Vademecum per affrontare
la questione celibataria
Ogni tanto giungono alla redazione proposte a scendere in piazza, a “far
casino”… Altrimenti la nostra sarebbe acquiescenza, assoggettamento, connivenza
col Potere, se non paura che odorerebbe di tradimento della causa e mancanza di
solidarietà con chi paga maggiormente lo scotto del disagio.
E allora ripetiamo anche noi la linea che vogliamo seguire:
Analizzare. Analizzare correttamente i termini della trasgressione
di chi lascia l’esercizio del ministero per sposarsi: disubbidienza alla
lettera, in vista dell’onestà personale e della coerenza con la propria
coscienza, dato il tardivo, ma profondo e vero riconoscimento di dover
orientare la propria verso lo stato di vita matrimoniale (per carisma, e cioè
per attitudine, per tendenza fondamentale, iscritta nel proprio DNA morale).
Dimostrare. Dimostrare che il non tener conto delle nuove
esigenze,che toccano le radici dell’esistenza personale, è causa di molteplici
danni, soprattutto per chi, impaurito della penalità inflitta al trasgressore
(trasgredisce chi si sposa, non chi fa la doppia vita!!! Dio perdoni il
legalismo farisaico di Chi è responsabile), resta nel ministero, mantenendo
rapporti sessuali con donne piegate, ma mai rassegnate a vivere in
clandestinità, e talora lasciando al loro destino il figli… illegittimi.
Responsabilità. Non c’è bisogno di suonare la grancassa per
dimostrare ciò. Basterebbe avere il coraggio di farne denunzia ai Vescovi, se
questi avessero chiarezza morale per valutare spassionatamente e con senso di
RESPONSABILITA’.
Coraggio. Sarebbe ridicolo
ricorrere a linciaggi, che si arrestano alla soglia dei palazzi del Potere, e
si ritorcono a disonore di chi li utilizza. DIRE E’ PIU’ CHE DIMOSTRARE. Dire
per dare Potere alla parola dell’oppresso. Il di più toglie alla parola la sua
gravità. (O è meglio urlare tra la massa, per non doversi esporre di persona?
Questa è la grande accusa che la redazione fa a tanti che scrivono lettere di
fuoco, ma ci proibiscono di far nomi, di DIRE!!!!).
Serietà.
Non fare il gioco di chi ama dissacrare ciò che resta puro e santo: e cioè il
valore del dono di sé, che completa la singolarità della persona nel rapporto
verticale ed orizzontale; l’equilibrio della persona: possibile, anzi
indispensabile, sottolineiamo, nel vivere la castità, come uso ponderato
della propria affettività e sessualità; la fedeltà alla propria vocazione,
come opzione di fondo (non c’è differenza di fondo tra preti
impegnatissimi e donne ed uomini impegnatissimi; la chiamata riguarda il grado
dell’impegno, appunto la radicalità cristiana). Quindi rispetto massimo per i
“preti che restano”, quanto se ne richiede per coloro che sono costretti a
lasciare l’esercizio del ministero.
Testimoniarnza. Il linguaggio più significativo che fa breccia
nella storia è quello della testimonianza. Senza esibizione e senza fughe
nell’eclissi sociale. C’è da iscrivere nella mentalità della gente –
ripristinandola - la categoria della vocazione apostolica: Andate ed
evangelizzate, come chiamata a porre in primo piano il Regno di Dio (= la
vita di Dio innestata nella vita umana). Al di fuori del necessario
inquadramento istituzionale, che però è da commisurare alle possibilità della
persone, e non il contrario, c’è posto formale nella struttura ecclesiale?
Pare di no. Testimoniare il contrario è PROFEZIA, e c’è anticipazione di una
chiesa che sa ridimensionarsi. Farlo pestando i piedi è orma di protesta
adolescenziale. Al momento giusto la figura morale dl prete sposato si impone
in tutta la sua dignità, come si imponeva quella di un Gandhi quando
disubbidiva in nome della giustizia.
Solidarietà. Non basta testimoniare, perché prima di tutto ci sono le urgenze della vita. Bisogna dare una mano a chi è costretto ad un tenore di vita inadeguato alla soddisfazione dei bisogni fondamentali, come anche a chi resta nell’ambiguità del ministero con donna nascosta… i livelli di intervento possono essere tanti; non ultimo quello che si fa dono di sororità e di fraternità per i soggetti più deboli.