LA
DONNA PER RISOLVERE LA CRISI?
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Il celibato è di aiuto per chi ha una peculiare
inclinazione mistica. Ma in linea generale il seminarista non ne è in possesso
e ritiene di potere percorrere tale via sorretto da una logica pretestuale di
questo tipo: il ministero riempirà tanto la mia vita che mi sarà facile e
consono essere celibe.
Invece il celibato non si sostiene con il fare
il prete. E’ un dono a sé, misterioso, riservato a chi ne è inondato.
Paragonabile all’estro dell’artista, che è incommensurabile con una
professione - anche la più nobile - da esercitare. Sono seri i problemi formativi che si propongono di
far convergere due distinte vocazioni in una sola (né saremo noi a risolverli).
Le testimonianze che qui
riporteremo potranno offrire un qualche orientamento a capire, almeno, gli
esatti termini della questione.
A ragione tanti preti sposandosi, hanno ritrovato il
proprio equilibrio, si dichiarano pronti, se fosse possibile, ad esercitare il
ministero da sposati. Essi sottolineano che con la donna accanto, dietro
l’esperienza acquisita nella fatica quotidiana del guadagnarsi il pane e lo
stare con la gente allo stesso livello, la loro pastoralità sarebbe più umana,
meno burocratica e meno
autoritaria. Sono convinti che l’immedesimazione ai problemi comuni rende più
umili, e non a parole, quindi
nulla toglie alla vocazione presbiterale, che avvertono disgiunta da quella
celibataria.
No, non è “questione di donne”; almeno nel senso
in cui si intende questa espressione. Barbaini uscendo, non si è sposato (dice
di non aver trovato l’anima gemella, ma ha una sorella che è tutto il suo
sostegno). Don Goffi ha affrontato seriamente i problemi inerenti al celibato e
ha optato per “restare”. Entrambi, da due opposti versanti, testimoniano che
il celibato non va caldeggiato né svalutato:
con esso ci si misura in piena libertà di spirito. Ma il ministero celibe
quanti travagli aggiunge col pretendere fedeltà assoluta ad una promessa,
pretesa quale corollario della vocazione presbiterale! Non è l’innamoramento casuale il punto nodale
della crisi. Ad esso - certo, è difficile - si può resistere per salvare
l’equilibrio dell’impostazione di vita. A franare è la base su cui è
impostata la propria esistenza.
La storia di amore a cui si dà inizio in un
particolare momento di difficoltà, benché trasgressiva, non è da paragonare a
quella di un uomo qualsiasi sposato, tentato da una relazione extramatrimoniale.
Eppure può essere utile accostare in un certo modo i due tipi di crisi. Persone sposate bene integrate nella famiglia,
possono avere i loro flirt; possono anche innamorarsi seriamente. Non è detto
che debbano seguire un tale impulso in nome dell’amore nuovo.
La rottura dell’equilibrio raggiunto potrebbe avere conseguenze gravi
per se stesse, oltre che per la famiglia. La persona ponderata, anche se sa che
col cuore non si ragiona, farà del tutto per ritrovare altri centri di
interesse, per sviluppare in direzioni creative il nuovo che sente nascere in sé
(è risaputo che ogni crisi è il campanello di allarme della necessità di
cambiamento). Il senso di stabilità continuità
coerenza riesce a volte ad aver ragione di quella incrinatura sentimentale senza
rimpianti di sorta.
Invece se le cause
di fondo in cui si innesta la crisi sono tali da impoverire e svuotare di
senso la vita e da spegnere l’entusiasmo per l’indispensabile evoluzione
personale, c’è da rivedere le antiche scelte.
Lo stesso paradigma psicologico
vale per il prete. Tenendo presente, però, che questi non ha contratto
un legame di tipo matrimoniale con Dio. Bisogna usare un altro quadro di
riferimento quando si tratta una materia di ordine spirituale. C’è un
impegno, sì, da parte della persona che promette alla Chiesa di onorare una legge canonica; ma la portata
delle complicanze esistenziali è tale che di fronte a Dio non può esserci la paura di offenderlo, anzi è
necessario far chiarezza in se stessi. Eppure non si possono scagliare anatemi contro i
preti che si sdoppiano restando nel ministero e conducendo una relazione
illecita. Fanno male piuttosto i
Superiori a chiudere un occhio nei loro riguardi, perché sono essi ad avere la
responsabilità delle paure che impediscono al prete di decidere liberamente.
A noi, dall’altra sponda, spetta avere indulgenza.
Ma, nei limiti in cui ci è possibile, dovremmo dargli una mano per uscire da
una situazione imbarazzante.
Come fare? Non è facile dare aiuto a persone che si
chiudono ad ogni confidenza e vivono il loro dramma nel segreto più rigoroso.
Tra le poche risorse a nostra disposizione c’è
quella di denunziare l’ingiustizia.
Di fare conoscere la verità.
Ma anche di analizzare i fatti dalla parte delle donne.
Un esempio può illustrare meglio di ogni
dimostrazione quanto costi al prete -
e alla donna coinvolta - un celibato forzoso: Don
Cereti in un suo intervento nel corso di studi cristiani tenuto ad Assisi
nell’agosto del ‘97, ha osato dare pubblica testimonianza di una sua storia
d’amore, avuta prima di abbracciare
il ministero. D’accordo con la fidanzata, si lasciarono, perché lui
realizzasse la sua vocazione presbiterale. Entrambi fedeli alla propria
risoluzione, nutriti di preghiera e di ascesi, si sono rigorosamente astenuti da
incontri ravvicinati e che non fossero casti. Dopo molti anni egli, maturato
nella sofferenza, sentiva il dovere di confessare: “Mi sono sempre interrogato e penso che se avessi avuto questa persona
al mio fianco, non solo nella comunione dei Santi, ma anche visibilmente,
certamente il mio ministero non avrebbe potuto trarne altro che beneficio”.(Adista
13 sett.’97, p.8).
La teologia sulla vita consacrata precisa che chi fa
il voto di castità è tenuto, ancor più che alla verginità fisica, a quella
spirituale, perché si
offre a Dio un cuore indiviso.
Ma l’agiografia si fa vanto e lustro di coppie di
santi, capaci di amarsi ardentemente in modo casto. Allora, non
è questione di cuore, bensì di sesso. E,
nel caso dei preti, di matrimonio.
Qualunque sia il ripensamento del prete, la donna
deve essere trattata con il massimo rispetto, nella verità. Non può
essere usata, nemmeno spiritualmente, per risolvere la crisi del prete.
Se lei si fa delle illusioni, bisogna essere chiari
nel dire pane al pane. Anche se disposta a sacrificarsi, andrebbe incoraggiata a
pensare a se stessa. Deve essere lei, liberamente (parlo di una libertà morale), ad offrire aiuto, quando e come ritiene opportuno. Salvando, anzitutto, la sua dignità. Dal libro
Ausilia
Riggi Pignata, Da donna a donne, Il Segno dei Gabrielli, Negarine
(VR) 2000
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