dal Manifesto 21 0ttobre
DONNE
E UOMINI
Se l'amore entra nel lessico politico
Pratica politica Come fare un passo indietro per fare
posto all'altro
CLARA JOURDAN*
Pensare una politica dell'amore. È un'esigenza emersa al
recente convegno di Sydney sull'influenza del pensiero radicale italiano
nell'ultimo decennio, racconta Ida Dominijanni (Sotto il cielo della politica,
"il manifesto", 28 settembre). Un'esigenza legata alla «consapevolezza
che la potenza espropriante dell'amore è l'unica in grado di opporsi alla
potenza espropriante della violenza, e di volgere la fragilità e l'esposizione
delle nostre 'vite precarie', come le definisce Judith Butler, alla relazione
con l'altro e non al suo annientamento». Sì, è proprio necessario. Che la
fragilità si volga in violenza lo vediamo in continuazione, dai fatti di
cronaca di molestatori di bambini che si scopre essere stati bambini molestati,
alle enormi tragedie dell'umanità come lo sterminio di un popolo perpetrato da
sopravvissuti allo sterminio del proprio popolo. A riprova, nella pagina a
fianco dello stesso giornale del 28/9, un articolo di Manuela Cartosio
sull'enigma terribile dei genocidi, a partire dalle interviste che l'inviato di Libération
Jean Hatzfeld ha fatto a dieci contadini hutu esecutori della carneficina della
popolazione tutsi in Ruanda nel 1994. Ma come pensare una politica dell'amore?
Ci sono state nella storia significative indicazioni in questo senso: «ama il
prossimo tuo come te stesso», «ama e fa' quel che vuoi», «fate l'amore, non
la guerra»... Più recentemente, nel femminismo della differenza si è parlato
dell'amore, e in particolare dell'amore femminile della madre, come pratica
politica. Amore, in effetti, può essere un altro nome della relazione in cui
consiste la politica delle donne che ha così tanto cambiato la condizione
femminile nel Novecento da essere considerata una vera e propria rivoluzione.
Che cosa manca allora? Certamente manca una politica dell'amore tra gli uomini,
a cui però da donna non mi sento di dare un contributo. Ma manca anche una
politica dell'amore nei e dei rapporti tra i sessi. Adriana Sbrogiò e
l'associazione «Identità e differenza» di Spinea promuovono ogni anno un
seminario di scambio tra donne e uomini sulla politica, che però resta un caso
raro. Io per prima, lo ammetto, pur ammirando le donne che riescono a stabilire
relazioni politiche con uomini, mi sono tenuta fuori da questa pratica, perché
la percepivo (magari sbagliando) come mossa da amore materno per gli uomini, che
io non sento. Ora mi rendo conto che può esserci altro. Nell'ultimo numero
della rivista Via Dogana (settembre 2004), Lia Cigarini, a proposito
dell'introduzione dell'amore nel lessico della politica, scrive: «Credo che sia
il modo di toccare (o rianimare, direbbe qualcuna) il desiderio maschile di
uscire dalla corazza che lo imprigiona e dalle sue pulsioni distruttive nei
confronti delle donne. Se la differenza sessuale è il cuore della libido e del
desiderio, come penso, ci potrebbe essere un interesse maschile affinché sia
viva».
Ritornando alla fragilità che diventa distruzione, bisogna
dire che la fragilità di cui si parla è in realtà fragilità maschile. Non va
dato per scontato, né va negato dicendo che ci sono donne autrici di violenze
efferate: è vero, ma è innegabile che la fragilità delle donne si esprime più
spesso nel ripetere la soggezione alla violenza. Credo che un passaggio che può
aprire alla potenza espropriante dell'amore in politica, sia il dare senso alle
fragilità maschili e alle fragilità femminili, che vuol dire sì prendere atto
che c'è differenza, ma anche lasciarle parlare davvero, le differenze.
Un esempio. Mi è capitato anni fa di ascoltare un uomo dire
la sua dipendenza, e la dipendenza degli uomini, dalle donne: «Da una donna
nasciamo; una donna, per lo più, desideriamo costantemente; una donna deciderà
del nostro essere padri» (Alberto Leiss, Via Dogana n. 21/22, 1995).
Questa consapevolezza di un uomo ha permesso a me, donna, di sentire un di più
maschile, dato dalla grandezza del bisogno. E questo ha modificato il mio
sentimento di fastidio verso la fragilità maschile, una fragilità che di
solito mi si manifestava solo come suscettibilità infantile. Mi ha dato
fiducia: riconoscere di dipendere dall'altra è già un vivere la fragilità in
termini di relazione e non di annientamento. E porta a una relazione non come
uguali ma come differenti. Anche in politica, come si può vedere oggi in
diversi interventi maschili pubblicati nei siti internet DeA (www.donnealtri.it)
e Libreria delle donne di Milano (www.libreriadelledonne.it).
Quanto alla fragilità femminile, si può dire sia già
orientata alla relazione con l'altro/altra a causa del corpo femminile stesso:
un corpo che ha «la capacità di essere due», dice la storica María Milagros
Rivera Garretas. Non solo nella maternità: una figura estrema del primato
femminile della relazione è secondo Rivera Garretas proprio la donna
maltrattata, che rischia la vita pur di non rompere il legame. È forse
discutibile, ma a me ha fatto capire qualcosa di importante della mia fragilità,
una fragilità molto comune tra le donne anche quando non si arriva a quella
situazione estrema. Non si tratta di approvare tale comportamento femminile, ma
di dargli un senso, inquietante ma non scontato come quello della «mancanza di
autostima», con cui spesso si offende la dignità della vittima delle violenze
domestiche.
Nel primato della relazione si può vedere dunque una
fragilità femminile, intesa come esposizione alle conseguenze della relazione
stessa. Anche Cigarini nomina la fragilità, ma a proposito della sua pratica
politica. Sente la necessità di un'esposizione di sé «in momenti e luoghi
lontani dall'epicentro della mia attività. Certo, con il rischio di esporre
agli occhi di tutti la fragilità della mia pratica di relazione. Ma qui si
tratta di rendere viva la differenza femminile, non di custodirla con arte».
Che cosa è che rende fragile la pratica di relazione? Il
fatto che non si sostiene con i soldi, le leggi, l'organizzazione, i posti di
potere? Sì, la fragilità dipende dal fatto che è appunto una politica che
esiste solo nella relazione. In altre parole: se sono state le relazioni tra
donne ciò che ha portato a quell'enorme cambiamento della condizione sociale
femminile che abbiamo nominato come fine del patriarcato, è la mancanza di
relazioni nuove tra uomini e donne ciò che impedisce un altro cambio di civiltà,
come potrebbe essere la fine della guerra e dell'idea che la guerra sia
necessaria. Non possiamo fare tutto noi donne.
Ma a volte si presentano occasioni sintomatiche di un
cambiamento già in atto. La scorsa estate (25 luglio) la pagina milanese del manifesto
ha ospitato una lettera di Anna Leoni, professoressa del liceo Agnesi di Milano,
che spiegava perché lei e le sue colleghe e colleghi avessero accettato la
proposta di fare una classe omogenea di ragazze e ragazzi provenienti da una
scuola islamica: «Abbiamo votato sì perché abbiamo interpretato questa
disponibilità della comunità di via Quaranta come un grosso passo avanti,
probabilmente molto sofferto, che meritava un nostro passo indietro». Alla fine
la classe non si è fatta, hanno vinto le reazioni contrarie - xenofobe da una
parte, laiciste dall'altra - scatenate dai giornali. Fragilità della pratica di
relazione. Ma resta quell'indicazione del passo indietro. È così che inizia la
mediazione: un passo indietro rispetto alle proprie idee, tradizioni,
esperienze, per fare posto all'altro. Può essere così che inizia una politica
dell'amore?
*Libreria delle donne di Milano