IL CELIBATO COME IPOTECA PRESBITERALE
L’Istituzione offre diversi mezzi di maturazione alla persona del prete: cultura, studio, meditazione della Parola, sviluppo della vita interiore attraverso la preghiera e la pratica ascetica, fascino della Missione, spinta ideale, apertura universalistica. In tale contesto la vocazione presbiterale è piena di senso e di motivazioni.
C’è, però, un possibile equivoco nel far coincidere la pienezza della vita interiore del prete col suo celibato. Questo che, in sé, ha un alto significato (come ogni chiamata a cui si accompagna uno specifico carisma), viene indicato come la sintesi e la quintessenza della spiritualità presbiterale. Il che è discutibile. Non foss’altro, per l’esistenza di sacerdoti sposati nella stessa Chiesa cattolica di rito orientale.
Però qui non si vuole dimostrare il non-valore del celibato. Anzi si vorrebbero adoperare le stesse argomentazioni in favore del celibato, quale valore, per dimostrarne la nocività quando se ne fa un’ipoteca assoluta per accedere al presbiterio. Il grosso nodo da sciogliere è nell’impostazione di base della formazione.
Quando il giovane aspirante-prete si vede di fronte ad un'ipoteca: se vuoi farti prete, non ti devi sposare, è indotto, nella mira al Ministero, a non misurarsi con le sue vere attitudini al celibato. Il primo entusiasmo dà le ali al suo cuore. L’ambiente gli fa respirare un’atmosfera improntata alla purezza sacrificale della propria sessualità, da serbare intatta per Cristo-Sposo. Non-matrimonio, non-donna, non-sesso. Tutti questi "non" sono accettati in un primo momento senza difficoltà. Tutto un sistema cautelativo si adopera a ispirargli amore alla vocazione.
L’immagine della donna in quell’ ambiente, con quelle idee-guida, sotto quella disciplina, alla luce di quell’ obiettivo, si trasfigura in icona della Vergine-Madre di Dio, a cui egli affida il fiore della sua castità.
Le tendenze della natura vengono sublimate, perché ad esse si dà come sbocco l’Oggetto più alto, l’amore totale per Dio e per il prossimo.
C’è un rischio nell’orientare le dinamiche dell’affettività e della sessualità verso un Oggetto infinito e nello stesso tempo umanamente gratificante. Viene potenziata l’affermazione di sé nella negazione di inferiori appagamenti. Il dualismo tra positivo e negativo si fa netto nel sacrificare ciò che è basso a ciò che è alto.
Due scene contrapposte, a cui ho assistito, appaiono spontaneamente nella mia memoria immaginativa. Un prete, nella celebrazione della sua elezione a parroco, viene invitato con tono declamatorio dal suo Vescovo a farsi Maestro, Duce, Pastore, Padre, Consigliere, Animatore, Luce delle anime. In un’altra Chiesa una suorina, nell’atto di emettere i suoi voti, viene esortata da un fervido oratore a diventare serva, ultima, prigioniera, vittima nascosta, immolata nell’intimità del Cuore di Dio.
Due tipi di enfasi di segno opposto, quanto mai indicative di un costume religioso che, nell’esaltare la verginità, fa emergere con raffinati strumenti retorici la differenza di genere, dal significato opposto a quello proposto dal femminismo (certamente meno celebrativo, più di sostanza, a vantaggio della concretezza della donna).
Punto debole nella formazione presbiterale è non solo il fare tutt’uno di due vocazioni, ma il prospettare un traguardo di Pienezza e di Sovrabbondanza di carismi, che tendono a fare del Ministero, come ha affermato Mons. Peradotto, la sintesi di tutti i carismi, anziché il ministero della sintesi. Cioè si attribuisce al presbitero il potere di assorbire in sé la somma di ogni bene spirituale, anziché metterlo a servizio dei beni spirituali distribuiti fra tutti. E c’è da essere sicuri che la causa principale dell’equivoco è da ricercare nella tendenza diffusa, anzi di norma, ad alimentare l’amore al celibato attraverso sublimi prospettive, dietro le quali c’è una subdola risposta alla naturale sete umana di fama e di potere.
Il potenziamento della figura sacralizzata del prete lo porta a fare della solitudine egida e vanto; a sentirsi libero da impaccianti condizionamenti (la famiglia da gestire, non quella da cui - possibilmente - dipendere comodamente a vita); a ritenersi superiore agli altri; a vagheggiare attorno a sé folle di fedeli devoti ed ossequienti. Cosa, quest’ultima, che si realizza soprattutto perché ad ingrossare le fila degli adepti sono in prima linea numerose donne. E lui può giocare molto sul fascino, di per sé ingenuo, che esercita come uomo-di-Dio. Sentendosi giustificato e incoraggiato a servirsene per fini apostolici, può cadere nella trappola della megalomania (nascosta da una patina di umiltà profferita a parole). Resta il fatto che il prete diviene idolo nell’immaginario collettivo, e con peculiari caratteristiche in quello femminile. La subalternità dei laici è molto simile a quella propria delle donne. D’altra parte il nome stesso gerarchia sottolinea la differenza di ordine e grado; l’alone che emana dalla diversità fa presa anche in seno alla società laica (mi riferisco in particolare a quella dove la presenza cattolica è predominante).
Quanto gioca a favore di questa apoteosi il celibato? Certamente non poco.
Da Ausilia Riggi Pignata, Da Donna a Donne - I confini del sacro nelle chiesa , Il Segno dei Gagrielli Editori, Verona
Pagg. 93-95