La Chiesa di Agar

Anche la Chiesa oggi si ritrova fuori dall’accampamento, a fare l’esperienza

di chi è fuori, escluso.

Rosario Giuè teologo

Nel libro della Genesi si racconta di Agar, la schiava egiziana che aveva dato un figlio ad Abramo, scacciata con il proprio figlio Ismaele per l’invidia e le paure di Sara. Doveva essere una donna giovane, attraente, capace, che inquietava; forse vi erano dei vincoli ereditari da rispettare. Sta di fatto che su sollecitazione dell’anziana Sara, madre di Isacco, "Abramo si alzò di buon mattino, prese il pane e un otre di acqua e li diede ad Agar, caricandoli sulle sue spalle; le consegnò il fanciullo e la mandò via. Essa se ne andò e si smarrì per il deserto" (21,518). Come si sarà sentita la povera Agar che, dopo avere dimorato con fiducia, tranquillità e sicurezza dentro l’accampamento come a casa propria, ora si vede costretta a uscire, ad andare lontano, al largo da ciò che le era noto, familiare, abituale?

Questa donna è costretta a mettersi in viaggio quando ancora è buio, di buon mattino, senza nessun appoggio, con la sola provvista di pane e di un otre di acqua, caricati peraltro sulle sue spalle. Nemmeno un asino per il trasporto le fu concesso. Nella nudità della vita, nella essenzialità del suo essere si viene a ritrovare sola, con il suo fanciullo da far crescere. Forse è così oggi che può sentirsi la comunità ecclesiale, che si è vista costretta a uscire dal tempo di cristianità, un tempo di sostanziale identità tra società e chiesa, tra fede e cultura.
Forse è così che può sentirsi la Chiesa nel ritrovarsi sola e con il venir meno degli appoggi del passato di tipo politico, sociale, culturale, economico. Non è facile scoprirsi come minoranza, con i propri numeri sempre più precari, quando per secoli si è stati al centro di tutto. La Chiesa di oggi che si ritrova spinta dalle circostanze storiche a uscire dall’accampamento, a fare l’esperienza di coloro che sono fuori, di coloro che sono esclusi. Come Agar non ha scelto di andare, vi è costretta. E questo talora può farla soffrire. Agar forse mugugna, forse arriverà a imprecare. Protesterà contro Sara e Abramo. Forse si può avvertire una certa insofferenza verso i tempi moderni, verso la globalizzazione, verso il mondo che cambia così veloce mente e imprevedibilmente, specialmente se si vive in quelle aree del Sud, ma non solo, dove il potere delle tradizioni è più radicato. Si può avvertire una certa ansia di fronte al pluralismo, alla ricerca di libertà, di autonomia: alla secolarizzazione che ci spinge a ridefinire la nostra identità. È una situazione di incertezza, di smarrimento. Ci si trova esposti alle correnti in mare aperto. Ora le delusioni possono prendere il sopravvento. Il rischio dello scoraggiamento è in agguato.

Si è spinti fuori, fino a essere come chi "si smarrì nel deserto". Per fortuna il deserto non è solo una categoria geografica, bensì una "categoria antropologica permanente del discorso profetico perché il deserto indica il ricominciare da capo" (Ernesto Balducci, Gli ultimi tempi, Commento alla liturgia della Parola, vol. 3/anno C, Borla, Roma 1991, p. 24).

La profezia nel deserto ci permette di fare una ricognizione e capire quale è il senso del nostro esserci, quale è il nostro compito essenziale, quali sono le ragioni del nostro agire. Ripartire dal deserto non è ritirarsi religiosamente in una fuga dalla responsabilità rispetto al mondo. È un’opportunità, semmai, per fare spazio dentro di noi alla profezia di liberazione e così farci carico delle contraddizioni del mondo. Ma intanto nel deserto "tutta l’acqua dell’otre era venuta a mancare". Si può arrivare a fare esperienza di povertà reale, e non solo simbolica. E la povertà è una dura condizione interiore ed esteriore che può fare vacillare, che può fare perdere la fiducia. Nello stato di povertà si può rinascere, ma ci si può smarrire, come può sperimentare, per fare solo un esempio, un disoccupato e la sua famiglia. Si può essere stretti dall’angoscia fino a ostruire la via della vita dell’oggi e del domani. Il ricordo della promessa si può affievolire.

Poi "un angelo di Dio chiamò Agar dal cielo e le disse: "Che hai Agar, Non temere". E "Dio le aprì gli occhi ed essa vide un pozzo d’acqua. Andò a riempire l’otre e fece bere il fanciullo". Questi così "crebbe e abitò nel deserto e divenne un tiratore d’arco".

Nel deserto, dove sembra che si eroda il terreno sotto i nostri piedi e dove si possono incontrare serpenti velenosi: lì, anche nel deserto dei tempi moderni, si possono scoprire le forze per affrontare con risolutezza il nuovo che ci attende. Anche lì possiamo incontrare la forza angelica che ci accompagna da sempre nella vita e che ci fa vedere quello che prima non pensavamo di poter vedere. Lì possiamo ricordarci della promessa di Dio che farà "diventare una grande nazione anche il figlio della schiava".

Ora ciò che prima ci appariva essenziale non lo è più e ciò che ritenevamo un pericolo diventa quello che da tempo aspettavamo. Se siamo legati alla sicurezza delle forme della tradizione e dell’oggi, il futuro significa una minaccia per ciò che si ha. Se ci si mette invece con fiducia in attesa dell’"avvento", si avranno occhi per vedere che la promessa di Dio si "fa" nell’oggi della storia, di questa storia che noi non avevamo previsto. Dio ci apre gli occhi, apre gli occhi delle nostre comunità per vedere nei segni dei tempi la sua parola e la sua via. E quando la comunità ecclesiale, spinta dallo Spirito, acquista occhi nuovi e si dispone a bere al pozzo della storia, vedrà anche che il fanciullo, il Vangelo, è capace come un arco di parlare e portare liberazione lontano e in profondità anche all’uomo e alla donna che ci apparivano distanti.

(Rosario Giuè teologo Dall'archivio di Mosaico di pace del settembre 2003)