Giovanna Ricoveri,

 Beni Comuni fra tradizione e futuro,

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Nel ’91 vivevamo in una crisi continua : gente che scioperava, distruggeva infrastrutture, rapinava, saccheggiava i magazzini, tagliava alberi ovunque, fuggiva in massa verso l’Occidente. Un periodo di caos generalizzato, strumentalmente incoraggiato per far cadere il regime. Mancò la voglia di capirsi a vicenda per cercare di uscire assieme da quella situazione, per salvare il nostro paese e trovare una strada senza distruggerlo». Ho scelto di partire da questa testimonianza di Fatos Lubonja, uno dei più acuti intellettuali albanesi , per affrontare la questione ,di grande rilevanza , dei Beni Comuni a cui è dedicato il numero monografico della rivista «Cns. Ecologia Politica».Quando arrivai per la prima volta in Albania , nel luglio ‘92, erano ancora ben visibili i segni della distruzione dei beni comuni: scuole, ospedali, biblioteche, teatri, tante fabbriche distrutte, fiumi e laghi inquinati senza ritegno. E poi, quello che ti colpiva di più, il taglio indiscriminato degli alberi , rasi al suolo lungo le strade principali, nei giardini pubblici, dovunque.Perché ciò che era patrimonio dello Stato veniva saccheggiato e non era visto come un bene collettivo, un bene di tutta la comunità albanese?

La risposta è abbastanza semplice, ma pesante: ciò che era bene dello stato fu distrutto non solo per sfogare simbolicamente una rabbia contro il potere e l’oppressione, quanto perché era concepito, interiorizzato come «res nullius», una volta venuto meno il potere che lo controllava. Il fallimento dei sistemi del socialismo reale passa proprio dal non essere riusciti, o non aver voluto, trasformare le proprietà private in «beni comuni». Tutto quello che è successo nei paesi dell’Est, dopo la caduta del muro di Berlino, passa proprio dal nodo della statalizzazione delle proprietà private e dei beni collettivi. Fu commesso un danno enorme all’identità e alla relazione tra popolazioni e risorse locali. Dopo l’89, la veloce e selvaggia transizione al capitalismo ha fatto emergere nuove classi dominanti che sulla svendita del patrimonio pubblico hanno fatto la loro fortuna. Come è noto, i rapidi processi di privatizzazione nei paesi ex-comunisti sono stati, di fatto, processi di svendita di beni pubblici avvenuti con il consenso, o almeno senza la resistenza delle popolazioni locali. Tutto questo per chiarire che - come sostiene Giovanna Ricoveri nell’introduzione al numero monografico - che i beni comuni non sono né privati né pubblici. Il rischio è che un tema di primaria rilevanza politica venga ricondotto al solito dibattito tra Stato e Mercato, allo scontro tra chi chiede di ritornare alla nazionalizzazione di alcuni beni collettivi [l’energia elettrica, ma anche l’acqua o i servizi sanitari] e chi insiste sui vantaggi della privatizzazione, per una gestione efficiente di risorse naturali e servizi .

Partendo dalla tragica esperienza storica dei paesi del socialismo reale, possiamo definitivamente mettere da parte questa falsa alternativa che non ci porta da nessuna parte. I beni comuni, nell’accezione e negli approfondimenti che diversi autori ne danno su Ecologia Politica pongono al centro la relazione tra risorse e comunità locali, tra culture locali, forme di partecipazione e accesso a beni e servizi. Ci portano ad affermare con determinazione che beni comuni sono solo quelli che una determinata comunità identifica come tali. Non esistono liste di beni comuni che valgono ovunque, in quanto il fatto che un bene o servizio sia visto come«comune» è il frutto di un processo culturale, di un processo d’identificazione, che spesso si accompagna a processi di lotta e resistenza al mercato capitalistico, quanto allo stato espropriatore, come testimoniato nell’articolo di Marinella Correggia.

La forza di questi processi identitari è legata a una questione molto delicata ma decisiva sulla quale ora non mi soffermo: il nostro rapporto con il sacro. La sfida dei beni comuni è la sfida par excellence del XXI secolo. Chi si pone ancora, e sono tanti, l’obiettivo del superamento del modo di produzione capitalistico, non può non vedere che questo è il primo tema dell’agenda politica dei nostri tempi.