Alla Borsa di Shanghai si quota la libertà
 

Immaginate venti Inghilterre. Immaginate tre Unioni Europee. Ecco, ora state cominciando ad avere un'idea della Cina, dove risiede più di un quinto del genere umano.

Adesso immaginate l'economia di questo vasto Paese, la cui crescita è di oltre quattro volte più rapida rispetto a quella europea. Più rapida, in realtà, rispetto a qualsiasi economia nella storia. Secondo Goldman Sachs, il prodotto interno lordo della Cina supererà quest'anno quello della Gran Bretagna e nel 2007 quello della Germania. Entro il 2041 sarà probabilmente la maggiore economia del mondo. Questo è ciò che può fare un tasso di crescita del 9 per cento. L'economia raddoppia, letteralmente, le proprie dimensioni di decennio in decennio.

Che aspetto ha un dinamismo materiale tanto straordinario? Ho appena visitato cinque delle città cinesi dalla crescita più rapida, e posso dire che somiglino alla costruzione dei Docks di Londra, proiettata su schermi al plasma multipli, le cui immagini scorrono tutte in modalità «avanti veloce». Non avevo mai visto tante gru. E lavorano giorno e notte. Nemmeno gli Stati Uniti negli anni più febbrili — i ruggenti Anni 20 — possono essere stati così. Si va a dormire senza sapere quale panorama si vedrà dalla finestra la mattina dopo. Dimenticate il Nuovo Mondo. Questo è il Nuovo Nuovo Mondo.

Il cambiamento in Cina è tale da fare apparire le vicende di primo piano riportate dai media occidentali — i guai del Partito laburista, la nomina di un nuovo giudice della Corte Suprema americana — comicamente provinciali. Ci eravamo davvero illusi che il 1989 significasse «la fine della storia» e «il trionfo dell'Occidente»? La più grande trasformazione economica di tutti i tempi viene attualmente portata avanti da comunisti tesserati, che non danno segno di voler rinunciare al loro monopolio sul potere. Anzi: da quando è andato al potere, tre anni fa, il presidente Hu Jintao ha significativamente rafforzato il controllo dello Stato sui media.

La domanda da 60 miliardi di renminbi è, naturalmente, per quanto tempo gli eredi di Mao riusciranno a farla franca con quella che appare come la contraddizione in termini sostanziali — «l'economia di mercato socialista». Si può davvero offrire al popolo, in quanto consumatore, la scelta apparentemente senza vincoli del libero mercato senza offrirgli, in quanto cittadino, anche qualche scelta politica? In altre parole, le tensioni sociali derivate da questo secondo (e reale) Grande Balzo in Avanti non stimoleranno la domanda popolare di democrazia?

La mia sensazione è che a decidere del destino economico e politico della Cina saranno due reti che sono istituzioni-chiave. La prima è il sistema finanziario del Paese, la rete creditizia che collega l'ampio risparmio privato all'altrettanto ampio boom di investimenti. La seconda è la rete di informazione globale che si chiama Internet.

Vediamo prima la rete creditizia. È l'altra faccia del miracolo economico cinese. Certo, la Repubblica Popolare ha acquisito foreste di grattacieli, chilometri e chilometri di autostrade e un numero di aree industriali delle dimensioni del Galles. Ma banche, mercato azionario e altre istituzioni finanziarie fanno pena. Le banche sono un residuato della vecchia economia pianificata, e vantano crediti insoluti di dimensioni inquantificabili da parte delle defunte imprese di Stato dei tempi di Mao. Nel contempo, il relativamente nuovo mercato azionario è piccolo rispetto al livello del settore manifatturiero. Il risultato è che lo stanziamento di fondi per investimenti e crediti non avviene in base a una sensata competizione e un'adeguata informazione ma per legami personali che massimizzano i rientri di pochi potenti, non l'efficienza economica generale.

I nuovi grattacieli che popolano in sequenza infinita il quartiere di Pudong a Shanghai faranno ancora soldi fra cinque anni? Ho qualche dubbio. E il bizzarro edificio per uffici che ho visto a Shenyang, a forma di moneta cinese? Ne dubito anche di più. E la bolla immobiliare che domina le conversazioni a Shanghai e a Pechino? Potete giurarci. E quali sarebbero gli effetti di un tale crollo immobiliare sull'economia in generale? Nessuno ne ha la più pallida idea.

Può darsi che le note leggi dello sviluppo economico siano state abolite dal Partito comunista cinese. Può darsi che la Cina sia in grado di sostenere questa crescita incontrastata senza mai sopportare una crisi finanziaria come quelle che periodicamente hanno interrotto i miracoli di altre economie asiatiche. Ma ne dubito.

Gli esperti insistono che non ci possa essere una crisi finanziaria cinese perché negli ultimi anni la People's Bank of China ha accumulato enormi quantità di dollari. Questo però significa esagerare l'importanza delle riserve della banca centrale. Sicuramente la Cina non attraverserà una crisi monetaria come quella che ha colpito la Thailandia e la Malaysia nel 1997: la pressione sul renminbi è al rialzo, non al ribasso, mentre gli speculatori prevedono un'ulteriore rivalutazione della moneta dopo il lieve movimento di luglio. Esistono però altri tipi di crisi finanziarie. Gli Stati Uniti, nel 1929, avevano ampie riserve di oro, le più grandi al mondo. Il che non ha impedito il panico bancario che si è rivelato lo strumento principale della Grande Depressione. E non dimentichiamo il montare delle pressioni protezionistiche a mano a mano che gli esportatori cinesi erodono settori sempre più ampi dell'industria statunitense ed europea.

Quali sarebbero gli effetti politici di una recessione in Cina? Anche qui, nessuno lo sa. Ma se si verificasse un qualsiasi tipo di protesta sociale, non credo la si potrebbe soffocare con la stessa facilità con cui è stato soffocato il movimento democratico dell'estate del 1989. Un cambiamento determinante è che oggi cento milioni di cinesi hanno accesso a Internet. Può darsi che le autorità possano bloccare i siti della BBC: e con ciò? Grazie a Google ho potuto richiamare numerosi articoli sulla corruzione in Cina provenienti da fonti di tutto il mondo. Ci sono troppe agenzie di stampa occidentali — per non parlare del numero infinito di weblogs che ora esistono anche lì — perché la censura possa essere efficace.

Un altro fattore cruciale è il sempre maggior numero di cinesi che sta imparando l'inglese. Non me l'aspettavo, convinto com'ero della linea in voga qualche anno fa secondo la quale sarebbero stati i nostri figli a dover imparare il Mandarino. La realtà è che nei centri economici più importanti l'inglese è ovunque. I cartelli stradali sono in inglese, oltre che in cinese. Le pubblicità sono quasi tutte improntate al modello europeo e almeno una frase è in inglese. E i giovani sono ansiosi di testare le loro capacità linguistiche. Un'entusiasta matricola dell'università di Pechino, pensando che fossi lì come visiting professor, mi ha chiesto se poteva seguire le mie lezioni. Avevo messo piede nel campus da neanche mezz'ora.

Credo di essere andato in Cina preparato alla vecchia cultura comunista dell'evasività e della reticenza. Ho trovato l'opposto. La gente ha voglia di parlare. Non ha paura come nell'Unione Sovietica pre-Gorbaciov. Se non preme più forte nella direzione di un cambiamento politico è semplicemente perché troppo occupata a cercare di fare soldi. Ma se i soldi dovessero esaurirsi, se il rischioso sistema finanziario dovesse precipitare prima che la sua parte peggiore sia stata piazzata alle ingenue banche occidentali...

Se un regresso economico del genere dovesse verificarsi, la tolleranza popolare rispetto alla corruzione intrinseca all'«Economia di Mercato Pianificata» potrebbe improvvisamente ridursi. E con l'internet e l'inglese che si diffondono così in fretta, ci sono modi per esprimere la delusione ben al di là dei sogni più folli della generazione di piazza Tienanmen. Tenete d'occhio questo spazio vasto e vitale.

(Niall Ferguson, Corriere, 04/11/05)