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Dialogo a tre

(Tratto dal Forum)

 

 

30/08/08  A proposito del sacerdozio,   penso che, nella maggior parte degli interventi di questo forum, sembra sia sottesa ancora una concezione di chiesa di tipo gerarchico, che purtroppo persiste generalmente nel pensiero e nella prassi dei più, nelle nostre comunità, nonostante  i quasi 50 anni trascorsi dal concilio Vaticano II. Da questa grande assise, in parte misconosciuta e dimenticata, uscì una concezione di chiesa sinodale, che poneva al centro della  percezione di sé, non più la gerarchia, con i vari gradi di attribuzione del potere sacerdotale: diaconi, preti, vescovi, papa, ma il popolo di Dio con i suoi vari carismi, tutti da riconoscere, da valorizzare, da far esprimere. Il carisma del servizio dell’autorità, il sacerdozio gerarchico, è secondario rispetto a quello comune, di tutti gli appartenenti al popolo di Dio, ed è funzionale all’esercizio di attività e compiti organizzativi e gestionali, non è giusto che finisca per essere inteso come attribuzione di potere sulle persone e sulle coscienze, come spesso si è vissuto nei secoli passati, a partire dall’epoca costantiniana. Il servizio dell’autorità voluto dal Maestro è proprio di colui che nella comunità vuol essere disponibile ai bisogni di tutti, aperto all’accoglienza, servitore di tutti, come dimostrò in maniera lapidaria Gesù, soprattutto con quel gesto tutt’altro che simbolico, da lui fatto nell’ultima cena, quando da maestro e signore lavò i piedi ai suoi discepoli.

Se riduciamo il sacerdozio alla funzione ministeriale-rituale, all’aspetto liturgico-sacramentale, falsiamo molto il senso autentico racchiuso in quella parola, e in quel carisma. Credo che Cristo sia sacerdote non perché abbia presieduto dei riti liturgici o amministrato battesimi. Cristo è sacerdote perché ha saputo rendere viva e presente la magnanimità di Dio per gli uomini, ha reso vicino e attuale, per i poveri e gli ultimi soprattutto, la sollecitudine di Dio per la loro sorte. Tutto questo ha trovato la sorda e ottusa opposizione, il rifiuto categorico delle autorità religiose del suo tempo,  incapaci di cogliere la radicale novità dell’immagine di Dio che Egli presentava e voleva comunicare. A questo punto si è trovato sacerdote, altare e vittima ad offrire a Dio la sua stessa vita a testimonianza contro di loro, perché davvero Dio è Dio di uomini e per gli uomini e non per la legge e per il sabato. Dio ha accettato il sacrificio, ma ha totalmente confermato il messaggio e l’insegnamento di Gesù e ha dato pienamente ragione a lui, risuscitandolo  dalla morte e facendolo sedere alla sua destra nel suo Regno.

Allora essere sacerdote significa attivarsi per rendere trasparente nella nostra vita nel nostro operare, nel nostro amare, l’amore stesso di Dio. Comunicare Dio agli uomini nostri fratelli questa è la funzione sacerdotale per eccellenza e questo appartiene a tutti i battezzati, in quanto incardinati in Cristo: re profeta e sacerdote, nel battesimo.

La ricerca di prerogative sacrali mi sembra davvero fuori luogo in questo tempo di prevalente secolarizzazione.  Oggi sappiamo bene che non c’è nessun angelo o potenza celeste a governare il movimento degli astri e che non è di origine divina il potere dei re. Le leggi della natura e la sovranità popolare hanno praticamente sostituito Dio e i suoi angeli, e tutto si sviluppa nel mondo esattamente come se Dio non ci fosse. Egli c’è, per un credente è evidente, ma c’è nella radice dell’essere, nella realtà del nostro essere al mondo, nella nostra struttura di creature contingenti, di esistenze cioè che non hanno in sé stesse la propria giustificazione e la propria ragion d’essere. E’ lui che donandoci la vita ce la conserva come frutto della suo gratuito amore, della sua grazia.

Allora davvero tutto è sacro, perché quel che è uscito dalle mani Dio, la creazione tutta, dall’uomo agli animali, alle piante e agli alberi della foresta, gli appartiene ed è suo, a lui riservato come unico sovrano di ogni cosa. Ma, se vogliamo, è ugualmente vero che nulla è sacro perché, una volta uscito dalle mani di Dio, non gli appartiene più, lo ha donato all’uomo, suo plenipotenziario nel mondo e deputato a far crescere e sviluppare la creazione tutta, secondo un progetto che, è in parte scritto nelle leggi di natura, ed in parte lasciato alla libera iniziativa dell’uomo.

Credo sia straordinariamente bello prendere coscienza di questo ruolo sovranamente forte, creativo, libero e di grande responsabilità, affidato ad ognuno di noi.

Ciao Cosimo


 

 

31/08/08 Vorrei inserirmi in questo bel dibattito sul presiedere / mediare del sacerdote nell’assemblea cristiana.
Certamente è il popolo sacerdotale che celebra la messa e senza popolo non ha senso un prete che celebri da solo. In questo senso vedo con una certa preoccupazione il recupero di Ratzinger del rito tridentino, dove invece il popolo era spettatore e non contava niente.
Però è altrettanto certo che in qualche maniera il sacerdote che ha ricevuto l’ordine sacro (non importa se uomo o donna) in modo “sacramentale”, rappresenta Cristo, infatti rifà quello che nell’ultima cena ha fatto Cristo. Molti vescovi e preti, anche con documenti ufficiali, parlano del sacerdote come di un “mediatore”, ma effettivamente questo termine è stato volutamente tralasciato dal Concilio, che lo ha riferito unicamente a Cristo (1Tim.2,5), per parlare del sacerdote come colui che “presiede” l’assemblea. Ma il problema non è quello di soffermarsi su una singola parola.
Di fatto oggi la figura del prete è sacralizzata, messa su un piedistallo, innalzata nell’immaginario comune tanto da renderla incompatibile all’errore, al mettersi alla pari con gli altri, al fare una famiglia. E’ lo stesso Concilio che dopo aver parlato del sacerdozio comune dei fedeli aggiunge “il sacerdote ministeriale … compie il sacrificio eucaristico nel ruolo di Cristo e lo offre a Dio a nome di tutto il popolo” (Lumen Gentium 10).
Marina dice: “Se rappresenta una delle parti non può essere mediatore”. Gesù è l’unico mediatore, certo, come è l’unico sacerdote, l’unico Figlio, l’unico che può veramente dire “fate questo in memoria di me”. Di fatto però Gesù incarica alcuni, e non altri, a rifare i gesti tipici dell’Eucarestia. Si può obiettare che abbia scelto male: Pietro lo tradisce da lì a poco, altri fuggiranno, Giuda non ne parliamo… ma ha scelto quelli lo stesso.
Ed è un’esperienza incredibile, quella di sentirsi scelti nonostante i propri limiti, molti di noi lo sanno. Ed in fondo in fondo è l’esperienza cristiana: Dio mi ama non perché me lo merito, ma perché sono suo figlio. E’ quello che S.Agostino diceva alla sua comunità quando non per sua volontà fu scelto come vescovo: “con voi sono cristiano, per voi sono vescovo”.
Il problema della nostra Chiesa è che ha messo troppo l’accento sulla consacrazione a discapito della reale scelta cristiana. Sembra che uno, se è prete o vescovo, allora è di certo anche cristiano, degno, santo. Invece sono due cose ben distinte. Essere cristiani è una scelta di vita, una vocazione, un fatto spirituale profondo, essere preti è un ruolo all’interno della Chiesa. Un ruolo molto particolare, se vogliamo, perché mette alcuni nei panni di Cristo, ma questo è solo un segno liturgico perché poi nella vita reale ognuno faccia altrettanto, rifacendo quello che farebbe Cristo, e questa volta non in modo liturgico o simbolico, ma davvero.
Il sacerdote “compie il sacrificio eucaristico nel ruolo di Cristo”, che ci piaccia o no. Banalizzare o peggio invidiare il suo ruolo non serve al rinnovamento della Chiesa. Resta comunque altrettanto vero che poi, fuori dalla liturgia, è un cristiano come gli altri e non c’è scritto da nessuna parte che deve tenere in mano tutto lui. Sempre il Concilio dice: “i presbiteri… non esitino ad affidare ai laici degli incarichi al servizio della Chiesa, lasciando loro libertà d’azione e un conveniente margine di autonomia, anzi invitandoli opportunamente a intraprendere con piena libertà anche delle iniziative per proprio conto” (Presbyterorum Ordinis 9).
Forse questa opinione non convincerà, e all’inizio non piaceva neanche a me, ma mi sono reso conto che è rivoluzionaria ed è a mio parere l’unico modo per salvare il sacerdozio cattolico senza diventare tutti protestanti e tornare a credere, ognuno a modo suo, il suo dio privato.

Mauro
 


Mi trovo perplessa di fronte a quanto scrivono Cosimo e Mauro. Cosimo parla il linguaggio-catechismo della vulgata conciliare, la quale capovolge la concezione della chiesa gerarchica. E tutti sappiamo a memoria cosa dicono i seguaci fedelissimi di questa concezione che si proclama (ed è per molte coscienze) liberante, pur sapendo che la chiesa continua sulla solita strada tradizionale. Mauro si appella allo stesso Concilio : “il sacerdote ministeriale … compie il sacrificio eucaristico nel ruolo di Cristo e lo offre a Dio a nome di tutto il popolo” (Lumen Gentium 10). E sottolinea le caratteristiche del ruolo: “Un ruolo molto particolare, se vogliamo, perché mette alcuni nei panni di Cristo”.

A me pare che, se ci inoltriamo in campo teologico ci troviamo di fronte ad un bivio. Da una parte gli innovatori che vivono la chiesa come vogliono loro, sicuri di procedere indisturbati quando si agisce senza clamore o senza seguito comunitario; dall’altra coloro che, pur con delle aperture, ripetono i pronunciamenti e la conseguente adesione ecclesiale nei punti che ritengono fondamentali.

Spero che in un sito al femminile dovrebbe risaltare un diverso tipo di approccio alle questioni, pur accettando qualsiasi intervento e posizione.

Le donne vivono la realtà ecclesiale, non (come si usa dire da non pochi) in maniera privatistica, sentimentale o rabbiosa eccetera, bensì in maniera sperimentale, vissuta: senza disprezzo per le verità proclamate dall’ufficialità, si muovono in una dimensione di concretezza. Vi prego, cari amici, fate un po’ di sforzo nell’immaginare come ci si muove nel pianeta-donne: in esso il dogma non fa problema. Si va alla sostanza delle cose. Se gli hanno insegnato che il prete rappresenta Cristo, ci credono, alcune purtroppo anche in maniera bigotta, ma tutte SANNO, SENTONO, che, se il prete celebra… CELEBRA, non è Cristo….. La messa la vivono loro in prima persona. Anche le teologhe in generale non si abbandonano alle disquisizioni, cercano il lato pratico della celebrazione in quanto atto di una comunità che compie insieme un rito….

Non voglio fare nemmeno io una disquisizione. Intendo fare una semplice sottolineatura, apporre una piccola variante negli interventi, non dogmatica né antidogmatica; ma esperienziale. Io Cristo non me lo son visto mai rappresentato dal prete; non l’ho detto a nessuno fin ora, ma so che nella liturgia si prega assieme, ci si presenta come popolo unito nella ricerca, nell’invocazione, nel contatto con Dio, e per me è bellissimo vedermi accanto la gente comune, non intellettualizzata come quella delle comunità di base (che pure stimo). Il rito è il racconto che rinnova il mistero e lo attualizza, e per questo ci vuole quella capacità di raccoglimento interiore e quella elevazione al soprannaturale che getta luce sullo squallore del male nel mondo.

Scusate l’approssimazione del discorso che mi concedo in questo contesto, che mi permette di non limare le singole parole e frasi.

Ausilia    
 


Ciao Ausilia e ciao Cosimo.

Ho letto con attenzione il vostro ultimo scambio che mi pare si ricolleghi agli interventi – compreso il mio - avvenuti sul forum nel giorni 30 agosto – 1 settembre.

Non voglio farla lunga, e non intervengo per il gusto di intervenire. Credo che abbiate messo a fuoco un tema che va alla radice di tante nostre domande. Potrei sintetizzarlo con la domanda di Ausilia: “Da dove si comincia? Dalla testa o dalla coda?

Io devo dire che mi ritrovo molto nelle posizioni Cosimo. Sottoscriverei forse parola per parola quanto ha detto sul fatto che bisogna andare alla radice dei problemi, che dobbiamo superare una concezione di chiesa di tipo gerarchico, sul significato non solo rituale del sacerdozio, sennonché poi rimango affascinato – e non è la prima volta - dalla saggezza e soprattutto dalla concretezza di Ausilia.

Ausilia ha capito che non serve prendere il toro per le corna, noi così piccoli ci rimettiamo soltanto contro un colosso come la Chiesa, e allora ha scelto di prenderlo per la coda, se ho ben capito, cioè andando incontro alle singole persone.

Anche io ragiono come Cosimo, vorrei piantare il mio bisturi nello stomaco di questa Chiesa, lottare per il celibato opzionale dei preti, il sacerdozio femminile, riscoprire il sacerdozio comune dei fedeli… e questo vena polemica emerge in tante cose che ho scritto (vedi il mio blog). Ma il risultato qual è?

Che sei solo, e cerchi su internet qualcuno solo come te, che ti capisca un po’.

Questo sito invece mi piace perché non è fatto soprattutto di idee, soprattutto di battaglie di principio, soprattutto di dichiarazioni, petizioni, raccolte di firme… no. Questo sito è fatto di persone. Persone diverse, che non sono d’accordo tra loro, che credono, non credono, ascoltano il papa, lo rinnegano… ma persone che desiderano incontrarsi, uscire dal silenzio, venire fuori per come sono. Ed il solo fatto che possano farlo, questo, è a mio parere già di fatto un prendere il toro per le corna, contestare la Chiesa per quelle dinamiche verticali di potere che altrimenti contestiamo solo con articoli pieni di belle citazioni.

Ausilia pensa che fare una rumorosa rivoluzione nella Chiesa, ribaltare i potenti dai troni, invocare cambiamenti radicali a suon di contro scomuniche… sia ancora un modo troppo maschile di procedere. E a volte io ammetto che lo riconosco in me. E quanto mi fa bene avere al mio fianco una donna che sorvola sui miei discorsi di principio e alla fine mi sa prendere come sono.

Sempre Ausilia ha poi tirato fuori dal suo cilindro parole di rara bellezza quando a braccio ha scritto:

Le donne vivono la realtà ecclesiale … in maniera sperimentale, vissuta: senza disprezzo per le verità proclamate dall’ufficialità, si muovono in una dimensione di concretezza. Vi prego, cari amici, fate un po’ di sforzo nell’immaginare come ci si muove nel pianeta-donne: in esso il dogma non fa problema. Si va alla sostanza delle cose. Se gli hanno insegnato che il prete rappresenta Cristo, ci credono, alcune purtroppo anche in maniera bigotta, ma tutte SANNO, SENTONO, che, se il prete celebra… CELEBRA, non è Cristo….

Questo approccio mi apre una finestra nuova, cari amici. E penso che Ausilia, talvolta forse un po’ complicata nel suo modo di scrivere, questa volta sia andata diretta al cuore di quello che lei sogna con questo sito.

Dunque abbiamo forse ragione, Cosimo ed io ed altri come noi, ma questa ragione non deve diventare rabbia, non deve accecare il cuore e perdere di vista le singole persone. Ed io ho provato di persona grazie anche a questo sito come, quando si passa a palare da una pagina web aperta a tutti, ad un dialogo a due, i discorsi sul celibato opzionale, sulla Chiesa gerarchica, e sulla funzione di mediazione liturgica del sacerdote… lasciano proprio il tempo che trovano.

Mauro

 

 

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