DIBATTITO

Silenzio da rispettare

 

Non bisogna dare all'espressione "essere contro-il-silenzio" un significato totalizzante.

Nei casi di cui veniamo a conoscenza ci sono spesso delle situazioni in cui sarebbe ingiusto "dare addosso" al prete che conduce un rapporto di amore con una donna, tirandola per le lunghe. Né si può sentenziare che, se la donna fosse decisa a lasciarla in asso, lei farebbe bene a se stessa e al prete. Se le cose fossero così semplici, magari con l'aiuto di uno psicoterapeuta o di una persona saggia, la soluzione sarebbe bella e trovata.

Molti ragionano proprio in tal modo, e sono velatamente o apertamente sprezzanti per le giravolte che si fanno attorno a problemi come quello che trattiamo.

E' vero che alcune volte giova mettere un piede sul cuore (espressione infelicissima, ma usata). Ma ci sono cuori che, agendo contro il proprio sentire, non ritrovano mai la pace; rimangono feriti.

Il male è nel modo di gestire la ferita: c'è chi traduce la decisione drastica in frustrazione; chi in sordo rancore contro le istituzioni e forse anche contro persone; chi in rigorismo contro i trasgressori e soprattutto contro le trasgressive; chi ha una sola misura per i più svariati casi; chi dimentica volentieri un'esperienza d'amore, tronfio della sua fortezza, bene rimunerata da onori ed oneri gratificanti. Eccetera. C'è anche chi, in santa umiltà, accetta di portare la croce del dissidio interiore, e pian piano acquista un buon equilibrio.

Quale è la forma migliore di soluzione del conflitto affettivo-sessuale?

Non ne esiste una predefinita.

Ma è doveroso salvare la propria e l'altrui dignità di persona, in tutta la sua complessità. Soprattutto non credere o credere poco alla cosiddetta sublimazione. Non è cambiando oggetto di amore che si risolve tutto. Sarebbe grave che la ricetta consistesse in un semplice spostamento delle proprie tensioni verso l'alto contro il… basso. Non c'è basso e alto nella risposta alle esigenze profonde che Dio ha messo in fondo al cuore umano. Né ci sono scadenze precise per conoscerle: è vero che, dopo avere scelto una strada sarebbe bene proseguire diritto; ma chi assicura che il momento della scelta coincida con una precisa data, età, stato di vita?

Le domande da farsi sono tante. L'importante è non avere ricette pronte, uniformi per tutti.

Siamo disposti a non giudicare nessuno e ad aiutare chiunque, soprattutto rispettando i tempi di maturazione della persona, che non sono a scadenze precise!

Chissà che, usando bontà verso gli altri, Iddio non converta anche noi, soprattutto se ci riteniamo in regola, persone davvero affidabili!!!

Allora rispettare il silenzio significa non mettere nessuno allo sbaraglio dei criteri umani di giudizio. Con un patto chiaro: RESTA DA CODANNARE, non questa o quella scelta, bensì ciò che provoca il disastro nelle coscienze ed avvolge tutto nell'ipocrisia e nell'ambiguità.

(Si attendono altri interventi sul tema)

***********************************************

11/01/03

Mi sento coinvolto nella riflessione pubblicata.
In genere - dopo aver conosciuto dei casi - rispondo alla donna che il prete la prende in giro.
Ed allora è meglio mollarlo perché è un farabutto.
Le motivazioni che adduce?
Sono tante. Alcune di queste: 1. darei un dolore ai miei genitori; 2. darei un dolore al vescovo; 3. mi sento un prete per la chiesa. Questa è la mia vocazione. Però ti amo; 4. Se smetto che lavoro faccio? 5. Io mi trovo bene con te. Ma non facciamoci vedere. Amo la mia missione.
Queste ed altre risposte sono tutte vere e rispettabili. A patto che durino un po' di tempo. Il tempo di conoscersi, riflettere ed agire. Quando la minestra diventa lunga (per dirla con una locuzione tipica del comasco) queste motivazioni non sono vere.
A tutte si potrebbe rispondere: 1. i genitori se ti amano poi ti riaccolgono; 2. al vescovo il dolore passa e poi fa parte della sua missione. Anzi dovrebbe aiutarti; 3. Siamo preti per la chiesa, ma QUESTA chiesa impone una scelta. Ci vuole celibi. Se riteniamo che tale vita sia possibile anche da sposati, facciamo il gesto profetico di sposarci. Continueremo l'evangelizzazione in altro modo; 4. Se smetti devi sapere che non sarai più nessuno. Questo ti fa paura? Se smetti devi sapere che potrai trovare lavoro come magazziniere, autista, imbianchino...Ti spaventa? 5. Giusto essere riservati nel periodo del fidanzamento clandestino. Ma dopo un po' occorre uscire allo scoperto.
Nessuno pensa che: 1. lei è una persona che ama soffrendo. E' giusto? 2. lei è una persona che vivrà le sue brevi vacanze lontano dai suoi ambienti con la paura di essere riconosciuta con te; 3.lei è una persona che magari non ha un altro ragazzo con cui uscire. Anzi proprio perché ti è fedele non esce con nessuno. Gli anni passano. In pizzeria o sul lavoro le amiche possono chiederle perché non se la fa con nessuno
4. lei è una persona che fa anche volentieri l'amore, ma per lei è più importante stare con te per sempre perché crede di condividere la vita con te, avere dei figli...; 5. lei è una persona che s'è innamorata dell'uomo proibito dalla legge canonica, ma per amore sarebbe disposta ad essere tacciata di persona che non ha saputo stare al suo posto, di ragazza che ha voluto cogliere il frutto proibito...
Cioè: nessuno pensa che LEI E' UNA PERSONA?
Che diritto ha un prete di tenere sulle spine una persona?
Ciao, Ernesto Miragoli - Como
Suggerimenti pertinenti, che si potrebbero fotocopiare per ogni caso individuale. Tuttavia non sempre ciò che è ingiusto si corregge con argomenti razionali… L'asserzione perentoria che "il prete non ha diritto di tenere sulle spine una persona" andrebbe "girata" a chi causa drammi di coscienza dall'alto dei principi. Su questi bisogna far chiarezza, ponendo la domanda: a chi giova tanto rigore per una regola canonica?
Ecco una risposta:

A chi giova un'applicazione rigorosa dell'obbligo celibatario, che poi tollera anche tanti "compromessi" come il prolungarsi sine die di relazioni clandestine che svuotano di senso l’applicazione della stessa legge.

Mi provo a dare una risposta: il rigore che finisce col costringere alla clandestinità non giova chiaramente né al prete coinvolto (se le intenzioni sono serie) e neppure alla sorella che soffre, ma è il risultato del connubio tra tanti tabù sacrali con una legge di uomini, e quest'ultima è indubbiamente modificabile.

E' auspicabile un mutamento di mentalità oltre all'abrogazione della legge celibataria, o il manto del rigore della legge finirà con l'occultare coloro che intenzioni serie non hanno affatto, e del resto non si può invocare l’abrogazione del celibato obbligatorio sulla base di "casi singoli", anche se i casi singoli si uniscono e diventano migliaia.

Si può invece sensibilizzare l’opinione pubblica e chiederne l’assenso per l’abrogazione dell’obbligo, in modo da consentire di coniugare il ministero presbiterale al sacramento del matrimonio.

Il problema investe tutta la nostra chiesa, non solo i preti che lasciano, magari non tutti per sposarsi, e neppure soltanto le sorelle in sofferenza.

Io rimango convinta che ci sia necessità di rivolgersi a noi semplici credenti, e chiedere se accettiamo/auspichiamo/desideriamo un prete che abbia famiglia. Insomma accertare se i tempi siano maturi per una modifica della mentalità cui siamo abituati, ovvero che la santità di vita di un prete e l’Annuncio passino esclusivamente per il celibato.

La risposta deve venire da coloro in nome dei quali si consigliano matrimoni discreti, quando un prete si sposa, per paura dello scandalo.

Se rimuoveremo questo "macigno" dello scandalo, anche mediante la testimonianza degli stessi preti sposati e delle loro mogli, sarà più facile portare avanti non una rivendicazione, ma un progetto che nasce dall’esigenza del mutare della chiesa per una chiesa migliore, più trasparente, e che cammina con l’evolvere dei tempi. Sappiamo bene che in teoria non vi sarebbe nulla di più semplice che porre un tratto di penna che cancelli una legge di uomini, ma dobbiamo anche interrogarci noi per primi sulle ripercussioni che questo provvedimento avrebbe sulle nostre comunità, e magari aprire per primi il discorso, portando non solo quelle testimonianze di coppia che fanno conoscere le emarginazioni patite o gli ostacoli incontrati, ma producendo delle proposte serie sulle modalità anche pratiche entro le quali si muoverebbe il ministero del prete che ha famiglia: noi siamo abituati, tutti, a preti "full time" o presunti tali, che abbiano possibilmente il dono dell’ubiquità. Avere una famiglia comporta un dispendio di tempo, di risorse emotive, di cuore dentro la medesima, guai se così non fosse, e le nostre comunità si troverebbero a fare i conti con una realtà nuova e per molti aspetti senza dubbio diversa, che comporterebbe a mio sommesso avviso una maggiore maturazione di base e una cooperazione davvero fraterna col prete nell’ambito del suo ministero, che già ora è auspicata e ricercata ma non dovunque consolidata; quindi non sono problemi di poco conto. Insomma, vedo la necessità di diventare propositivi e di cercare ampi consensi, in ambito nazionale ed internazionale.

Nel frattempo, temo che i consigli di Ernesto alle nostre sorelle siano più che corretti: non si può aspettare tutta la vita, a meno che non sia una scelta individuale e personale sulla quale nessuno può sindacare.

Ornella

Ed ecco ora, 18/01/03, stralci di una lettera scritta con tanta rabbia. Merita considerazioni che inducono chi ha finora scritto a ridimensionare le argomentazioni:

"Leggo sempre il sito, anche se a volte provo tanta tanta amarezza, come per l'intervento di Ernesto. Ebbene. I preti possono anche essere farabutti quando si comportano così.. .ma perché non dirlo a loro? Perché dirlo alle donne che si consumano, amano, rinunciano ad una vita normale a figli e a famiglia pur di stare con loro?

Credo sia ora di agire.

La Santa Madre Chiesa mi fa sempre più schifo e non solo per questo, ma per come sta usando questo PAPA simbolo del vero dolore e della sofferenza, ma strumentalizzato da fallocentrici assurdi corrotti e potenti..." Maretta

Come non cambiare tono, allora? Se in questo sito vogliamo essere a servizio delle donne che soffrono, dobbiamo crescere insieme: chi scrive e chi risponde. Una risposta alle lettere intrise di tanta amarezza:

Luisa Muraro al decimo simposio dell'Associazione internazionale delle filosofe, svoltosi a Barcellona, dal 2 al 5 ottobre 2002 ci dà una lezione che fa al caso nostro.

Gli interventi finora espressi in questo dibattito sono tali che pretendono fornire ricette alla malattia della donna che si innamora di un prete, restando in una condizione che non le permette di formarsi una famiglia come desidera, e che la mette in condizioni di sofferenza senza lo sbocco del Lecito Accettabile Normale.

E' giusto volere il vero bene di chi si trova intrappolata in una condizione che le reca sofferenza. Ma per aiutare la donna a liberarsi, forse il procedimento non è così lineare come sembrerebbe a chi ha principi "sani", radicati nella mente e nel cuore.

Ascoltiamo la Muraro, sintetizzandone il pensiero:

Il femminismo non è distinguibile da un qualsiasi movimento di liberazione: è un movimento di liberazione fra i tanti e mira alla conquista dell'identità. Spesso le donne vivono l'esperienza della soggezione da complici nei riguardi di chi usa verso di loro dominio. Come aiutarle allora?

Mettendosi al posto dell'altro, ma dimenticando per un po' le proprie sicurezze. Bisogna che l'io dell'altra trovi posto nei miei discorsi e nel mio modo di pensare, fosse pure un posto che resta vuoto, e con il quale ho una relazione di scambio. L'esperienza della soggezione diventa così fonte di uno speciale sapere, il sapere che c'è altro..

Ma che cosa offrire ad un io muto o tale che si mostra inamovibile nella posizione di soggezione psicologica e spirituale?

Chi fa suo l'io muto dell'altro, trova nel suo silenzio un sapere che fa luce sulla realtà. Per lo meno si scuote di dosso la toga da giudice o la veste del potere, propria di chi ha qualcosa da insegnare.

Imparare ad ascoltare!

Certamente l'ascolto di chi vuole aiutare l'altro non è acritico, non gli fa accettare la falsa visione che l'io muto potrebbe avere di se stesso. Ma avviene una cosa meravigliosa: partire da quel silenzio - il silenzio, che se rotto diventa rabbia, dell'altro - permette al docente (!) di svuotare la sua mente dai falsi assolutismi dei discorsi dominanti ….Ausilia

Finirei qui per lasciare spazio ad altri contributi. Ma l'esperienza di un'altra che ha scritto, ora felicemente sposata, mi invita ad aggiungere due parole di quest'ultima:

"Quando mio marito decise di sposarmi, io ero rassegnata a perderlo. Fu questo mio staccarmi da lui ad operare il suo cambiamento. Per non perdermi definitivamente, lui ruppe gli argini, sciolse i suoi lacci e via…. verso la libertà…Sono passati dieci anni di matrimonio e siamo innamorati come il primo giorno". Marinella

Chissà quanti altri casi si sono risolti in modo opposto. Scriveteci, non solo per sfogo, ma per approfondire il discorso.

Sono tante le mail che reagiscono al modo sprezzante di parlare della chiesa di una delle corrispondenti: segno che ci leggono anche parecchie persone bene integrate nella chiesa. Ma è il caso di ripetere che noi diamo la possibilità di espressione a chi non si chiude nella sua sofferenza e cerca invece di comunicare? Il perbenismo impedirebbe a molte di parlare.

Altro tono hanno lettere solidali con le "arrabbiate". Ecco lo stralcio di un esemplare simile:

"L'opinione pubblica dovrebbe conoscere la realtà delle situazioni in cui, quella che si proclama "la madre chiesa", fa vivere ai suoi figli. Bisogna "lottare per poter amare?" Che assurdità e che peccato è mai questo dinanzi a Dio che ha creato il sentimento dell'amore di un uomo e di una donna e l'uomo si permette di valutare che questo non è dato viverlo ai propri figli siano anche questi sacerdoti! Vi sarei grata se lottate anche voi per far abolire questo peccato mortale che è il celibato per i sacerdoti e la castità per religiosi". Giuseppina

E' difficile far capire alle donne innamorate di un prete che il celibato-in-sé è un valore quanto l'amore umano che sfocia nel matrimonio. Non si può sostenere la tesi che solo il matrimonio è cosa legittima e nobile. Conosco preti ottimi ed umanissimi, dotati di carisma per vivere in perfetta padronanza e serenità la loro vita da celibi. Il punto che invece ci trova d'accordo con queste corrispondenti è la messa in evidenza di tutto il rigore punitivo usato verso chi, pur avendo iniziato un percorso di vita da celibe con convinzione, arriva ad una svolta della sua vita, nella quale non si ritrova più nella prima scelta. Allora bisognerebbe valutare se la chiesa non debba ascoltare i drammi dei preti che si trovano senza sbocco esistenziale, apostolico (il desideri di esercitare il ministero), spirituale, e capire che non sempre si tratta di un facile e superficiale innamoramento, ma di una vera e propria chiamata. Un prete sposato ripete spesso questa frase: "io mi sento con-vocato, sia al matrimonio sia al ministero presbiterale".

Ancora uno stralcio molto significativo da parte di una che vive l'amore in modo clandestino. Lo riportiamo perché più delle argomentazioni servono gli esempi concreti, Aspettiamo risposte assennate, ma non trancianti giudizi:

22/01/02 "Una vita senza di lui è un'asfissia, uno stato di apnea, solo doveri: il dovere del lavoro, della scuola della famiglia...a me cosa rimane se non questi stralci di Infinito e di Dio, si di Dio, che mi vengono concessi quando dormo sul suo petto? Certo una vocazione matura e serena vive il celibato con altrettanta serenità e non rassegnazione...ma davvero...davvero siamo così incoerenti da non pensare che ci sono carismi diversi tanti quanti siamo in questo mondo?" Marina

********************

Ho letto l'ultima mail e mi sono davvero preoccupato. Possono queste "donne di preti" sentirsi, non solo con la coscienza apposto, ma addirittura nell'amplesso di Dio mentre profanano la sacralità di cui sono rivestiti i preti? Mi direte che sono i preti per primi a "profanare" se stessi e tante altre giustificazioni della vostra tenace provocazione nei loro riguardi. Quando una donna sa mantenersi casta fa bene, non solo a se stessa, ma anche alla Chiesa….Don Dario - Svizzera

Non riporto tutta la lettera di queste prete che, anche lui, ci lascia le sue generalità in maniera non precisa. D'altra parte quanto dice nel resto della lettera non aggiunge nulla a quanto è qui trascritto. Avrei da rispondere picche, ma preferisco che lo faccia qualche altro/a.

Intanto giunge una lettera infocata:

Desidero rispondere alla lettera di don Dario.

Ma fammi il piacere, è possibile che sei tanto bigotto da pensare quello che scrivi?
Tu sei il classico essere (mi dispiace che porti l'abito sacerdotale) che stai sempre a giudicare l'operato degli altri!

Credi che il ruolo delle donne in questi casi sia quello delle "Tentatrici", e quello dei tuoi "Colleghi" sia il ruolo delle "povere vittime cadute nella tentazione ad opera di questi "diavoli"! Ma credi veramente che tutto quello che fate voi preti sia SANTO?

Scusate, ma dinanzi a tanta arroganza mi viene da vomitare! Penso che una lettera cosi, si commenti da sola. Giuseppina

Vorrei ricordare quale è l'oggetto del dibattito; basta leggere i primi interventi. E chiedo che si scomodino altri soggetti. I quali avrebbero altri argomenti da portare perché dobbiamo guardare in avanti, verso un obiettivo che chiarisca il tema del silenzio da rispettare, se è il caso. Una fresca arriva proprio questo momento:

Poiché da sempre penso che "Fate non foste a viver come bruti, ma per seguire virtute e canoscenza", mi chiedo se tale Don Dario sappia cos'è la conoscenza dell'amore e del sentirsi a fianco alla persona amata, anche se questa è un sacerdote.

Mi spiace, non mi sento sporca. Sporca mi ha fatta sentire solo la Chiesa, l'Istituzione, non Dio, che mi regala gioie e insieme tanti dolori indicibili.

Essere donna di un prete è un compito molto più arduo di quello di una pallida moglie silenziosa, mite a volte maldestra e traditrice di cui è piena la nostra società.

Io, in quanto donna di un prete, so, che più di altre devo essere di esempio, ferrea a lavoro, sostenerlo nei tanti...tantissimi momenti di buio, in cui non è lui a parlare di Dio, ma io...io, che prego con lui e per lui, io che lo sostengo e lo aiuto con la catechesi per il suo gruppo, che gli porto continui stimoli di crescita, e sto in silenzio e non chiedo nulla e mi limito tante tante volte ad ascoltarlo, a sentirlo in lontananza...io che discretamente lo posso vedere due volte ogni 5 mesi...io che non cero altra ricompensa che servire ed amare l'uomo che Dio mi ha messo nel cammino

Non macchio nessun abito, anzi, lo lavo di lacrime.

A don Dario, suggerisco questa frase del Talmud: "Dio conta le lacrime delle donne, e quando il bacile che è ai suoi piedi è carico delle loro sofferenze, allora, e solo allora giunge il Messia".

A ben sentirci pallido uomo di Chiesa che non hai capito che il tuo sacerdozio si basa sul dono di tua madre a tuo padre. Marina

Cara Ausilia,

ho stralciato l'ultima parte della discussione che coinvolge don Dario, e ho postato in Piazza grande. Speriamo che qualcuno raggiunga il sito, legga, e contribuisca alla discussione. Un abbraccio Ornella

Cari tutti in sito da Ausilia si sta sviluppando un dibattito su " a chi giovi il silenzio" intorno alle relazioni clandestine, e vi consiglio di raggiungere il sito per andare a leggere. Ecco il link: http://www.donne-cosi.org/cust3/gear/home.html
Vi riporto uno stralcio di lettere, praticamente le ultime, che vi ho lette stamattina, ivi incluso un intervento di "don Dario", altro non si sa, che ben riproduce quanto io ho potuto leggere in corrispondenze private soprattutto di persone che giudicavano "quelle donne", sia da parte di laici/laiche, che da parte delle "istituzioni preposte", nella fattispecie superiori di religiosi o direttori spirituali.

Non desidero essere polemica, solo vi prego di prestare attenzione al particolare della "profanazione del sacro" che è chiaramente espressa dalla mail di don Dario. Io per prima sono convinta che tante relazioni, se appunto non vi fosse di mezzo una figura vissuta come "sacra", morirebbero senza apportare troppi danni, ma d'altra parte fino a quando si perpetua questa mentalità che tutto scarica addosso alla donna, nella maggior parte dei casi lasciandola sola
ad affrontare una situazione che per alcune assume i connotati del "sacrilegio", non usciremo mai da questa palude di silenzi, di ipocrisia e talvolta di rivendicazione come se l'abrogazione del celibato risolvesse tutto (non lo credo), e comunque come se il peso della "colpa" debba cadere esclusivamente sopra noi donne. Ogni relazione umana comporta corresponsabilità... .
Vi lascio alla lettura, e chissà che qualcuno non abbia voglia di dire la sua e contribuire in Donne Cosi' alla discussione.
Ornella

Sono piovute parecchie e.mail. tutte di donne che non capiscono come ci possano essere ancora preti come don Dario. Siccome nelle lettere non si aggiungono nuovi argomenti a questa condanna, leggiamo l'ntervento che Umberto ci fa giungere dagli USA:

January 30, 2003 11:53 AM Subject: Donne Co-Si

Carissimi/e:
Ho letto con interesse, ammirazione, e a volte anche disdegno, quanto è venuto alla luce sul Sito di Donne Co-Si.

Quello che mi dà sollievo è che finalmente le donne gridano a voce alta: "Basta con la tirannia maschile, e' ora di finirla con il misoginismo!".

Noi preti e la gerarchia in particolare, siamo responsabili di tanta sofferenza ed incomprensione. Abbiamo da ammettere che le tradizioni e costumi primitivi sono ancora con noi e sono particolarmente esacerbati dalle nostre balorde ideologie pseudo-religiose. Ma dov'è, per l'amor di Cristo, che nell'insegnamento di Gesù ci sia anche una sola menzione che la donna è inferiore all'uomo o che la donna non e' degna o capace d'essere candidata, tanto quanto un uomo a tutti i diritti, privilegi, doveri, e cariche alla pari di un maschio? Rispondano qui i signori del Vaticano!

Rispondano qui i misogini preti, bigotti e falsi! Dove e quando nel Vangelo si fa menzione che il Sacerdozio dev'essere assolutamente ed intrinsecamente legato al celibato?

Lo so, sto predicando al coro, ma non posso far a meno di gridare: "Basta con l'ipocrisia, l'ascetismo falso e distruttore di ciò che di più sacro e bello Dio stesso ha creato!" Io mi sento più prete ora che sono sposato e ho cinque figli, di quando ero missionario nelle Filippine. Mi sento più uomo, più capace di capire le coppie che vengono a consultarsi con me per il loro matrimonio. Mi sento più padre perché sono anche padre in carne ed ossa. Ho imparato da mia moglie ad essere più gentile, più amorevole, comprensivo, e paziente. Si, proprio da quella donna che magari molti hanno visto come una tentatrice, una violatrice del sacro, ma quale sacro? Che cos'è più sacro della vita, del dono della creazione, dell'immagine e somiglianza al creatore? Via teologi e teologhe veniamo al nocciolo... l'Amore è il più grande dono che Dio ci ha fatto e che Cristo ci ha lasciato come eredità. Certo che ci sono diversi modi d'esprimerlo e di viverlo. Ma il modo più naturale e vicino all'idea di Dio non è quello celibatario, tutt'altro. Chi si schiera dall'altra parte, vuol farci credere che Dio si è sbagliato, che ha creato una mostruosità, che sarebbe meglio se i figli si facessero come si fanno gli spaghetti!

Ecco tutto, volevo dir la mia.

Umberto