Fulvio Fania
Il presidente Cei: «Segni di inversione di tendenza» ma resta la «scristianizzazione».
Sodano richiama all'ordine il Sinodo. Ruini fa la prefazione al Papa
Da Liberazione 12 ottobre 2005
Sodano non era previsto tra
gli interventi di ieri al Sinodo, ma per un Segretario di Stato non è difficile
entrare in scaletta. Il cardinale aveva un compito: richiamare alla disciplina,
sbarrare le porte ai desideri di alcuni confratelli che non vedrebbero poi così
male una celebrazione eucaristica insieme ai cristiani d'altra confessione, per
primi gli ortodossi. A domandarsi perché mai la Chiesa continui a proibire, la
cosiddetta "intercomunione" con i fratelli d'Oriente, visto che con loro non
esistono le divergenze teologiche che permangono invece con i protestanti, era
stato l'arcivescovo della chiesa greco-cattolica dell'Ucraina, Lubomyr Husar.
Non si tratta certo di un teologo della liberazione; è l'esponente più in vista
degli "uniati", i cattolici di rito orientale che vivono in terra ortodossa
ubbidendo al Papa e irritando il patriarcato di Mosca. Husar avrebbe l'ambizione
di ergersi lui stesso al rango antico di "patriarca" tra i greco-cattolico ma,
di fronte alle corali proteste degli ortodossi di tutto il mondo, il Vaticano lo
ha costretto ad attendere e intanto gli ha concesso solo di trasferire la
propria sede dalla periferica Leopoli alla capitale Kiev. Ebbene, al Sinodo,
proprio Husar ha rotto il tabù dell'intercomunione in modo anche più esplicito
di altri.
Ed ecco, il giorno dopo, il no di Sodano. «Vi sono troppe divisioni anche tra di
noi, ministri del Signore», ha esordito il porporato, che ha aggiunto: «Non
dobbiamo dividerci e la via sicura per non dividerci è la fedeltà alla
disciplina». Un richiamo all'ordine, non c'è nulla da innovare, è già tutto
scritto nelle encicliche di Wojtyla: la comunione tra cristiani diversi
«avvallerebbe ambiguità» e non servirebbe all'unità; l'intercomunione è da
limitarsi a qualche eccezionalissimo caso di «grave bisogno» di una singola
persona. Anzi, è meglio scrivere "intercomunione" tra virgolette.
Per una coincidenza forse voluta, proprio ieri mattina Benedetto XVI ha ricevuto
i rappresentanti delle dodici chiese sorelle che stanno seguendo i lavori dei
vescovi e nel pomeriggio gli ospiti sono intervenuti in assemblea.
Mentre il cardinale Renato Martino, presidente del dicastero vaticano per la
giustizia, ha proposto un «intervento organico» del Papa sui temi della pace, i
vescovi battono e ribattono sugli stessi argomenti, dalla mancanza di preti alle
forme liturgiche, dalle difficoltà in Africa alla diffusione delle "sette" fino
alla querelle sui divorziati risposati ai quali viene negata la comunione. La
tentazione che si affaccia è "regolarizzarli" attraverso il riconoscimento di
nullità delle prime nozze, una via da Sacra Rota che traspariva già nella
relazione di Angelo Scola ed è tornata nell'intervento del cardinale dell'Opus
Dei Herranz, responsabile vaticano per i testi legislativi.
Intanto le editrici San Paolo e Vaticana hanno lanciato un nuovo libro di papa
Ratzinger. La rivoluzione di Dio è una sorta di "istant book" che raccoglie i
sedici discorsi ratzingeriani a Colonia con una prefazione del cardinal Ruini.
Gli scritti papali in questo momento sono un grande affare anche in libreria,
senza contare che delle 600mila copie di prima tiratura, 200mila saranno vendute
nei supermercati o negli autogrill. Ma per quale motivo è stato scelto Ruini per
la prefazione anche nelle diciotto edizioni in diversa lingua? Forse perché la
delegazione italiana alle giornate di Colonia è stata la più numerosa dopo i
tedeschi? O forse per una "sintonia" tra il Papa e Ruini? O ancora per la
difficoltà a scegliere tra i porporati della Germania? Il presidente della Cei
rinvia la risposta agli editori, i quali a loro volta si limitano a spiegare che
l'introduzione resterà identica anche all'estero per non dare l'impressione di
un libro-souvenir.
Secondo Ruini la partecipazione di massa alle Giornate della gioventù mostra
sicuramente una minoranza cristiana più motivata e radicata nella fede in mezzo
alla società "secolarizzata" dell'Europa ma è anche segno «di una inversione di
tendenza». Ciò non significa - precisa il cardinale - che «il fenomeno della
scristianizzazione sia cessato».
Sandro Magister
Sinodo. Sulla salute della Chiesa decide l’eucaristia
da L’Espresso on line, ottobre 2005
Diario dei primi nove giorni
di discussione. I due estremi: la perdita di fede e il martirio. Le obiezioni
all’ordinazione di uomini sposati. Il caso aperto dei divorziati risposati. Le
spinte all’intercomunione con protestanti e ortodossi
A metà del suo cammino, il sinodo dei vescovi sull’eucaristia ha fornito della
Chiesa mondiale un ritratto ricco di contrasti.
Assumendo l’eucaristia come immagine qualificante della Chiesa – cosa che
avveniva anche per la cristianità primitiva, agli occhi degli osservatori pagani
– alcuni padri sinodali ne hanno tratto segni positivi, e altri negativi.
Il cardinale Edmund Szoka, ad esempio, è arrivato a denunciare che “alcuni dei
nostri sacerdoti, e perfino alcuni vescovi, hanno perso la loro fede nella santa
eucaristia e celebrano la santa messa semplicemente come una responsabilità
professionale”. Con la conseguenza, lamentata da altri padri sinodali specie
d’Europa e d’Occidente, di un calo drammatico della partecipazione alla messa.
Altri invece hanno riferito di un’eucaristia molto vitale, nei rispettivi paesi.
Il cardinale indiano Telesphore Placidus Toppo ha attribuito all’eucaristia,
celebrata con grande partecipazione, “una delle storie più belle di successi
della missione della Chiesa cattolica. In soli 130 anni la [mia] arcidiocesi di
Ranchi ha dato vita a 12 diocesi, ordinando 23 vescovi, centinaia di sacerdoti e
migliaia di religiosi”.
L’eucaristia, ha spiegato, ha un effetto straordinariamente liberante:
“I cristiani delle nostre zone tribali hanno piena fiducia, oggi, che la morte
salvifica e la risurrezione di Gesù hanno privato della loro forza i principati
e le potestà dell’universo e distrutto il loro potere (Col 2, 14-15). In questa
esperienza di fede del nostro popolo, l’eucaristia ha operato un cambiamento
esemplare allontanandolo dai sacrifici di sangue di un tempo, con cui cercava di
placare i cosiddetti spiriti maligni, orientandolo verso la nuova ed eterna
alleanza stabilita in Gesù Cristo”.
Un altro cardinale indiano, Varkey Vithayathil, presidente del sinodo della
Chiesa siro-malabarese, ha confermato che “le chiese parrocchiali la domenica
sono affollate e molti partecipano all’eucaristia anche nei giorni feriali” e
che a questa centralità dell’eucaristia si devono la fioritura di vocazioni e il
gran numero di sacerdoti e religiosi “che noi inviamo in Africa, in America
meridionale e settentrionale, in Europa e in Oceania”.
Un altro vescovo indiano, Dominic Jala, ha aggiunto che alle messe assistono
anche molti non cristiani, proprio perché l’eucaristia “ha una grande influenza
nell’attirare le persone verso la Chiesa e nell’aiutare le comunità ad essere
più missionarie”.
In Vietnam, ha detto il vescovo Pierre Tran Dinh Tu, “la gente che va a messa è
circa l’80 per cento la domenica e il 15 per cento nei giorni feriali. Nelle
grandi feste come il Natale e la Pasqua questo numero può raggiungere il 96 per
cento. Il culto eucaristico ha effetti salutari: il livello della vita religiosa
si è innalzato, le attività comunitarie sono più animate, la comunione fraterna
è più tangibile e l’aiuto reciproco tra le famiglie è divenuto più spontaneo e
diffuso”.
In Messico, ha detto il presidente della conferenza episcopale José Guadalupe
Martín Rábago, l’associazione dell’Adorazione Notturna dell’eucaristia conta su
oltre quattro milioni di adoratori, “nello spirito delle prime comunità
cristiane che tenevano veglie di preghiera alla vigilia delle grandi feste
liturgiche”. E il cardinale Jozef Tomko s’è detto impressionato dalla “massiccia
manifestazione di fede” del congresso eucaristico internazionale tenuto a
Guadalajara nel 2004, con milioni di partecipanti. Più preoccupato s’è detto
invece il cardinale Cláudio Hummes, di San Paolo del Brasile:
“In Brasile i cattolici diminuiscono in media dell'1 per cento all'anno. Nel
1991 i brasiliani cattolici erano circa l'83 per cento, oggi, secondo nuovi
studi, sono appena il 67 per cento. Ci domandiamo con angoscia: fino a quando il
Brasile sarà ancora un paese cattolico? In conformità con questa situazione,
risulta che in Brasile per ogni sacerdote cattolico ci sono già due pastori
protestanti, la maggior parte delle Chiese pentecostali. Molte indicazioni
mostrano che lo stesso vale quasi per tutta l'America Latina e anche qui ci
domandiamo: fino a quando l'America Latina sarà un continente cattolico? La
risposta della Chiesa in Brasile sono, in primo luogo, le missioni, comprese le
visite missionarie domiciliari permanenti. Una Chiesa missionaria deve essere
profondamente eucaristica, poiché l'eucaristia è la fonte della missione”.
In Africa, viceversa, vi sono paesi in cui i cristiani sono in aumento e la
partecipazione alla messa è alta, ma con problemi d’altro tipo. Il vescovo
Rosario Pio Ramolo, del Ciad, ha detto che “pochi fanno la comunione durante le
celebrazioni eucaristiche a causa della loro situazione matrimoniale: ritardo
nel regolarizzare il matrimonio, paura del sacramento del matrimonio,
poligamia”.
Più ottimista s’è mostrato il vescovo Gervais Banshimiyubusa, del Burundi, paese
cattolico al 60 per cento sconvolto dalle stragi etniche. Lì le messe, ha detto,
“sono rimaste i soli luoghi dove le persone di diverse etnie possono incontrarsi
per pregare per la loro riconciliazione. Grazie all’Eucaristia, la Chiesa in
Burundi ha ritrovato lo splendore della dimensione cristiana del martirio”.
E di un’eucaristia di martiri ha parlato – scuotendo e commuovendo gli astanti –
il vescovo Lucian Muresan, presidente della conferenza episcopale romena:
“Nel nostro paese, la Romania, i comunisti hanno cercato di dare all'uomo
soltanto il pane materiale, ed hanno voluto cacciare dalla società e dal cuore
della persona umana il pane di Dio. Adesso ci rendiamo conto che, mettendo fuori
legge la nostra Chiesa greco-cattolica, avevano una grande paura del Dio
presente nell'eucaristia.
“Affinché i sacerdoti non potessero più celebrare e parlare di Dio furono messi
in carcere per la sola colpa di essere cattolici. La stessa sorte l’hanno avuta
i laici che partecipavano alle sante messe celebrate clandestinamente. Nel
famoso periodo della ‘rieducazione’ e del ‘lavaggio del cervello’ nelle carceri
della Romania, per compromettere i sacerdoti, per ridicolizzare l'eucaristia e
per distruggere la dignità umana, i persecutori li hanno obbligati a celebrare
con degli escrementi, ma non sono riusciti a togliere loro la fede.
“Invece, quante sante messe celebrate clandestinamente in un cucchiaio a posto
del calice e con il vino fatto di qualche chicco d'uva trovato sulla strada;
quanti rosari confezionati su un filo con qualche pezzo di pane; quante
umiliazioni, quando durante l'inverno a meno 30 gradi erano svestiti a pelle
nuda per la perquisizione; quante giornate passate nella famosa ‘stanza nera’,
come pena perché furono scoperti nella preghiera. Mai nessuno lo saprà. Questi
martiri moderni del XX secolo hanno offerto tutta la loro sofferenza al Signore
per la dignità e la libertà umana.
“Viviamo oggi la libertà dei
figli di Dio veramente affamati del pane eucaristico. Confermo questa
affermazione con la partecipazione alla divina liturgia dell’80 per cento dei
nostri fedeli; con le vocazioni alla vita sacerdotale e religiosa che non
mancano; con tanta gente di gran spicco intellettuale che è molto vicina alla
Chiesa”.
In un contesto molto diverso, un’altra testimonianza choccante è stata quella
del vescovo Berhaneyesus Demerew Souraphiel, presidente del consiglio della
Chiesa d’Etiopia. Dopo aver ricordato che nell’intera Somalia, nazione musulmana
senza un governo da quattordici anni, “ci sono soltanto quattro religiose che a
Mogadiscio tengono l’unico tabernacolo del Signore nascosto”, ha così
proseguito:
“Molti cristiani dell’Eritrea e dell’Etiopia lavorano e vivono in Arabia
Saudita, nello Yemen, negli stati del Golfo e in altri paesi di maggioranza
musulmana. Sono centinaia di migliaia. Prima di andare a lavorare in questi
paesi musulmani, essi sono costretti a cambiare il nome cristiano in un nome
musulmano e, in particolare, le donne, a vestire secondo i costumi musulmani.
Una volta giunti alle loro destinazioni, vengono loro tolti i passaporti e sono
fatti oggetto di ogni tipo di abuso e oppressione. In questa situazione, molti
sono costretti a farsi musulmani. A loro viene negato il diritto di professare
la propria religione: la celebrazione dell’eucaristia e la messa domenicale. È
una delle persecuzioni religiose dei tempi moderni”.
* * *
Sullo sfondo di una Chiesa così descritta, numerosi padri sinodali hanno
lamentato la scarsità di sacerdoti, che rende impossibile celebrare messe
domenicali ovunque necessario.
Che vi sia un calo di sacerdoti, in effetti, è indubitabile. Nel 1978, anno
d’inizio del pontificato di Giovanni Paolo II, nella Chiesa cattolica c’era un
sacerdote ogni 1797 fedeli. Nel 2003 uno ogni 2677.
Il calo è più appariscente in Europa e nel Nordamerica. Ma la penuria di preti
incide molto di più nei paesi del Sud del mondo. Basta vedere che cosa succede
nei quattro paesi con il maggior numero di cattolici: negli Stati Uniti vi sono
circa 41000 preti per 66 milioni di fedeli, mentre in Brasile, Messico e
Filippine sommati i preti sono 37000 per 340 milioni.
Per sopperire alla carenza di preti, da più parti e in più occasioni s’è
suggerito di ordinare uomini sposati anche nella Chiesa di rito latino, come già
avviene nelle Chiese cattoliche di rito orientale.
Tuttavia, in questo sinodo, nei primi nove giorni di discussione un solo vescovo
ha citato esplicitamente tale ipotesi: il cardinale Angelo Scola, nella
relazione introduttiva al sinodo.
Un altro vescovo che ne ha parlato, il neozelandese John A. Dew, l’ha fatto solo
riferendosi a un precedente sinodo, quello del 1995 per l’Oceania. Dew, leggendo
in aula un rapporto su quel sinodo redatto dal suo predecessore alla diocesi di
Wellington, il cardinale Thomas Williams, ha ricordato che in quell’occasione
diversi vescovi s’erano pronunciati a favore dell’ordinazione di uomini sposati,
ma poi non vollero “fare il giro di boa” avanzando formalmente la proposta.
In ogni caso, nel sinodo d’oggi, il cardinale relatore Scola ha citato l’ipotesi
per respingerla:
“Essendo intimamente correlato all’Eucaristia, il sacerdozio ordinato partecipa
della sua natura di dono e non può essere oggetto di un diritto. Se è un dono,
il sacerdozio ordinato chiede di essere incessantemente domandato (Mt 9, 37-38).
E diventa assai difficile stabilire il numero ideale di sacerdoti nella Chiesa,
dal momento che essa non è una ‘azienda’ che si debba dotare di una determinata
quota di quadri dirigenti”.
Invece di ordinare uomini sposati, Scola ha suggerito “una più adeguata
distribuzione del clero nel mondo”.
Nella discussione vari vescovi hanno aderito a questa proposta. Mentre un
generico suggerimento di riconsiderare la disciplina del clero celibatario è
venuto solo da pochi vescovi della Gran Bretagna e della Nuova Zelanda.
Curiosamente, le maggiori critiche all’ordinazione di uomini sposati sono venute
proprio da esponenti delle Chiese di rito orientale, nelle quali i preti sposati
sono nella norma.
Il cardinale Nasrallah Pierre Sfeir, patriarca dei maroniti del Libano, ha
detto:
“La metà dei nostri sacerdoti diocesani sono sposati. Ma bisogna riconoscere che
se il ricorso agli sposati risolve un problema ne crea altri altrettanto gravi.
Il sacerdote sposato ha il dovere di occuparsi di sua moglie e dei suoi figli,
assicurare loro una buona educazione, inserirli nella società. Inoltre il
sacerdozio in Libano si è anche dimostrato un mezzo di promozione sociale.
Esiste poi un’altra difficoltà per un prete sposato ed è quella di non avere un
buon rapporto con i suoi parrocchiani. Il suo vescovo tuttavia non può cambiarlo
per l’impossibilità di trasferire assieme a lui tutta la sua famiglia”.
Se questo è stato l’andamento della discussione nel sinodo, è improbabile che ne
scaturisca una decisione che modifichi la disciplina del clero celibatario in
vigore nella Chiesa d’Occidente.
* * *
È invece possibile che qualcosa cambi su un’altra questione affiorata nella
discussione sinodale: la comunione per i cattolici divorziati e risposati.
In alcuni paesi, l’impedimento alla comunione riguarda un alto numero di fedeli.
Negli Stati Uniti, ad esempio, si calcola che i cattolici divorziati e risposati
siano tra i 6 e gli 8 milioni. Di questi, circa il 10 per cento hanno avuto il
primo matrimonio riconosciuto nullo. E quindi quelli in posizione irregolare, ai
quali è negata la comunione, sarebbero tra i 5 e i 7 milioni.
Lo scorso 25 luglio, parlando ai preti della diocesi di Aosta, Benedetto XVI
disse di voler riconsiderare il caso di chi si è sposato in chiesa senza
crederci, e poi, separatosi e risposatosi, è arrivato alla fede.
Se fosse riconosciuto invalido il primo matrimonio, disse il papa, la posizione
di costoro cesserebbe di essere irregolare e quindi non sarebbe più di
impedimento alla comunione.
Ebbene, in sinodo, la “soluzione Ratzinger” è stata rilanciata nella relazione
introduttiva dal cardinale Scola, che ha auspicato da parte dei tribunali
ecclesiastici “procedure giuridiche semplificate, più efficienti nel rispondere
alla cura pastorale”.
* * *
Un’altra questione discussa in sinodo è stata quella della “intercomunione”,
ossia dell’eucaristia condivisa tra cristiani cattolici e di altre
denominazioni, generalmente non ammessa tranne casi eccezionali.
Il cardinale Walter Kasper, presidente del pontificio consiglio per l’unità dei
cristiani, dopo aver contestato come “ambiguo e in se stesso contraddittorio” il
termine stesso di intercomunione, ha detto che in proposito “il Concilio
Vaticano II parla di due principi: l'unità della Chiesa e la partecipazione ai
mezzi della grazia, affermando che l'unità della Chiesa per lo più vieta
l'ammissione di un non cattolico all’ eucaristia, ma la partecipazione ai mezzi
della grazia talvolta la raccomanda”.
E in più, ha ricordato Kasper, ci sono i quattro criteri elencati nel Catechismo
della Chiesa Cattolica (nn. 1398-1401) e nel relativo Compendio (n. 293), che
raccomandano la comunione a un non cattolico: “un grave motivo, la richiesta
spontanea, la buona disposizione e la manifestazione della fede cattolica circa
il sacramento. Personalmente sono convinto che con questi criteri i problemi
veramente pastorali possono essere risolti in senso positivo”.
Oltre a Kasper, a sollecitare un allargamento della prassi, specie per il
coniuge protestante in un matrimonio misto, sono stati i vescovi Amédée Grab,
svizzero, e John A. Dew, neozelandese. Ma le pressioni più forti sono venute da
alcuni vescovi di rito orientale, in riferimento alle Chiese ortodosse con le
quali convivono. Ha detto Sofron Stefan Mudry, vescovo emerito di Stanislav
degli Ucraini:
“L’eucaristia non solo esprime l’unità della Chiesa, ma la produce. Facendo
partecipare i non cattolici ortodossi alla comunione, rendiamo reale l’unità fra
noi”.
E il cardinale Lubomyr Husar, arcivescovo maggiore di Lviv degli Ucraini:
“Se la divina liturgia celebrata dalle Chiese orientali in comunione con la sede
di Roma e dalle Chiese ortodosse o apostoliche è identica per entrambe; se è
reciproco il riconoscimento della successione apostolica dei vescovi e,
conseguentemente, dei sacerdoti che la celebrano, allora la mia domanda è: cosa
occorre di più per l'unità? Esiste forse un’altra ‘fons’ o un altro ‘culmen’
superiore all'eucarestia? E se non esiste, perché non si permette la
concelebrazione?”.
Concludendo il suo intervento, Husar ha proposto che “il prossimo sinodo sia
proprio dedicato alle Chiese orientali”.
Non è escluso che la sua proposta venga accolta, vista la centralità che
l’eucaristia ha nel pontificato di Benedetto XVI, anche come strada maestra per
una maggiore unità tra Roma e le Chiese d’Oriente.
Carissimi/e, vi allego un commento (pubblicato da ADISTA,n.75) relativo al Sinodo dei Vescovi - che si è tenuto recentemente in Vaticano - sull'Eucaristia, tema che ha sollevato molte discussioni. Pace e bene, Gigi
Luigi De Paoli
Un Sinodo “clonato”
Le corrispondenze dei giornalisti, tanto stranieri come italiani, nel commentare il recente Sinodo vaticano sull’Eucaristia hanno evidenziato i sintomi dell’imbarazzo di fronte alla povertà del dibattito e alle prevedibili conclusioni del medesimo.
Sorprende la delusione di giornalisti ed osservatori. Evidentemente non avevano registrato il fatto che tutti i 150 Padri sinodali erano stati elevati all’episcopato o al cardinalato da Giovanni Paolo II, avendo previamente giurato di condividerne le opzioni pastorali. Questo fatto implicava che Benedetto XVI e gli altri partecipanti non potevano venir meno nelle sessioni sinodali al loro “giuramento”, con cui si erano impegnati chiaramente a non: ordinare uomini sposati, meno che meno donne; reintegrare ex preti o concedere la comunione ai divorziati risposati. Si sarebbe trattato di una vera sollevazione se i Padri avessero negato la loro condizione di “cloni” del papa che li aveva “consacrati”, approvando norme contrarie alla originaria matrice pontificia.
Il primo messaggio del Sinodo, quindi, non consiste tanto nella quantità di “no” sui temi caldi sopra menzionati, bensì nel fatto che i Padri si sono rivelati in realtà dei “Figli”, privi dello statuto di “Fratelli” rispetto al Padre, non potendo varcare la soglia delle proibizioni da lui fissate in modo autoritario. A differenza del Concilio Vaticano II, in cui papa Giovanni XXIII volle assegnare ai vescovi il ruolo di “confratelli”, nei sinodi successivi i vescovi sono progressivamente tornati al ruolo di bambini afasici, privi del diritto di critica, con l’unica libertà di assecondare la volontà del Padre dominante.
Non ha causato sorpresa o scandalo il fatto che il Sinodo abbia circumnavigato tutti i temi pastorali riguardanti l’Eucaristia, primo fra tutti il crescente tasso di abbandono da parte dei giovani, al punto che la Messa domenicale è oggi frequentata quasi esclusivamente da anziani. La Curia ha impostato il lavoro sinodale sulla riaffermazione della “dottrina”, non sulla valorizzazione della ”esperienza”. Ha trascurato deliberatamente il “vissuto” dei fedeli, cioè quello che pensano e vivono realmente i cattolici durante una normale celebrazione. Un sondaggio o una ricerca approfondita avrebbero mostrato l’abisso che separa la dottrina dalla prassi, e avrebbe certamente disorientato quella maggioranza silenziosa che ritiene difensivamente che tutti i mali provengano dalle forze demoniache situate sempre all’esterno di sé o della Chiesa, mai all’interno.
Non desta meraviglia neppure il fatto che il dibattito sinodale abbia scartato ogni riferimento alla “Cena del Signore”. Questo è più comprensibile, dato che è difficile trovare un fondamento evangelico in conferenze episcopali, Sinodi o Encicliche. Al 90% le citazioni sono autoreferenziali: i papi, cioè, citano papi defunti, mentre i vescovi citano il papa vivente. A tanto si riduce il “Magistero”, salvo eccezioni.
Che Gesù di Nazareth sia stato il grande assente nel Sinodo, nonostante le numerose citazioni, è testimoniato dall’assenza del riferimento fondante, cioè il racconto dell’Ultima Cena. In ultima analisi il primo quesito del Sinodo avrebbe dovuto essere: la celebrazione delle Eucaristie nella Chiesa rispetta, rivive e riattualizza lo spirito e la dinamica della Cena istituita da Gesù?
Quesiti del tipo: - è lecito dare la comunione ai divorziati-risposati o ai politici che approvano leggi in favore dell’aborto? - oppure conviene ordinare uomini coniugati?, non appaiono nei resoconti evangelici come interessi primari di Gesù, pur esistendo simili problemi.
I Sinottici e Paolo ci dicono inequivocabilmente che Gesù:
Ha desiderato intensamente festeggiare con discepoli e discepole la Pasqua, cioè la massima festività del popolo ebraico, istituita non solo per ricordare, ma per “rivivere” la liberazione del popolo dalla schiavitù reale ed oppressiva dal Faraone d’Egitto. Non risulta che nel Sinodo, come nei documenti preparatori, sia stato sottolineata la dimensione dell’Esodo come costitutiva dell’orizzonte di Gesù stesso.
Questi ha celebrato tale festa in uno spirito familiare con quanti condividevano la sua missione. Gli invitati erano seduti attorno ad un tavolo, sul quale erano disposti gli alimenti tipici della Pasqua ebraica. Se tale fu la Cena del Signore, è facile dedurre che la Messa attuale non corrisponde minimamente alle condizioni poste da Gesù, non solo perché assomiglia piuttosto ad un teatro che ad un banchetto, ma soprattutto perché i partecipanti si trattano da estranei gli uni con gli altri. Al Magistero va bene che i fedeli “assistano” o “ascoltino “ la Messa, senza nemmeno salutarsi, conoscersi, correggersi, confessarsi l’un l’altro, o proporre un insegnamento, una interpretazione, una rivelazione, come suggerisce Paolo in tutte le sue lettere.
Il mancato riferimento neotestamentario serve anche riconfermare una “dottrina” relativa alla “sacralità” del sacerdote (celibe e maschio) e all’indispensabilità della sua azione per la “transustanziazione” dell’Ostia. Una lettura scevra da pregiudizi del Vangelo mostra che Gesù non è mai stato un “sacerdote”, né che abbia costituito un ordine sacerdotale, in opposizione alla condizione profana dei fedeli. Ciò che a lui premeva era il cambiamento “sostanziale” della vita, la “transustanziazione dei discepoli”, non di un pezzo di pane. Antico e Nuovo Testamento sottolineano più volte che “ l’unico culto essenziale e gradito a Dio è la pratica della giustizia e dell’amore” (Mt5,23).
Per concludere queste note sintetiche e incomplete: i cristiani debbono decidere se essere “cloni” del Magistero o “discepoli” del Signore. Se desiderano realizzare vere Eucaristie non possono rifarsi ai testi autoreferenziali del primo, ma alla prassi originaria di Gesù, ben sapendo che ogni Eucaristia è seguita da un inevitabile “tradimento”. E che incorreranno nei furori dei Sommi Sacerdoti dell’Ortodossia per aver celebrato Dio fuori del Tempio.
Luigi De Paoli, medico-psicoanalista
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" SINODO DEI VESCOVI E PRETI SPOSATI". Un mio commento? Dunque il Sinodo dei Vescovi si è concluso con un secco no all'abolizione del celibato obbligatorio per il clero cattolico di rito latino. Che dire? La Gerarchia Cattolica pone falsamente il problema dei Preti Sposati : non si tratta, infatti, PRINCIPALMENTE, di grarire la piaga della scarsità delle vocazioni sacerdotali : innanzi tutto la Gerarchia Cattolica deve, invece, FINALMENTE CONVINCERSI che l'esercizio retto del sesso è santo perchè creato da Dio, così come santo è il celibato proposto da Gesù per il Regno di Dio. La Gerarchia Cattolica deve inoltre convincersi che essa non può imporre il celibato: deve, infatti, essere assolutamente fuori di discussione la verità che ogni uomo ha il diritto INVIOLABILE di sposarsi, diritto che gli proviene dalla natura e dalla Sacra Scrittura, Parola di Dio. La Gerachia Cattolica deve soprattutto convincersi che andiamo incontro all'Età Aurea della Famiglia e che Dio per tale Età vuole una schiera di Vescovi Sposati e di Preti Sposati che siano modello di santità alle altre famiglie: saranno soprattutto le famiglie dei Vescovi Sposati e dei Preti Sposati che testimonieranno con la loro vita che la famiglia umana è stata creata ad immagine e somiglianza della Famiglia Trinitaria di Dio Padre, di Dio Figlio e di Dio Spirito Santo.
Patricia e Salvatore
Tel. 0052 2464685549
WEB: http://mx.geocities.com/vitadegna
O2/11/05
EXTRASINODO
Le bocce sono quesi ferme. Il Sinodo è terminato, i Padri hanno
formulato le "propositiones" che andranno alla riflessione di Benedetto
XVI, i giornali
hanno fatto commenti a caldo ed a tiepido. Adesso si ricomincia. A fare
cosa?
A riflettere sul tema principale che era l'Eucaristia? No. Troppo vago! A
parlare di Eucaristia ai divorziati, a ribadire il sacerdozio uxorato, a
discettare sul latino nella liturgia...
Cioè a parlare di problemi specifici che affondano le loro radici in un
problema più grande che è quello della riforma della Chiesa.
La Chiesa nasce dall'Eucaristia. Il "Fate questo in mia memoria" è il
sigillo che Cristo pose la notte del Giovedì Santo alla Cena pasquale che
consumò con gli Apostoli. E da allora gli Apostoli annunciarono poche
cose:"Dio si è fatto uomo, ha condiviso la condizione umana sollevando i
poveri e gli afflitti, è morto, è risorto e ci ha detto di spezzare il pane
in sua memoria": è il kerygma, termine greco che significa "annuncio".
L'annuncio si è poi teologicizzato, a volte bizantineggiandosi, fino a
diventare problema ermeneutico e disciplinare e consentendo che il potere
prevalesse sull'agàpe. Da qui gli scismi, le incomprensioni, le
riconciliazioni di facciata, i distinguo...
Non sono stato invitato al Sinodo. E' giusto: del resto...che sono io per
dare un contributo ai saggi Padri? Ho però seguito e pregato per loro.
Mi aspettavo che qualcuno facesse una proposta: "Fratelli, mettiamo per un
momento tutto da parte e proviamo a fare silenzio. Ognuno di noi ripeta
dentro di sè SOLO la frase del Cristo che ogni giorno pronunciamo quando
celebriamo l'Eucaristia: QUESTO E' IL MIO CORPO...QUESTO E' IL MIO
SANGUE...FATE QUESTO IN MEMORIA DI ME".
Se qualcuno avesse provocato in questa direzione, probabilmente molte cose
sarebbero apparse di poca sostanza. Molti problemi avrebbero trovato
un'immediata soluzione. E le propositiones si sarebbero ridotte ad un
annuncio:"Vogliamo tutti convertirci!"
Di questo abbiamo bisogno, tutti noi: di essere all'ascolto della Parola e
di condividere il Pane senza distinguo, ma con grande fede. Fede in quella
PArola che ha sconvolto il mondo, Fede in quel pane che rende fratelli, Fede in
un Dio Crocifisso e Risorto, Fede in un mondo che si può cambiare perchè
i primi a crederlo siamo noi; Fede in un uomo che corre verso la tecnologia
ma si sente sempre più vuoto; Fede in un uomo che guarda con occhi sempre
più diafani dalla fame il suo simile che corre verso quella tecnologia che
lo svuota; Fede in una religione che non è potere o conquista, ma servizio e
donazione; Fede in un mistero che ci dice che è Signore solo chi serve, che
essere liberi significa farsi schiavi, che solo chi muore sa dare la vita.
Ernesto Miragoli