LA DONNA PER RISOLVERE LA CRISI?

 

Il celibato è di aiuto per chi ha una peculiare inclinazione mistica. Ma in linea generale il seminarista non ne è in possesso e ritiene di potere percorrere tale via sorretto da una logica pretestuale di questo tipo: il ministero riempirà tanto la mia vita che mi sarà facile e consono essere celibe.

Invece il celibato non si sostiene con il fare il prete. E’ un dono a sé, misterioso, riservato a chi ne è inondato. Paragonabile all’estro dell’artista, che è incommensurabile con una professione - anche la più nobile - da esercitare.

Sono seri i problemi formativi che si propongono di far convergere due distinte vocazioni in una sola (né saremo noi a risolverli). Le testimonianze che  qui riporteremo potranno offrire un qualche orientamento a capire, almeno, gli esatti termini della questione.           

  Nicola Palumbi, direttore della rivista per preti sposati  “Sulla strada”, insiste nell’affermare: “Elisabetta per me è stata, non la causa, ma la soluzione della mia crisi”. Il che, tradotto in altre parole, vuol dire che la sua crisi riguardava l’esercizio asfittico del ministero, in cui il celibato non gli era di aiuto. L’incontro di quella donna gli ha fatto ripensare daccapo la complessità della vocazione. L’aspetto sentimentale riusciva a galvanizzare positivamente inquietudini di vario genere (così come il blocco celibatario le galvanizzava in senso negativo).

A ragione tanti preti sposandosi, hanno ritrovato il proprio equilibrio, si dichiarano pronti, se fosse possibile, ad esercitare il ministero da sposati. Essi sottolineano che con la donna accanto, dietro l’esperienza acquisita nella fatica quotidiana del guadagnarsi il pane e lo stare con la gente allo stesso livello, la loro pastoralità sarebbe più umana, meno burocratica e  meno autoritaria. Sono convinti che l’immedesimazione ai problemi comuni rende più umili,  e non a parole, quindi nulla toglie alla vocazione presbiterale, che avvertono disgiunta da quella celibataria.

  Un giorno, a Brescia, in un incontro di preti sposati partecipato anche da preti in ministero, ho visto di fronte due persone della stessa tempra morale. L’uno, Piero Barbaini, ex prete (come vuole chiamarsi), professore all’Università di Parma; l’altro, Don Goffi, teologo di fama. Ex compagni di corso, riandando col ricordo al fervido periodo del Concilio Vaticano II, sostenevano la necessità di una profonda revisione dell’impostazione della vita clericale. Il primo ne deduceva che, nonostante la chiara percezione dell’impraticabilità di quel tipo di ministero “così com’era”, ce n’è voluto di coraggio a lasciarlo.  E il secondo rispondeva:  Sì, ma ce n’è voluto anche molto per restare.

No, non è “questione di donne”; almeno nel senso in cui si intende questa espressione. Barbaini uscendo, non si è sposato (dice di non aver trovato l’anima gemella, ma ha una sorella che è tutto il suo sostegno). Don Goffi ha affrontato seriamente i problemi inerenti al celibato e ha optato per “restare”. Entrambi, da due opposti versanti, testimoniano che il celibato non va caldeggiato né svalutato: con esso ci si misura in piena libertà di spirito. Ma il ministero celibe quanti travagli aggiunge col pretendere fedeltà assoluta ad una promessa, pretesa quale corollario della vocazione presbiterale!

Non è l’innamoramento casuale il punto nodale della crisi. Ad esso - certo, è difficile - si può resistere per salvare l’equilibrio dell’impostazione di vita. A franare è la base su cui è impostata la propria esistenza.

La storia di amore a cui si dà inizio in un particolare momento di difficoltà, benché trasgressiva, non è da paragonare a quella di un uomo qualsiasi sposato, tentato da una relazione extramatrimoniale. Eppure può essere utile accostare in un certo modo i due tipi di crisi.

Persone sposate bene integrate nella famiglia, possono avere i loro flirt; possono anche innamorarsi seriamente. Non è detto che debbano seguire un tale impulso in nome dell’amore nuovo.  La rottura dell’equilibrio raggiunto potrebbe avere conseguenze gravi per se stesse, oltre che per la famiglia. La persona ponderata, anche se sa che col cuore non si ragiona, farà del tutto per ritrovare altri centri di interesse, per sviluppare in direzioni creative il nuovo che sente nascere in sé (è risaputo che ogni crisi è il campanello di allarme della necessità di cambiamento). Il senso di stabilità  continuità coerenza riesce a volte ad aver ragione di quella incrinatura sentimentale senza rimpianti di sorta.

Invece se le cause di fondo in cui si innesta la crisi sono tali da impoverire e svuotare di senso la vita e da spegnere l’entusiasmo per l’indispensabile evoluzione personale, c’è da rivedere le antiche scelte.

Lo stesso paradigma psicologico  vale per il prete. Tenendo presente, però, che questi non ha contratto un legame di tipo matrimoniale con Dio. Bisogna usare un altro quadro di riferimento quando si tratta una materia di ordine spirituale. C’è un impegno, sì, da parte della persona che promette alla Chiesa di onorare una legge canonica; ma la portata delle complicanze esistenziali è tale che di fronte a  Dio non può esserci la paura di offenderlo, anzi è necessario far chiarezza in se stessi.

  L’elemento più indegno della persona è l’equivocare, con transazioni, ripieghi, arrangiamenti. Soprattutto perché c’è di mezzo un’altra persona, la donna.

Eppure non si possono scagliare anatemi contro i preti che si sdoppiano restando nel ministero e conducendo una relazione illecita. Fanno male piuttosto  i Superiori a chiudere un occhio nei loro riguardi, perché sono essi ad avere la responsabilità delle paure che impediscono al prete di decidere liberamente.

A noi, dall’altra sponda, spetta avere indulgenza. Ma, nei limiti in cui ci è possibile, dovremmo dargli una mano per uscire da una situazione imbarazzante.

  Noi donne dovremmo mirare ad impedire che le nostre simili siano vittime, talora a vita, dei tentennamenti e delle illusioni di cui le nutrono i preti, amanti o perenni innamorati (che pur non concedendosi rapporti sessuali, tengono sulla corda la propria amata perché non si sposi).

Come fare? Non è facile dare aiuto a persone che si chiudono ad ogni confidenza e vivono il loro dramma nel segreto più rigoroso.

Tra le poche risorse a nostra disposizione c’è quella di denunziare l’ingiustizia. Di fare conoscere la verità.

Ma anche di analizzare i fatti dalla parte delle donne.

  Tra le verità che vengono celate, anzi occultate, ce n’è una, la quale parte dai presupposti a cui abbiamo accennato sopra. Il prete che decide di restare saldo al suo posto pur essendo orientato verso il matrimonio (parliamo, dunque, di un’opzione onesta e legittima, e trascuriamo, in questo caso, le altre eventualità), compie un atto eroico che non è da esaltare, né da esibire come esemplare; che suona invece come richiamo a riflettere sul perché dell’irrigidimento sulla legge canonica in questione.

Un esempio può illustrare meglio di ogni dimostrazione quanto costi al prete  - e alla donna coinvolta - un celibato forzoso: Don Cereti in un suo intervento nel corso di studi cristiani tenuto ad Assisi nell’agosto del ‘97, ha osato dare pubblica testimonianza di una sua storia d’amore, avuta prima di  abbracciare il ministero. D’accordo con la fidanzata, si lasciarono, perché lui realizzasse la sua vocazione presbiterale. Entrambi fedeli alla propria risoluzione, nutriti di preghiera e di ascesi, si sono rigorosamente astenuti da incontri ravvicinati e che non fossero casti. Dopo molti anni egli, maturato nella sofferenza, sentiva il dovere di confessare: “Mi sono sempre interrogato e penso che se avessi avuto questa persona al mio fianco, non solo nella comunione dei Santi, ma anche visibilmente, certamente il mio ministero non avrebbe potuto trarne altro che beneficio”.(Adista 13 sett.’97, p.8).

  C’è dell’amarezza in questa confessione. La mia mente corre all’innominata donna di Don Cereti che si è consacrata a Dio per amore di lui.

La teologia sulla vita consacrata precisa che chi fa il voto di castità è tenuto, ancor più che alla verginità fisica, a quella spirituale, perché  si offre a Dio un cuore indiviso.

Ma l’agiografia si fa vanto e lustro di coppie di santi, capaci di amarsi ardentemente in modo casto. Allora, non è questione di cuore, bensì di sesso. E,  nel caso dei preti, di matrimonio.

  La crisi, abbiamo detto, è segnale di allarme.

Qualunque sia il ripensamento del prete, la donna deve essere trattata con il massimo rispetto,  nella verità. Non può essere usata, nemmeno spiritualmente, per risolvere la crisi del prete.

Se lei si fa delle illusioni, bisogna essere chiari nel dire pane al pane. Anche se disposta a sacrificarsi, andrebbe incoraggiata a pensare a se stessa.

Deve essere lei, liberamente (parlo di una libertà morale), ad offrire aiuto, quando e come ritiene opportuno. Salvando, anzitutto, la sua dignità.

Dal libro

Ausilia Riggi Pignata, Da donna a donne, Il  Segno dei Gabrielli, Negarine (VR) 2000