Fulvio Fania

Il presidente Cei: «Segni di inversione di tendenza» ma resta la «scristianizzazione».

Sodano richiama all'ordine il Sinodo. Ruini fa la prefazione al Papa

Da Liberazione 12 ottobre 2005

Sodano non era previsto tra gli interventi di ieri al Sinodo, ma per un Segretario di Stato non è difficile entrare in scaletta. Il cardinale aveva un compito: richiamare alla disciplina, sbarrare le porte ai desideri di alcuni confratelli che non vedrebbero poi così male una celebrazione eucaristica insieme ai cristiani d'altra confessione, per primi gli ortodossi. A domandarsi perché mai la Chiesa continui a proibire, la cosiddetta "intercomunione" con i fratelli d'Oriente, visto che con loro non esistono le divergenze teologiche che permangono invece con i protestanti, era stato l'arcivescovo della chiesa greco-cattolica dell'Ucraina, Lubomyr Husar. Non si tratta certo di un teologo della liberazione; è l'esponente più in vista degli "uniati", i cattolici di rito orientale che vivono in terra ortodossa ubbidendo al Papa e irritando il patriarcato di Mosca. Husar avrebbe l'ambizione di ergersi lui stesso al rango antico di "patriarca" tra i greco-cattolico ma, di fronte alle corali proteste degli ortodossi di tutto il mondo, il Vaticano lo ha costretto ad attendere e intanto gli ha concesso solo di trasferire la propria sede dalla periferica Leopoli alla capitale Kiev. Ebbene, al Sinodo, proprio Husar ha rotto il tabù dell'intercomunione in modo anche più esplicito di altri.
Ed ecco, il giorno dopo, il no di Sodano. «Vi sono troppe divisioni anche tra di noi, ministri del Signore», ha esordito il porporato, che ha aggiunto: «Non dobbiamo dividerci e la via sicura per non dividerci è la fedeltà alla disciplina». Un richiamo all'ordine, non c'è nulla da innovare, è già tutto scritto nelle encicliche di Wojtyla: la comunione tra cristiani diversi «avvallerebbe ambiguità» e non servirebbe all'unità; l'intercomunione è da limitarsi a qualche eccezionalissimo caso di «grave bisogno» di una singola persona. Anzi, è meglio scrivere "intercomunione" tra virgolette.
Per una coincidenza forse voluta, proprio ieri mattina Benedetto XVI ha ricevuto i rappresentanti delle dodici chiese sorelle che stanno seguendo i lavori dei vescovi e nel pomeriggio gli ospiti sono intervenuti in assemblea.
Mentre il cardinale Renato Martino, presidente del dicastero vaticano per la giustizia, ha proposto un «intervento organico» del Papa sui temi della pace, i vescovi battono e ribattono sugli stessi argomenti, dalla mancanza di preti alle forme liturgiche, dalle difficoltà in Africa alla diffusione delle "sette" fino alla querelle sui divorziati risposati ai quali viene negata la comunione. La tentazione che si affaccia è "regolarizzarli" attraverso il riconoscimento di nullità delle prime nozze, una via da Sacra Rota che traspariva già nella relazione di Angelo Scola ed è tornata nell'intervento del cardinale dell'Opus Dei Herranz, responsabile vaticano per i testi legislativi.
Intanto le editrici San Paolo e Vaticana hanno lanciato un nuovo libro di papa Ratzinger. La rivoluzione di Dio è una sorta di "istant book" che raccoglie i sedici discorsi ratzingeriani a Colonia con una prefazione del cardinal Ruini. Gli scritti papali in questo momento sono un grande affare anche in libreria, senza contare che delle 600mila copie di prima tiratura, 200mila saranno vendute nei supermercati o negli autogrill. Ma per quale motivo è stato scelto Ruini per la prefazione anche nelle diciotto edizioni in diversa lingua? Forse perché la delegazione italiana alle giornate di Colonia è stata la più numerosa dopo i tedeschi? O forse per una "sintonia" tra il Papa e Ruini? O ancora per la difficoltà a scegliere tra i porporati della Germania? Il presidente della Cei rinvia la risposta agli editori, i quali a loro volta si limitano a spiegare che l'introduzione resterà identica anche all'estero per non dare l'impressione di un libro-souvenir.
Secondo Ruini la partecipazione di massa alle Giornate della gioventù mostra sicuramente una minoranza cristiana più motivata e radicata nella fede in mezzo alla società "secolarizzata" dell'Europa ma è anche segno «di una inversione di tendenza». Ciò non significa - precisa il cardinale - che «il fenomeno della scristianizzazione sia cessato».

 


 

Sandro Magister

Sinodo. Sulla salute della Chiesa decide l’eucaristia

da L’Espresso on line, ottobre 2005


Diario dei primi nove giorni di discussione. I due estremi: la perdita di fede e il martirio. Le obiezioni all’ordinazione di uomini sposati. Il caso aperto dei divorziati risposati. Le spinte all’intercomunione con protestanti e ortodossi


A metà del suo cammino, il sinodo dei vescovi sull’eucaristia ha fornito della Chiesa mondiale un ritratto ricco di contrasti.
Assumendo l’eucaristia come immagine qualificante della Chiesa – cosa che avveniva anche per la cristianità primitiva, agli occhi degli osservatori pagani – alcuni padri sinodali ne hanno tratto segni positivi, e altri negativi.
Il cardinale Edmund Szoka, ad esempio, è arrivato a denunciare che “alcuni dei nostri sacerdoti, e perfino alcuni vescovi, hanno perso la loro fede nella santa eucaristia e celebrano la santa messa semplicemente come una responsabilità professionale”. Con la conseguenza, lamentata da altri padri sinodali specie d’Europa e d’Occidente, di un calo drammatico della partecipazione alla messa.
Altri invece hanno riferito di un’eucaristia molto vitale, nei rispettivi paesi.
Il cardinale indiano Telesphore Placidus Toppo ha attribuito all’eucaristia, celebrata con grande partecipazione, “una delle storie più belle di successi della missione della Chiesa cattolica. In soli 130 anni la [mia] arcidiocesi di Ranchi ha dato vita a 12 diocesi, ordinando 23 vescovi, centinaia di sacerdoti e migliaia di religiosi”.
L’eucaristia, ha spiegato, ha un effetto straordinariamente liberante:
“I cristiani delle nostre zone tribali hanno piena fiducia, oggi, che la morte salvifica e la risurrezione di Gesù hanno privato della loro forza i principati e le potestà dell’universo e distrutto il loro potere (Col 2, 14-15). In questa esperienza di fede del nostro popolo, l’eucaristia ha operato un cambiamento esemplare allontanandolo dai sacrifici di sangue di un tempo, con cui cercava di placare i cosiddetti spiriti maligni, orientandolo verso la nuova ed eterna alleanza stabilita in Gesù Cristo”.
Un altro cardinale indiano, Varkey Vithayathil, presidente del sinodo della Chiesa siro-malabarese, ha confermato che “le chiese parrocchiali la domenica sono affollate e molti partecipano all’eucaristia anche nei giorni feriali” e che a questa centralità dell’eucaristia si devono la fioritura di vocazioni e il gran numero di sacerdoti e religiosi “che noi inviamo in Africa, in America meridionale e settentrionale, in Europa e in Oceania”.
Un altro vescovo indiano, Dominic Jala, ha aggiunto che alle messe assistono anche molti non cristiani, proprio perché l’eucaristia “ha una grande influenza nell’attirare le persone verso la Chiesa e nell’aiutare le comunità ad essere più missionarie”.
In Vietnam, ha detto il vescovo Pierre Tran Dinh Tu, “la gente che va a messa è circa l’80 per cento la domenica e il 15 per cento nei giorni feriali. Nelle grandi feste come il Natale e la Pasqua questo numero può raggiungere il 96 per cento. Il culto eucaristico ha effetti salutari: il livello della vita religiosa si è innalzato, le attività comunitarie sono più animate, la comunione fraterna è più tangibile e l’aiuto reciproco tra le famiglie è divenuto più spontaneo e diffuso”.
In Messico, ha detto il presidente della conferenza episcopale José Guadalupe Martín Rábago, l’associazione dell’Adorazione Notturna dell’eucaristia conta su oltre quattro milioni di adoratori, “nello spirito delle prime comunità cristiane che tenevano veglie di preghiera alla vigilia delle grandi feste liturgiche”. E il cardinale Jozef Tomko s’è detto impressionato dalla “massiccia manifestazione di fede” del congresso eucaristico internazionale tenuto a Guadalajara nel 2004, con milioni di partecipanti. Più preoccupato s’è detto invece il cardinale Cláudio Hummes, di San Paolo del Brasile:
“In Brasile i cattolici diminuiscono in media dell'1 per cento all'anno. Nel 1991 i brasiliani cattolici erano circa l'83 per cento, oggi, secondo nuovi studi, sono appena il 67 per cento. Ci domandiamo con angoscia: fino a quando il Brasile sarà ancora un paese cattolico? In conformità con questa situazione, risulta che in Brasile per ogni sacerdote cattolico ci sono già due pastori protestanti, la maggior parte delle Chiese pentecostali. Molte indicazioni mostrano che lo stesso vale quasi per tutta l'America Latina e anche qui ci domandiamo: fino a quando l'America Latina sarà un continente cattolico? La risposta della Chiesa in Brasile sono, in primo luogo, le missioni, comprese le visite missionarie domiciliari permanenti. Una Chiesa missionaria deve essere profondamente eucaristica, poiché l'eucaristia è la fonte della missione”.
In Africa, viceversa, vi sono paesi in cui i cristiani sono in aumento e la partecipazione alla messa è alta, ma con problemi d’altro tipo. Il vescovo Rosario Pio Ramolo, del Ciad, ha detto che “pochi fanno la comunione durante le celebrazioni eucaristiche a causa della loro situazione matrimoniale: ritardo nel regolarizzare il matrimonio, paura del sacramento del matrimonio, poligamia”.
Più ottimista s’è mostrato il vescovo Gervais Banshimiyubusa, del Burundi, paese cattolico al 60 per cento sconvolto dalle stragi etniche. Lì le messe, ha detto, “sono rimaste i soli luoghi dove le persone di diverse etnie possono incontrarsi per pregare per la loro riconciliazione. Grazie all’Eucaristia, la Chiesa in Burundi ha ritrovato lo splendore della dimensione cristiana del martirio”.
E di un’eucaristia di martiri ha parlato – scuotendo e commuovendo gli astanti – il vescovo Lucian Muresan, presidente della conferenza episcopale romena:
“Nel nostro paese, la Romania, i comunisti hanno cercato di dare all'uomo soltanto il pane materiale, ed hanno voluto cacciare dalla società e dal cuore della persona umana il pane di Dio. Adesso ci rendiamo conto che, mettendo fuori legge la nostra Chiesa greco-cattolica, avevano una grande paura del Dio presente nell'eucaristia.
“Affinché i sacerdoti non potessero più celebrare e parlare di Dio furono messi in carcere per la sola colpa di essere cattolici. La stessa sorte l’hanno avuta i laici che partecipavano alle sante messe celebrate clandestinamente. Nel famoso periodo della ‘rieducazione’ e del ‘lavaggio del cervello’ nelle carceri della Romania, per compromettere i sacerdoti, per ridicolizzare l'eucaristia e per distruggere la dignità umana, i persecutori li hanno obbligati a celebrare con degli escrementi, ma non sono riusciti a togliere loro la fede.
“Invece, quante sante messe celebrate clandestinamente in un cucchiaio a posto del calice e con il vino fatto di qualche chicco d'uva trovato sulla strada; quanti rosari confezionati su un filo con qualche pezzo di pane; quante umiliazioni, quando durante l'inverno a meno 30 gradi erano svestiti a pelle nuda per la perquisizione; quante giornate passate nella famosa ‘stanza nera’, come pena perché furono scoperti nella preghiera. Mai nessuno lo saprà. Questi martiri moderni del XX secolo hanno offerto tutta la loro sofferenza al Signore per la dignità e la libertà umana.

“Viviamo oggi la libertà dei figli di Dio veramente affamati del pane eucaristico. Confermo questa affermazione con la partecipazione alla divina liturgia dell’80 per cento dei nostri fedeli; con le vocazioni alla vita sacerdotale e religiosa che non mancano; con tanta gente di gran spicco intellettuale che è molto vicina alla Chiesa”.
In un contesto molto diverso, un’altra testimonianza choccante è stata quella del vescovo Berhaneyesus Demerew Souraphiel, presidente del consiglio della Chiesa d’Etiopia. Dopo aver ricordato che nell’intera Somalia, nazione musulmana senza un governo da quattordici anni, “ci sono soltanto quattro religiose che a Mogadiscio tengono l’unico tabernacolo del Signore nascosto”, ha così proseguito:
“Molti cristiani dell’Eritrea e dell’Etiopia lavorano e vivono in Arabia Saudita, nello Yemen, negli stati del Golfo e in altri paesi di maggioranza musulmana. Sono centinaia di migliaia. Prima di andare a lavorare in questi paesi musulmani, essi sono costretti a cambiare il nome cristiano in un nome musulmano e, in particolare, le donne, a vestire secondo i costumi musulmani. Una volta giunti alle loro destinazioni, vengono loro tolti i passaporti e sono fatti oggetto di ogni tipo di abuso e oppressione. In questa situazione, molti sono costretti a farsi musulmani. A loro viene negato il diritto di professare la propria religione: la celebrazione dell’eucaristia e la messa domenicale. È una delle persecuzioni religiose dei tempi moderni”.

* * *
Sullo sfondo di una Chiesa così descritta, numerosi padri sinodali hanno lamentato la scarsità di sacerdoti, che rende impossibile celebrare messe domenicali ovunque necessario.
Che vi sia un calo di sacerdoti, in effetti, è indubitabile. Nel 1978, anno d’inizio del pontificato di Giovanni Paolo II, nella Chiesa cattolica c’era un sacerdote ogni 1797 fedeli. Nel 2003 uno ogni 2677.
Il calo è più appariscente in Europa e nel Nordamerica. Ma la penuria di preti incide molto di più nei paesi del Sud del mondo. Basta vedere che cosa succede nei quattro paesi con il maggior numero di cattolici: negli Stati Uniti vi sono circa 41000 preti per 66 milioni di fedeli, mentre in Brasile, Messico e Filippine sommati i preti sono 37000 per 340 milioni.
Per sopperire alla carenza di preti, da più parti e in più occasioni s’è suggerito di ordinare uomini sposati anche nella Chiesa di rito latino, come già avviene nelle Chiese cattoliche di rito orientale.
Tuttavia, in questo sinodo, nei primi nove giorni di discussione un solo vescovo ha citato esplicitamente tale ipotesi: il cardinale Angelo Scola, nella relazione introduttiva al sinodo.
Un altro vescovo che ne ha parlato, il neozelandese John A. Dew, l’ha fatto solo riferendosi a un precedente sinodo, quello del 1995 per l’Oceania. Dew, leggendo in aula un rapporto su quel sinodo redatto dal suo predecessore alla diocesi di Wellington, il cardinale Thomas Williams, ha ricordato che in quell’occasione diversi vescovi s’erano pronunciati a favore dell’ordinazione di uomini sposati, ma poi non vollero “fare il giro di boa” avanzando formalmente la proposta.
In ogni caso, nel sinodo d’oggi, il cardinale relatore Scola ha citato l’ipotesi per respingerla:
“Essendo intimamente correlato all’Eucaristia, il sacerdozio ordinato partecipa della sua natura di dono e non può essere oggetto di un diritto. Se è un dono, il sacerdozio ordinato chiede di essere incessantemente domandato (Mt 9, 37-38). E diventa assai difficile stabilire il numero ideale di sacerdoti nella Chiesa, dal momento che essa non è una ‘azienda’ che si debba dotare di una determinata quota di quadri dirigenti”.
Invece di ordinare uomini sposati, Scola ha suggerito “una più adeguata distribuzione del clero nel mondo”.
Nella discussione vari vescovi hanno aderito a questa proposta. Mentre un generico suggerimento di riconsiderare la disciplina del clero celibatario è venuto solo da pochi vescovi della Gran Bretagna e della Nuova Zelanda.
Curiosamente, le maggiori critiche all’ordinazione di uomini sposati sono venute proprio da esponenti delle Chiese di rito orientale, nelle quali i preti sposati sono nella norma.
Il cardinale Nasrallah Pierre Sfeir, patriarca dei maroniti del Libano, ha detto:
“La metà dei nostri sacerdoti diocesani sono sposati. Ma bisogna riconoscere che se il ricorso agli sposati risolve un problema ne crea altri altrettanto gravi. Il sacerdote sposato ha il dovere di occuparsi di sua moglie e dei suoi figli, assicurare loro una buona educazione, inserirli nella società. Inoltre il sacerdozio in Libano si è anche dimostrato un mezzo di promozione sociale. Esiste poi un’altra difficoltà per un prete sposato ed è quella di non avere un buon rapporto con i suoi parrocchiani. Il suo vescovo tuttavia non può cambiarlo per l’impossibilità di trasferire assieme a lui tutta la sua famiglia”.
Se questo è stato l’andamento della discussione nel sinodo, è improbabile che ne scaturisca una decisione che modifichi la disciplina del clero celibatario in vigore nella Chiesa d’Occidente.

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È invece possibile che qualcosa cambi su un’altra questione affiorata nella discussione sinodale: la comunione per i cattolici divorziati e risposati.
In alcuni paesi, l’impedimento alla comunione riguarda un alto numero di fedeli. Negli Stati Uniti, ad esempio, si calcola che i cattolici divorziati e risposati siano tra i 6 e gli 8 milioni. Di questi, circa il 10 per cento hanno avuto il primo matrimonio riconosciuto nullo. E quindi quelli in posizione irregolare, ai quali è negata la comunione, sarebbero tra i 5 e i 7 milioni.
Lo scorso 25 luglio, parlando ai preti della diocesi di Aosta, Benedetto XVI disse di voler riconsiderare il caso di chi si è sposato in chiesa senza crederci, e poi, separatosi e risposatosi, è arrivato alla fede.
Se fosse riconosciuto invalido il primo matrimonio, disse il papa, la posizione di costoro cesserebbe di essere irregolare e quindi non sarebbe più di impedimento alla comunione.
Ebbene, in sinodo, la “soluzione Ratzinger” è stata rilanciata nella relazione introduttiva dal cardinale Scola, che ha auspicato da parte dei tribunali ecclesiastici “procedure giuridiche semplificate, più efficienti nel rispondere alla cura pastorale”.

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Un’altra questione discussa in sinodo è stata quella della “intercomunione”, ossia dell’eucaristia condivisa tra cristiani cattolici e di altre denominazioni, generalmente non ammessa tranne casi eccezionali.
Il cardinale Walter Kasper, presidente del pontificio consiglio per l’unità dei cristiani, dopo aver contestato come “ambiguo e in se stesso contraddittorio” il termine stesso di intercomunione, ha detto che in proposito “il Concilio Vaticano II parla di due principi: l'unità della Chiesa e la partecipazione ai mezzi della grazia, affermando che l'unità della Chiesa per lo più vieta l'ammissione di un non cattolico all’ eucaristia, ma la partecipazione ai mezzi della grazia talvolta la raccomanda”.
E in più, ha ricordato Kasper, ci sono i quattro criteri elencati nel Catechismo della Chiesa Cattolica (nn. 1398-1401) e nel relativo Compendio (n. 293), che raccomandano la comunione a un non cattolico: “un grave motivo, la richiesta spontanea, la buona disposizione e la manifestazione della fede cattolica circa il sacramento. Personalmente sono convinto che con questi criteri i problemi veramente pastorali possono essere risolti in senso positivo”.
Oltre a Kasper, a sollecitare un allargamento della prassi, specie per il coniuge protestante in un matrimonio misto, sono stati i vescovi Amédée Grab, svizzero, e John A. Dew, neozelandese. Ma le pressioni più forti sono venute da alcuni vescovi di rito orientale, in riferimento alle Chiese ortodosse con le quali convivono. Ha detto Sofron Stefan Mudry, vescovo emerito di Stanislav degli Ucraini:
“L’eucaristia non solo esprime l’unità della Chiesa, ma la produce. Facendo partecipare i non cattolici ortodossi alla comunione, rendiamo reale l’unità fra noi”.
E il cardinale Lubomyr Husar, arcivescovo maggiore di Lviv degli Ucraini:
“Se la divina liturgia celebrata dalle Chiese orientali in comunione con la sede di Roma e dalle Chiese ortodosse o apostoliche è identica per entrambe; se è reciproco il riconoscimento della successione apostolica dei vescovi e, conseguentemente, dei sacerdoti che la celebrano, allora la mia domanda è: cosa occorre di più per l'unità? Esiste forse un’altra ‘fons’ o un altro ‘culmen’ superiore all'eucarestia? E se non esiste, perché non si permette la concelebrazione?”.
Concludendo il suo intervento, Husar ha proposto che “il prossimo sinodo sia proprio dedicato alle Chiese orientali”.
Non è escluso che la sua proposta venga accolta, vista la centralità che l’eucaristia ha nel pontificato di Benedetto XVI, anche come strada maestra per una maggiore unità tra Roma e le Chiese d’Oriente.

Carissimi/e, vi allego un commento (pubblicato da ADISTA,n.75)  relativo al Sinodo dei Vescovi - che si è tenuto recentemente in Vaticano - sull'Eucaristia, tema che ha sollevato molte discussioni. Pace e bene, Gigi


Luigi De Paoli

                       Un Sinodo “clonato”

 

Le corrispondenze dei giornalisti, tanto stranieri come italiani, nel commentare il recente Sinodo vaticano sull’Eucaristia hanno evidenziato i sintomi dell’imbarazzo di fronte alla povertà del dibattito e alle prevedibili conclusioni del medesimo.

 

Sorprende la delusione di giornalisti ed osservatori. Evidentemente non avevano registrato il fatto che tutti i 150 Padri sinodali erano stati elevati all’episcopato o al cardinalato da Giovanni Paolo II, avendo previamente giurato di condividerne le opzioni pastorali. Questo fatto implicava che  Benedetto XVI e gli altri partecipanti non potevano venir meno nelle sessioni sinodali al loro “giuramento”, con cui si erano impegnati chiaramente a non: ordinare uomini sposati, meno che meno donne; reintegrare ex preti o concedere la comunione ai divorziati risposati. Si sarebbe trattato di una vera sollevazione se i Padri avessero negato la loro condizione di “cloni” del papa che li aveva “consacrati”, approvando norme contrarie alla originaria matrice pontificia.

 

Il primo messaggio del Sinodo, quindi, non consiste tanto nella quantità di “no” sui temi caldi sopra menzionati, bensì nel fatto che i Padri si sono rivelati in realtà dei “Figli”, privi dello statuto di “Fratelli” rispetto al Padre, non potendo varcare la soglia delle proibizioni da lui fissate in modo autoritario. A differenza del Concilio Vaticano II, in cui papa Giovanni XXIII volle assegnare ai vescovi il ruolo di “confratelli”, nei sinodi successivi i vescovi sono progressivamente tornati al ruolo di bambini afasici, privi del diritto di critica, con l’unica libertà di assecondare la volontà del Padre dominante.

 

Non ha causato sorpresa o scandalo il fatto che il Sinodo abbia circumnavigato tutti i temi pastorali  riguardanti l’Eucaristia, primo fra tutti il crescente tasso di abbandono da parte dei giovani, al punto che la Messa domenicale è oggi frequentata quasi esclusivamente da anziani. La Curia ha impostato il lavoro sinodale sulla riaffermazione della “dottrina”, non sulla valorizzazione della  ”esperienza”. Ha trascurato deliberatamente il “vissuto” dei fedeli,  cioè quello che pensano e vivono realmente i cattolici durante una normale celebrazione. Un sondaggio o una ricerca approfondita  avrebbero mostrato l’abisso che separa la dottrina dalla prassi, e avrebbe certamente disorientato quella maggioranza silenziosa che ritiene difensivamente che tutti i mali provengano dalle forze demoniache situate sempre all’esterno di sé o della Chiesa, mai all’interno.

 

Non desta meraviglia neppure il fatto che il dibattito sinodale abbia scartato ogni riferimento alla “Cena del Signore”. Questo è più comprensibile, dato che è difficile trovare un fondamento evangelico in conferenze episcopali, Sinodi o Encicliche. Al 90% le citazioni sono autoreferenziali: i papi, cioè, citano papi defunti, mentre i vescovi citano il papa vivente. A tanto si riduce il “Magistero”, salvo eccezioni.

 

Che Gesù di Nazareth sia stato il grande assente nel Sinodo, nonostante le numerose citazioni, è testimoniato dall’assenza del riferimento fondante, cioè il racconto dell’Ultima Cena. In ultima analisi il primo quesito del Sinodo avrebbe dovuto essere: la celebrazione delle Eucaristie nella Chiesa rispetta, rivive e riattualizza lo spirito e la dinamica della Cena istituita da Gesù?

Quesiti del tipo: - è lecito dare la comunione ai divorziati-risposati o ai politici che approvano leggi in favore dell’aborto? - oppure conviene ordinare uomini coniugati?, non appaiono nei resoconti evangelici come interessi primari di Gesù, pur esistendo simili problemi.

 

I Sinottici e Paolo ci dicono inequivocabilmente che  Gesù:

Per concludere queste note sintetiche e incomplete: i cristiani debbono decidere se essere “cloni” del Magistero o “discepoli” del Signore. Se desiderano realizzare vere Eucaristie non possono rifarsi ai testi autoreferenziali del primo, ma alla prassi originaria di Gesù, ben sapendo che ogni Eucaristia è seguita da un inevitabile “tradimento”. E che incorreranno nei furori dei Sommi Sacerdoti dell’Ortodossia per aver celebrato Dio fuori del Tempio.

Luigi De Paoli, medico-psicoanalista  

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  " SINODO DEI VESCOVI E PRETI SPOSATI". Un mio commento? Dunque il Sinodo dei Vescovi si è concluso con un secco no all'abolizione del celibato obbligatorio per il clero cattolico di rito latino. Che dire? La Gerarchia Cattolica pone falsamente il problema dei Preti Sposati : non si tratta, infatti, PRINCIPALMENTE,  di grarire la piaga della scarsità delle vocazioni sacerdotali : innanzi tutto la Gerarchia Cattolica deve, invece, FINALMENTE CONVINCERSI che l'esercizio retto del sesso è santo perchè creato da Dio, così come santo è il celibato proposto da Gesù per il Regno di Dio. La Gerarchia Cattolica deve inoltre convincersi che essa non può imporre il celibato: deve, infatti, essere assolutamente fuori di discussione la verità che ogni uomo ha il diritto INVIOLABILE di sposarsi, diritto che gli proviene dalla natura e dalla Sacra Scrittura, Parola di Dio. La Gerachia Cattolica deve soprattutto convincersi che andiamo incontro all'Età Aurea della Famiglia e che Dio per tale Età vuole una schiera di Vescovi Sposati e di Preti Sposati che siano modello di santità alle altre famiglie: saranno soprattutto le famiglie dei Vescovi Sposati e dei Preti Sposati che testimonieranno con la loro vita che la famiglia umana è stata creata ad immagine e somiglianza della Famiglia Trinitaria di Dio Padre, di Dio Figlio e di Dio  Spirito Santo.

Patricia e Salvatore 

Tel. 0052 2464685549

WEB: http://mx.geocities.com/vitadegna


 O2/11/05

EXTRASINODO

Le bocce sono quesi ferme. Il Sinodo è terminato, i Padri hanno formulato le  "propositiones" che andranno alla riflessione di Benedetto XVI, i giornali
hanno fatto commenti a caldo ed a tiepido. Adesso si ricomincia. A fare  cosa?
A riflettere sul tema principale che era l'Eucaristia? No. Troppo vago! A  parlare di Eucaristia ai divorziati, a ribadire il sacerdozio uxorato, a
discettare sul latino nella liturgia...
Cioè a parlare di problemi specifici che affondano le loro radici in un  problema più grande che è quello della riforma della Chiesa.
La Chiesa nasce dall'Eucaristia. Il "Fate questo in mia memoria" è il  sigillo che Cristo pose la notte del Giovedì Santo alla Cena pasquale che  consumò con gli Apostoli. E da allora gli Apostoli annunciarono poche  cose:"Dio si è fatto uomo, ha condiviso la condizione umana sollevando i  poveri e gli afflitti, è morto, è risorto e ci ha detto di spezzare il pane  in sua memoria": è il kerygma, termine greco che significa "annuncio".
L'annuncio si è poi teologicizzato, a volte bizantineggiandosi, fino a  diventare problema ermeneutico e disciplinare e consentendo che il potere
prevalesse sull'agàpe. Da qui gli scismi, le incomprensioni, le  riconciliazioni di facciata, i distinguo...
Non sono stato invitato al Sinodo. E' giusto: del resto...che sono io per  dare un contributo ai saggi Padri? Ho però seguito e pregato per loro.
Mi aspettavo che qualcuno facesse una proposta: "Fratelli, mettiamo per un  momento tutto da parte e proviamo a fare silenzio. Ognuno di noi ripeta
dentro di sè SOLO la frase del Cristo che ogni giorno pronunciamo quando  celebriamo l'Eucaristia: QUESTO E' IL MIO CORPO...QUESTO E' IL MIO
SANGUE...FATE QUESTO IN MEMORIA DI ME".
Se qualcuno avesse provocato in questa direzione, probabilmente molte cose  sarebbero apparse di poca sostanza. Molti problemi avrebbero trovato
un'immediata soluzione. E le propositiones si sarebbero ridotte ad un  annuncio:"Vogliamo tutti convertirci!"
Di questo abbiamo bisogno, tutti noi: di essere all'ascolto della Parola e  di condividere il Pane senza distinguo, ma con grande fede. Fede in quella
PArola che ha sconvolto il mondo, Fede in quel pane che rende fratelli, Fede in un Dio Crocifisso e Risorto, Fede in un mondo che si può cambiare perchè
i primi a crederlo siamo noi; Fede in un uomo che corre verso la tecnologia  ma si sente sempre più vuoto; Fede in un uomo che guarda con occhi sempre
più diafani dalla fame il suo simile che corre verso quella tecnologia che  lo svuota; Fede in una religione che non è potere o conquista, ma servizio e  donazione; Fede in un mistero che ci dice che è Signore solo chi serve, che  essere liberi significa farsi schiavi, che solo chi muore sa dare la vita.

Ernesto Miragoli