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Dialogo Giancarla-Ausilia sul libro

“L’amore ordinato” – X Conversazione
 

 

Ausilia

Carissima Giancarla

Mi permetto di scriverti questo mio intervento di chiusura della nostra conversazione, ricalcandolo sulla newsletter di luglio.

Prendo spunto da un messaggio pubblicato nel nostro Forum, a firma di MariaM, accompagnato da commenti.  

“Lo amo e basta”, dice la scrivente, e non poche persone hanno avuto parole di plauso. Dunque un amore assoluto, nel senso etimologico del termine: “sciolto da” ogni condizionamento. Uno dei commenti a firma Giò recita così: “Tu sei una che si dà. E punto”. C’è chi vede in Maria la voglia di “sentire la propria capacità di amare”, quasi un volersi misurare con i propri limiti per superarli, e la stessa parla di una sua “presunzione”. Niente da eccepire.

In verità si corre su un “filo di lana” tra amore assoluto e desiderio di normalità: sia Maria sia altre commentatrici plaudenti invocano il “rispetto dei diritti umani” e attendono “che qualcosa cambi”. Molti autori che hanno trattato dell’amore assoluto, affermano che questo è figlio della trasgressione: senza oggetto proibito, mancherebbe la leva per amare “a tutti i costi”. L’eroismo che fa sfidare le difficoltà, in ogni campo, è creatura della ribellione; in un mondo dove tutto fosse lecito, non ci sarebbe nemmeno il gusto della libertà. Il dilemma evidenziato da Darianna tra fede in Dio” o “fede nella chiesa”, pone la propria coscienza a misura della vera fede contro una fede sorretta da leggi. Esprime in altre parole lo stesso concetto: che l’amore è al di sopra delle leggi codificate; con un forte ‘se’: se possano sussistere, all’interno di stati laici, non teocratici, norme  in contrasto con quelle del diritto civile.

La Chiesa cattolica procede su due linee opposte: riconosce il giusto spazio alla libertà di coscienza, e nello stesso tempo preferisce con-cedere in maniera individualizzata (= fare delle concessioni a mo’ di strappo), anziché privarsi della possibilità di contare su persone che siano “donate” totalmente dentro i recinti del sacro. Ci pare che qualcosa non funzioni. Bene ha fatto il papa recentemente in Australia, col dire a chiare lettere che i preti pedofili debbano essere consegnati alla giustizia civile; ma non ci sarebbe bisogno di proclamare ciò che avrebbe dovuto funzionare immediatamente, nell’accadere dei fatti.

Per tornare al nostro caso, non è giusto in via di principio che un’istituzione come la chiesa circoscriva con leggi la libera promessa o voto di rinuncia ad un diritto della persona, perché il vero Ricettore del dono totale di sé è un Dio la cui Legge è Amore.  Ma bisogna anche che le persone in causa sappiano  mantenere la schiena dritta di fronte al diritto canonico, nella consapevolezza che esso non può essere obbligatorio in caso di “grave incomodo”. E certamente esigere il rispetto della propria libertà comporta che lo stesso soggetto abbia rispetto per la libertà, non confondendola con gli scivolamenti di un facile arbitrio. C’è da irrobustire la coscienza personale quando si pongono in causa i diritti della persona.

Noi donne-in-situazione, se non vogliamo creare malintesi di ribellismo parolaio, non possiamo fare altro che fortificare il nostro essere dalla parte della verità. Dobbiamo renderci CREDIBILI senza cedimenti di sofferenza passiva, che è la grande tentazione delle donne. Il silenzio fa spesso il gioco di chi opprime e blocca la crescita della persona e della società ecclesiale e civile.

Di ciò si parla in questo sito. E dalla parte delle donne. Restringiamo il campo, non per chiuderci, ma per irrobustire la pista di lancio, da cui spaziare verso prospettive, progressivamente sempre più ampie. La prima delle quali è un’intesa più ‘di fondo’ con la parte maschile; su di questa potremo incidere davvero solo se sapremo essere indipendenti mentalmente ed operativamente.

Che ne pensa il femminismo? Che ne pensano le teologhe e le esperte nel campo giuridico e in quello formativo?

Con questa domanda ti incalzo ancora perché la caratteristica del povero è chiedere. E so che sei paziente nell’ascoltarmi, Ausilia      

 

 

RISPOSTA DI GIANCARLA

Carissima Ausilia,

sono un po' in ritardo con la risposta, perché è agosto e sono fuori città; e forse perché mi dispiace che siamo arrivate, come avevamo previsto, alla conversazione conclusiva.
Comunque il Forum ci fornisce un ottimo materiale per concludere sintetizzando i nostri punti di vista e cercando le vie per "essere credibili", forse più per una coscienza diffusa, soprattutto femminile, che per la malleabilità ecclesiastica. Mi ha molto colpita la constatazione dell'amica che, di fronte all'incapacità espressiva del prete, si dice "toh, è come mio marito!". Questo mette bene in rilievo che anche il desiderio di normalità non risolve le aspirazioni delle donne a rapporti di miglior qualità.
Infatti, il prete è un uomo che, per aver scelto di seguire il Vangelo, dovrebbe conoscere la mitezza, la sensibilità, il rispetto umano del Maestro. Si dovrebbe dire l'amore... Di rado accade che la "sequela" abbia questi caratteri: per essere prete non si segue Gesù, si entra nell'istituzione. E l'istituzione è rigorosamente patriarcale e trae forza - e dà forza - dall'essere una società separata di maschi che, anche quando pensano di essere umili, vivono di certezze, credono nella gerarchia (dei valori e delle persone) così come nell'obbedienza ai "superiori", e giudicano in base al potere che sono tenuti a rappresentare e che li sacralizza. Non è un caso che, se si volesse ragionare per analogia, il paragone potrebbe essere l'esercito (lo pensava anche Ignazio da Loyola): un altro luogo in cui la coscienza individuale o l'amore del prossimo trovano nei fatti poca accoglienza.
Gli ordini gerarchici vincolati a discipline rigide sono, però, nel tempo poco funzionali ai valori che li istituiscono; tanto meno a ciò che definiscono sacro, sia sacro Dio o la patria. Al fondo, dietro il velo dello spirito e del valore, si scoprono netti i connotati del principio di autorità dell'Uno maschile.
Per questo il femminismo si occupa dell'umano in generale e poco delle chiese e delle stesse donne nelle chiese: è certamente una lacuna analitica, ma di fatto anche noi dimostriamo che amare un laico o un prete non è molto diverso. L'istituzionalizzazione degli uomini che si fanno preti o monaci e l'accettazione della subalternità da parte di molte delle donne che si dichiarano credenti perpetuano i ruoli familiari e accrescono la sofferenza delle trasgressioni. In realtà si tratta di accettare il conformismo sociale che stabilisce il perbene e il permale.
Non dimentichiamo, dunque, mai che parlando di chiese parliamo in primo luogo di uomini. Tuttavia, come "donne-cosi" cerchiamo ora di mettere da parte la questione generalista e ragioniamo della specifica struttura clericale per quello che concerne le donne; ragioniamoci con il massimo di lucidità, perché molto delle difficoltà che riguardano il futuro delle religioni sta proprio nell'assenza del pensiero delle donne in ciò che pubblicamente è fede, teologia, evangelizzazione, autorità, formazione, liturgia, sacramenti....Le teologhe e le bibliste oggi presenti nelle università pontificie non vengono assunte per insegnare la lettura femminista della Bibbia o l'ermeneutica delle donne. Come in ogni accademia o come in politica, chi emerge, deve restare nell'ortodossia e accantonare i pericoli della differenza.
Molti divieti che ci riguardano rivelano la paura della Chiesa - ovvero degli uomini di chiesa - dinanzi al futuro. E' necessario, tuttavia, porre l'ostilità clericale nei confronti del femminile - vale a dire del secondo genere della somiglianza con Dio ("a sua immagine...maschio e femmina li creò") - come premessa di qualunque questione. Il matrimonio, il celibato e l'esclusiva maschile del sacerdozio sono strettamente legati fra loro da principi fondanti discutibili rispetto alla verità evangelica e mettono in conflitto i sacramenti. I Padri - diciamo Agostino - hanno introdotto nella novità cristiana il dualismo materia/spirito, corpo/anima e, di conseguenza, la sessualità come fattore di peccato. Incapaci di gestire senza violenza le pulsioni maschili, anche loro hanno usato la donna come "oggetto", sia materialmente, sia negli spazi dello spirito da cui "per natura" (non dimentichiamo che è tabù il sangue mestruale, mentre è sacro quello del crociato omicida) essa è tendenziamente esclusa. Perfino la madre del Signore, il cui grembo ha portato alla luce terrena il dio che si incarnava nel travaglio del parto, è diventata un idolo disincarnato nella lontananza della verginità dogmatica e della sublime astrattezza del ruolo materno.
Il sacramento del matrimonio legittima atti di per sé impuri che nel rito cattolico vengono autorizzati dal prete che benedice la coppia e dal diritto canonico che ne impone le finalità: "crescite et multiplicamini" e "remedium comcupiscentiae" , requisiti che si dicono in latino per la vergogna che non sia menzionato l'amore (a cui fa riferimento il Vaticano II). Il vescovo di Viterbo, poche settimane fa, ha confermato la crudeltà della legge escludendo dal rito religioso due fidanzati perché, nonostante tutte le lodi che ascoltavamo da ragazzi per quegli sposi dei primi secoli che vivevano come fratello e sorella, l'uomo dopo un incidente era diventato paraplegico e l'impotenza impedisce di fare una vera famiglia. Intanto nessuno annuncia la pienezza sacramentale dell'attribuzione agli sposi (e non al prete) del ruolo sacerdotale. Accade, infatti, che molte coppie ignorino di essere loro stesse gli attori liberamente responsabili nel rito dell'amore che li ha portati al cospetto di Dio.
Il sacramento dell'ordine obbliga al celibato. Non alla castità, che può essere recuperata da una buona confessione qualora venga violata. Il celibato pone in contraddizione i sacramenti: l'ordine si oppone al matrimonio, anche se entrambi confermano le diverse donazioni d'amore che, per i credenti, chiamano in causa Dio come donatore. Potrebbero tali doni essere intesi come esclusivi ed escludenti; ma non dovrebbe mai accadere che l'incontro con una donna successivo all'ordinazione impedisca al prete di accogliere il dono dell'amore umano, si suppone voluto da Dio e, comunque, a lui gradito.
Ma il pregiudizio sessista che sta alla base del sacerdozio maschile e della norma celibataria rivela facilmente il suo limite. Suppongo che gli anglicani, di fronte alla questione del sacerdozio femminile abbiano considerato indilazionabile la scelta ma si siano sentiti incoraggiati ad anticipare un'innovazione necessaria per la salvezza delle chiese anche dalla soddisfazione di battere sul tempo i "papisti". Lo sconcerto di parte del clero anglicano ha indotto alcuni alla conversione al cattolicesimo e il Vaticano accolto nel suo seno senza scrupoli i convertiti con le loro mogli. Dunque gli anglicani uxorati confermano che c'è chi, per avversione verso le donne, abbandona la sua confessione di fede e chi, per la stessa avversione, disconosce il principio celibatario. Il clero cattolico, salvo poche nobili eccezioni, tace e, se incontra l'amore umano, lo respinge come peccato (e soffrirà per sempre di averlo abortito); oppure lo accoglie, ma conservando sensi di colpa che pesano nella relazione. La donna, che non ha vincoli di diritto canonico, è un essere libero che compie responsabilmente le sue scelte; ma le viene aggiunto un fardello in più che la condanna o alla rinuncia o alla clandestinità e alle maldicenze: è "l'amante del prete". Amante sarebbe colui/colei che ama, ma per le convenzioni diventa una brutta parola: per il clero gli amanti, tanto più se il "peccato" riguarda i confratelli, offendono la famiglia e nel Medioevo era peccato amare da amante la moglie. Anche le donne che rivendicano la loro libertà conoscono le consuetudini sociali. Ma sanno che non è l'eventuale famiglia del prete che offenderà la famiglia "normale": ben altre sono le ragioni (maltrattamenti, stupri delle mogli che dicono no, pedofilia...) che minano le relazioni, anche se la tradizione continua ad illudere le ragazze con la suggestione del velo bianco. Sulla famiglia la Chiesa parla quasi sempre retoricamente perché non ne conosce i problemi e non ne vive le situazioni; lo sanno bene i parroci a cui vanno a chiedere aiuto le donne che ancora si confessano e che non possono dare i suggerimenti che verrebbero dal buonsenso. D'altra parte la Chiesa condanna la pedofilia e non si domanda perché alberghi al suo interno; condanna anche l'omosessualità e fa conto di non sapere che i casi di pedofilia trovano come vittime più maschietti che bimbe.
Alla radice del conflitto fra sacramenti sta, infine, il divieto del sacerdozio femminile: la donna è per natura incapace e indegna del ministero. Non ci sono ragioni scritturali al riguardo, lo sanno tutti, ma vale la sanzione del Papa: manca la successione apostolica, come per i pastori protestanti che giudicano solo simbolico ciò che noi chiamiamo transustanziazione. Ancora una volta siamo alle radici dei condizionamenti patriarcali: le sante specie non possono essere toccate da mani impure per natura. Eppure l'ultima cena non esclude la presenza di altri/altre, almeno per preparare e servire; né la Pentecoste scende tra pochi uomini perché c'è almeno una donna. Ma Maria non genera la successione apostolica femminile e diventa subito un'icona dell'immaginario maschile. Neppure Maria di Magdala fha prodotto successione apostolica: eppure san Tommaso la chiama apostola apostolorum. La sequela delle apostole vale meno di quella degli apostoli che non videro il Risorto perché rimpiattati nella paura?
Con la Chiesa, per concludere, credo che dobbiamo, con il massimo rispetto per il condizionamento di secoli di tradizione univoca di potere maschile, argomentare. Non possiamo farci carico né di appelli inascoltabili né di responsabilità che non sono nostre ma di un clero coinvolto come noi ma poco coraggioso: la Chiesa ha bisogno di proseguire il cammino aperto dal Concilio Vaticano II verso il futuro di tutte le religioni, recependo il contributo attivo e non subalterno della sapienza femminile.
Proprio le donne che amano un uomo - prete o laico poco importa - e che per amore hanno imparato il senso della relazione, possono insegnare molto alla chiesa e al clero. La gerarchia ha un immenso bisogno di imparare a relazionarsi, perché presume di conoscere il bene degli altri e di conseguenza pensa di agire "per amore"; ma conosce poco l'amore di sé, del prossimo, di Dio. E, infatti, non riesce neppure a comunicare nella liturgia che, restaurata e non innovata, per ora si fa sempre più "sacra" e lontana dal bisogno di autentico rapporto con Dio
Mi hanno detto che è una citazione coranica, ma chi ama disinteressatamente - come Maria M. e le altre, possono insegnare che "chi dà tutto, tiene tutto per sempre, mentre chi tiene per sé tutto perde". Le chiese "tengono" troppo. correranno pericolo in un futuro di grandi trasformazioni.
CIAO A TUTTE. CON AFFETTO
Giancarla
 

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