentre il progresso sociale permette a molti di noi di meditare su questo problematico regalo, siamo anche consapevoli che in altre parti del paese e del mondo accade il contrario. Con la crescita del fondamentalismo nel mondo religioso — dal Vaticano di Papa Benedetto XVI, alle fatwa islamiche, all’evangelicalismo americano — sono molti i luoghi in cui l’omosessualità è osteggiata, anche se in altri non è più sottoposta a repressioni.
A dir la verità questi due fenomeni sono collegati. Il nuovo fervore anti-gay è una risposta alla reale possibilità che un giorno il mondo tratterà gay ed eterosessuali come esseri umani e cittadini alla pari piuttosto che come due entità estraniate. È la fine della cultura gay — non il suo perdurare — a minacciare il vecchio ordine. È il fatto che, in tutto lo stato del Massachusetts, non ci sia più un «matrimonio gay». Le licenze matrimoniali che le coppie gay ricevono non si distinguono da quelle delle coppie eterosessuali. Sulla carta la differenza appartiene ormai alla storia. Nel mondo reale le conseguenze si stanno ancora manifestando.
Questa nuova tolleranza e integrazione, assieme alle maggiori possibilità di entrare in contatto con altri gay offerte da Internet, ha senza dubbio incoraggiato un numero sempre maggiore di omosessuali a uscire allo scoperto. È difficile ottenere dati precisi su questo fenomeno (i sondaggi condotti su grandi numeri di gay sono troppo recenti) e bisogna essere prudenti. Tuttavia la tendenza è chiara. Se si paragonano i dati del sondaggio sulla famiglia del 2002 con quelli del 1994, si vede che le donne riportano di essere gay o bisessuali con una frequenza di quasi tre volte superiore, e gli uomini di una volta e mezza. Non ci sono statistiche attendibili riguardo agli adolescenti, ma senza dubbio nell’ultimo decennio c’è stata un’esplosione di visibilità: circa 3.000 scuole superiori hanno organizzazioni miste di gay ed eterosessuali. Dal 1990 al 2000 i dati del censimento mostrano che le coppie dello stesso sesso conviventi sono quasi triplicate. Nel 2000 circa 600.000 famiglie erano rette da una coppia dello stesso sesso, e un quarto di esse aveva bambini.
In fondo quel che separa gli omosessuali da altri tipi di minoranze è il fatto di essere nati e cresciuti in seno alla maggioranza. A differenza delle comunità di latini, ebrei o neri, in cui genitori, nonni e fratelli trasmettono le norme culturali ai bambini negli anni formativi, gli omosessuali apprendono le norme e la cultura eterosessuale dall’ambiente domestico, e assorbono poi quella che è considerata l’identità gay da un ambito culturale più ampio. Ogni cambiamento della cultura tradizionale è, perciò, ingrandito esponenzialmente nella generazione successiva di bambini gay. Per fare un esempio: un bambino gay nato oggi crescerà sapendo che, in molte parti del mondo e degli Stati Uniti, le coppie gay si possono sposare come hanno fatto i suoi genitori. Fin dall’inizio della vita, in altre parole, avrà interiorizzato un senso di normalità, di potenzialità umana, di auto-stima che la mia generazione non ha mai avuto e che le generazioni precedenti consideravano impensabile. Questa mutata consapevolezza è tanto profonda quanto irreversibile.
Per fare un altro esempio: i bambini neri entrano in società confortati e allo stesso tempo gravati da un passato comune: un peso che viene trasmesso all’interno delle famiglie, delle comunità o di istituzioni culturali come la chiesa, che offrono un contesto per la comprensione di se stessi, anche nella ribellione. I bambini gay non hanno questo sostegno o questo peso. E così negli anni decisivi della formazione la loro coscienza di sé sarà completamente diversa da quella dei gay più anziani.
Questa è la ragione per cui diventa sempre più difficile distinguere gli adolescenti gay dagli eterosessuali, o anche i giovani gay dagli eterosessuali adulti. Meno segnati psicologicamente, più sicuri di sé, meno isolati, i ragazzi gay sembrano sempre più simili ai ragazzi eterosessuali. Nei tanti campus da me visitati negli ultimi dieci anni, il cambiamento è impressionante. In un’istituzione cattolica come il Boston College, per esempio, una generazione fa non sarebbe stato possibile discutere di omosessualità. Quando recentemente ci sono stato, per parlare proprio di questo argomento, il presidente degli studenti, un ragazzo conservatore e molto per bene, era apertamente gay.
Effettivamente è difficile non provare un po’ di tristezza per la fine di una cultura ricca e autonoma, costruita da pionieri che hanno sfidato con coraggio un ostracismo che la generazione di oggi non capirà mai fino in fondo. Ma se si può scegliere tra una cultura costruita sull’oppressione e una costruita sulla libertà, non si può che optare per la seconda. Quella dei gay, una volta, era una cultura fondamentalmente basata sulla sofferenza e la tragedia, perché questo è ciò che veniva loro imposto dagli eterosessuali, ed era ciò che, almeno in parte, i gay provavano. Era una cultura che si occupava soprattutto di sesso, perché era in questi termini che gli eterosessuali definivano la vita dei gay. Ma la vita dei gay, come quella degli eterosessuali, ora come allora, contempla la felicità oltre che il dolore, il trionfo oltre che la tragedia, l’amore e la famiglia oltre che il sesso. Ci sono volute generazioni per trovare l’autostima necessaria a muoversi per conseguire questa realtà in tutte le sue forme, e una catastrofe epidemiologica ad accelerarla. Se la fine della cultura gay significa che dobbiamo cimentarci con una nuova complessità e dobbiamo abbracciare un’umanità nuova, meno limitata, dolersi di questa fine sarebbe quasi un rimprovero a quelle innumerevoli generazioni che riuscirono solo a sognare la libertà ora goduta da molti.
Lo spazio piccolo e ricco che gli omosessuali si erano creati era, dopo tutto, quanto di meglio potessero fare. Per dirla con una metafora coniata dal filosofo Michael Walzer, hanno ornato in modo magnifico la gabbia della loro esclusione; hanno parlato del suo isolamento e dolore, l’hanno descritta e mantenuta con dignità e grande bellezza. Ma era pur sempre una gabbia. E ciò che teneva i gay insieme, che li rendeva uniti e definiva i parametri della loro cultura e i limiti dei loro sogni, erano le sbarre di quella gabbia. Con le ceneri di migliaia di omosessuali dietro di noi e il coraggio di coloro che sono venuti prima dell’epidemia dell’Aids e di coloro che sono riusciti a sopravvivere, quelle sbarre sono state lentamente ma inesorabilmente spezzate.
La prossima generazione probabilmente ne sarà libera quanto può esserlo qualsiasi altra minoranza, e ridefinirà l’essere omosessuali a modo suo e non nei termini di un’estraneità ostile. Niente fermerà questo processo, poiché si sta svolgendo nella mente e nell’anima di una nuova generazione: è una nuova coscienza, libera da qualsiasi legge e alimentata dall’anelito umano per la libertà. Dobbiamo ricordare con affetto il passato, non riesumarlo. I futuri, perché ci sarà più di un futuro, stanno iniziando ora.
Giornalista e scrittore
29 ottobre 2005