Servirà a qualcuno/a riprendere il tema del celibato e del diritto delle donne al ministero presbiterale? Temiamo che le argomentazioni addotte - da esperti/e non - non abbiano nulla di nuovo da dire a chi da tempo si interessa alla problematica. Trascriviamo allora i seguenti scritti, ripresi da ADISTA, per chi ne fosse a corto. C'è però da temere che, in questa ennesima ripetizione, chi legge abbia la "solita" disattenzione a cogliere il succo del discorso detto e ridetto in molti scritti. A noi interessano: a) l'inserimento del discorso in un contesto di attualità, b) il modo di affrontare le tematica, le sottolineature e le sfumature, c) i vissuti nella loro differenziazione, d) la sensibilità spirituale (non c'è espressione che meglio sintetizzi il modo giusto di rapportarsi ad un fenomeno che riguarda la vita di fede del credente). E' quanto abbiamo evidenziato in rosso in quanto riportiamo qua sotto. Una sola nota di contenuto. Piacerà a molti, e non ci tiriamo fuori dalla mischia, la rivendicazione dell'amore come unico parametro con cui misurarsi in ogni scelta umana, e soprattutto di fede. Ma osserviamo: l'amore tra un uomo e una donna non assorbe la gamma in cui si dispiega questo fondamentale potenziale umano, o almeno non esclude altre forme di amore (dunque concomitanti o alternative) che non siano surrogati, che rispondano alle esigenze strutturali dell'esistenza umana. Non si tratta di scegliere tra amore di Dio e amore terreno!!! Bensì di far convergere l'uno e l'altro verso lo stesso obiettivo: rendere le relazioni umane (e cosmiche!) sostanza della vita, del senso, del gusto, della gioia, della forza per essere integramente persone concreative (con Dio) di un mondo più vivibile. Per realizzare ciò, il rapporto di coppia può essere di molto aiuto (spesso indispensabile), e perciò ben venga l'abolizione di una legge che rende obbligatorio ciò che può essere solo frutto di scelta e di "possibilità", ma non si tratta di un assoluto.
DOC-1484. ROMA-ADISTA. Riprendiamo, con questo numero, a "ragionar" delle
sfide che la Chiesa si trova oggi - e si troverà domani, forse con altra ottica - ad affrontare. Sfide che solo apparentemente sono "interne", perché tutto quello che riguarda la Chiesa, istituzione intanto fatta di uomini, è immerso nel quotidiano e nella storia. Sfide che spettano però ad una realtà ben precisa, una istituzione con solide fondamenta ideali e teologiche e con una tradizione bimillenaria. "Su questa pietra" bisognerà ancora costruire. Ma "questa pietra" è anche quella che emergerà dal modo in cui ci si confronterà con i conflitti e con i problemi che la Chiesa vive attualmente. Una buona parte di questi Adista li ha messi in luce con contributi pubblicati lungo i mesi dal novembre 2002 all'ottobre 2003 (nn. 82 e 89/2002; 7, 28, 40 56, 60 e 66/03), ma non aveva "finito il lavoro" (sempre che sia definire un elenco esaustivo di questo tipo).Continuiamo dunque "Su questa pietra…" con alcune domande sull'istituto del sacerdozio e sulla crisi (se crisi c'è) che il sacerdozio sta attraversando. Hanno risposto il teologo Basilio Petrà (docente di teologia morale alla Facoltà teologica dell'Italia centrale, Firenze, all'Alfonsiana di Roma e al Pontificio Istituto Orientale di Roma), l'ex priore dell'abbazia di Chiaravalle a Milano, Alberto Stucchi e la compagna di Alberto, Elena Erzegovesi, il teologo spagnolo Juan José Tamayo, direttore della Cattedra di Teologia e Scienze delle Religioni "Ignacio Ellacuria" all'Università di Madrid e presidente dell'Associazione pro-diritti umani di Spagna, il parroco di Santa Cristina e di altre due parrocchie a Parma, don Luciano Scaccaglia, il Gruppo donne della Comunità di San Paolo. A loro abbiamo chiesto:
1) Sempre più si parla di crisi nel sacerdozio cattolico (uno dei sintomi più evidenti e recenti è il fenomeno della pedofilia, reato che coinvolge sacerdoti dei più vari Paesi). Quali le cause principali della crisi?
2) Un altro sintomo di crisi è la scarsità di vocazioni, e dunque la penuria di sacerdoti. Rendere facoltativo il celibato ecclesiastico potrebbe essere misura sufficiente ad arginare questo fenomeno? E il celibato obbligatorio ha un significato nella cultura di oggi? E se sacerdozio e celibato sono così indissolubili, come mai il sacerdozio cattolico di rito orientale può coniugarsi con il matrimonio?
3) Sarebbe una nuova linfa per la Chiesa il sacerdozio delle donne, sia in ordine alla scarsità di sacerdoti, sia in ordine alla credibilità della Chiesa che abbandonerebbe, con l'ammissione delle donne al ministero ordinato, un atteggiamento discriminatorio? Se, come ha detto Giovanni Paolo II, la Chiesa ha bisogno del genio femminile, perché non arricchire il sacerdozio di questo carisma?
4) La rivendicazione del sacerdozio da parte delle donne è comprensibile anche perché è una questione di diritto alla parità, di affrancamento culturale e sociale da uno stato di soggezione. Ma, in ultima analisi, non sarebbe opportuno mettere in questione il sacerdozio tout court, tanto più che alcuni teologi cattolici contestano l'"istituzione divina" del sacerdozio (cfr. Herbert Haag, Da Gesù al sacerdozio, Claudiana 2001; Xabier Pikaza, Sistema, libertà, Chiesa. Istituzioni del Nuovo Testamento, Borla 2002)?
Poiché le domande volevano essere soprattutto una traccia di lavoro, solo due dei nostri interlocutori hanno utilizzato la forma dell'intervista. La parola ai nostri esperti.
SACERDOZIO E CELIBATO: LEGAME INDISSOLUBILE PER VOLONTÀ DI DIO? - di Basilio Petrà
1 - Non mi pare che si possa parlare in modo generalizzato di crisi nel sacerdozio cattolico. Intanto, a parer mio, si deve distinguere tra sacerdozio cattolico di rito latino e sacerdozio cattolico di altri riti; inoltre, è diverso il caso del sacerdozio nei Paesi economicamente avanzati e quello del sacerdozio in altri Paesi. Se si cerca di focalizzare meglio l'eventuale crisi attuale si vede che essa sembra riguardare specialmente alcuni Paesi, i più ricchi e i più segnati dalle vicende della modernità, e che dunque sembra esservi corrispondenza tra un tipo di società nella quale l'individualismo prevale, l'apertura al futuro (anche in termini di figli) si fa minore, il religioso perde peso e serietà -riducendosi a gusto individuale o a una pura funzione psicologica - e la visibilità di una crisi quantitativa e morale del sacerdozio. Se questa corrispondenza è vera, allora è nella condizione del religioso nelle nostre società occidentali avanzate che
vanno cercate le cause oggettive della crisi attuale. Per inciso, io non vedo nella pedofilia un segno particolare della crisi. È certo un segno negativo e un serio indizio di disagio ma in molti casi riguarda sacerdoti che sono stati formati non in tempo di crisi, hanno mostrato problemi precocemente e sono stati poco sapientemente "gestiti" dai loro superiori. Forse dice di più sulla formazione seminaristica del passato e sul rapporto vescovi-sacerdoti che non sulla crisi attuale.2 - Dopo quel che ho detto sopra, è chiaro che per me la scarsità di vocazioni è segno di una crisi localizzata e non generalizzata. Ci sono nazioni che vedono un'esportazione crescente di vocazioni e di sacerdoti e che vedono ancora pieni i loro seminari. I motivi per cui questo accade sono probabilmente molto vari; sta di fatto che per ora in tali Paesi non c'è crisi quantitativa. Rendere il celibato facoltativo nelle nazioni dove vi è attualmente una crisi oggettiva potrebbe ridurre il problema ma non sarebbe sufficiente a risolverlo, proprio perché la questione non sta solo nel celibato ma
nella condizione stessa del religioso nelle società avanzate. A parer mio poi non si tratta di capire se il celibato obbligatorio sia culturalmente significativo o no, giacché non può essere questo un criterio determinante nel contesto della fede; si tratta invece di comprendere se è volontà di Dio che sacerdozio e celibato siano indissolubilmente congiunti. Ora, il fatto che la Chiesa cattolica ha preti sposati di rito orientale ed eccezionalmente anche di rito latino dimostra che sacerdozio e celibato sono del tutto dissociabili e che secondo la Chiesa non soltanto Dio potrebbe chiamare insieme al sacerdozio e al matrimonio ma chiama di fatto all'uno e all'altro insieme.3 - Non so se l'ammissione delle donne al sacerdozio, per se stessa, è in grado di risolvere il problema della scarsità di sacerdoti o quello della discriminazione femminile; mi sembra che l'esperienza delle confessioni cristiane aperte al ministero femminile - esperienza talvolta traumatica per tali confessioni - non consenta una facile conclusione. In ogni caso, una decisione di tale tipo non può essere presa semplicemente per motivi culturali o di utilità pratica, ma solo per solidi motivi teologici.
Si può affermare che Dio chiama anche le donne al sacerdozio ministeriale? Il dibattitto teologico è stato acceso, come si sa, ed ancora lo è. Per ora la Chiesa cattolica ha ufficialmente chiuso il discorso; rimarrà sempre chiuso? Molte cose teologicamente date per chiuse si sono poi riaperte; a parer mio, è molto probabile che accada anche in questo caso.4 - Sul significato dell'ammissione delle donne al sacerdozio ho già detto qualcosa. Per quanto concerne la questione dell'origine del ministero mi pare che sia un argomento di proporzioni tali che non si può pretendere di darlo per risolto in poche righe. Dalla Riforma in poi il tema è all'ordine del giorno della teologia e dell'esegesi e credo che vada trattato con molta attenzione metodologica. Ci sono termini che sembrano chiari, come ad esempio 'istituzione divina', ma che in realtà non lo sono affatto.
Senza entrare pertanto nel merito delle affermazioni contenute nella domanda, mi pare si possa dire in ogni caso che
le Chiese che hanno pastori (uomini e/o donne) invece di sacerdoti non hanno molti meno problemi vocazionali (quantitativi e qualitativi) dei cattolici, almeno negli stati avanzati. Di conseguenza, se il punto di partenza del questionario è quello della crisi, probabilmente non è sufficiente lasciare l'attuale dottrina/prassi cattolica del sacerdozio per risolvere il problema della adeguata presenza del ministero nella Chiesa.CHI AMERÀ DI PIÙ - di Alberto Stucchi
Avevo fatto male i miei conti. Volevo essere monaco e sacerdote e mi sono innamorato. Ho così scoperto quanto per me questi due aspetti siano necessari l'uno all'altro, o meglio, siano la stessa cosa, un'unica cosa: sono io. Mi sono scoperto uomo, semplicemente e meravigliosamente uomo, e questo mi basta.
L'amore per Elena mi ha aperto gli occhi. No, non è cieco l'amore: a me ha ridato la vista e mi ha permesso di scoprire la dimensione monastica e sacerdotale presente in me ed in ogni persona che ama. Sì, perché quando si ama si diventa contemplativi: tutto ti appare sacro, dai gigli dei campi agli uccelli del cielo. Ma soprattutto sacra ti appare la quotidianità dell'amore vissuto. E allora sì che ti senti anche sacerdote: sacerdote dell'umanità, con la voglia di celebrare tutte le espressioni del vivere e di diventare memoria vivente di Gesù, di colui che più di ogni altro ha talmente unito cielo e terra da mettere in crisi benpensanti e caste sacerdotali di ogni tempo.
Crisi del sacerdozio cattolico. Quali le cause?
Evidente è il problema, ormai alla ribalta, della solitudine affettiva imposta come condizione necessaria all'essere stesso del sacerdozio, e da questo punto di vista non posso che essere solidale sia con coloro che stanno lottando per l'abolizione dell'obbligo del celibato ecclesiastico sia con chi si batte per il riconoscimento del diritto alla vita affettiva per i preti omosessuali. E ugualmente posso anche condividere l'impegno di chi propone il diritto per le donne di accedere al sacerdozio.
Sono convinto, però, che la crisi riguardi il senso stesso dell'esistenza di una casta sacerdotale all'interno di una Chiesa che dice di ispirarsi alla figura di Gesù di Nazareth e, più a monte, il senso di una struttura ecclesiale come quella attuale.
Perché "padri" se uno solo è il Padre vostro?
Perché "maestri" se uno solo è il vostro maestro e voi siete tutti fratelli? Perché persone "più sacre", "più consacrate" quando chi accoglie un solo bambino accoglie me e Colui che mi ha mandato?
Perché dunque una schiera di persone "ontologicamente" così diverse dalle altre? No, non ci siamo, il problema è profondo, radicale, di senso, risale a Gesù stesso, alla sua vita, al suo messaggio. E da lui occorre ripartire:"Simone, ho una cosa da dirti". "Maestro, di' pure". "Un creditore aveva due debitori: l'uno gli doveva cinquecento denari, l'altro cinquanta. Non avendo essi da restituire, condonò il debito a tutti e due.
Chi dunque di loro lo amerà di più?" ( Lc 7,36-50).Da buon contabile, Simone risponde giustamente: "Suppongo quello a cui ha condonato di più". Ma l'accento di Gesù non cade sul calcolo, quanto piuttosto sul chi amerà di più. Ecco ciò che conta, è una morale nuova, sovversiva, incontenibile, pericolosa, perché chi ama di più rompe ogni schema, non ci sta più dentro, e non può fare altro che peccare, nel senso di infrangere tutte quelle norme di comportamento che non hanno niente a che vedere con ciò che rende la vita degna di essere vissuta: l'amore.
È esattamente ciò che è successo a me: priore di un monastero, prima di incontrare Elena seguivo fedelmente le consuetudini monastiche e da questo punto di vista avevo ben poco da farmi perdonare. Al contrario, quando mi sono innamorato di lei non ho potuto far altro che infrangerle per telefonarle e incontrarla ogni volta che potevo. Scandalo? Sì, certamente. Ma ero vivo: amavo di più. Avevo un surplus di energia d'amore potente e travolgente e ho fatto così l'esperienza di cui parla il Vangelo: chi "pecca" poco ama poco, la donna è esagerata e ha ragione, Simone è un giusto e ha torto!
"Leggi irreprensibili prescrivono cosa si deve fare di giorno e di notte... Amare come si deve... venerare gli dei come si conviene... Le loro virtù, Signore Dio, sono misurate, i loro peccati soppesati", scrive Kahlil Gibran ne Il Folle.
E il sacerdozio cattolico non ha ridotto la fede ad un insieme di fredde norme giuridiche e di noiosa materia dottrinale? Non continua a scegliere di stare con Simone il fariseo nella logica della contabilità, precludendosi così l'esperienza dell'amare senza calcolo e senza misura?
"Perché mi chiamate: Signore, Signore, e poi non fate ciò che vi dico?"
Sono i discepoli dei farisei quelli che digiunano spesso e fanno orazioni; quelli di Gesù sono gli invitati a nozze: mangiano e bevono, vivono e amano! Quella che per Simone è una peccatrice, per Gesù è colei che lo ha amato di più; quello che per Simone è scandalo, per Gesù è la fede che salva, la sola che ti permette di andare in pace e diffondere la pace.
E allora benedetta questa crisi. Perché non leggerla come un "segno dei tempi", segno che finalmente è giunto il momento, ed è questo, in cui i veri adoratori adoreranno il Padre in spirito e verità, tempo di prendere perciò sul serio il "distruggete questo tempio" che Gesù gridò nel cuore di Gerusalemme? Sì, distruggetelo. Non si versa il vino nuovo negli otri vecchi.
Non occorrono né sacre istituzioni, né dogmi, né caste sacerdotali, ma solo poesia, bellezza e tanto coraggio, il coraggio di credere sempre e comunque che solo dove è l'amore, lì c'è Dio.LA SPOSA È IL PRIMO DEI BENI
- di Elena ErzegovesiQualche giorno fa apro la Bibbia come faccio a volte, a caso, e leggo questi versetti del Siracide:
"Chi trova la sposa, possiede il primo dei beni, un aiuto adatto a lui, una colonna d'appoggio…ove non c'è moglie, l'uomo geme randagio. Chi si fida di un ladro armato che corre di città in città? Così dell'uomo che non ha un nido e che si corica là dove lo coglie la notte". (Sir, 36, 24-27)
La risposta al perché della crisi del sacerdozio cattolico è semplice: ogni sacerdote è un uomo ed è scritto da sempre che non è bene che l'uomo sia solo. Inoltre, anche ad un bambino il grande dono del celibato ecclesiastico obbligatorio sembrerebbe uno scherzo, almeno per il fatto che anche un "grande dono" non può essere imposto: si può accettare o rifiutare.
Viene spontaneo domandarsi: come è stato possibile che la gerarchia di Roma da più di mille anni continui a scagliare impunemente la sua sentenza contro chi vuole vivere secondo natura e come Dio comanda? Perché allora molti hanno preso per vero qualcosa di così evidentemente falso? C'è un modo semplicissimo di trasformare una bugia in verità. "Basta ripeterla molte volte", insegna il "grande dittatore" nel Mein Kampf.
Come da sempre succede in ogni regime fondamentalista, la realtà può essere davvero tragicamente banale. Ma sono già in molti ad aver spezzato questo assurdo "passaparola" e un giorno non molto lontano ci volteremo a guardare e, forse, riusciremo anche a sorridere di questa banalità del male. Presto sarà solo un ricordo il fatto che ancora troppe persone non riconoscano questa condanna a vita come un paradiso artificiale che ha mandato in fumo il messaggio evangelico. Un rifiuto tossico, spacciato per "elezione suprema, che ha indotto molti religiosi ad un viaggio senza ritorno nell'abisso della propria solitudine, a vivere l'esistenza con una faccia per sé e una per la moltitudine fino a distruggere la propria vita e quella di altri con comportamenti, ormai sempre più tristemente noti, fuorilegge secondo il codice penale e non solo secondo il diritto canonico. Accadrà presto, ne sono certa.
Ma, anche se la cosa ormai non ferisce più personalmente Alberto e me, per la sofferenza di molti "non tacerò, ...non mi darò pace finché non sorga come stella la sua giustizia" (Is 62,1). Perché non parliamo solo per sentito dire.
Un giorno Alberto, ancora priore del monastero di Chiaravalle, mi mostra il contenuto di un pacchetto, dono di un confratello sacerdote più anziano e "navigato": una sorta di "strumento didattico" composto da due oggetti. Il primo è un tanga nero, indicato come l'abito da indossare in privato, il secondo un'immagine incorniciata di Pio XII in preghiera, pro-memoria da comodino dell'austerità e irreprensibilità da mostrare in pubblico. Non vogliamo qui certo commentare un gesto che parla da sé, uno tra tanti di cui siamo stati nostro malgrado testimoni. Pensiamo, invece, alla solitudine e alla disperazione di chi l'ha concepito, alla sua morale stanca e malata, come canta Gaber, di cui forse è solo in parte responsabile, a tutto ciò che l'ha portato a mettere in atto una mossa così infelice.
A questo pover'uomo, e a quelli a lui simili, la gerarchia cattolica dovrebbe volere più bene ed applicare alla lettera il consiglio di Giovanni Paolo II dell'8 gennaio scorso: amare ed essere amati sono condizioni che addirittura riescono spesso a riequilibrare il soggetto con handicap.
Ma quale handicap è più penoso della mancanza del primo dei beni? Perché rischiare di trasformarsi in uomini che gemono randagi per un calore a loro proibito, per un vuoto mai colmato? Chi darà più fiducia a ladri di intimità armati di un potere ambiguo, che corrono di città in città e che si coricano là dove li coglie la notte? Di fronte ad un albero che produce questi frutti, come possiamo porci ancora degli interrogativi sui perché della crisi vocazionale? Personalmente, non credo basti un tratto di penna su qualche canone del diritto canonico per sanare un malessere che ormai ha radici troppo profonde.
Scriveva Teilhard de Chardin: "La reciproca attrazione tra i sessi è un fatto così fondamentale che ogni spiegazione del Mondo (biologica, filosofica, religiosa) che non riuscisse a trovarle un posto essenziale per costruzione nel suo edificio è virtualmente condannata."
Ecco, io la penso proprio così, ma sono un'artista e non una teologa e quindi vorrei fermarmi qui, a quest'unica considerazione: una struttura che, a cominciare dai suoi ministri, separa ciò che Dio ha congiunto ha i giorni contati. O, forse, per dirla con Heidegger, ormai solo un Dio la può salvare.
Riguardo poi la questione del sacerdozio femminile posso solo dire che, per quanto non riesca a comprendere cosa ci possa trovare una donna di così attraente nel sacerdozio così come è concepito attualmente, ritengo sia giusto che ognuno abbia la possibilità di fare esattamente ciò che sente vero per sé e ciò per cui ha talento. È certamente la qualità della persona e il piacere per ciò che fa a dover essere la discriminante e non certo il genere di nascita. Non lo è più nemmeno per la polizia e per l'esercito, perché dovrebbe esserlo per il sacerdozio?
Ma quello che voglio dire in verità è che
"ministro del divino" lo diventa solo chi vive l'esperienza dell'amore. Che bisogno c'è di un'ulteriore consacrazione? Qualcuno conosce un sacerdozio più grande?LA CRISI DI UN SACERDOZIO ORFANO DEL PADRE
- di Juan José TamayoLe cause della crisi nel sacerdozio cattolico sono varie e di diverso livello. La prima è, senza dubbio, la crisi che stanno attraversando le istituzioni religiose e, in concreto, la Chiesa cattolica come istituzione. Questo riguarda direttamente l'istituzione sacerdotale e coloro che la incarnano. Né l'istituzione ecclesiastica né quella sacerdotale sembrano rispondere allo spirito originario del momento di Gesù. Cercano piuttosto di autoaffermarsi e autolegittimarsi come potere, come organizzazione solida. La Chiesa ha smesso di essere mediazione per convertirsi in fine in sé. Entrambe le istituzioni hanno perso interesse presso i credenti, che preferiscono vivere la loro fede per altre strade, diverse da quelle del sacerdozio.
C'è poi una causa più profonda: la crisi di fondazione. Il sacerdozio parte da Gesù di Nazareth? Risponde all'intenzione di Gesù? Ha un fondamento biblico? Sembra di no. Gesù non fu sacerdote, né apparteneva ad una famiglia clericale, né ebbe una mentalità clericale. Addirittura, se c'è qualcosa che caratterizza l'atteggiamento di Gesù verso il sacerdozio ebraico è la critica permanente. Nei racconti evangelici, ogni volta che compare un sacerdote o un levita viene ridotto a mal partito. A dimostrazione, basta la parabola del Buon Samaritano. Non è facile dimostrare, Nuovo Testamento alla mano, che Gesù abbia fondato l'istituzione sacerdotale, e meno ancora che abbia destinato determinate persone del suo movimento alla pratica dei sacrifici. Tutto il contrario. Gesù fa sue le parole del profeta Osea: "Chiedo misericordia, non sacrifici".
C'è anche una crisi di identità. Noi teologi ci chiediamo cosa definisca il sacerdozio e non ci risulta facile rispondere. Gli stessi sacerdoti si domandano "chi sono io?", cosa hanno in comune con gli altri cristiani e cristiane e cosa li differenzi, e cadono in un dubbio permanente. Non riescono a trovare la loro identità. La stessa cosa succede a molti cristiani e cristiane impegnati nel rinnovamento della Chiesa cattolica e nella trasformazione della società. Per questo sono pochi quelli che decidono per il sacerdozio. Neanche il Concilio Vaticano II fu d'aiuto ad uscire da questa crisi.
Dobbiamo parlare anche di crisi di funzioni.
Quali sono le incombenze del sacerdote: il culto, la catechesi, la predicazione, la sollecitazione delle devozioni, l'evangelizzazione, la presenza nel mondo, l'animazione socioculturale? Così come funziona la Chiesa oggi, i sacerdoti sembrano più funzionari di Dio - e dello Stato che, almeno qui in Spagna, li paga - che servitori della comunità. Questo chiede la gerarchia: che compiano i loro doveri sacri. Le funzioni che realmente svolgono li fa somigliare più ad un mago che ad un evangelizzatore. E questo ingenera in loro una crisi profonda. Inoltre, l'immagine che la gente ha di loro è di persone che vivono sulle spalle degli altri.E ancora: causa di crisi è
lo stile di vita che viene imposto ai sacerdoti e la spiritualità che si esige da loro: tutto questo ha molto poco a che vedere con lo stile di vita che i seguaci e le seguaci di Gesù, soprattutto l'obbedienza e la sottomissione agli ordini dei superiori, molte volte senza possibilità di discussione (obbedienza cieca), e la castità, che nella maggior parte dei casi comporta una costante repressione. Chi va ad imbarcarsi in una spiritualità e in uno stile di vita che non fanno felici le persone e che non rispondono alla sequela di Gesù? Più che "un giogo soave e un carico leggero", come definisce Gesù il tipo di vita che chiede ai discepoli e alle discepole, ci troviamo davanti ad un giogo che opprime e ad un incarico insopportabile.GLI "AFFETTI" DELLA CRISI DEL SACERDOZIO - di Luciano Scaccaglia
1 - A mio parere la crisi presbiterale ha più di una radice: la solitudine affettiva, intima e sessuale, la provocazione martellante attraverso un sesso banalizzato da parte dei mass-media, la difficoltà sempre più incalzante a sublimare gli impulsi naturali, la tensione e la stanchezza psicofisica dovuta allo stress pastorale e anche lo scoraggiamento per gli scarsi risultati pastorali e per non trovare le vie giuste per una adeguata evangelizzazione del mondo moderno.
Quanto alla pedofilia dei preti penso sia necessario prima di tutto tenerli lontano (sia preti che laici) dai bambini-bambine e contestualmente iniziare una terapia medica adeguata.
Sono di parere invece che anche i fratelli omosessuali, costituzionalmente tali, possano accedere al sacerdozio ministeriale come i giovani eterosessuali con gli stessi impegni e possibilità.
Il problema di fondo rimane sempre quello della serenità della persona e della sua realizzazione intima, umana e cristiana.
2 - È mia convinzione che il presbiterato celibatario obbligatorio sia da rivedere, in quanto è contro la libertà della persona umana: ogni essere umano ha diritti inalienabili, come lo sposarsi o il non essere sposati. La Chiesa Cattolica-Romana può consigliare il celibato ma non imporlo. Se così facesse avrebbe presbiteri sereni, sia sposati che celibi e non verrebbe meno la tensione pastorale, l'impegno e lo zelo.
Nella mia comunità non pochi giovani affermano che abbraccerebbero volentieri il presbiterato, però con la possibilità di avere una famiglia. Se è vero che la famiglia comporta nuovi impegni, è anche vero che può essere un aiuto morale, psicologico al presbitero e togliere quella solitudine che
i palliativi come la vita comune tra i preti non riescono a risolvere.Una cosa che come parroco e conferenziere percepisco è la seguente: molti fedeli laici, la maggioranza, anche tra gli anziani, non si meraviglierebbero più di avere un parroco o un prete sposato, che annuncia Cristo, celebra i sacramenti e coordina la solidarietà verso i bisognosi.
La cultura è cambiata, sono cambiati i rapporti tra le persone e i gruppi, seguire la cultura della libertà nello scegliere la propria vocazione e le sue modalità non è una moda, è una evoluzione positiva che non contrasta con il Vangelo né con la Chiesa delle origini la quale non aveva il problema del celibato dei preti.
3 - Sono pure d'accordo per l'ammissione delle donne al sacerdozio ministeriale. Parto prima di tutto dal diritto all'uguaglianza, ribadito dal Concilio Vaticano II.
"Le donne rivendicano, dove ancora non l'hanno raggiunta, la parità con gli uomini non solo di diritto, ma anche di fatto" (Gaudium et spes, 9). Tale parità nella nostra Chiesa non esiste. Conosco le obiezioni del Magistero che fa risalire a Cristo questo no alle donne-presbitere (Inter insigniores, n. 9 e Mulieris dignitatem n. 16).
Rispondo con quanto scritto nel mio volume La teologia femminista: "L'argomento della volontà di Cristo che ha scelto solo dodici uomini come Apostoli, portato alle sue estreme e logiche conseguenze, induce a conclusioni che fanno sorridere e che non sono accettabili come annota una teologa: 'Quando (il Papa) afferma che, visto che Gesù ha scelto solo degli uomini come apostoli, solo degli uomini possono diventare preti, si potrebbe controbattere che, visto che Gesù ha scelto solo degli ebrei, e degli ebrei sposati, solo degli ebrei sposati possono diventare preti… La Chiesa non potrebbe più rivendicare la propria cattolicità se continuasse a scegliere i suoi ministri solo da un popolo particolare' (U. Ranke-Heinemann)".
Inoltre come appare dal Nuovo Testamento, Apostoli in senso stretto non sono solo i Dodici (numero simbolico), ma altri e altre che hanno visto il Signore e ne hanno testimoniato la risurrezione. Occorre poi sottolineare che l'azione salvifica e liberatrice di Cristo non è legata alla sua maschilità, come non dipende dal colore della sua pelle, né dal fatto di essere un ebreo…
Per questo il grande teologo K. Rahner sosteneva che sarebbe ledere la libertà di Dio affermare che Gesù è "auto-espressione della sua maschilità", la quale "è solo un dato di fatto e non ha valore salvifico".
Escludere le donne dal sacerdozio presbiterale, quindi dall'Ordine Sacro, è contro il principio della destinazione universale dei sacramenti: essi sono infatti per le donne e per gli uomini.
Inoltre in questa logica esclusivista e antifemminile, anche il Battesimo viene ridimensionato nella sua efficacia salvifica. È quanto hanno scritto un gruppo di donne, guidate da Gertrud Heinzelman, nei primi anni del Concilio Vaticano II, ai Padri conciliari con un libro-manifesto dal titolo "Non siamo più disposte a tacere": in esso si rileva che "il Battesimo abilita l'uomo a ricevere i sette sacramenti, mentre abilita la donna a ricevere solo sei sacramenti, di conseguenza nella Chiesa i diritti degli uomini e i diritti delle donne non sono equivalenti" (Luciano Scaccaglia, Teologia Femminista, la Bibbia al femminile¸Parma 1996, p. 121).Si tende ancora a tener lontano la donna dall'altare, dal presbiterio, spazio maschile: per quali motivi? Non è forse un residuo di sessuofobia?
4 - Non ho ancora approfondito il problema se sia di istituzione divina il sacerdozio ministeriale. Occorre ricordare che la grande dignità del popolo di Dio sta nel sacerdozio battesimale che è di tutti. Il presbitero è in funzione e al servizio di questo sacerdozio. Ogni atteggiamento di superiorità è quindi fuori posto, come ogni forma di clericalismo. Se il presbitero presiede l'Eucaristia, non la presiede da solo ma con il popolo, in nome di Cristo ma anche del popolo credente, che non viene relegato a un ruolo passivo e di ascolto ma chiamato ad esercitare il suo ruolo sacerdotale, profetico e regale-pastorale.
GESÙ NON HA ESCLUSO LE DONNE NÉ "ORDINATO" GLI UOMINI - del Gruppo Donne della Comunità di base di San Paolo
Dal dibattito che abbiamo svolto come Gruppo Donne sui temi propostici da Adista sono scaturite varie indicazioni sul sacerdozio femminile, alcune contrastanti, altre concordi. Tralasciamo di riferire, per motivi di spazio, la parte storica del nostro approccio all'argomento, che pure è stata molto minuziosa e ricca.
Siamo partite da alcune considerazioni di base. Gesù era un ebreo di Galilea. Nella religione ebraica non esistevano dogmi e Gesù non vi ha mai accennato. Egli ha restituito alla donna un ruolo di parità con gli uomini, a partire dal rapporto che aveva con le sue discepole. Non ha mai parlato di sacerdozio: non ce n'è traccia in nessuno dei vangeli. Non ha mai voluto istituire una "Chiesa". La sua predicazione ed i suoi atteggiamenti erano totalmente laici. Non aveva una pietra dove appoggiare il capo per dormire e viveva grazie all'aiuto delle sue discepole che lo ospitavano e lo nutrivano. Gesù ha rovesciato i tavoli dei mercanti nel tempio, indicando che nei luoghi del Signore non si commercia. Nello spezzare e condividere il pane con i commensali, tra cui c'erano sicuramente anche le donne che avevano preparato la cena e che andavano e venivano, ha detto di fare altrettanto in sua memoria: un invito a fare la scelta degli ultimi come Lui ha fatto, non ad istituire una casta. Quello che è certo è che nell'ultima cena non ha assolutamente ordinato sacerdoti i dodici. Le sue parole sono state chiare: "Non sono venuto a giudicare, ma a servire ".
Per tutto questo la gerarchia ecclesiastica che risiede in Vaticano non può definirsi "cristiana". Il sacerdozio così come è costituito non ha ragione di essere né per gli uomini, né per le donne. Al contrario, hanno ragione di esistere i carismi e i ministeri. Dice Paolo, nella I lettera ai Corinzi: "a uno viene concesso dallo Spirito il linguaggio della sapienza; a un altro invece…". Ma, anche qui, facciamo attenzione! Questi doni non sono dati alle stesse persone per sempre. Se è vero che esistono delle doti naturali, molte volte queste non emergono per condizionamenti sociali, paure, pregiudizi. E allora è compito di tutti aiutare le persone a credere nelle proprie capacità e a manifestarle. Per quanto tempo noi donne non abbiamo osato parlare? E non avevamo forse delle cose da dire? Mentre chi ha sempre potuto esercitare i propri carismi, potrebbe qualche volta farsi da parte, considerando il suo solo un servizio per la comunità.
La parola "prete" viene da presbitero, inteso come l'animatore di comunità. Il pastore e la pastora protestanti sono solo coordinatori della comunità, mentre nella Chiesa cattolica è fondamentale il ruolo sacrale del prete nello spezzare il pane. Il sacerdozio in questo senso non è da noi accettabile. Noi puntiamo ad avere una Chiesa più paritaria. E allora perché non le donne? La risposta che dà la Chiesa: "perché Gesù era maschio", è una giustificazione forzata e probabilmente è un discorso legato alla monarchia. Le donne possono fare tutto e quindi anche le sacerdotesse, e poi magari dire "no" al sacerdozio. Dobbiamo poter essere libere di scegliere quello che ognuna di noi sente: chi sente di voler fare il sacerdote, o la carriera militare, deve poterlo fare. L'importante è che tutte le donne abbiano la possibilità di fare il loro cammino. Se deve esserci un "no" ad un esercizio sacrale del potere, allora è no per tutti!
Rimane aperto il discorso sui carismi. Il problema non è tanto di genere, donne o uomini, il problema è quale sacerdozio. È un carisma al servizio della comunità? Nelle nostre analisi, all'interno delle comunità di base, sono emerse altre figure. Il titolo di un nostro convegno era: "Né padri, né maestri". Si giustifica il dissenso rispetto al sacerdozio in quanto l'esercizio del sacro dovrebbe essere qualcosa di universale, qualcosa da diffondere. Riflettendo sulle prime figure, non si giustifica l'esclusione delle donne. Sono state le prime apostole a scoprire la tomba vuota e hanno dato l'annuncio della resurrezione di Cristo; è stata la Samaritana ad annunciare la venuta del Messia. Si poteva riconoscere fondandolo su queste figure. Invece questo è stato negato (mentre nell'area protestante ci sono le pastore). E ci saranno anche in futuro giuristi, teologi che troveranno mille cavilli per ritenere il sacerdozio prerogativa esclusiva maschile e negarlo alle donne. Non ultima la giustificazione che l'uomo ha la possibilità di trascurare tutto quanto riguarda l'accudimento e dedicarsi in una maniera più totale a questo esercizio, mentre per la donna è molto più difficile.
Il problema non è né facile, né banale. Noi non abbiamo potere! Allora siamo tentate di dire: sacerdozio anche alle donne perché lì dove c'è l'esercizio del potere ci sia spazio anche per la donna! Noi ci rifacciamo alle comunità primitive e pertanto ci siamo riappropriate di tutto quanto veniva vissuto all'inizio del cristianesimo. Abbiamo portato il discorso sull'essenziale, ovvero sul ritorno al sacerdozio universale, che implica una assunzione di responsabilità, un mettersi in gioco giorno dopo giorno. Delegare a una figura istituzionale può essere molto più facile. La grande differenza tra i/le pastori/e protestanti e i nostri sacerdoti sta nel fatto che
i preti cattolici, quando dicono messa, rappresentano sull'altare il sacrifico di Cristo sulla croce! Se cade questo, cade anche l'importanza del prete come sacerdote. Il problema sta forse nel riappropriarsi della forma specifica del cristianesimo, che è la dimensione comunitaria. La posizione del medium, del sacerdote, potrebbe tramontare se la base si riprendesse la responsabilità del proprio essere cristiani. Se la comunità fatta di singoli si riappropria di questa dimensione comunitaria, allora il medium non ha motivo di esistere! Indipendentemente dal sacrificio.Gesù è venuto a portare qualcosa di rivoluzionario. La grande rottura operata dal vangelo di Cristo è stata proprio sull'uguaglianza! Lo stesso Paolo si è trovato in difficoltà. Nella lettera agli Efesini, scrive che siamo tutti uguali, non ci sono schiavi, non c'è né femmina né maschio, ecc.; poi, costretto dalla forma di società che era in vigore, deve modellare la concezione di ecclesia in base alla struttura patriarcale esistente. Nella 1° lettera ai Corinti Paolo indica alle donne che profetizzano di coprirsi il capo: quindi dà per scontato che le donne profetizzano!
Nei primi 200 anni, dunque, le donne erano riuscite a farsi dichiarare profetesse da uomini! E oggi? Allora forse, nonostante i tanti secoli passati ed il cammino che abbiamo fatto e che avrebbe dovuto vederci avvantaggiate, noi non siamo altrettanto brave? Bravo Gesù che ha rivoluzionato vari concetti, bravi quegli uomini che hanno capito questo, ma decisamente bravissime quelle donne esistite in quei tempi lontani tanto diversi dai nostri!
La statura di Cristo ha permesso alle donne di riconoscersi importanti come gli uomini. In altri ambiti, ambienti di lavoro, ecc., le donne oggi hanno acquisito un peso diverso. Nella Chiesa questo non succede. Non è forse che non ci interessa? È vero che non stiamo parlando del padrone della fabbrica, ma di un papa che rappresenta Dio, e quando parla ex-cathedra non fallisce e tutti ci credono. Non è facile cambiare queste cose: quando si entra nell'ambito del sacro le cose si complicano! Oltretutto, ci portiamo appresso il carico di duemila anni di prediche in cui ci si diceva: "Stai zitta in assemblea, tu non vali niente, tu non puoi fare il prete perché sei donna, ecc.". La nostra non è la stessa situazione di quella delle donne vissute accanto a Gesù liberatore!
È difficile percepire queste figure femminili, tipo la Maddalena, come persone che si sono poste in alternativa alle altre forme di potere o in modo paritetico: a loro non importava usare il potere che avevano i maschi perché questo rapporto di potere nelle comunità dei primi cristiani non si avvertiva. La dimensione del rapportarsi tra uomini e donne non passava attraverso l'esercizio di un potere: quelle donne erano semplicemente lì, presenti come gli altri. Solo più tardi è venuta fuori la dimensione del potere! Se ora noi entriamo nella dimensione della persona che conta in quanto tale, che conta perché è e basta, allora riacquistiamo il posto che ci spetta come è avvenuto nella sequela di Gesù.