09/06/03
Rivedendo le lettere precedenti per aggiornare il sito, sento di dare ancora posto a due precedenti interventi di Anna e di Ornella. Aggiungo alcune considerazioni "pubbliche", dato l'assieparsi di lettere alle quali rispondo privatamente.
Che dire di questo rifugiarsi nel privato? Vi chiedo almeno di poter mandare le vostre lettere a qualcuna delle mie collaboratrici. Perché non dovrebbe essere possibile? Anche se indirizzate a me personalmente, chiedo di essere libera di farlo quando la lettera lo merita. Ma anche quelli/e che indirizzano al sito pretendono il silenzio. Dovremo cambiar nome e definirci donne per il silenzio???
Ma mi preme chiedervi un'altra cosa, parlandovi cuore a cuore: credete di cambiare l'impianto dell'obbligo del celibato mandando anatemi contro la chiesa e contro il papa?
Non voglio bloccare i vostri sfoghi, ma dirigerli verso l'obiettivo che si propone il sito: far conoscere lo squilibrio e l'angoscia delle persone, talvolta tra le migliori che, quando si trovano ad un bivio della propria vita (bivio che spesso non coincide con la prima scelta per tanti motivi), rischiano di perdere la fede, il pane e… l'onore. Non è poca cosa far emergere le grosse penalità che è costretto a subire chi è deciso a dare un nuovo orientamento alla propria vita. Chi non l'ha provato ci crede poco o immagina che si possa trattare di un fatto simile a quello che capita a chi divorzia.
Mi interessa ancora far emergere alcuni altri elementi tutt'altro che secondari:
Per ora mi fermo qui e do la parola a collaboratrici che si sono espresse nel passato.
Chiediamo aiuto a qualsiasi altra/o che abbia la buona intenzione di portare un contributo di riflessione seria e buona volontà di aiutare chi soffre per questi specifici casi.
Con tanta voglia di amicizia, Ausilia
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Carissime amiche, mi piacerebbe concludere concretamente questo dialogo con voi [si tratta di una pluri-risposta data a più lettere, e che non è il caso di riportare], al di là delle parole, pur sempre confortanti, che avrete trovato nelle varie risposte. Azzardo a dire concretamente, perché ritengo impensabile che storie, non di poco conto come le vostre, debbano inesorabilmente essere messe nel cassetto come foto ricordo. Quando nasce un amore fra due persone, niente le dovrebbe separare: l'AMORE E' DIVINO e non si impara sui libri. Avrete capito a chi mi sto rivolgendo. Questi uomini hanno bisogno del vostro aiuto, non li dovete abbandonare. Lo so, non è semplice, ma non c'è migliore terapeuta della persona che sa amare. I loro silenzi, le loro fughe vi appaiono ingiustificabili, ed avete ragione, ma immaginate i sensi di colpa che sono costretti a sopportare, il disprezzo dei superiori, l'emarginazione, i pettegolezzi della gente. Non è facile digerire tutto e non tutti sono pronti a farlo. I più coraggiosi, che ammiro grandemente, hanno dimostrato di avere carattere e onestà per gridare ai quattro venti i loro diritti, perché l'amore per una donna è un diritto. Qualche prete, leggendo, si scandalizzerà, ma sarei contenta che qualcuno intervenisse, almeno per controbattere le nostre stesse idee, qualora fossero sbagliate. O non ci sono argomenti da proporre, o si ha riluttanza per chi, come noi, reclama chiarezza e verità. Questo è il punto fondamentale, stimolarli alla verità, perché quel velo d'ipocrisia, che li rende complici di un sistema malato, non finisca per soffocarli. Non credo sia impossibile, considerando che ogni donna ha una sensibilità tutta propria per aiutare chi si ritrova in situazioni di tremendo disagio, come questi uomini, costretti a vivere la propria vocazione nel grigiore squallido della loro solitudine.
Anna
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Mi sono calata nell’intrecciarsi delle varie lettere, le mie incluse, e mi spiace veramente se paio essere molto concreta nell’esprimermi, ma davanti a questi problemi io mi sento come se avessi delle sorelle minori, non perché sciocche o immature, ma perché si sono trovate catapultate magari di colpo in situazioni che vengono vissute in solitudine, che non si condividono, delle quali non si condividono neppure le gioie.
Questa mi pare una specie di costante: una coppia quasi isolata a vivere la sua storia, che a volte finisce con un matrimonio, più spesso e direi fatalmente, con una lacerazione.
Perché fatalmente?
Per la connotazione talmente privata del rapporto a due, che rischia di togliergli quella realtà e quotidianità che un rapporto d’amore deve conoscere per rafforzarsi e solidificarsi, e per consentire delle scelte consapevoli. Probabilmente questo è uno dei motivi del prolungarsi comunque nel tempo di tante relazioni, prima di arrivare a una conclusione, sia essa il matrimonio sia una fine comunque per entrambi dolorosa.
Francamente, davanti a relazioni di anni, se pure è immaginabile la mancanza di intimità che può però anche contribuire a rendere gli incontri densissimi, magari ricchi di significato, io non posso più parlare di "inamoramento" ma devo parlare d’amore. Un amore cui manca quel placet sociale e culturale che non solo la gerarchia ecclesiastica, ma tanta cultura clericale nega ostinatamente.
Sì, ci vuole più coraggio per sposare un prete. Sì, ci vuole una grande determinazione da parte del prete per affrontare la miriade di difficoltà che gli si prospettano.
Sì, il Signore certo non vuole questo, e credo che non serva neppure appellarsi al "destino cinico e baro" se le cose finiscono.
Serve però osservare un punto almeno: non possiamo attendere all’infinito in attesa che qualcosa nella chiesa cambi, perché a breve nulla lo fa sperare. Possiamo prendere atto che non sulla pelle delle persone si fa la chiesa, e sulla pelle di persone innocenti perché nessuna donna si cerca una sofferta relazione e nessun uomo che è prete mette in preventivo un rapporto di anni con una donna, se ambedue sono come è lecito supporre delle persone oneste.
Se una conclusione mi sento di trarre è questa: è chiesta tanta forza d’animo, tanta lucidità nell’interrogarsi circa la propria vita, tanta fermezza nel proseguire nel cammino deciso insieme, qualsiasi sia la scelta finale, che non si possono lasciare le persone da sole.
Fino ad oggi si è pensato, da parte ecclesiastica, ai preti… è tempo di pensare alle donne!
E’ tempo di offrire loro non solo lo spazio per dirsi, ma anche l’opportunità di crescere e fare crescere altre sorelle. Uscire dall’isolamento comporta sempre almeno un gesto: quello della mano tesa a chi ha un problema analogo ed è ancora a metà del cammino.
E da ultimo, io penso che una buona cultura circa la figura del presbitero, circa questi rapporti sovente ritualizzati e poco naturali, possa derivare proprio dall’analisi delle esperienze negative di tante donne, ma dovrebbe anche derivare da quella che non so se facciano su loro stessi i preti che si sono sposati.
Insomma, analizzare insieme il cambiamento in positivo in quegli uomini che hanno scelto il matrimonio sarebbe illuminante anche per noi donne, per capire dove stiano le carenze formative, per poter meglio affrontare dei rapporti che minacciano di essere vissuti in modo diverso che con un comune mortale.
E’ questo il suggerimento col quale chiudo questa mia, oltre al mio affetto per tutte.
Ornella
Come moglie di un prete, non saprei esprimere giudizi o dare consigli a questo/a e a quello/a. Di una cosa sono certa: le difficoltà di un prete