Serge Latouche
Un'idea sovversiva «Sopravvivere allo sviluppo»
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Il nuovo libro di Serge Latouche è il regalo di Carta agli abbonati. Una scelta opportuna, dopo che un «economista marxista» ha scritto, su Liberazione, che Latouche è gradito ai neonazisti. Beh, piace anche a noi. Pubblichiamo qui un frammento dell’introduzione dello stesso Latouche.


Questo testo nasce su incarico dell’Unesco, per l’elaborazione di un «policy paper», su iniziativa di Ali Kazancigil, all’epoca segretario esecutivo del programma Most. Si trattava di fare la sintesi delle critiche dello sviluppo e di aprire delle piste per la costruzione di un post-sviluppo. Ci si meraviglierà forse del fatto che in queste pagine la proposta di una società di decrescita, sulla quale in questi tempi si concentra un dibattito appassionato all’interno dei movimenti altermondialisti, non venga sviluppata più a fondo. Per questo sarà necessaria un’opera specifica che verrà a tempo debito.
Gli argomenti e le proposte che qui vengono sviluppati sono largamente frutto di un lavoro collettivo e di discussione, in particolare all’interno della Ligne d’horizon, l’associazione degli amici di François Partant, e contengono numerosi riferimenti a una linea di pensiero di cui si farà menzione nel testo. Ne risulta che alcune formulazioni non sempre vengono attribuite ai loro autori originari e sono state prese in prestito da quello che è ormai diventato una sorta di fondo comune. Una menzione speciale va tuttavia fatta del mio «clone» ginevrino, Gilbert Rist, con cui da più di trent’anni condivido l’essenziale di queste analisi e che, più di ogni altro, ha contribuito ad arricchire quel fondo comune. Un ringraziamento particolare va anche a Silvia Pérez Vitoria, della Ligne d’horizon, che ha riletto il manoscritto.
Se il lettore troverà qualche merito in queste pagine, il merito vada a tutti, mentre io resto il solo responsabile di eventuali difetti.


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«Il carattere di un vero cargo cult è di privilegiare l’attesa del risultato rispetto alla produzione del risultato stesso[...] Poiché annunciano dei successi miracolosi che non si realizzano mai ai livelli attesi, le politiche di sviluppo, l’ideologia sviluppista, non sono forse anch’esse in parte dei cargo cult, attese messianiche di beni desiderati ma mai prodotti sul posto?»
Bernard Hours


Dal 28 febbraio al 3 marzo 2002 si è tenuto al Palazzo dell’Unesco a Parigi, su iniziativa dell’associazione La ligne d’horizon, un convegno internazionale sul post-sviluppo dal titolo «Disfare lo sviluppo/rifare il mondo».
Il convegno ha riunito più di settecento partecipanti, il cui entusiasmo non si è mai smentito nel corso delle giornate di studio, testimoniando dell’interesse per una tematica che, solo poco tempo fa, poteva apparire iconoclasta.
In effetti, la corrente di pensiero che fa riferimento al «post-sviluppo» ha finora conservato un carattere quasi confidenziale. Tuttavia, nel corso di una storia già lunga, essa ha prodotto una letteratura non trascurabile e si trova rappresentata in numerosi luoghi di ricerca e di azione nelle diverse parti del mondo. Nata negli anni sessata, al volgere del primo decennio dello sviluppo, da una riflessione critica sul fallimento delle politiche di sviluppo, questa corrente di pensiero raggruppa ricercatori e attori sociali tanto del Nord quanto del Sud, portatori di analisi e di esperienze innovative sul piano economico, sociale e culturale.
Nel corso degli anni si è creata una rete di legami, il più delle volte informali, tra le sue componenti, e le diverse esperienze e riflessioni sono andate alimentandosi reciprocamente. Al centro dell’analisi si colloca la messa in discussione radicale del concetto di sviluppo, che, malgrado le evoluzioni formali subite, rimane il punto di rottura decisivo all’interno del movimento di critica del capitalismo e della mondializzazione. In sostanza, ci sono quelli per i quali lo sviluppo è la fonte di tutti i mali e quelli per i quali esso costituisce la soluzione miracolosa di tutti i problemi. Ci sono da una parte coloro che militano in favore di un problematico «altro» sviluppo [o di una non meno problematica «altra» mondializzazione] e dall’altra coloro che, come noi, intendono uscire dallo sviluppo e dall’economicismo. Mettendo a nudo i presupposti dello sviluppo, questo approccio critico ha dovuto procedere ad una vera e propria «decostruzione» del pensiero economico. Sono stati dunque rimessi in discussione i concetti di crescita, di povertà, di bisogni fondamentali, di aiuto, di livello di vita, ecc.
Dopo il fallimento del socialismo reale e lo scivolamento vergognoso della socialdemocrazia verso il social-liberalismo, queste analisi possono contribuire ad un rinnovamento dell’idea di una società veramente alternativa alla società di mercato e ad un’azione volta alla sua costruzione. Rimettere radicalmente in questione il concetto di sviluppo significa fare della sovversione cognitiva, e la sovversione cognitiva è la premessa e la condizione di qualsiasi cambiamento politico, sociale e culturale.
Il momento sembra favorevole per far uscire queste analisi dalla semiclandestinità in cui sono state relegate finora.