Dal libro di Carlo Vai, un prete che si libera del passato tormentoso attraverso l’autoanalisi dei suoi sogni e sposa felicemente la sua Musa

SOGNO E VITA DESTA

   Noi ci siamo sempre interessati ai nostri sogni. E ci rammarichiamo continuamente che non esista ancora nessuna biografia dell’uomo notturno, come ve ne sono tante degli uomini diurni. Cancellare il rammarico di Roger Bastide (un sociologo con interessi nell’ambito della psicologia e dell’antropologia) e il nostro, proponendo una storia dell’uomo notturno, e rivendicandole pari importanza a quella dell’uomo desto, è lo scopo principale di questo libro. Che la qualità degli eventi notturni sia almeno equivalente a quelli del giorno è data dalla comunicazione che esiste fra i due mondi, all’affinità fra la faccia visibile e quella nascosta del nostro cervello, alla «continuità fra le preoccupazioni della veglia e quelle dell’essere addormentato, perché ‘l’essere sociale’ sarà sempre collegato a ciò che avremmo pensato appartenesse al puro soggettivo» (R. Bastide, Sogno, trance e follia, Milano 1976, p. 16).

   La collateralità fra i sogni e la vita desta non deve far pensare a un necessario parallelismo fra i due mondi. Come si vedrà in quelli esaminati, la prima regola del sogno è di  possedere uni-camente quelle regole che provengono dall’insieme dei sogni stessi.  Ad esempio, i sogni erotici del mio soggetto (di una libertà la più sfrenata) soltanto di rado trovano un correlativo nella vita diurna (in cui la realtà sessuale è assai limitata): nel caso specifico i miti universali, come  gli archetipi dell’iniziazione sessuale, prevalgono sulle problematiche della vita diurna. Inoltre, gli stessi miti universali sono arricchiti da quelli individuali con i quali vi è  un rapporto dinamico senza posa.

 

LA TERAPIA DEL SOGNO

   La presente biografia non è pura ricerca teorica, poiché si  dipana in un processo di guarigione. Il sottotitolo con il genitivo possessivo (terapia del sogno) è di per sé rivelatore: non è già il terapeuta che si avvale del sogno come strumento curativo, ma è la vita onirica di per se stessa che opera la trasformazione, utilizzando i mezzi che appaiono all’interno del sogno stesso. Ad esempio, il filo conduttore del primo sogno esaminato La farfalla che guarisce non è il sesso come tale il protagonista né lo sono i simboli presi isolatamente (farfalla, infermiera, donna-maga…)  ma il contesto terapeutico in cui tutte le scene sono situate: non a caso gli episodi si svolgono in ambiente ospedaliero. La per-cezione della privazione sessuale come fonte di malattia è fondamentale per il paziente ed è quella che scatena il sogno stesso; ma, il paziente diventa consapevole che l’immagine dell’ospedale sia la manifestazione di un disagio,  soltanto al mo-mento del risveglio e il terapeuta se ne rende conto quando il sogno viene raccontato.

   La coscienza di malattia è una sensazione fisica che  si manifesta nel sogno sotto forma simbolica e concreta nello stesso tempo. La stessa fisicità che domina il sogno  indicherà la traccia per le prescrizioni terapeutiche: esse non saranno quelle della sola interpretazione verbale né del ricorso agli archetipi della specie umana ma quelle gestuali del sogno stesso, un gesto che sarà sia di tipo muscolare che neurovegetativo. Per rimanere nell’ambito del sogno La farfalla che guarisce, per il sognatore che sputa sangue (un linguaggio onirico di sofferenza tutt’altro che banale), il suggerimento sarà di espellere una situazione percepita come patologica. E, poiché l’inconscio comprende solamente il linguaggio dei gesti, toccherà al terapeuta indicarne uno che concretizzi l’esperienza di malattia: ad esempio, il paziente potrebbe recarsi in un ospedale per visitare un suo amico am-malato. Dall’identificazione con l’amico potrebbe iniziare il processo di guarigione. In sostanza, la considerazione della fisicità e delle  sensazioni notturne  è indispensabile sia per capire il so-gno che per indicare la terapia. Persuadersi che il sogno sia la strada maestra per conoscersi e per guarire non è facile:

   «Dopo Cartesio, noi abbiamo chiuso le porte tra la notte e  il giorno; abbiamo svalorizzato la metà notturna della nostra vita; questo non vuol dire, naturalmente, che i fantasmi non possano più  passare; la psicologia ha dimostrato il contrario, ma non possono più passare che a titolo individuale, nascondendosi  sempre, o, come dicono i medici, divenendo illusioni e restando incoscienti» (R. Bastide, o.c., p. 38).

   È indicativo che sia un sociologo e non uno psicoterapeuta ad enfatizzare il  peso del sogno per la salute mentale: Io sono sempre più persuaso che il maggior numero delle nostre malattie mentali provenga dal fatto che non si dà libero corso ai fantasmi notturni e a  tutti quei desideri che si trovano nascosti in fondo a noi (R. Bastide, o.c., p. 38).

 

IL BRICCONE E IL SOGNO

   Pensare che il sogno abbia potere guaritore, senza ancorare tale credenza a una qualche teoria della conoscenza sarebbe puerile e saprebbe di magia. Del resto, la teoria freudiana dell’inter-pretazione,  riducendo la ricchezza onirica alla ragione e di fatto limitandola, ha il merito di ben definire il campo della ricerca, ma anche di limitarlo. È quanto ha ben compreso Michel Foucault:

   «Freud non è riuscito a oltrepassare un postulato della psicologia del XIX secolo: che il sogno è una rapsodia d’immagini. Se il sogno fosse solo questo, lo si potrebbe esaurire in un’analisi psicologica. Se il sogno non si lascia esaurire in un’analisi psicologica, è perché rientra anche nell’ambito di una teoria della conoscenza... Il sogno viene definito come una forma d’esperienza assolutamente specifica che fa capo a una teoria della conoscenza» (Michel Foucault, Il sogno, Milano 2003, p. 28).

   Da ciò si può dedurre che il sogno si trova in una posizione di privilegio rispetto all’esperienza diurna, e si può leggere in una visione del tutto nuova il detto di Eraclito: Morte è quello che vediamo da svegli, sogno è quello che vediamo dormendo (Eraclito, fram. DK B21).  Il  pensiero eraclitèo  può suggerire non soltanto che il sogno impedisce di presagire la morte ma anche che la vera e totale conoscenza di noi stessi avviene attraverso il sogno.

   Si veda ancora, come esempio, il primo sogno analizzato, La farfalla che guarisce: quale tipo di analisi, anche la più approfondita potrebbe condensare in una diagnosi così impietosa la situazione del paziente? Quale descrizione verbale potrebbe sostituire la ricchezza emozionale del racconto della notte? Già, perché le immagini sono cariche di vibrazioni emotive: la paura del sangue  (con tutte i coinvolgimenti che tale simbolo comporta, non solo di ferita e morte ma anche di vita come le mestrua-zioni...), la speranza di guarire (la farfalla), la delusione e l’impotenza (la farfalla intirizzita…).

   Ma, vi è nel sogno una presenza ancora più implicante, che risale  ad un livello di coscienza molto anteriore alla nascita del mito: (C.G. Jung, Gli archetipi e l’inconscio collettivo, vol. 9*, Boringhieri, p. 255) la figura del Briccone.

   Il  Briccone è  una sorta di seconda personalità dal carattere puerile e inferiore. I tiri scherzosi e maligni di questo secondo spirito sono universalmente noti, come la scarsa intelligenza, o addirittura la stupidità che contrassegna le sue «comunicazioni» (C.G. Jung, o.c., p. 248 ss.).

   Orbene, il ciclo del briccone  dispiega  tutti i suoi tratti, ora minacciosi ora burleschi, nel sogno Il drago mascherato o la città del piacere, oltreché in molti sogni del presente saggio. L’humor da cui è animato il drago è uno degli aspetti di maggior rilievo della sua personalità; spodestato dalla coscienza vigile ma pronto a riemergere dalle foschie notturne e a segnare anche la vita da svegli, l’immagine del Briccone accompagna molti dei nostri sogni, quasi a compensare le rigidità e i freni di una razionalità spesso banale.

   Riconoscere che  la figura del Briccone non è un’estranea che irrompe di nascosto come elemento di disturbo nell’Io, ma fa parte della nostra personalità con la quale bisogna riconciliarsi, è il primo atteggiamento da tenere per liberarsi dal male.

   Questo faticoso lavoro di ricostruzione integrale della personalità, che considera la vita psichica nella sua indivisibilità di notte e di giorno, di sonno e di veglia, di attenzione vigile e di sogno, è stato compiuto dal mio cliente con una sincerità inesorabile.

   Già fin dalle prime battute appare che la storia personale del sognatore s’intreccia con quella del Sogno, e ne diventa la rappresentazione concreta. La svestizione, infatti, non è soltanto quella che compie il mio paziente, gettando la tonaca alle ortiche  (cosa che, peraltro, egli aveva già fatto da qualche tempo, vestendo anonimi jeans), ma anche quel gesto ricco di simbolismo che fa ognuno di noi la  sera, prima di immergersi nel sonno e affidarsi al Sogno.

   L’amico della notte non è un optional  per la vita diurna ma un terapeuta insostituibile per guarire dal male di vivere. Che cosa è il nostro piccolo ego, padrone  della vita desta, se non mayaa  cioè apparenza, un abito difficile da svestire, fonte di condizionamenti inveterati e causa di ogni male?

   Se l’io si dissolvesse, terapeuta, paziente e lo stesso lettore potrebbero coesistere in una sola persona. La svestizione diventerebbe allora un imperativo ecologico per la mente di ognuno, perché… domani è, davvero, un altro giorno.