Due - molte donne a confronto
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Terza conversazione con Stefania
e con le altre Cara Stefania questo mio terzo intervento nella nostra conversazione, che vorrei dilatata ad altre, lo ricalco sulla newsletter di luglio. Prendo spunto da un messaggio pubblicato nel nostro Forum, a firma di MariaM, accompagnato da commenti. “Lo amo e basta”, dice la scrivente, e non poche persone hanno avuto parole di plauso. Dunque un amore assoluto, nel senso etimologico del termine: “sciolto da” ogni condizionamento. Uno dei commenti a firma Giò recita così: “Tu sei una che si dà. E punto”. C’è chi vede in Maria la voglia di “sentire la propria capacità di amare”, quasi un volersi misurare con i propri limiti per superarli, e la stessa parla di una sua “presunzione”. Niente da eccepire. In verità si corre su un “filo di lana” tra amore assoluto e desiderio di normalità: sia Maria sia altre commentatrici plaudenti invocano il “rispetto dei diritti umani” e attendono “che qualcosa cambi”. Molti autori che hanno trattato dell’amore assoluto, affermano che questo è figlio della trasgressione: senza oggetto proibito, mancherebbe la leva per amare “a tutti i costi”. L’eroismo che fa sfidare le difficoltà, in ogni campo, è creatura della ribellione; in un mondo dove tutto fosse lecito, non ci sarebbe nemmeno il gusto della libertà. Il dilemma evidenziato da Darianna tra “fede in Dio” o “fede nella chiesa”, pone la propria coscienza a misura della vera fede contro una fede sorretta da leggi. Esprime in altre parole lo stesso concetto: che l’amore è al di sopra delle leggi codificate; con un forte ‘se’: se possano sussistere, all’interno di stati laici, non teocratici, norme in contrasto con quelle del diritto civile. La Chiesa cattolica procede su due linee opposte: riconosce il giusto spazio alla libertà di coscienza, e nello stesso tempo preferisce con-cedere in maniera individualizzata (= fare delle concessioni a mo’ di strappo), anziché privarsi della possibilità di contare su persone che siano “donate” totalmente dentro i recinti del sacro. Ci pare che qualcosa non funzioni. Bene ha fatto il papa recentemente in Australia, col dire a chiare lettere che i preti pedofili debbano essere consegnati alla giustizia civile; ma non ci sarebbe bisogno di proclamare ciò che avrebbe dovuto funzionare immediatamente, nell’accadere dei fatti. Per tornare al nostro caso, non è giusto in via di principio che un’istituzione come la chiesa circoscriva con leggi la libera promessa o voto di rinuncia ad un diritto della persona, perché il vero Ricettore del dono totale di sé è un Dio la cui Legge è Amore. Ma bisogna anche che le persone in causa sappiano mantenere la schiena dritta di fronte al diritto canonico, nella consapevolezza che esso non può essere obbligatorio in caso di “grave incomodo”. E certamente esigere il rispetto della propria libertà comporta che lo stesso soggetto abbia rispetto per la libertà, non confondendola con gli scivolamenti di un facile arbitrio. C’è da irrobustire la coscienza personale quando si pongono in causa i diritti della persona. Noi donne-in-situazione, se non vogliamo creare malintesi di ribellismo parolaio, non possiamo fare altro che fortificare il nostro essere dalla parte della verità. Dobbiamo renderci CREDIBILI senza cedimenti di sofferenza passiva, che è la grande tentazione delle donne. Il silenzio fa spesso il gioco di chi opprime e blocca la crescita della persona e della società ecclesiale e civile. Di ciò si parla in questo sito. E dalla parte delle donne. Restringiamo il campo, non per chiuderci, ma per irrobustire la pista di lancio, da cui spaziare verso prospettive, progressivamente sempre più ampie. La prima delle quali è un’intesa più ‘di fondo’ con la parte maschile; su di questa potremo incidere davvero solo se sapremo essere indipendenti mentalmente ed operativamente. Che ne pensa il femminismo? Che ne pensano le teologhe e le esperte nel campo giuridico e in quello formativo? Queste le mie opzioni nel lavorare in e attorno a questo sito. A te, Stefania, le tue, e possibilmente rispondendo alla mia impostazione. A presto! Ausilia
RISPOSTA
Seconda conversazione con Stefania e con le altre Ausilia Rileggendo te e me per riprendere il dialogo, mi rendo conto del modo in cui tu hai centrato l’argomento e ti assicuro che il tuo approccio mi piace. Pur tuttavia non rinunzio al mio stile di ragionamento, proteso all’uso di uno sviluppo logico dell’argomento. E’ meglio che emergano le differenze, sicché chi legge abbia modo di fermarsi sul discorso che più trova consono (anche) ai suoi gusti. Parto da una tua interessante osservazione: il comportamento della chiesa-istituzione procede in un senso, ma le persone che la rappresentano ufficialmente talvolta si manifestano divergenti dalla rigidità della legge canonica, ma soltanto in privato. Faccio un’analogia con il duplice atteggiamento delle donne con le quali siamo a contatto: si lamentano (per usare un eufemismo) di ciò che nella chiesa, attraverso i suoi preti, è motivo di sofferenza per loro; nello stesso tempo non poche si appellano ai principi della fede e del vangelo da cui la chiesa si discosterebbe. In pratica contro realtà della propria sofferenza propongono una chiesa in cui i principi ideali coincidano con le istanze umane. In entrambi i casi emerge il dualismo istituzione-coscienza, diritti piegati ad esigenze conservative della struttura, e diritti umani tout court, più vicini alla libertà della coscienza e dello spirito. Come sbloccare tale dualismo? Forse è possibile un cammino, forse fino alla fine della storia. Ma si può procedere verso una convergenza sempre più marcata, in modo che “il sabato sia per l’uomo, e non l’uomo per il sabato”. Questo è compito profetico (che significa pro = prima, fezia = dire; il profeta annunzia il cambiamento e si adopera perché avvenga). Opto per questa via, armata soltanto dalla verità custodita nel mio essere e nell’agire che mi è possibile. Accetto tutte le altre posizioni, rispetto sinceramente chi vuole adottare mezzi umani (nell’arco vasto che va dalla protesta all’analisi filologica dei testi sacri, e quanto ci sta di mezzo), ma temo l’asimmetria di fondo tra piano umano della legge e piano divino. Ritengo che bisogna accorciare le distanze tra i due piani. Non ci sono scorciatoie di sorta, pena l’utopismo che provoca ricadute all’indietro. I diritti umani sono sacrosanti e debbono essere la sostanza del cambiamento della chiesa, ma non c’è modo di realizzare questa convergenza, senza l’elevazione delle richieste ad un piano spirituale, che ha il suo humus solo nella vita delle persone. Lo so, questa base affidata alla persone si presta ad equivoci innumerevoli. Aiutami tu, Stefania, a sminuzzare i miei principi, per renderli aderenti ad una nostra strategia concreta…… So che ne sei capace. Ma, vi prego, partecipate seriamente anche molte altre. Ausilia
Stefania Devo dire che mi sento in difficoltà se affronto il discorso separando i piani, così come tu proponi. Non riesco a pensare ad “istanze” sul piano umano che non corrispondano a precise richieste sul piano spirituale. Nella mia mente, e nella mia nuova esperienza, si tratta della stessa identica cosa. Nell’ottica dell’evoluzione del singolo individuo, un’evoluzione che culmina nel senso perfetto della comunità universale, il piano umano, il piano sociale, quindi la giustizia, l’uguaglianza, la pace, possono non essere istanze, e direi ancor di più, diritti SACRI di ognuno? Quando si contesta una legge, il sabato, che poi è quella che nei Vangeli viene presa ad esempio in rappresentanza di tutte le altre, non lo si fa per rivoluzionare la tradizione, quel che appartiene al passato, nell’ottica di attualizzarla al mondo e alle esigenze dell’oggi. “Ecce homo”, ecco l’uomo, sono parole che racchiudono il senso della divinità di ciascuno. Non oggi, ma sempre, da sempre. L’errore, la tragedia che ha nascosto la Buona Notizia nel corso dei secoli, è proprio la separazione tra i due piani. Ne è conseguito che si creasse una classe ecclesiastica dedita alla costituzione di una tradizione spirituale, e il popolo che tentava di riacquisire quella libertà e quei diritti umani, descritti con grande precisione e puntualità nei Vangeli stessi. Abbiamo di fatto percorso un cammino alla rovescia. Invece di liberarci, ci siamo incatenati. A cosa? Non soltanto alla legge precostituita, purtroppo; ci siamo incatenati all’egoismo, alla sopraffazione, al potere. Questo ha determinato, oltre a evidenti ingiustizie, la deresponsabilizzazione dell’individuo rispetto alle proprie scelte sacrosante. Credo che la paura, a cui facciamo riferimento, sia scaturita proprio da qui. Piegandoci alla minaccia della “salvezza”, dell’ “inferno”, della “disobbedienza”, ci siamo resi infedeli. E siamo talmente prigionieri di questa visione, che liberarci e riuscire ad affermare la nostra individualità, ci sconcerta. Il cambiamento che auspichiamo non può venire dalla Chiesa istituzione, questo ormai dovremmo averlo capito. Sta a ciascuno di noi “sollevare la croce”, cioè accettare di essere messi al bando, e seguirLo. Ci ritroveremmo fuori dall’ovile, certamente, ma liberi di camminare, anzi di correre. Non ti pare strano che siamo tutti convinti di seguire il Vangelo, pur affermando e facendo cose, a volte diametralmente opposte? Si può e si deve ripartire dalla Parola. E’ lì che troviamo la strada, anzi, troviamo una persona, un uomo, che ha parlato poco e operato molto e, nonostante volessero costringerlo al silenzio secondo la legge, ha lasciato che lo mettessero a morte. Se la religione è da molto tempo, l’osservanza di un insieme di precetti, allora forse non ci serve. Le donne con le quali siamo in contatto si lamentano del comportamento del prete, un comportamento schizofrenico, spesso egoista, che deriva dal ruolo che crede di dover ricoprire a tutti i costi, anche sacrificando la propria felicità e distruggendo la vita di coloro che lo amano. Molte donne sono convinte di essere sacrileghe, si paragonano a delle concubine. Ma a motivo di cosa? C’è qualcosa di più disumano di questo? Una legge stabilisce che lo siano? Bene, è tempo di imparare ad ignorarla! Ma, ovviamente, c’è paura. Da parte del prete, che più che della propria castità compromessa, ha paura di perdere il proprio status, e da parte della donna che, armata di santa pazienza e della potente illusione che lui le riserva, annaspa alla ricerca di qualche blanda certezza. La legge divina, a differenza di quella umana, grida alla giustizia. E la giustizia non può e non deve far paura. Perché chiedere qualcosa che già ci appartiene per natura? E a chi chiedere, se non a noi stessi?
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S i l e n z i o e p a u r a Prima conversazione Stefania Se la paura ancora la fa da padrona, c’è qualcosa che impedisce alla teoria di diventare azione concreta. Abbiamo ancora bisogno di maschere che ci proteggano dal giudizio altrui e che ci permettano di confonderci in mezzo alla folla. Ci sono persone che, a parole, sono al di fuori di qualche legge precostituita, ma, al momento di lottare per le proprie convinzioni, tornano a nascondersi.
Sembrerà strano, ma capita molto spesso che preti, vescovi o alti prelati sul pulpito si esprimano in un certo modo e, in via confidenziale, magari davanti a un buon piatto [di pasta], dicano l’esatto contrario. Parlando con alcuni preti, ho appreso che si sentono costretti a negare pubblicamente l’Eucaristia al divorziato risposato, ma che poi, in forma privata, la concedono, pregando ovviamente il fedele di non diffondere la notizia. Risulta palese quindi che non sono d’accordo col principio secondo il quale debba essere negata, ma che, di fatto, non se la sentono di prendere una posizione ufficiale che sia in contrasto con la dottrina del magistero.
Siamo ancora al “carissimo amico” nel nostro processo di liberazione perché abbiamo paura della “persecuzione”, di perdere la faccia, di perdere i privilegi, del giudizio della gente, di perdere la persona che amiamo…
Ausilia L’argomento che affrontiamo è basilare nella nostra ricerca di verità attraverso questo sito. I dati di fatto che tu registri sottolineano la spaccatura tra istituzione, coscienza personale e bisogno di adeguamento alla mentalità collettiva. Sono convinta, guardando alla storia, che i cambiamenti sociali i quali hanno avviato un qualche progresso nella convivenza sociale, si sono rivelati reali quando sono riusciti ad incidere nelle istituzioni. Penso in questo momento alla vita dei “poveri assistiti” dentro gli istituti di… beneficenza. Quale strazio quei bambini irreggimentati! E non mi si venga a parlare di suore che facevano, fanno da mamme… Il film “Magdalene” è lo specchio di orrori veri e propri, ma posso dire che non riproduceVA l’eccezione (non argomento quanto affermo perché non è questo il luogo per parlarne). Solo quando è cambiata la legge dello stato, intervenuta drasticamente sulla chiusura di orfanotrofi e simili, si sono aperte vie migliori, perfettibili, ma pur sempre migliori. L’eroismo dei cosiddetti apostoli ed apostole della carità metteva le toppe là dove il tessuto restava lacerato. Benedetta la mano civile basata sul diritto delle persone più che su benevolenza, generosità, eroismi. Poi le aureole sono tornate a brillare sulla testa di altri santi/e della carità, ma le strutture laiche rimangono il banco di prova della riuscita concreta del bene da fare a chi soffre. Lascio cadere l’esempio appena accennato per riprendere le domande che tu poni. Nel nostro caso, mi chiedo: da chi ci aspettiamo il cambiamento? Dalle leggi dello stato o da quelle canoniche? Cerchiamo di avere la necessaria lucidità nel ragionare. Non capisco , o capisco poco il mettere a nudo le piaghe nascoste della chiesa, implorando dalla stessa nuovi canoni. Occorre che ci assumiamo le nostre responsabilità. E ciò significa fare quel che ogni figlio maturo dovrebbe di fronte a genitori-chiocce o a genitori possessivi-tiranni: affrontare con uno stacco deciso una propria via, sia pur sudata e dura. L’addio non sarà un rinnegamento nella misura in cui il figlio si farà in un certo modo genitore dei suoi genitori. Tutto dipende dal come si conducono battaglie facendo sì che diventino lievito sociale, anziché ripiego individualistico (anche se realizzato col concorso di un aggregato massivo). Sappiamo tutti che la rivoluzione francese sfociò nell’impero napoleonico e nella successiva restaurazione dopo il congresso di Vienna. Il risultato positivo del travaglio rivoluzionario è emerso ben più tardi, per altre vie, attraverso il riconoscimento di principi nuovi nelle costituzioni delle democrazie occidentali. Ma questo discorso serve soltanto da griglia per capire le dinamiche dei cambiamenti sociali. Resta la domanda: come funzionano le cose nella chiesa? Se la si vuole ispirata a giustizia (più che ad una malintesa carità) nel riconoscimento dei diritti della persona, bisogna tener presente che ci troviamo di fronte ad un’istituzione con un suo diritto interno autonomo, avvalorato da un potere che essa considera consegnato da Dio. Pretendere che la chiesa riconosca i suoi sbagli a via di azioni sindacal-rivendicazioniste è un darsi la zappa al piede; ci si pone fuori dalla sostanza del suo essere. Fuori e basta. La protesta può avere motivazioni sacrosante, ma se si ignora che la chiesa è «altro» rispetto alle istituzioni della società civili, battiamo il can per l’aria. Andando al nostro caso, se vogliamo denunziare i mali che provengono dall’obbligatorietà del celibato ecclesiastico, verso chi rivolgiamo i nostri «lai». Aria!
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