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Un interessante intervista sui DIRITTI UMANI (da leggere!)
1. Prof. Bobbio, il vasto dibattito sui diritti dell'uomo che caratterizza il pensiero politico contemporaneo sembra confermare la speranza kantiana di un progresso dell'umanità verso la perfezione morale. Eppure il nostro è un tempo di crisi, di timori e di rischi. Come spiega questa singolare e contraddittoria coesistenza nella nostra epoca di aspetti che inducono all'ottimismo e di altri, invece, che costringono ad un atteggiamento più pessimistico? Diversi anni fa, ho esumato l'idea della storia profetica di Kant per indicare, nell'importanza che il tema dei diritti dell'uomo ha assunto nel dibattito attuale, un segno dei tempi. La storia degli storici, basandosi su testimonianze e congetture formulate nella forma «se... allora», cerca di conoscere il passato e fa caute previsioni circa il futuro, che purtroppo si rivelano quasi sempre sbagliate. La storia profetica, invece, non prevede, bensì presagisce il futuro, estraendo dagli accadimenti del tempo l'evento singolare, unico, straordinario che viene interpretato come segno particolarmente dimostrativo. Essa coglie cioè quello che Kant chiama il signum pronosticum di una tendenza dell'umanità verso un fine, non importa se desiderato o avversato. Richiamandomi a questa concezione kantiana, sostenevo, quindi, che il dibattito sui diritti dell'uomo che va sempre più diffondendosi poteva essere interpretato come un «segno premonitore» - forse il solo - di una «tendenza dell'umanità verso il meglio». Quando sviluppai queste riflessioni, non conoscevo il testo del primo documento della Pontificia commissione Iustitia et pax del 1975, intitolato “La Chiesa e i diritti dell'uomo” e che comincia così: «Il dinamismo della fede spinge continuamente il popolo di Dio alla lettura attenta ed efficace dei segni dei tempi. Nell'epoca contemporanea, tra i vari segni del tempo non può passare in secondo piano la crescente attenzione che in ogni parte del mondo è attribuita ai diritti dell'uomo, sia per la coscienza sempre più sensibile e profonda che si forma nei singoli e nella comunità intorno a tali diritti sia per il continuo doloroso moltiplicarsi delle violazioni contro di essi».
I segni del tempo non sono soltanto
fausti. Anzi, mai come oggi si sono moltiplicati i profeti di sventure: la
morte atomica, la distruzione progressiva e inarrestabile delle condizioni
stesse di vita su questa terra e, per riprendere celebri espressioni di
Nietzsche, il "nichilismo morale", la "trasmutazione" o
il "rovesciamento di tutti i valori". Del resto, il secolo che ora
volge alla fine cominciò con l'idea del declino, della decadenza o, per
usare una celebre metafora, del "tramonto dell'Occidente". Oggi, però,
anche per suggestione di teorie fisiche soltanto orecchiate, si va sempre
più diffondendo l'uso di una parola ben più forte: "catastrofe". Si parla
di catastrofe atomica, catastrofe ecologica, catastrofe morale. 2. In uno dei suoi saggi più affascinanti, l'Idea della storia universale dal punto di vista cosmopolitico, Kant si era domandato come da un legno storto, come quello di cui è fatto l'uomo, potesse uscire qualche cosa di interamente dritto. Alla luce del nostro tempo, la metafora kantiana dell’uomo come "legno storto" acquista dunque una connotazione assai cupa. Cosa en pensa, professor Bobbio? Kant credeva nella lenta approssimazione all'ideale del raddrizzamento attraverso "giusti concetti", "grande esperienza" e soprattutto una "buona volontà". Della visione della storia secondo cui l'umanità continua ad andare verso il peggio, e che chiamava "terroristica", Kant diceva che «ricadere nel peggio non può essere uno stato costantemente durevole nella specie umana perché a un certo grado di regresso essa distruggerebbe se stessa». Invece, è proprio l'immagine di una corsa verso l'auto-distruzione quella che affiora in alcune delle odierne visioni catastrofiche. Secondo le più impavide e melanconiche delle concezioni terroristiche della storia – concezioni che, personalmente, non amo molto - l'uomo è un "animale sbagliato". Un "animale sbagliato" - si badi - non consapevole e, quindi, non colpevole: quella dell'uomo colpevole è, infatti, una vecchia storia che ben conosciamo, secondo la quale il colpevole è comunque redimibile o, forse, a sua insaputa è già redento. Un legno storto si può raddrizzare. Pare, invece, che lo sbaglio di cui parla questa amarissima visione del nostro tempo sia incorreggibile.
Eppure, soprattutto dopo la Seconda
Guerra Mondiale, che è stata - questa sì - una vera catastrofe, mai come
oggi si è propagata rapidamente nel mondo l'idea - non so dire se più
ambiziosa o sublime o soltanto consolatoria o ingenuamente fiduciosa - dei
diritti dell'uomo. Tale idea, di per se stessa, ci invita a cancellare sia
l'immagine del "legno storto" sia dell'"uomo sbagliato", e a
rappresentarci questo essere contraddittorio e ambiguo non più soltanto
dal punto di vista della sua "miseria" (per riprendere la celebre, quanto
grave espressione contenuta nei Pensieri di Pascal), ma anche da quello
della sua grandezza. 3. Professor Bobbio, come spiega l'importanza che il dibattito sui diritti dell'uomo ha assunto nella nostra epoca? In linea di principio, l'enorme importanza del tema dei diritti dell'uomo dipende dal fatto che esso è strettamente connesso a i due problemi fondamentali del nostro tempo, la democrazia e la pace. Il riconoscimento e la protezione dei diritti dell'uomo stanno alla base delle costituzioni democratiche, e, nello stesso tempo, la pace è il presupposto necessario per l'effettiva protezione dei diritti dell'uomo nei singoli Stati e nel sistema internazionale. E' sempre vero il vecchio detto - e ne abbiamo fatto recentemente nuova esperienza - che inter arma silent leges. Oggi siamo sempre più convinti che l'ideale della pace perpetua non può essere perseguito se non attraverso una progressiva democratizzazione del sistema internazionale e degli Stati che ne fanno parte, e che questa democratizzazione non può andare disgiunta dalla graduale e sempre più effettiva protezione dei diritti dell'uomo anche al di sopra degli Stati.
Diritti dell'uomo, democrazia, pace
sono tre momenti necessari dello stesso movimento storico. Senza diritti
dell'uomo riconosciuti ed effettivamente protetti non c'è democrazia.
Senza democrazia non ci sono le condizioni minime per la soluzione
pacifica dei conflitti che sorgono tra individui, tra gruppi, e tra quei
grandi gruppi che sono gli Stati, tradizionalmente indocili e
tendenzialmente critici rispetto agli altri Stati, anche quando sono
democratici al proprio interno. Non sarà inutile ricordare che la
Dichiarazione universale dei diritti dell'uomo comincia affermando che
«Il riconoscimento della dignità inerente a tutti i membri della famiglia
umana e dei loro diritti uguali ed inalienabili, costituisce il fondamento
della libertà, della giustizia e della pace nel mondo». Con queste
parole, essa si riallaccia direttamente allo Statuto dell'Onu, nel quale,
alla dichiarazione che fosse necessario «salvare le future generazioni dal
flagello della guerra», seguiva subito dopo la riaffermazione nella fede
dei diritti fondamentali dell'uomo. 4. Eppure il fatto che l'uomo, che tutti gli uomini abbiano dei diritti intangibili e inviolabili è una acquisizione storica abbastanza tarda. Si può collegare questa presa di coscienza con l'avvento del moderno giusnaturalismo? Innanzitutto, che i diritti dell'uomo siano una delle più grandi invenzioni della nostra civiltà è qualcosa di difficilmente contestabile. Se la parola "invenzione" apparisse troppo forte, potremmo dire "innovazione". Uso qui la parola "innovazione" pensando a ciò che diceva Hegel quando sosteneva che il detto biblico «nulla di nuovo sotto il sole» non vale per il sole dello spirito, perché il corso di questo non è mai ripetizione, bensì è la mutevole manifestazione che lo spirito dà di sé in forme sempre differenti, ed è quindi essenzialmente un continuo progredire. E' vero che l'idea dell'universalità della natura umana è antica, anche se irrompe nella storia dell'Occidente soltanto col Cristianesimo. Ma la trasformazione di questa idea filosofica dell'universalità della natura umana in istituzione politica (e in questo senso si può parlare anche di invenzione), vale a dire in un modo diverso, e in un certo senso rivoluzionario, di regolare i rapporti tra governanti e governati, avviene soltanto nell'età moderna, attraverso il giusnaturalismo, e trova la sua prima espressione politicamente rilevante nelle "dichiarazioni dei diritti" della fine del Settecento.
Che si tratti di invenzione o di
innovazione, è comunque rilevante il fatto che concetti come i seguenti si
leggano non più in un testo filosofico - come, ad esempio, il secondo dei
Due trattati sul governo di Locke - ma in un documento politico come la
Dichiarazione dei diritti della Virginia del 1776, dove si afferma che
tutti gli uomini sono da natura egualmente liberi e titolari di alcuni
diritti innati, cosicché entrando nello stato di società non possono
mediante convenzione privare o spogliare la loro posterità. Dobbiamo
ammettere che, in quel momento, è nata una nuova, e intendo letteralmente
senza precedenti, forma di reggimento politico. Questa nuova forma non si
identifica semplicemente con il governo delle leggi contrapposto a quello
degli uomini già lodato da Aristotele ed espresso nel famoso principio
secondo cui lex facit regem, non rex facit legem. Nella nuova forma di
reggimento politico, il governo è l’insieme degli uomini e delle leggi:
ovvero gli uomini che fanno le leggi e le leggi che trovano un limite per
esse invalicabile nei diritti preesistenti degli individui. Si tratta,
insomma, dello Stato liberale moderno, che si dispiega senza soluzione di
continuità e per interno sviluppo nello Stato democratico. 5. Quali sono le conseguenze di questa decisiva affermazione che pone al di sopra del diritto positivo, cioè al di sopra delle leggi degli Stati, una legislazione naturale espressa dai diritti dell'uomo? L'innovazione è duplice. Affermare che l'uomo ha dei diritti preesistenti alla istituzione dello Stato, preesistenti cioè al potere cui viene attribuito il compito di prendere decisioni alle quali debbono ubbidire tutti coloro che costituiscono la collettività, significa rovesciare la concezione tradizionale della politica almeno da due punti di vista diversi. In primo luogo, l'uomo, gli uomini, gli individui considerati singolarmente vengono contrapposti alla società, alla città, o meglio, a quella città compiutamente organizzata che è la res publica o lo Stato. In sostanza, viene rovesciata la concezione tradizionale che considera il tutto, la totalità superiore alle sue parti. In secondo luogo, nel rapporto morale e in quello giuridico viene considerato antecedente il diritto anziché il dovere, contrariamente a quello che era avvenuto in una lunga tradizione di testi che va dal De officiis di Cicerone ai Doveri dell'uomo di Mazzini, passando attraverso il famoso De officio hominis et civis di Pufendorf. Il rapporto politico non è più considerato dal punto di vista dei governanti ma da quello del governato, non più dall'alto verso il basso, ma dal basso verso l'alto. La prima inversione ha per conseguenza la contrapposizione della concezione individualistica della società a quella organicistica e comporta l'abbandono definitivo di quest'ultima, che era stata per secoli dominante al punto da lasciare tracce indelebili nel nostro linguaggio politico nel quale si trovano ancora espressioni come "corpo politico" e "organi dello Stato". Riguardo alla seconda inversione, occorre osservare che il primato del diritto non implica affatto l'eliminazione del dovere, perché diritti e doveri sono termini correlativi, e non si può affermare un diritto di qualcuno senza affermare contemporaneamente il dovere dell'altro di rispettarlo. Ma chiunque abbia una certa familiarità con la storia del pensiero politico sa bene che lo studio della politica è stato da sempre orientato a mettere in evidenza più i doveri che i diritti del cittadino: basti pensare al tema fondamentale della cosiddetta "obbligazione politica". La tradizione del pensiero politico, evidenziando maggiormente i diritti e i poteri del sovrano che quelli del cittadino, ha attribuito la posizione di soggetto attivo del rapporto politico più a chi sta in alto che a chi sta in basso. 6. Di "diritti dell'uomo" parlano tutte le moderne ideologie politiche. Si può affermare, allora, che liberalismo, socialismo e cristianesimo attingono i loro valori dalla comune fonte del giusnaturalismo, cioè dall'idea che l'uomo ha una eguaglianza naturale prima ancora che politica, uguaglianza che l'impegno politico deve ricostituire o recuperare?
Per quanto io ritenga che occorra andar
molto cauti nel vedere svolte, salti qualitativi, rivolgimenti epocali ad
ogni stagione, non esito ad affermare che la proclamazione dei diritti
dell'uomo abbia tagliato in due il corso dell'umanità per quanto riguarda
la concezione del rapporto politico. Ed è un "segno del tempo" il fatto
che a rendere sempre più evidente e irreversibile questo rovesciamento
convergano sino a incontrarsi, senza contraddirsi, le tre grandi correnti
del pensiero politico moderno, il liberalismo, il socialismo, il
cristianesimo sociale. Convergono pur conservando ciascuna la propria
identità, ciascuna dando la propria preferenza a certi diritti piuttosto
che ad altri. Si dà così origine a una struttura sempre più complessa di
diritti fondamentali, la cui integrazione pratica è spesso resa difficile
proprio dalla loro diversa fonte di ispirazione dottrinale, e dalle
diverse finalità che ognuna di esse si propone di raggiungere, ma che pur
rappresenta una meta da conquistare nella auspicata unità del genere
umano. 7. Professor Bobbio, è possibile tracciare una "storia" dei diritti dell'uomo? Quali sono i primi diritti rivendicati? E quale contributo alla lotta per questi diritti hanno dato il liberalismo, il movimento operaio e la Chiesa? Cronologicamente, come è noto, per primi nascono i diritti di libertà della Rivoluzione Americana e della Rivoluzione Francese. Seguono poi i diritti sociali sotto forma di una prima organizzazione pubblica dell'istruzione e di provvedimenti in favore del lavoro, già presenti nelle costituzioni del 1691 e del 1793. Il diritto del lavoro fa la sua prima apparizione in Francia, nei dibattiti della rivoluzione del 1848, senza però determinare grandi conseguenze. Successivamente diventa un elemento essenziale in tutte le dichiarazioni dirette dopo la Prima Guerra Mondiale, a cominciare da quelle della repubblica di Weimar. Quanto al cristianesimo sociale, nel Documento già citato della Commissione pontificia Iustitia et Pax e in tanti altri testi (tra cui la pubblicazione di un volume della rivista trimestrale di teologia "Concilium" interamente dedicato al problema dei diritti dell'uomo) si riconosce onestamente che, nel corso dei secoli, l'affermazione dei diritti fondamentali dell'uomo proclamata dal liberalismo e dal laicismo non è stata sempre costante anche a causa delle riserve e, a volte, delle reazioni provenienti da parte cattolica. Ci si riferisce in modo particolare agli atteggiamenti di "precauzione" - così vengono chiamati -, negativi e talvolta ostili, di Pio VI, di Pio VII , di Gregorio XVI. Nello stesso tempo, però, si pone in evidenza la svolta costituita dall'enciclica Rerum novarum del 1891 di Leone XIII, che, fra i diritti di libertà della tradizione liberale, afferma con forza il diritto di associazione, con particolare riguardo alle associazioni degli operai. Si tratta di un diritto che sta alla base della concessione pluralistica della società e che costituisce, a sua volta, la base di qualsiasi governo democratico. Tra i diritti sociali della tradizione socialista, si mette in particolare rilievo il diritto al lavoro e si invoca la protezione dello Stato riguardo ai suoi vari aspetti (diritto a un giusto salario, diritto al debito riposo, tutela delle donne e dei fanciulli).
Attraverso vari documenti - tra i quali
ricordo, i messaggi natalizi come quelli del 1942 e 1944 di Pio XII, la
costituzione pastorale Gaudium et spes del Concilio Vaticano II, il
famoso discorso di Paolo VI indirizzato al segretario generale dell'Onu -,
cento anni dopo la Rerum Novarum giungiamo al documento del Primo
Maggio del 1991, l'enciclica Centesimus annus. In essa si riafferma
solennemente l'importanza che la Chiesa assegna al riconoscimento dei
diritti dell'uomo, al punto che, come è già stato osservato, il paragrafo
47 contiene una illuminante Carta dei diritti umani preceduta da queste
parole: «E' necessario che i popoli che stanno riformando i loro
ordinamenti diano alla democrazia un autentico e solido fondamento
mediante l'esplicito riconoscimento dei diritti umani». Il primo di
questi è il diritto alla vita, cui seguono il diritto a crescere in una
famiglia unita, il diritto a maturare la propria intelligenza e la propria
libertà, e quindi la libertà religiosa. 8. Nell'ambito del tema dei diritti dell'uomo, vi sono dei motivi che unificano le diverse tradizioni del pensiero politico europeo. Tuttavia al di là della comune intenzione di salvaguardare la dignità della persona umana, si possono individuare delle differenze tra liberalismo e cattolicesimo. Professor Bobbio, può approfondire questo aspetto? Non c'è chi non veda che l'elenco di questi diritti è ben diverso da quello dei diritti enumerati nelle Carte della Rivoluzione Francese. Nelle Carte francesi il diritto alla vita, che qui compare come il primo ad esigere protezione, non compare mai. Nelle Carte americane quasi sempre compare, nella forma di "diritto al godimento e alla difesa della vita", accanto ai diritti di libertà. Per non offuscare la auspicata convergenza verso il fine comune della protezione universale dei diritti dell'uomo, questa differenza viene di solito scarsamente rilevata. Ma la differenza esiste, ed ha indubbiamente anche un rilievo filosofico, su cui varrebbe la pena di riflettere un poco. Da un lato primeggia la protezione del diritto di libertà nelle sue diverse manifestazioni. Dall'altra primeggia la protezione del diritto alla vita, che si estende sia al momento in cui la vita inizia (contro l'aborto), sia al momento in cui la vita volge alla fine (contro l'eutanasia).
Nella dichiarazione del 1789 si può
trovare un riferimento alla protezione della vita negli articoli 7, 8 e 9
che contengono i principi fondamentali dell'habeas corpus, ma
riguarda la vita nel senso della protezione contro le lesioni ingiuste da
parte del potere politico. Oggi, invece, il diritto alla vita assume ben
altra importanza, anche in considerazione del fatto che esso va sempre più
estendendosi, come risulta dai più recenti documenti sia internazionali
sia della Chiesa, in cui si parla non più soltanto della vita, ma anche
della qualità della vita. Tuttavia, non bisogna dimenticare che la
congiunzione tra il diritto alla vita e il diritto alla libertà era già
avvenuta nella Dichiarazione universale dei diritti dell'uomo, il cui
articolo 3 recita: «Ogni individuo ha il diritto alla vita, alla
libertà e alla sicurezza». Anche la Carta europea dei diritti
dell'uomo, nell'articolo 1, riconosce il diritto alla vita, anche se lo
scopo principale dell'articolo è limitato alla difesa dell'individuo
dall'uccisione intenzionale, vale a dire nella sua maturità e nella sua
pienezza e non nei casi limiti della vita che sta per cominciare e della
vita che sta per volgere alla fine. 9. Esiste un nemico comune contro cui si volge la difesa indefessa che l'uomo, nel corso della storia, ha fatto dei suoi diritti? E se tante forme di sopruso sono state eliminate, se non di fatto, almeno in linea teorica, oggi contro chi o contro cosa l'uomo deve difendersi? I diritti dell'uomo, nonostante siano stati considerati sin dall'inizio naturali, non sono stati dati una volta per sempre. Basti pensare alle varie vicende dell'estensione dei diritti politici: per secoli si è ritenuto per nulla naturale che le donne andassero a votare. Possiamo dire che i diritti dell'uomo non sono stati dati tutti in una volta e neppure congiuntamente, anche se oggi non pare dubbio che le varie tradizioni si stiano avvicinando e stiano formando insieme un unico grande disegno di difesa dell'uomo, disegno che comprende i tre sommi beni della vita, della libertà e della sicurezza sociale.
Difesa da che cosa? La risposta che ci
viene dall'osservazione della storia è molto semplice e netta: difesa dal
potere, da ogni forma di potere. Il rapporto politico per eccellenza è un
rapporto tra potere e libertà. Vi è una stretta correlazione fra l'uno e
l'altro. Più si estende il potere di uno dei due termini del rapporto, più
diminuisce la libertà dell'altro termine, e viceversa. Il rapporto
politico è un rapporto chiarissimo: esso non si delinea affatto dove si
pensa che c'è un potere da un lato e una non libertà dall'altro, oppure
una libertà da un lato e un non potere dall'altro. Ebbene, ciò che
contraddistingue il momento attuale rispetto alle epoche precedenti, e
rafforza la richiesta di nuovi diritti è la forma di potere che prevale su
tutti gli altri. La lotta per i diritti ha avuto come avversario prima il
potere religioso, poi il potere politico, infine il potere economico:
questa è la storia. Oggi le minacce alla vita, alla libertà, alla
sicurezza vengono dal potere della scienza e delle sue applicazioni
tecniche. Siamo entrati nell'era che viene chiamata - non si sa per quale
ragione - "post-moderna", perché è la continuazione di quella
moderna, ed è caratterizzata dall'enorme progresso tecnico, che oltre a
essere vertiginoso è anche irreversibile, perché con il progresso tecnico
non si torna più indietro. Il progresso tecnico, cioè, è irreversibile
come il tempo: non si torna più alla carrozza a cavalli e non si torna più
ai fucili quando ci sono le armi atomiche: questo è chiarissimo. 10. Qual è il suo pensiero sull’età post-moderna in relazione al tema dei diritti dell’uomo e della persona? L'età post-moderna è caratterizzata dalla trasformazione tecnologica e tecnocratica del mondo. Dal giorno in cui Bacone disse che la scienza è potere, l'uomo ha fatto molta strada. Mai come oggi, vale il tema di Bacone secondo cui chi più sa più ha potere; oggi però l'uomo sa molto di più di quello che si sapeva ai tempi di Bacone. La conoscenza è diventata la principale causa e la condizione, se non sufficiente, necessaria, del dominio dell'uomo sulla natura e sugli altri uomini. Dopo i diritti tradizionali, quelli alla vita, alla libertà ed alla sicurezza, su cui si incontrano le tre correnti principali del nostro tempo, vengono i diritti che nascono tutti dalle minacce alla vita, alla libertà, e alla sicurezza provenienti dall'accrescimento del progresso tecnologico.
Bastino i seguenti tre esempi che hanno
riempito le riviste, i libri, le conversazioni, i congressi, le tavole
rotonde di questi ultimi anni, e che quindi sono al centro del dibattito
attuale. 1) Il diritto a vivere in un ambiente non inquinato, donde hanno
preso le mosse i movimenti ecologici che hanno smosso la vita politica,
tanto all'interno dei singoli Stati quanto nel sistema internazionale. 2)
Il diritto alla privatezza che viene messo in serio pericolo dalla
possibilità che hanno i pubblici poteri di memorizzare tutti i dati
riguardanti la vita di una persona e con ciò di controllarne i
comportamenti senza che egli se ne accorga. Non sappiamo se il "Grande
Fratello " sappia ciò che sta avvenendo ora in una misura molto maggiore
di quanto ciascuno di noi è in grado di immaginare. 3) Il diritto alla
integrità del proprio patrimonio genetico, che va ben oltre il diritto
alla integrità fisica, già affermato negli articoli 2 e 3 della
Convenzione dei diritti dell'uomo. Si tratta di un diritto che sta già
sollevando dibattiti nelle organizzazioni internazionali, e su cui
probabilmente avverranno gli scontri più accaniti è più difficili da
risolvere fra due visioni opposte della natura umana. 11. In generale Lei, professor Bobbio, con chi si allea: con i "profeti di sventura", o con gli "ottimisti" - incarnati dalla figura illuminista di Kant - che credono nella perfezione morale dell'uomo come eterno dover essere? Nel discorso Le fondement theologique des droits de l'homme, tenuto nel novembre 1988, il vescovo di Rittenborg-Stuttgart, Walter Kasper, si è espresso in un modo che può costituire la conclusione del mio discorso: «I diritti dell'uomo costituiscono al giorno d'oggi un nuovo ethos mondiale». Naturalmente occorre non dimenticare che un ethos rappresenta il mondo del dover essere. Il mondo dell'essere ci offre purtroppo uno spettacolo molto diverso. Alla lungimirante consapevolezza circa la centralità di una politica tesa alla sempre migliore formulazione e protezione dei diritti dell'uomo, corrisponde la loro sistematica violazione in quasi tutti i Paesi del mondo. L'ethos dei diritti dell'uomo splende nelle solenni dichiarazioni che restano quasi sempre e quasi dappertutto lettera morta. La volontà di potenza ha dominato e continua a dominare il corso della storia. L'unica ragione di speranza risiede nel fatto che la storia conosce i tempi lunghi e i tempi brevi. La storia dei diritti dell'uomo - è meglio non farsi illusioni - è la storia dei tempi lunghi. Del resto è sempre accaduto che mentre i profeti di sventure annunciano la sciagura che sta per avvenire e invitano a essere vigilanti, i profeti dei tempi felici di solito guardano molto lontano.
Citando una frase della visione della
Sibilla Tiburtina: «E gli anni si accorceranno come mesi e i mesi come
settimane e le settimane come i giorni e i giorni come ore», mostrando
quindi come il profeta di sventura dirà sempre che i tempi sono vicini, un
illustre storico contemporaneo ha messo a raffronto il sentimento
dell'accorciamento dei tempi, che si diffonde nelle età dei grandi
sommovimenti (reali o soltanto paventati) con il sentimento opposto della
accelerazione dei tempi, che invece appartiene ormai alla generazione nata
nell'era tecnologica. Il passaggio da una fase all'altra del progresso
tecnico che un tempo richiedeva secoli, ha poi richiesto decenni, adesso
richiede pochi anni. I due fenomeni, è evidente, sono paralleli: per
giungere più rapidamente ad una meta vi sono infatti due vie: o accorciare
la strada o accelerare il passo. Il tempo vissuto non è il tempo reale:
qualche volta può essere più rapido, qualche volta più lento. Le
trasformazioni del mondo che abbiamo vissuto in questi ultimi anni, sia
per il precipitare della crisi di un sistema di potere che sembrava
solidissimo e anzi ambiva a rappresentare il futuro del pianeta, sia per
la rapidità dei progressi tecnici, suscitano in noi il duplice stato
d'animo, sia dell'accorciamento sia dell'accelerazione. Talora ci sentiamo
sull'orlo dell'abisso e quasi che la catastrofe incomba. Ci salveremo? 12. Professor Bobbio, per concludere, Lei ritiene che i diritti dell'uomo siano una illusoria speranza, un impegno morale o un'utopia ?
Come ci salveremo? Chi ci salverà? Voi
sapete quante discussioni sono state fatte: ci sono famose frasi di
Heidegger al proposito. Stranamente questo senso di essere incalzati dagli
eventi rispetto al futuro contrasta con il senso opposto dell'allungamento
e del rallentamento del passato, rispetto al quale l'origine dell'uomo
viene fatta risalire sempre più indietro. Quanto più la nostra memoria
storica sprofonda in un passato remoto che continua ad allungarsi senza
fine, tanto più la nostra immaginazione si accende all'idea di una corsa
sempre più rapida verso la fine. Questo è un po' lo stato d'animo del
vecchio che io conosco bene: per il vecchio il passato è tutto, il futuro
è nulla. Come dire: siamo arrivati alla vecchiaia dell'umanità. Potremmo pensare, con Hegel, che la vecchiaia, a differenza di quanto accade per gli uomini, per i quali essa rappresenta lo stadio finale e senile, per i popoli rappresenta il momento dello splendore. Magra consolazione! Ci sarebbe da stare poco allegri se non fosse che un grande ideale come quello dei diritti dell'uomo rovescia completamente il senso del tempo, perché si proietta nei tempi lunghi, come ogni ideale, il cui avvento, come ho detto all'inizio, non può essere oggetto di alcuna previsione, ma soltanto di un presagio. Ciò che oggi si può dire è che la razionalità non abita più qui: qui sta la vera distinzione tra moderno e post-moderno. Come è lontano il tempo in cui Hegel insegnava ai suoi scolari di Berlino che la ragione governa il mondo! Oggi possiamo soltanto fare una scommessa. Che la storia conduca al regno dei diritti dell'uomo anziché al regno del "Grande Fratello" può essere oggetto soltanto di una scommessa, cioè di un impegno. E' vero che altro è scommettere, altro è vincere. Ma è anche vero che chi scommette, lo fa perché ha fiducia di vincere: anche il gioco d'azzardo si affida al caso ma ha speranza che il caso gli dia ragione. Certo, non basta la fiducia per vincere. Ma se non si ha la minima fiducia, la partita è già persa sin dall'inizio, prima di cominciare. Se poi mi si chiede che cosa occorre per aver fiducia, riprenderei delle parole di Kant che mi sembrano molto sagge: "giusti concetti", "una grande esperienza", e soprattutto "buona volontà".
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