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Dibattito con le religiose proposto da www.donne-cosi.org/ Torino aprile 2005 Ci riteniamo scomode nel volere un dialogo “forte” con chi è immerso in un mondo pieno di attività ed ha un’alta stima della propria vocazione, tutelata e venerata al massimo grado dalla e nella Chiesa. Stima e venerazione alle quali, nella sostanza, ci associamo, ma che vanno ridimensionate se ci proponiamo la maturazione del Popolo di Dio. Il titolo del dibattito - La vita religiosa riscopre il comune discepolato impegnato in stati di vita diversi (Collaborazione, confronto, spiritualità, eccetera) – non vuole ricalcare il solito confronto tra stati di vita diversi, di cui si è detto tutto; ma mette di fronte realtà concrete: quella vostra di consacrate rimaste fedeli e quella nostra di donne che sono “uscite”. Non vogliamo riscattare la nostra posizione, né sminuire il valore della vostra fedeltà, e simili. Desideriamo che non si chiuda un capitolo interessante della nostra vita come si chiude una parentesi. Abbiamo bisogno di ridare valore a quella realtà misteriosa della Chiamata che abbiamo sentito come la sentite voi; di rispondere a tanti interrogativi (che la maggior parte di nostre simili preferisce non darsi), come ad esempio sulla autosvalutazione, la quale induce molte a non mettere a frutto nella Chiesa i carismi che certamente abbiamo (Dio non toglie i carismi); altro ancora. Pensiamo che la Chiesa tutta, come Popolo di Dio, abbia bisogno di liberarsi della concezione sacrale che vede la perfezione della vita cristiana riservata ai religiosi: ne è un segnale l’altissima stima che i non credenti e perfino i denigratori di Dio provano, sol perché colpiti dall’alone di sacralità di cui è circondata la persona che “appartiene” a Dio. C’è del bene in questo, ma c’è anche da rifletterci (precisiamo che non abbiamo visioni di stampo illuministico…). Insomma abbiamo qualcosa da dire, qualcosa da chiedere, in maniera dialogica. Non vogliamo sentirci schiacciate da un confronto impossibile, qualora voi vi presentiate come una fortezza omogenea (sotto la guida dell’Autorità, rafforzata dal fatto di essere tutt’uno con il Magistero), mentre noi potremmo apparire come amalgama sparpagliato di individualità di ogni genere. Ma non è giusto che “profetizzino anche le schiave….”? Ovunque si parla di tutto. I siti sono ormai raduni di persone, che possono essere animate da buono spirito e molto serie. Perché il nostro non dovrebbe fungere da luogo di incontro? E certo sarebbe bello che si passasse in seguito dal virtuale al reale. E’ cosa buona che partecipino persone di ogni tipo; ma i termini del dialogo tra i due gruppi di persone deve avere priorità somma. In un paese di provincia un proverbio recita così: “asini e bambini, Dio li aiuta”. Ci annoveriamo tra questi nel dare avvio ad una cosa più grande di noi. Vi confessiamo che alla risposta del silenzio risponderemo ancora come la cananea del Vangelo. Un fraterno saluto da parte delle amiche e mio, Ausilia Riggi
21/03/05 Antonietta
Potente Cara Antonietta, anzitutto chiarisco che, scrivendo a te, ho indirizzato la stessa lettera ad altre due suore, con le quali sarebbe bello per noi corrispondere; una è la segretaria generale dell’USMI, l’altra una teologa salesiana. Abbiamo accolto la tua lettera con gratitudine e gioia. E’ chiaro che per scritto è difficile capirsi. Riprendo alcune tue frasi, con le quali concordiamo perfettamente, e anche altre frasi le quali dimostrano che non conosci da quali intenti siamo mosse. Tu immagini che il dibattito sarebbe promosso per “recuperare queste memorie silenziose e nello stesso tempo molto eloquenti”. Non vogliamo recuperare nessuna. Il fatto è che mentre esiste un modo meraviglioso in cui alcune di noi valorizzano la loro seconda scelta, è penoso che l’opinione pubblica insieme all’Istituto di provenienza concordino nell’accusa di tradimento della vocazione. Molte vengono emarginate socialmente e ecclesialmente. Si capisce che ciò avviene in Italia e a vari livelli, ma, anche se non sempre si dice, il giudizio negativo nei nostri riguardi c’è. Ci piacerebbe se, confrontandoci con le suore di varie congregazioni e appartenenenti a varie parti del mondo, si potesse parlare di quella libertà di spirito che tutte possiamo avere, sia stando in Istituto, sia svolgendo la comune vita civile. Aggiungo che io, personalmente, non mi sento né esclusa, né emarginata, ma voglio aiutare chi invece soffre a motivo di ciò. Mi ritrovo, spiritualmente, nelle tue posizioni. Non ho voglia di polemizzare, ma di costruire. Te lo dico con massima assertività. E’ vero che sono brutte le parole “dentro” e “fuori”. Appunto nel dibattito proponiamo che venga abolita la forma mentis che alimenta un linguaggio duro a morire. E’ ora di finirla con questi paradigmi che parlano della vita religiosa in maniera esclusiva. (E, ripeto, vogliamo abolire questo linguaggio con il metodo della persuasione, non con quello della critica). Circa le persone che “ormai hanno plasmato la loro vita in altro modo”, sono d’accordo con te. Però anche loro, se vogliono, possono aiutarci a far crescere in maturità umana e spirituale le altre, sia le suore rimaste in Istituto, sia la gente comune. Vogliamo che ci sia un confronto di pareri e soprattutto tanta voglia di ascolto reciproco. C’è una cosa, infatti da sottolineare. La esprimiamo con semplicità, sperando che il nostro modo di esporre senza mistificazioni e con coraggio, non sia interpretato mal. Ecco; Le suore, in generale, almeno in Europa, tanto più in Italia, non parlano se non attraverso le Superiore e l’alta vigilanza della Gerarchia. Sono paghe della produzione scritta sulla vita religiosa, dei documenti pontifici, eccetera. Un dialogo con noi crea subito sospetto ed è considerato perdita di tempo: chi siamo noi per pretendere di dialogare con le suore, se abbiamo lasciato l’Istituto? E così si spegne l’entusiasmo per ogni iniziativa che venga dal basso, tanto più attraverso un sito… Tutto dovrebbe essere sotto tutela. Tanto è vero che alla nostra richiesta di partecipare al dibattito ha risposto, una sola volta, solo la segretaria dell’USMI, che non nascondeva una certa preoccupazione sulle nostre intenzioni. Almeno tu sappi che noi vogliamo quello che dici tu: la creazione di “spazi di vita che sono spazi di desideri comuni, di sogni condivisi, di passioni che con stupore riconosciamo uguali”. Vogliamo anche il bene della Chiesa, perché non stia sempre sulle difese. Se ci si concede fiducia, forse potremo mettere a punto concetti freschi di novità e tali che siano di giovamento per l’unico Popolo di Dio. Hai modo di visitare il nostro sito? Te lo indico: www.donne-cosi.org/. Non so se ti ho detto che io ho la bella età di 72 anni. Aggiungo che unica mia preoccupazione è aiutare gli altri e portare il mio contributo perché si superino certe barriere, nocive alla stessa Chiesa oltre che alle singole persone. Ti abbraccio, Ausilia Riggi
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