Mille modi per affrontare la questione celibataria

 

I - La questione celibataria

Sì la questione ha ragione di essere trattata.

Ma ogni questione richiede argomentazioni e sviluppo delle stesse. Se invece il discorso si affossa nella ripetizione degli argomenti, con varianti che confermano sempre e solo la stessa cosa, allora la malattia di chi si esprime ha un semplice nome: COAZIONE A RIPETERE.

C’è da chiedersi: A CHI E A CHE COSA GIOVA?

Non a chi si lamenta, perché la coazione si rafforza anziché estinguersi. Non a chi ha in mano il nodo della questione, e cioè a chi, nella Chiesa, ha il potere di cambiare la legge, perché un potere investito di sacralità non può cedere a pressioni, tanto meno a ciò che si presenta sotto il profilo del disfacimento morale. Non a chi legge, perché quello che si dice è risaputo, e anzi non si fa altro che alimentare la prudérie col giochetto delle situazioni ingarbugliate…

Ma vediamo alcune delle varie angolazioni da cui si parla e straparla di celibato attraverso vari documenti.

Dulcis in fundo: quello che ci pare il metodo giusto.


II - L'innamoramento

Il copione è il solito. I particolari sono sbalorditivi, se li si vuol fare passare come normali.

Nel primo articolo che riportiamo si tratta di usare comprensione, non di avvallare come normale un amore doppiamente trasgressivo. Non fa meraviglia che i giornalisti, in combutta con il popolo dei pettegoli, si  esaltino, ma dispiace che ci sia compiacimento tra coloro che davvero vogliono dimostrare l’utilità e l’opportunità del celibato opzionale. Le lodi per la sincerità della dichiarazione pubblica in chiesa (leggi articolo!) non tengono conto che ci deve essere pure una linea divisoria tra lecito e meno lecito. Dobbiamo considerare normale che il caso di trasgressione celibataria riguardi una donna sposata e madre? la provocazione pubblica si propone di diffondere l’idea che basti essere innamorati per giustificare l’adulterio? Dovremmo limitarci a non giudicare le persone e ad accettarle indipendentemente dai principi, ma non a piegare i principi ad un vuoto relativismo.

Ecco alcune frasi di persone sagge che fanno pensare: a) “Io credo che oggi molti preti si sentano eunuchi, perchè resi tali dagli uomini...”. E allora,  aggiungiamo, la colpa è nel volere che sia eunuco chi non è chiamato ad esserlo. Punto e basta. b)  “Oggi il celibato e’ pesante da gestire, soprattutto perchè non più supportato da quelle sublimazioni che c’erano un tempo”. Non buttiamo fango sul celibato e nemmeno su chi non è chiamato. Dobbiamo gareggiare in onestà. c) Un proverbio cinese recita così: "Non e’ il vento che fa muovere la barca, ma l'arte di disporre le vele" . Nel caso nostro, è sbagliato il modo di intendere il celibato: se è vero che esso non è un obbligo assoluto e che si ha il diritto di non proseguire in esso senza averne il carisma, non è giusto fare dell’innamoramento la bandiera dietro la quale schierarsi; soltanto il caso in cui dall’innamoramento matura una scelta profonda di vita si può parlare di SCELTA.
 


Settimanale OGGI, sett. 2004
di Massimo Laganà

Belgioioso (Pavia), agosto
E adesso, per favore, non chiamiamolo il padre Ralph dell’Oltrepò Pavese, perché merita maggiore rispetto, senza offesa per il non dimenticato protagonista del serial Uccelli di rovo, il travaglio di don Andrea Abbiati, 33 anni, il prete di Belgioioso che ha preso congedo dai suoi parrocchiani, dopo aver confessato di essere innamorato di una donna.

«L’amore è una cosa meravigliosa e mi auguro che anche voi possiate vivere in futuro un sentimento così bello e forte, come quello che sto provando io per la prima volta nella mia vita». Con queste accorate parole, lo scorso 6 agosto, don Andrea si è rivolto ai ragazzi e agli animatori che lo avevano accompagnato in Valdossola, dopo averli fatti radunare nel salone della colonia estiva organizzata dall’oratorio San Luigi.
«In settembre avrete un altro prete, perché io, come sacerdote, dovrei amarvi tutti allo stesso modo, e invece da tempo amo una persona sola, una persona soltanto, ed è una donna», ha continuato il religioso nel suo sfogo d’addio, durato un’ora e percorso da un’ineludibile commozione, propagatasi in sala, soprattutto tra i ragazzi, che in questi anni hanno legato molto con il curato.

Emozione a parte, però, altro sentimento accomunava i presenti, grandi piccoli, che ascoltavano la confessione di don Andrea. Era quello di un’intensa curiosità, che è rimasta appagata ben presto e fin troppo facilmente. La persona, «la sola persona», che il prete ha confessato di amare in questo momento della sua vita era infatti in sala e tra un disagio incontrollabile, pari almeno al suo rossore, è un’animatrice dell’oratorio San Luigi di Belgioioso che alla colonia estiva era andata con i figli di due e cinque anni e con il marito, ex vicesindaco di Belgioioso, anche lui uomo di chiesa e collaboratore laico della parrocchia, per fortuna non presente in sala, durante l’intervento del parroco. perché presago dell’imminente catastrofe che stava per abbattersi sulla sua famiglia.
«Vi chiedo scusa, vi chiedo scusa», ha infine concluso, con la voce spezzata don Abbiati. «Negli ultimi tempi non sono stato io molto vicino a voi. Mi dispiace moltissimo, ma mi sono trovato in una situazione difficile, alla quale non ho saputo sottrarmi.
Ve ne sarete accorti, non ho fatto nulla per nasconderlo. Non sarebbe giusto nei vostri confronti. Io pensavo fosse mio dovere raccontarvi tutto, con sincerità».
Sull’argomento, i parrocchiani di don Andrea sembrano divisi. I più giovani sebbene colpiti e quasi sotto choc per l’evento, hanno apprezzato l’onesta del sacerdote, che poteva svignarsela notte-tempo, per poi mandare una lettera di circostanza. «E invece ha preferito affrontarci a viso aperto», spiega un ragazzo, che difende a spada tratta il suo curato. «Lui ha anche una storia difficile alle spalle, possa trovare un equilibrio. Anche i sacerdoti sono uomini e hanno il diritto di amare, no? Non c’è nulla di scandaloso».

Meno comprensiva la mamma di un giovane, che frequenta la parrocchia di San Luigi: «Per me tutto questo è inammissibile. Se avessi saputo prima certe cose, non avrei mandato mio figlio all’oratorio. Non mi pare che abbia tratto un grande modello educativo da questa vicenda. Senza pensare al dolore che i signori in questione stanno dando al marito e ai due bambini. Un uomo di fede avrebbe il dovere di controllare le sue passioni, specie se queste passioni fanno del male ad altre persone».

Mentre in paese il dibattito ferve, don Andrea ha pensato bene di chiamarsi fuori e si è appartato in una non meglio identificata località montana, per riflettere e pregare. «Non è davvero il caso di rilasciare dichiarazioni», ha detto saggiamente ai cronisti. «Adesso sono in ritiro spirituale e ci rimarrò fino a settembre. Quello che accadrà in futuro lo sa solo Dio».
La curia di Pavia, che pure ha disposto il temporaneo allontanamento del sacerdote dalla parrocchia, non ha preso una posizione troppo dura, finora, sull’episodio.

Il vescovo Giovanni Giudici ha dato ai parrocchiani di San Luigi un messaggio, che non suona proprio per nulla alla stregua di un’irrevocabile condanna: «Carissimi, com’è ormai a voi ben noto, don Andrea Abbiati sta vivendo una situazione personale che lo impegna in una ricerca di discernimento. Per questo ha chiesto al vescovo di poter sospendere il suo servizio pastorale tra di voi. Per quanto sta accadendo sono comprensibili reazioni di sorpresa e disorientamento. Occorre però orientarsi decisamente verso atteggiamenti illuminati dalla fede. Partecipiamo nella preghiera a una sofferenza comune e ritroviamo disponibilità per quanto è richiesto dalla fedeltà al Vangelo».
«Io spero che il mio curato si ravveda. E confido nella misericordia del Signore», ha chiosato il parroco di San Luigi, don Gabriele Pelosi. Forse non c’è davvero altro da fare.

 

Altro caso che non riportiamo (ma ce ne sono tanti!): la suorina extra-comunitaria che si innamora attraverso un messaggio di amore via e-mail, casualmente giunto a lei, anziché all’innamorata. Il bello è che i due si sposano… Ci chiediamo se non ci sia infantilismo a gustare storie simili. E sono questi i casi che dovrebbero spingere la Chiesa a cambiare le sue leggi? Se il Popolo di Dio non cresce, il cambiamento della chiesa sarebbe solo motivo di caos morale.


III - questioni di sessualita'
 

Un messaggio  (dal sito “preti on line”)

Ho recentemente letto delle affermazioni di un sacerdote famoso che mi hanno spinto a riflettere su una questione abbastanza controversa qual è il celibato per i sacerdoti.

 Fermo restando la mia completa e ferma convinzione su tale questione sono rimasto molto turbato dalla seguente affermazione: "Nello stato sacerdotale è richiesto il celibato. E' un donarsi totalmente a Gesù per essere totalmente donati ai fratelli. È una rinuncia alla genitalità e non alla sessualità."Come egli stesso dice, tale scelta nasce da un cuore innamorato di Cristo e dei fratelli.

Ciò che non riesco a capire è come sia possibile rinunciare, per dirla negli stessi termini, alla genitalità e non alla sessualità!

I sacerdoti sono esseri umani, pervasi da un amore illimitato verso i fratelli e dotati di una propria sessualità, legata quest'ultima proprio al modo di essere di una persona, che è maschio o femmina.

 Potrei quindi interpretare l'affermazione di quel sacerdote nel senso che la sessualità riguarda tutta la persona: il cuore, la mente, la psiche e non solo il corpo.

 Ma non posso non tener presente che essa riguarda anche il corpo, essendo l'espressione del dono più profondo di se stessi alla persona amata. E ciò può avvenire esclusivamente all'interno del matrimonio finalizzato al dono di una nuova vita. La sessualità porta alla comunione profonda ed esclusiva fra un uomo e una donna, e tale comunione è comunemente chiamata amore, cioè il dono di una persona ad un'altra. Come può una persona votata a donarsi a tante altre non rinunciare alla sessualità? Come può una persona innamorata di tante altre rinunciare al suo modo di essere considerando che la sessualità e l'amore formano un binomio inseparabile? Giacché dalla diversità tra l'uomo e la donna scaturisce l'attrattività, la ricerca, lo stimolo e quindi l'amore si può ipotizzare quest'ultimo tra un sacerdote e una donna alla luce del dettato "E' una rinuncia alla genitalità e non alla sessualità"?

Una risposta

Mi par di capire che il vero problema dell’amico sia il seguente: la rinunzia alla genialità fa parte o no della rinunzia all’uso della sessualità?

Se si tratta del freno all’uso degli organi riproduttivi dal punto di vista del piacere che esso (uso) procura, si pretende che basti tale astensione per rendere lecita al celibe l’esplicazione dei fenomeni connessi alla sessualità (il trasporto amoroso che investe tutta la persona).

Debbo dire che in tal modo si innesca un meccanismo pericoloso. Si lascerebbe briglia sciolta all’innamoramento, sapendo che è vietata una sola cosa: il piacere legato alla genialità. Che pasticci! Prevedo tante falsificazioni, interiori e a lungo andare anche esteriori, nel concedere sfogo al cosiddetto «lecito».

Ma non ho da fare supposizioni. Ho nella mia mente fresco, e tristemente corrispondente al vero, il caso di un prete che illudeva una mia amica: si concedeva le soddisfazioni più stupide, fanciullesche e apparentemente ingenue, compreso un bacetto, una frase spinta tanto quanto bastasse perché la ragazza “capisse” e si suscitasse in lei un fremito amoroso; si cercava un incontro protetto dagli sguardi di estranei, quindi appartato, ma tale da non poter essere usato per sfoghi di intimità; c’era un’insistente rincorsa ad incontri fugaci per futili motivi… E sempre lo stesso giochetto a nascondino: «ci sono, voglio che tu mi cerchi, ma io non mi faccio acchiappare». Il domani? Ci faremo bastare «quello che possiamo fare senza dare all’occhio». E via di seguito. (La ragazza fortunatamente sfuggì alla trappola).

So che ci sono casi più seri, come quello dell’amicizia. Ma non mi sono mai sembrati chiari quelli in cui si viene a certi patti, espliciti o impliciti: «volersi bene tanto, e anche esclusivamente; l’importante vivere il rapporto con una sola clausola: no all’uso del sesso, inteso come sinonimo di genitalità; sì a tutto quello che lega affettivamente». Dispiace che spesso si  tratti di teorie che si ammantano dell’avallo di una psicologia, consapevole (e tale che rende consapevoli) del bisogno di integrazione affettivo-relazionale, certamente meno sradicabile dell’inibizione di un organo. Il quale riceverebbe un appagamento indiretto, attraverso quello affettivo…: un gioco all’auto-inganno.

Qui mi permetto di dire brevemente una cosa importantissima: è vero che si può amare senza l’uso della genitalità. Ma ciò va bene se si gode del frutto maturo di quell’amore totale che sa attraversare la realtà naturale, per giungere ad una dilatazione personale così piena da poter relativizzare il piacere legato ad un aspetto parziale (quale quello legato alla semplice genitalità). Mi limito, a proposito, a consigliare un libretto prezioso: C. Yannaris, Variazioni del Cantico dei Cantici, CENS, Cernusco s/N (MI).

Ma, tornando ai discorsi di sopra, c’è da evitare di fare di ogni erba un fascio. Sono tante le distorsioni mentali circa il fatto della sessualità. Ad esempio, ci sono, e tanti, che fanno un ragionamento di questo tipo: «non è giusto inibire ciò che è naturale»; a questi c’è da rispondere che anche gli animali della foresta debbono sottoporsi ad inibizioni; forse anzi soprattutto essi, perché per l’uomo si dovrebbe parlare, più che di inibizioni, di abitudine al controllo razionale, di finalizzazione del limite ad un obiettivo più complessivo, eccetera.

Bisogna centrare il punto essenziale della questione: l’educazione al rispetto per il proprio  e l’altrui corpo; il quale ha esigenze non tutte appagabili immediatamente, ma mai da disprezzare. Vanno valutate e temprate le proprie forze, cioè il grado di utilizzazione dell’energia sessuale che la persona può permettersi di spendere in altre direzioni, nella ricerca di un sano equilibrio, di una più gioiosa espansione della persona..
 


IV - l'escamotage del pastore protestante

(Traduzione un po’ rozza di U. L.)


Prete sposato in colori viventi ( ... e ce ne sono a centinaia ) di Ruth Bertels

 

In colori viventi, niente meno, con testo di Darlene Stevens e fotografie di John Smierciak, il giornale “Chicago Tribune” presenta ai suoi lettori Don David Medow, ex ministro luterano ed ora curato della Parrocchia Mary Immaculate in Plainfield nella Diocesi di Joliet sotto il Vescovo Joseph Imesch. (3/3/02).

In prima pagina una piccola fotografia del prete che sta prendendo in prestito il libretto degli assegni di famiglia da sua moglie Jane,  che insegna alla scuola della parrocchia. Noi sappiamo anche dei loro bambini, il figlio Nikolai, 14, e la figlia Hannah, 10. Sacerdozio domestico per eccellenza.

Per sfatare la paura sulla validità del sacerdozio di Don Medow, Stevens ci assicura che la sua ordinazione è stata possibile attraverso un processo speciale messo in atto 20 anni fa dal Vaticano per il clero anglicano-episcopaliano che voleva divenire cattolico.

Tutto detto? Pensi che sai tutto ciò che vuoi sapere di Medow ed il suo lavoro? Aspetta, c'è di più. A pagina 16, per essere esatti. Una pagina intera con tre fotografie a colori. Là, in cima alla pagina è Don Medow in paramenti Quaresimali all'altare di Dio, con braccia estese nell'atto di abbracciare la congregazione intera, la diocesi, la nazione, il mondo.

Non tutti, però. Non i preti cattolici sposati. Oh, lui può dire che è loro fratello, e  può anche essere sincero. Ma non è così. Loro sono fuori. Lui è dentro.

Se fossi una parrocchiana di lì, sarei  incerta se rimare nella Parrocchia di Mary Immaculate. Penso che non potrei. Se Don Medow mi invitasse a casa per una Messa privata, visitare la sua famiglia, o godere un semplice pasto, lo farei. Frequentare la sua Messa pubblica, per me sarebbe sanzionare questo scandalo di proporzioni epiche: la pratica ingiusta di invitare dentro ministri protestanti dalla porta, mentre si buttano fuori i nostri preti sposati ed il loro ministero dalla finestra.

Il Vescovo Giuseppe Imesch ha dovuto essere un pò in apprensione circa tutto questo, scrive Stevens, quando dovette spiegare ai 70 Preti Sposati Diocesani dimessi, lo stato di Don Medow nella Chiesa.

"Alcuni avevano sentimenti molto forti", Imesch disse a Stevens. Io dissi loro, “quella è la legge" della chiesa.

In tal caso, perché la legge non concerne tutti i preti?

Jospeh Epstein, nella sua composizione The Virtues of Ambition (Harper's 1980), esprime il bisogno umano per appoggio amoroso come segue:

"Possibilmente il genio può fiorire senza comprensione della comunità, ma uomini e donne geni o no, aspirano a fare il loro meglio, e possono essere scoraggiati, depressi, demoralizzati senza la comprensione della comunità".

Chi è più escluso dalla " comprensione della comunità " che quelli spediti in esilio da Roma? Faccio pausa e mi domando se quelli che sono responsabili per questa ingiustizia si fermano a considerare quello che hanno fatto, e se non dovranno forse dar conto un giorno a Dio per la loro mancanza di appoggio ed amore per i loro preti sposati.

A proposito, Stevens rivela un tocco di arroganza nella replica di Don Medow alle domande dei parrocchiani riguardanti il suo salario: "io dico che non sono affari loro".

Bene, bene. I Parrocchiani pagano il suo salario e provvedono la casa per la sua famiglia, ma non hanno diritto di sapere niente a riguardo del suo salario ed i benefici. Non e’ proprio bello, caro Medow. Il Vescono Imesch dice che un prete diocesano è pagato sui $2,000 per mese. Quanto di più per Don Medow? Noi non possiamo che speculare.

Non importa. Don Medow esemplifica la grande divisione tra il Vaticano e il popolo di Dio nella Chiesa Cattolica, la scissione tra clero e laicato. Perciò, il suo servizio viene ad un prezzo ben oltre dollari e benefici.

 


Le considerazioni di Ernesto Miragoli
 

Cari amici, non è una novità.

E' da lunga pezza che nella nostra chiesa cattolica - in perenne crisi di organico nel sacerdozio ministeriale - si accettano pastori protestanti ed anglicani convertiti al cattolicesimo con moglie e figli a carico e si consente loro di essere preti cattolici.

Qualcuno pensa che sia un primo passo per il celibato facoltativo. Ma secondo me non lo è. Per varie ragioni che provo a sintetizzare per non annoiare nessuno.

  1. Anzitutto vi è un problema teologico-morale che si chiama peccato di apostasia. Se io cattolico mi facessi protestante calvinista o luterano, per esempio, sarei un apostata e per ciò stesso scomunicato. Non vedo perché chi fa il percorso contrario debba non essere considerato tale. Oppure noi soli siamo nel giusto e tutti gli altri sono nell'errore?
  2. La formazione teologica dei nostri fratelli separati è un po' diversa dalla nostra. Questi pastori che vengono riciclati, non vengono esaminati sui contenuti. Lo so per certo. Vengono accettati e basta. Vale il fatto che essi si siano convertiti. Ma la sola conversione non basta. Per esempio: il loro modo di fare pastorale è diverso dal nostro, così come il modo di studiare la parola di Dio, così come l'intendere la morale sessuale e via elencando. Come questi si integrano in un piano pastorale locale o diocesano? Non è dato di saperlo. Qualche anno fa ero in contatto con uno di loro e a queste domande precise egli mi rispose che faceva il suo e basta. Non mi stupii: è da circa quindici anni che siamo allo sbando organizzativo.
  3. Il vero problema - e sono stanco di scriverlo e dirlo - sta nel concetto di sacerdozio ministeriale che va ristudiato e reimpostato. Ma sembra che la cosa non interessi a nessuno.
  4. Davanti a casi come quello dell'accettazione dei preti sposati protestanti, la risposta illuminata di un vescovo (che purtroppo è il capo della mia comunità cristiana) è: "... ma il celibato rimane la strada maestra". Frase che dice tutto e nulla. Dice tutto perché sistema il problema nella tradizione, nulla perché ignora il problema nella sostanza.
  5. Ho provato a chiedere ad uno di questi "riciclati" cosa ne pensa del celibato. Mi ha risposto che preferisce non pensare, gli bastava essere nella chiesa cattolica con sua moglie ed i suoi figli. Non ha avuto il coraggio di aggiungere: una casa sicura, una prebenda sicura, un lavoro sicuro. Non so se non ha avuto il coraggio di farlo o gli è mancata l'intelligenza per continuare la riflessione. Ma sono certo che a lui come agli altri delle leggi ecclesiastiche cattoliche non gliene frega de meno, come dicono a Roma.

Allora... allora... allora è meglio la mia posizione, come quella di molti altri. Abbiamo vissuto momenti duri quando ci siamo accorti di un conflitto fra l'amore per la chiesa e quello per una donna. Nel crogiolo del travaglio abbiamo scoperto che potevano esistere entrambi. L'abbiamo detto. Ci siamo offerti per sperimentare la cosa (personalmente lo dicemmo anche all'attuale pontefice il 5 maggio 1986 nella sede della congregazione). Visti inutili i tentativi espletati abbiamo scelto la strada più difficile. Siamo rimasti soli. Per anni abbiamo partecipato alla messa senza accostarci alla comunione. I nostri figli sono stati battezzati a porte chiuse.

Noi continueremo a cercare il dialogo con i pastori. Moltissimi di essi sono sordi. Ma...pulsate et aperietur vobis.

Ciao,  Ernesto
 

Altra cosa è il “passaggio” benedetto dalla Chiesa. Ma è causa di equivoco…..

Riportiamo due articoli sullo stesso argomento per mostrare quanta eco abbia la notizia:
 

Dal settimanale “Oggi” Luglio 2005

Moglie mia, sono un prete ma resto tuo marito

di Giangavino Sutas

 

Patrick Balland era pastore protestante. Poi la conversione alla Chiesa di Roma. E una vocazione «proibita»: diventare un religioso nonostante una famiglia a carico. C’è riuscito

 

Namur (Belgio),

Proprio io non dovrei dirlo. Ma lo penso: forse è stato un miracolo. Anzi, lo è stato certamente. Ho coronato il mio sogno:

sono un prete cattolico. Grazie al nostro grande Papa Giovanni Paolo 11 appena scomparso che, un anno fa, mi ha concesso la dispensa al celibato. Non finirò mai di ringraziarlo nelle mie preghiere. Ma debbo ringraziare dal profondo dei cuore anche il nostro attuale Pontefice, Benedetto XVI, perché è stato lui, quando era cardinale e Prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, a portare avanti la mia «pratica)). Conio scrupolo, il rigore e l’umanità che lo contraddistinguono. Senza prevenzioni e senza pregiudizi. Anche per lui non dimenticherò certo di recitare preghiere speciali».Patrick Balland, 55 anni, pastore della Chiesa calvinista di Ginevra, sposato dal 1980, padre di quattro figli, è stato ordinato sacerdote della Chiesa cattolica il 26 giugno scorso dal vescovo André Léonard, nella cattedrale di Saint-Aubain, a Namur, in Belgio. La dispensa dall’obbligo del celibato ecclesiastico era stata concessa nel maggio del 2004 da Papa Wojtyla. Il caso di Patrick Balland è eccezionale ma non è isolato: ogni anno decine di religiosi sposati vengono ordinati sacerdoti. Ma la quasi totalità di loro proviene dalla Chiesa anglicana inglese o da quella episcopale statunitense. Balland invece è il primo francofono sposato ordinato sacerdote dalla Chiesa di Roma. Fu Pio XII il primo Papa, nel 1951, ad accordare questa speciale dispensa a un pastore luterano. Oggi gli ex pastori protestanti, sposati e convertiti, sono più di duecento.

C’è però una Chiesa che costituisce una eccezione «istituzionale»: è la Chiesa cattolica di rito orientale (copti, grecoortodossi, maroniti, meichiti), nella quale sono accettati, senza bisogno di alcuna dispensa, i preti sposati.

Patrick Balland invece ha dovuto percorrere un cammino lungo e difficile, iniziato nei primi anni Novanta, prima di vedere accolta la sua dispensa. Ha incontrato forti resistenze sia da parte del clero conservatore che non ammette deroghe al celibato, sia da parte dei progressisti che, in materia, chiedono regole uguali per tutti e non solo per i protestanti convertiti. E stata una battaglia quella di Balland, ma alla fine hanno prevalso la sua testardaggine e la sua vocazione. Nato in una famiglia protestante di Ginevra, Balland ottenne la laurea in Teologia protestante a Cartigny, prima di diventare pastore calvinista. Poi, pian piano ha cominciato a maturare nel suo animo la conversione alla Chiesa di Roma. Il suo dossier è passato prima attraverso la Svizzera e la Francia che l’hanno respinto al mittente. «Era stato l’allora cardinale Ratzinger», confessa il neosacerdote, «a farmi sapere che aveva bisogno, per portare avanti la pratica, di una lettera da parte di una diocesi. In Svizzera e Francia non c’è stato niente da fare». Finalmente in Belgio invece il vescovo di Namur ha accolto la sua richiesta e lo ha prima ordinato diacono (2004) e poi sacerdote nel giugno scorso.

Ma cosa ha spinto il pastore protestante fra le braccia della Chiesa di Roma? Perché questa conversione? «il travaglio è cominciato quando mi sono posto il problema della presenza reale di Cristo nella Eucaristia», dice Patrick Balland. «Per i cattolici il pane e il vino indicano la presenza reale del corpo e del sangue di Cristo. Mentre per i protestanti, come è noto, la Santa Cena è il ricordo dell’Ultima cena, il pasto che Gesù consumò con gli apostoli prima di morire».

E adesso come cambierà la sua vita? «Ma per me non cambia nulla: continuerò a fare la vita di prima, forse solo con più gioia. La mia missione sacerdotale non potrà che uscirne rinvigorita. Avrò maggiore entusiasmo, ma è chiaro che non dovrò trascurare la mia famiglia, mia moglie e i miei quattro figli. Dedicherò tempo e attenzioni anche a loro, come facevo prima. L’importante è seguire la via indicata dal Signore, nel bene e nel male, nella buona e nella cattiva sorte. Del resto», aggiunge il neosacerdote, «la mia felicità è condivisa appieno da mia moglie Henriette e dai miei figlioli che mi hanno sempre incoraggiato. Guai se venissi meno ai doveri familiari!».

Patrick Bafland viene spesso in Italia dove ha fondato una confraternita di preghiera per l’unità dei cristiani. La sede è in un convento di suore trappiste di Vitorchiano, in provincia di Viterbo, dove riposa la Beata Maria Gabriella Sagheddu, innalzata alla gloria degli altari nel 1983 da Papa Wojtyla. Maria Gabriella, prima ancora di prendere i voti definitivi, morì, stroncata dalla tisi, a soli 25 anni, nel 1939. Aveva chiesto alla Superiora di poter dedicare la propria vita all’unità dei cristiani. Un problema che l’aveva profondamente segnata fin dai primi tempi in convento. Un’eredità ora raccolta da Patrick.

Giangavino Sulas

 

Luglio 2005   "Corriere della sera" del 3 luglio 2005
 

Don Patrick lascia i calvinisti e diventa cattolico.

«Condivido la scelta di mio marito».

Maggiolini: «ma il celibato è la via maestra ».
 

Dom Franzoni: «è arrivata l'ora di nuove regole. Tutta colpa della suocera, un classico. Perché nei Vangeli Gesù raccomanda di «farsi eunuchi per il Regno dei cieli» ma compie il primo miracolo, un miracolo semplice, la guarigione da una febbre, proprio sulla «suocera» di Pietro: il che, va da sé, significa che il primo degli apostoli, nonché primo papa, era sposato, come del resto altri discepoli».

Da allora la faccenda è controversa, anche se Patrick Balland, 55 anni, un omone imponente con una moglie graziosa e minuta e quattro figli, non ha l'aria di voler rappresentare un caso e pure la sua Henriette spiega timida: «Dio ha voluto insegnarci la radicalità del sacerdozio in un modo diverso dal celibato, io non devo rivendicare il sacerdozio di mio marito ma ne sono parte integrante, al cento per cento».

Eppure non capita spesso che un prete cattolico vada a dire messa dopo aver dato un bacio alla moglie e alle piccole Gabrielle, 8 anni, e Amandine, 14, che ancora vivono con mamma e papà. Patrick Balland, per la verità, ci ha messo tredici anni: nato a Berna in una famiglia calvinista, è diventato pastore e teologo, si è regolarmente sposato nel 1980 e poi, travagliato dalla questione della «presenza reale» di Cristo nell'Eucaristia, ha lasciato nel '91 l'incarico pastorale e si è convertito al cattolicesimo, con moglie e figli, l'anno successivo. Finché domenica scorsa il vescovo André Mutien Léonard lo ha consacrato sacerdote a Namur, in Belgio.

Non che tutto sia filato liscio, da un passo all'altro. Il suo percorso, rivelato dal settimanale francese La Vie, è stato osteggiato ad un tempo dagli «ultraconservatori» che non ammettono eccezioni di sorta e dai «progressisti» che invece vorrebbero regole uguali per tutti, e non solo per i pastori protestanti convertiti. Ma alla fine la «dispensa dal celibato» è arrivata il 7 maggio dell'anno scorso, direttamente dalla congregazione per la Dottrina della fede presieduta dall'allora cardinale Joseph Ratzinger, uno di quelli che lo hanno più aiutato. «Fu lui a farmi sapere che aveva soltanto bisogno di una lettera da una diocesi». La prima partì da Ginevra, poi cambiò il vescovo e aria, l'ex calvinista riparò in Francia ma la conferenza dei vescovi transalpini gli rispose picche. Però c'era il sostegno di Ratzinger, di altri cardinali autorevoli come Kasper e Schoenborn: e alla fine lo hanno accolto in Belgio. Caso raro, anche se non unico. La prima «dispensa» fu accordata ad un pastore luterano da Pio XII, nel 1951, da allora ci furono singole concessioni.

Ma la vera ondata avvenne negli Anni Novanta, sotto Wojtyla, quando duecento preti anglicani chiesero di essere accolti da Roma perché contestavano il sacerdozio femminile deciso dalla Chiesa d'Inghilterra. È un'eccezione motivata dal fatto che si trattava già, comunque, di pastori: un semplice fedele protestante sposato, come un cattolico, non potrebbe diventare prete. E comunque, per evitare conversioni e riconversioni di comodo, si limita a pastori che non siano stati battezzati come cattolici. Oggi si contano oltre duecento ex pastori sposati e divenuti preti, in gran parte anglicani e episcopaliani Usa, più una ventina di luterani.

La regola della Chiesa cattolica - oltre ai casi di sacerdoti sposati all'Est sotto il comunismo - conosce anche una eccezione «istituzionale» al celibato: riguarda alcune migliaia di preti delle Chiese cattoliche di rito orientale, dove per tradizione i seminaristi possono sposarsi prima dell'ordinazione al diaconato e poi diventare sacerdoti. In Calabria, Basilicata o Sicilia, per esempio, ci sono sacerdoti sposati nelle diocesi cattoliche di rito greco albanese.

Di qui i malumori "progressisti" e nelle comunità di base, «anche se in realtà la vera piaga, tra i preti, è il concubinato». Sorride dom Giovanni Franzoni, l'ex abate di San Paolo fuori le Mura che fu ridotto allo stato laicale e nel '90 si è sposato: «Una volta ho avuto un incubo: mi eleggevano Papa e mi chiedevano di risolvere la storia del celibato. Così nominavo una commissione di studio e intanto, ad ogni buon conto, imponevo a tutti i preti che convivevano di sposarsi, questione di serietà. In ogni caso – sospira - capisco le proteste: bisognerebbe smetterla con queste toppe e riordinare la questione del celibato».

Toppe? «Guardi, i preti non devono illudersi che questo caso dia lo sciogliete le righe e da domani ognuno cerchi la morosa!».

Monsignor Alessandro Maggiolini, vescovo di Como: «Davanti a casi straordinari, in cui un pastore protestante ha compiuto il suo dovere con coscienza, si riconosce la dignità sacerdotale, certo. Ma nessuno ha il diritto di essere fatto prete né la Chiesa ha il dovere di farlo. Perché il celibato non è una rinuncia, è una scelta: di appartenere a Gesù. È sancito su bianco almeno dal XII secolo. E mai come oggi la società ha bisogno di figure che si appoggiano solo a Cristo. Perciò, calma, perché parliamo di un valore troppo grosso: la Chiesa non è una holding».

Gian Guido Vecchi   

 


v - le infamie
 

PRETI A PERDERE  di GERARD THOMAS

UN SACERDOTE GAY CONTRO GLI STEREOTIPI DELLA CHIESA. QUESTO ARTICOLO, FIRMATO CON LO PSEUDONIMO REV. GERARD THOMAS, È STATO PUBBLICATO SULLA RIVISTA PROGRESSISTA STATUNITENSE «COMMONWEAL» (15/06/05). 

 
Nei prossimi mesi, il Vaticano dovrebbe pubblicare un documento, anticipato da tempo, in cui affronta il tema della liceità o meno di ordinare uomini gay al sacerdozio. È opera della Congregazione per l’Educazione cattolica in previsione della prossima “visita apostolica” vaticana ai seminari degli Stati Uniti, la revisione in profondità che è parte della risposta vaticana alla crisi degli abusi sessuali.

 Che cosa Roma dirà esattamente, non è ancora chiaro. Alcuni osservatori prevedono un drastico divieto di ammettere omosessuali ai seminari e agli ordini religiosi, altri presagiscono restrizioni meno draconiane. Nessuno, tuttavia, si aspetta che il Vaticano esprima un caloroso benvenuto ai gay che si sentono chiamati al sacerdozio. Ma mentre il divieto o le forti restrizioni ai gay negli ordini religiosi sicuramente soddisferebbero i cattolici statunitensi che imputano ai preti gay la crisi degli abusi sessuali o che hanno inveito contro la “subcultura gay” nel clero, per un prete gay come me l’imminente pubblicazione di questo documento incombe come una notizia ferale da parte di un medico, pur se non del tutto inattesa.

 Esso rappresenta anche un grave errore morale. Pochi mettono in dubbio che il motivo scatenante all’origine della dichiarazione proposta dal Vaticano sia la crisi degli abusi sessuali che ha sconvolto la Chiesa cattolica in America negli ultimi tre anni. E se i cattolici americani hanno dovuto prender nota del fatto che i crimini riguardavano nella stragrande maggioranza preti a caccia di ragazzi e maschi adolescenti, quelli di Roma hanno tratto conclusioni affrettate dagli stessi fatti, spingendo alcune autorità vaticane a prendere di mira tutti gli omosessuali sacerdoti. Il portavoce vaticano, Joaquín Navarro-Valls, disse nel marzo 2002: “Le persone che hanno queste inclinazioni semplicemente non possono essere ordinate”.

 Eppure molti uomini con queste “inclina-zioni” sono già stati ordinati. Per la verità, non esistono dati affidabili sul numero di preti gay negli Stati Uniti, e le stime variano. Molti vescovi e superiori religiosi, imbarazzati dalla presenza di preti gay nella loro giurisdizione o con l’intenzione di negare la loro esistenza, sono comprensibilmente restii a intraprendere una ricerca che confermerebbe la presenza di preti omosessuali nella Chiesa (la mia impressione, del tutto esperienziale, è che probabilmente il 25% dei preti sia gay). Eppure, quand’anche la ricerca venisse condotta, è improbabile che i preti gay si sentirebbero a loro agio nel prendervi parte. Risposte sincere metterebbero a repentaglio i loro ministeri, specialmente nel momento in cui alcuni vescovi sembrano identificare omosessualità e pedofilia. “Sentiamo che una persona omosessuale non è un candidato adatto per il sacerdozio anche se non ha mai commesso atti omosessuali”, ha detto il cardinale Anthony Bevilacqua, arcivescovo di Philadelphia, nell’aprile 2002.

Oltre alla mancanza di dati, è stato imposto un rigido codice del silenzio riguardo ai preti omosessuali. I vescovi e i superiori religiosi hanno vietato a molti preti di parlare, scrivere o predicare sulla loro omosessualità (ecco perché uso uno pseudonimo per questo articolo: mi è stato imposto di non parlare pubblicamente della mia identità sessuale). Così i preti gay come me si trovano in una doppia trappola: se diciamo la verità e discutiamo liberamente la nostra esistenza nella Chiesa e, cosa ancora più importante, il nostro modo di vivere il celibato in modo soddisfacente, saremo censurati o rimossi dal nostro ministero. Se restiamo zitti, però, facciamo sì che l’esempio positivo del prete gay celibe resti nascosto. Senza voce, il prete gay non può difendersi nella Chiesa. Soggetto a stereotipi, non può sfuggire ai sospetti della società nel suo insieme.

Eppure su questo tema, così come in molti altri campi, la Chiesa deve adottare una maggiore trasparenza, e non un maggiore silenzio. Perché i preti gay che vivono il celibato, come tutto il popolo di Dio, hanno una storia importante da raccontare.

 Per fare solo un esempio, spesso avrei voluto ricordare ai miei parrocchiani che la copertura da parte dei media della crisi degli abusi sessuali che dipinge tutti i preti gay come colpevoli era inesatta e ingiusta. Ma non potevo presentare argomenti convincenti e testimonianze senza ammettere che conoscevo preti gay o che lo ero io stesso. Questo è l’aspetto più frustrante perché, mentre molti commentatori cattolici identificano il “prete gay” con “sessualmente attivo”, la stragrande maggioranza dei preti gay, nella mia esperienza, è fedele al voto del celibato, e conduce una vita di sano servizio alla Chiesa e alla comunità in generale. Inoltre, preti eterosessuali ed omosessuali lavorano tranquillamente insieme, nonostante alcuni prevedibili fraintendimenti ed alcune insicurezze in entrambi i fronti.

 C’è anche da dire che è semplicemente una calunnia affermare che i preti gay sono per forza sessualmente attivi o, peggio, che sono pedofili. Vi sono migliaia di preti gay che oggi si dedicano al ministero e che hanno trovato un modo sereno di vivere il celibato. Le spietate accuse sulla “subcultura gay” nel sacerdozio nascono in primo luogo dallo stereotipo della persona gay come del tutto incapace di tenere fede ad un voto di castità o ad una promessa di celibato. Questa è una falsità. Inoltre, il rifiuto della gerarchia di accogliere preti gay celibi e sani come modelli nel loro ruolo perpetua questa falsità. In un contesto di questo genere, in cui i preti gay celibi sono invisibili, gli unici esempi pubblici di preti gay sono, per prassi, noti pedofili. Fa meraviglia, allora, che Roma sia impegnata nel preparare questo nuovo documento?
Questo tipo di ipocrisia rende impossibile ai cattolici americani, lasciamo perdere al Vaticano, di pervenire ad una visione più esatta della vita e del ministero dei preti gay. Questo, a sua volta, genera una grande perdita spirituale.

 Se l’Incarnazione ci mostra qualcosa, è che Dio ci ama nella nostra umanità e anche nella nostra debolezza, come afferma S. Paolo, forse soprattutto nella nostra debolezza. Tutti abbiamo bisogno di sentirci amati da Dio per come siamo, anche in quelle parti di noi che ci creano imbarazzo o ci rendono tristi. Forse ci riteniamo troppo semplici, troppo stupidi, troppo insignificanti o troppo perdenti per essere certi dell’a-more di Dio. Ma l’amore di Dio è sempre molto più grande di quanto possiamo immaginare e abbraccia tutto il nostro essere. Nella mia vita, una delle più profonde esperienze dell’amore di Dio l’ho vissuta quando, dopo molti anni, ho finalmente accettato che non avrei potuto diventare un uomo eterosessuale: ero gay e quello era semplicemente il modo in cui Dio mi aveva creato. Trovare l’amore di Dio per come io sono è stata una esperienza trasformante, un’esperienza che avrei voluto condividere con i parrocchiani non come esempio di una qualche liberazione sessuale personale, ma come segno dell’infinita, e sempre sorprendente, comprensione di Dio. Questa accettazione di fondo dell’amore di Dio sembra forse un sentimento banale? Per la maggior parte degli uomini e delle donne etero sì. Ma per i gay, può essere un’affermazione molto difficile di cui riuscire a convincersi.
A lungo ho sperato di testimoniare di fronte alla mia parrocchia questa radicale esperienza dell’amore di Dio nella mia vita, ma ovviamente mi è stato proibito di farlo. E quando un ministro della Parola non può proclamare pubblicamente la libertà che la Parola porta nella sua vita, è una vera perdita per una comunità di fede.

 Il mio percorso verso il sacerdozio è simile a quello di molti uomini gay. Nell’ambiente cattolico americano in cui sono cresciuto, le pressioni che contrastavano l’affrontare la mia identità sessuale erano enormi. Crescendo, non ho detto a nessuno che ero gay. All’ingresso in seminario intorno ai vent’anni, avevo paura, in quanto gay, di non ricevere il permesso di essere ordinato, e così nei colloqui preliminari, nei questionari e nei test attitudinali che si fanno ai candidati, negai la mia omosessualità (più tardi chiesi perdono di questo in confessione).

 Alla fine, però, mi sentii abbastanza sicuro da rivelare questo mio aspetto ai miei superiori. Farlo per me era un approfondirsi della mia chiamata iniziale, un invito alla crescita spirituale, un modo per permettere a Dio di amarmi per come ero. Più avanti mi resi conto che i decenni trascorsi a temere il rifiuto e a sentirmi emarginato avevano alimentato dentro di me un profondo amore per i poveri di questo mondo, che sono emarginati e rifiutati in modi molto peggiori.

Fortunatamente, e con mia grande sorpresa, la mia onestà venne accolta dai miei superiori e dai miei compagni di seminario. Seguirono molte conversazioni sulla sessualità: con il rettore del seminario, i direttori spirituali, altri seminaristi e preti, così come con psicologi e consiglieri pastorali. Nel corso degli anni, la mia crescente comprensione di chi io ero mi ha aiutato a vivere una vita celibe con più onestà e benessere. Il celibato sacerdotale, certo, non è facile. Fare questa offerta totale a Dio richiede onestà, pazienza, sacrificio. Esso richiede la volontà di impegnarsi in una onesta e aperta discussione sulla propria sessualità, cosa che un’eventuale chiusura del Vaticano ai preti omosessuali renderebbe impossibile.
Pochi mettono in dubbio che il celibato e la castità sacerdotale all’interno delle comunità religiose hanno per molto tempo attirato uomini e donne omosessuali. Anche se il concetto di omosessualità è relativamente recente, il fenomeno non lo è. Nel corso di tutta la storia della Chiesa uomini e donne omosessuali hanno individuato nel sacerdozio e nella vita religiosa tanto un rifugio quanto un modo di vivere soddisfacente. Come ha notato Richard John Neuhaus (First Things, giugno-luglio 2002) [rivista di orientamento conservatore, ndt]: “Sembrerebbe più che probabile che, nei secoli passati, alcuni preti che sono stati canonizzati come santi oggi sarebbero stati considerati come dotati di un ‘orientamento omosessuale’”. Per molti cattolici, l’unica cosa sorprendente sui preti gay è che ci ritengono ancora un motivo di vergogna la cui esistenza deve essere tenuta segreta.

Se Roma nega l’accesso dei gay al sacerdozio, molti seminari diocesani e istituti di formazione per gli ordini religiosi perderanno senza dubbio ottimi elementi in un’epoca di vocazioni drasticamente ridotte di numero, mentre i gay che sono già ordinati si sentiranno ulteriormente demoralizzati. Ci sono anche altri rischi. Alcuni preti, etero e gay, sperano che le istruzioni vaticane punitive contro seminaristi gay possano essere ignorate o aggirate da solidali rettori di seminario e maestri dei novizi. Ma il sotterfugio contribuirà soltanto ad una cultura ecclesiale dell’ipocrisia. I superiori religiosi li incoraggeranno ad essere ordinati per praticare l’inganno in preparazione al sacramento dell’Ordine? Alcuni candidati rifiuteranno semplicemente di discutere della loro omosessualità, precludendosi la strada di una serena integrazione della loro sessualità e lasciando così spazio alla falsità spirituale o peggio?

Alcuni hanno suggerito che il Vaticano potrebbe semplicemente chiedere ai gay di affermare che non sono mai stati sessualmente attivi, o firmare un documento che dichiara la loro adesione al magistero della Chiesa in materia di omosessualità, e il loro rifiuto dello “stile di vita gay” o giurare di non discutere mai in pubblico della loro esperienza di uomini gay. Tali restrizioni possono essere viste solo come implicita accettazione dello stereotipo secondo il quale gli omosessuali sarebbero in sé meno sani psicologicamente degli eterosessuali, meno capaci di vivere il celibato, meno degni di fiducia, meno affidabili come membri del clero, e, in generale, meno importanti come esseri umani. Le restrizioni rappresenterebbero perciò un’ingiusta discriminazione contro i gay. E come insegna il Catechismo, riguardo a gay e lesbiche, “Devono essere accettati con rispetto, compassione e sensibilità. Dev’essere evitato ogni segno di ingiusta discriminazione a questo riguardo” (2358).

 Molti anni fa avvertii il primo destarsi di una vocazione al sacerdozio. Era un dono enorme nell’ordine della grazia. Credo che il sacerdozio sia la vocazione per la quale sono nato, e questa convinzione è stata riconfermata molte volte nei miei anni di ministero attivo. Sono celibe e molto impegnato e sano e pieno di amore e fedele. Sono anche gay. Perché è sbagliato?
 


VI - le vere cause dell' infamia
 

Preti pedofili, America delusa


USA Un film sui preti pedofili

In primo piano (o primo cu..!).

Non ha ancora una distribuzione italiana, e forse difficilmente l'avrà, 'Our Fathers', il film che racconta il recente scandalo dei preti pedofili in America, pubblicizzato al mercato del cinema di Cannes.
Il film prodotto dalla Peace Arch e Showtime, è interpretato da Ted Danson, Christopher Plummer e Brian Dennehy con la regia di Dan Curtis. La storia è tratta dal libro "Nostri padri: la vita segreta della Chiesa cattolica nell' età dello scandalo", scritto da David France.

La sceneggiatura, scritta da Thomas Michael Donnelly è ispirata ai veri fatti dello scandalo della Chiesa di Boston, i cui vertici sono stati accusati di pedofilia. Nel film, ambientato appunto a Boston, si racconta di padre John J.Geoghan che viene accusato di abuso di bambini. La sua storia si incrocia con quella di un avvocato (Ted Danson) che ha poco da perdere.

Scoppia lo scandalo, prima sui giornali locali, poi in tutto il mondo, e il caso Geoghan arriva sul tavolo del cardinale Law (Christopher Plummer) arcivescovo della città e confidente del Papa. Tutti i preti coinvolti vengono chiamati a Roma a riferire al Papa, ma in patria si apre un processo.


Preti pedofili: mega-risarcimento nel Kentucky domenica, 5 giugno 2005


PRETI PEDOFILI CROCIFIGGIAMOLI

MONDOVI' (Cuneo) - Li comprava con un gelato. Ragazzini di 13, 17 anni, soprattuto extracomunitari. Dopo il cinema, li accompagnava a casa sua, in parrocchia. Don Renato Giaccardi è agli arresti domiciliari: la procura di Mondovì lo accusa di induzione alla prostituzione, favoreggiamento e sfruttamento di minorenni. Lui ha ammesso solo il rapporto con un ragazzo di sedici anni ma la Questura di Cuneo sospetta che il giro coinvolgesse ben più di un ragazzino: almeno una trentina, italiani e stranieri.

Don Renato, 42 anni, era responsabile della preparazione religiosa in alcuni istituti religiosi femminili della diocesi di Imperia e Albenga. Ma agli amici si presentava come affiliato all'associazione che voleva il riconoscimento dell'omosesualità come terzo sesso.

 
Due suoi complici adescavano i minorenni nei giardinetti di Cuneo, indagavano la loro disponibilità e se superavano l'esame, li accompagnavano a casa del sacerdote. Don Renato era sempre cordiale e generoso con le sue vittime e, se gli presentavano un altro amichetto, li compensava con un biglietto da 10 euro.

I complici del prete, G.C.C., 41 anni di Mondovì e F.B., 25 anni di Cuneo, sono stati denunciati a piede libero. Don Renato resta invece agli arresti domiciliari.

La segnalazione di una famiglia ha svelato il losco giro del sacerdote: i genitori di un ragazzino si erano insospettiti perché gli amici del figlio giravano con troppi soldi in tasca. Le intercettazioni telefoniche e ambientali della squadra mobile hanno confermato i sospetti.  (fonte: http://www.repubblica.it).


Preti pedofili negli USA, superato il miliardo di risarcimento 

L’entità dei pagamenti è in costante aumento.

Con il fondo di compensazione di 120 milioni di dollari annunciato la scorsa settimana dalla diocesi di Covington, nel Kentucky, dal 1950 ad oggi la Chiesa cattolica statunitense ha pagato 1,06 miliardi di dollari per risarcimenti a più di 11.500 vittime di preti pedofili.

Almeno 378 milioni di dollari sono stati pagati negli ultimi tre anni.

E’ la stima fatta dall’Associated Press, sulla base di dati raccolti dalle diocesi statunitensi. La cifra è destinata ad aumentare, viste le centinaia di accuse ancora pendenti.

L’entità dei risarcimenti è in continuo aumento, grazie anche al rilievo che le vicende hanno avuto sui media. Ad esempio, lo scorso dicembre la diocesi californiana di Orange ha accettato di pagare 100 milioni di dollari a 87 vittime di abusi. Un anno prima, l’arcidiocesi di Boston si era accordata per un risarcimento di 85 milioni a 552 vittime.

Non è possibile valutare gli effetti indiretti di queste vicende giudiziarie sulle finanze della Chiesa cattolica americana e del Vaticano.


Chiesa e preti pedofili

Quello che sta passando il cattolicesimo negli Stati Uniti è forse il più brutto quarto d'ora della sua storia. Sì, perché lo scandalo dei preti-pedofili rischia non solo di mettere in ginocchio le finanze di diverse importanti diocesi (per le quali, la parola "finanze" vuol dire scuole, ospedali, orfanotrofi e quant'altro) e perfino quelle vaticane, ma soprattutto di minare la fiducia e la credibilità (che erano) sempre crescenti nel e del "papismo" proprio al centro dell'Impero.

E' relativamente facile, infatti, esporre il petto al plotone d'esecuzione e morire al grido di "Viva Cristo Rey!" come in Messico nel 1929 e in Spagna nel 1936, ma avere addosso l'accusa più infamante del Terzo Millennio (pedofilia!) è letteralmente insopportabile. Infatti, i più fragili non la sopportano, e già si è registrato il suicidio di un prete che, prima ancora del processo, non ha retto alla vergogna di sentirsi oggetto, dall'oggi al domani, di sguardi sospettosi. Qualcuno ha ammesso le proprie colpe e la gerarchia ne ha tratto le conseguenze prendendo le giuste misure. Ma si sa com'è: il fango, quando cala, copre tutti e tutto.

In un Paese dove gli avvocati ti aspettano fuori dal pronto soccorso per convincerti a citare, gratis, taxisti, guidatori d'ambulanza e infermieri, dove ormai si va anche a farsi visitare dal medico sottobraccio al proprio legale e dove i matrimoni li si celebra davanti all'attorney at law, i "ricordi", pure a trent'anni di distanza, riemergono in fila come perle di una collana. Qualche tempo fa gli "abusi" subiti nell'infanzia avevano costituito, negli Usa, praticamente il tempo pieno dei tribunali. Lanciato il primo caso dai media, immediatamente migliaia di persone trovarono la causa dei loro problemi psichici presenti. La cosa andò avanti fino a quando il solito avvocato di provincia, come nei legal thriller hollywoodiani, inaugurò l'inversione di tendenza.

 La moda si spostò alle "molestie sessuali" sul lavoro, e anche qui a dire basta intervennero il bestseller (negli Usa tutto diventa denaro) e il film, Rivelazioni (Demi Moore e Michael Douglas). Ora a occupare la scena c'è questa dei preti (cattolici) pedofili. Verissima, per carità, ma golosa per quelle confessioni che, da quelle parti, hanno negli ultimi decenni registrato defezioni epocali ed assistito, complice il successo mediatico di Wojtyla, a un'impennata di adesioni al "papismo" romano. Il quale, grazie anche al progressivo incremento demografico dei latinos, costituisce ormai un buon quarto dei voti yankees. Il papa ha ammesso e deplorato, non nascondendosi dietro un dito né tergiversando; la giustizia farà il suo corso e i colpevoli, anche dopo decenni, pagheranno com'è giusto. Ci vorrà molto di più per spalare via il fango, specialmente in un luogo dove la sensibilità moralista è morbosa e il cinismo dei media fa scuola.

 La Chiesa supererà anche questa, ne ha viste ben altre nella storia. Solo che, alla fine di tutto, rimane un'amara riflessione, quasi da vecchio barbogio: dove andremo a finire? Mi spiego: l'altro giorno ho visto un signore offrire un gelato a un piccolo mendicante zingaro e la prima cosa che ho pensato è vergognosa, nel senso che poi mi sono vergognato ad averla pensata. La pressione continua a cui siamo sottoposti, tutti, con le prime pagine, i film, i tiggì sempre occupati da madri che uccidono i figli e figli che uccidono i padri, educatori e capuffici che molestano, genitori che abusano e via disgustando, ci sta creando, anzi ci ha già creato un clima di sospetto e diffidenza che isola e divide. E ingrassa gli psichiatri. Ripeto: dove andremo a finire?
(Rino Cammilleri,  Il Giornale, martedì 9 aprile 2002)


VII - le speranze
 

e-mail luglio 2005 dagli USA

Riporto qui sotto un piccolo fatto che potrebbe aprire nuovi orizzonti e forse nuove prospettive verso un dialogo ...

Traduco il succo. 

=========== Traduzione a senso ==============

Dr. Heinz, l'autore di "Celibato: Legge o Dono?" mi scrive che lo speaker alla conferenza di CORPUS (asssociazione preti sposati del Nord America) riportava un recente evento interessante e forse indicativo.

 Riportava da fonti autorevoli che Benedetto XVI mentre riceveva un gruppo di vescovi di New York, per la consueta visita ad limina, avrebbe chiesto se loro avrebbero favorito il sacerdozio coniugato. Uno di loro (coraggiosamente), Clark of Rochester, rispose di sì. Il Papa allora rinnovò la domanda a cui, quasi tutti, i vescovi risposero che il popolo di Dio era per la maggior parte a favore.

U. L.

Breve risposta

Riportiamo questo spiraglio di speranza, ma ci riflettiamo sopra. Certamente anche solo la voglia di interrogare, di mettere in questione la cosa, è un segno positivo. Personalmente mi auguro che i tempi maturino in una direzione tutt'altro semplificabile con l'alternativa "celibato-sì, celibato-no". Va riproposta una rivisitazione complessiva del ministero presbiterale, che abbracci il significato della sua sacralità e della funzione gerarchica. Fino a quando ci sarà una dottrina che ammette una differenza ontologica del prete, Dio ci liberi dal matrimonio tra una donna, semplice laica (per sua fortuna), e un uomo che differisce dai comuni fedeli per... "ordine e grado". 

Grazie per le tue segnalazioni, A.


05/0/05

From: "Lucia e Angelo Fracchia"

Anche il sottoscritto si è inserito nei milioni di persone che hanno augurato per lettera al nuovo papa un fruttuoso pontificato. Magari con un tono un poco meno conciliante o più presuntuoso di altri. A un paio di mesi dall'invio (per dare il tempo eventualmente di rispondere, anche se mi è stato giustamente fatto notare che non si scrive al papa, se non con l'intermediazione di un vescovo), mi sento libero di rendere pubblico un testo che privato non vuole essere.
Cartignano, diocesi di Saluzzo, 6-5-05


Sua Santità Benedetto XVI,

a scriverle è un semplice cristiano, che in tutta semplicità intende rivolgerle una domanda, nella speranza che almeno il contenuto delle mie parole possa giungere fino a lei. Sono stato ordinato presbitero il 4 ottobre 1997, sono stato invitato a studiare al Pontificio Istituto Biblico e abbondantemente utilizzato appena tornato in diocesi, anche nell'insegnamento. Il 17 giugno 2001 ho presieduto per l'ultima volta l'Eucaristia. Il 2 febbraio 2002 mi sono sposato. Obbedendo alle indicazioni vaticane abbiamo scelto di risiedere non nella mia diocesi di origine, anche se questo implica di vivere lontano dai nonni, che nell'attuale società italiana aiutano molto a crescere i nipoti, e di cercare un lavoro "nuovo", non collegato alla mia esperienza pastorale, a trenta anni, con un titolo di studio non riconosciuto dallo stato italiano e senza esperienza lavorativa.

 Ho presentato domanda di dispensa dall'obbligo celibatario, chiarendo che non rinnegavo nulla della mia fede e della mia chiamata a servire la Chiesa, e che avrei continuato a servirla se mi fosse stato concesso di farlo in uno stato di equilibrio affettivo personale; mi è stato ufficiosamente risposto che otterrò tale dispensa al compimento dei quaranta anni, tra altri sei. Nel frattempo, cerchiamo di crescere come coppia nell'ascolto della Parola di Dio e nella frequentazione dei
sacramenti, senza prendervi parte.Proprio per questo ho potuto contattare diverse realtà parrocchiali, rendendomi conto di quanta sete di Parola esista nella stessa Chiesa, una Parola che sappia trasmettere l'amore misericordioso di Dio e non una giustizia vendicativa che ha un gusto molto umano. In alcuni casi mi è stato chiesto, da parrocchie e da gruppi anche a livello diocesano, di mettermi a disposizione per spezzare il pane della Parola, e l'ho fatto con gioia, motivato da quella vocazione di servizio ai fratelli e a Dio che continuo a sentire mia. Altre parrocchie, l'ho saputo con certezza, avrebbero voluto rivolgermi una domanda simile ma non hanno osato per via della mia condizione.

Per questo mi permetto di rivolgerle una richiesta: conceda, ai preti sposati che lo desiderino, di rimettersi a disposizione della Chiesa almeno nei servizi più laicali. Non mi era richiesta l'ordinazione per insegnare Scrittura, perché il mio matrimonio dovrebbe impedirmelo? Perché questi doni dello Spirito, concessi a tanti cristiani, non dovrebbero essere utilizzati per il bene dei fratelli? Mi si risponderà che non tutti i sacerdoti che hanno lasciato il ministero sarebbero persone adatte ed equilibrate, che molti ne approfitterebbero per diffondere dottrine scorrette almeno sul celibato, ma ritengo che le
chiese locali possano tranquillamente svolgere il proprio compito di discernimento, abilitate in questo dallo Spirito Santo e conoscendo bene le persone in causa.

Se poi il problema fosse la mancata piena comunione con la Chiesa cattolica, ci si conceda di rientrarvi, di essere riammessi ai sacramenti sia pure al termine di un tempo di penitenza pubblica. Non era ciò che veniva concesso nella prima Chiesa agli omicidi, adulteri e apostati? Noi non abbiamo certo rinnegato la nostra fede. D'altronde, se i quaranta anni di età e dieci di ordinazione fossero una garanzia di ripensamento per evitare scelte avventate, mi pare che a questo punto se volessi lasciare mia moglie e i nostri due figli (col terzo in arrivo), la mia scelta avrebbe ben poco di cristiano.

Le auguro un pontificato lungo e fruttuoso, aperto agli stimoli e suggerimenti buoni provenienti da qualunque fonte e anche se non fossero già in linea con i suoi intendimenti, e in grado di dialogare con tutti.

Angelo F., presbitero


Caltanissetta, 27.08.2005   

Eccellenza Reverendissima,

è da molto tempo che avrei voluto scriverle una lettera ed oggi ne ho trovato la possibilità.

Sono trascorsi quattro giorni da quando ho messo piede in cattedrale per partecipare al trigesimo della morte di mia mamma assieme a mia moglie e a mia figlia, dopo quasi quattro anni che non vi entravo. Era il 22 ottobre 2001 il giorno in cui io sono uscito per l’ultima volta da quella chiesa in cui esercitavo il ministero sacerdotale in qualità di vice-parroco.

In questi quattro anni non ho avuto la forza e né probabilmente il coraggio di entrare in questa chiesa. Più che gli sguardi curiosi della gente credo che ciò che mi abbia frenato sia stato un problema solo mio derivante dalle mie caratteristiche personali.

“È stato un miracolo  di mia madre” è questo il pensiero che ho avuto non appena sono entrato nella chiesa di S. Agata per accompagnare la salma. Anche in questa chiesa non vi entravo da quel periodo, la chiesa in cui avevo celebrato tutti i sacramenti compresi quelli del diaconato e del sacerdozio.

I funerali del 25 luglio li ho vissuti con grande serenità accanto a mia moglie e lì ho capito che mia madre mi  insegnava a non guardare ciò che eventualmente avrebbero pensato le persone,  ma ad agire nella libertà che ci ha donato il Signore fonte di ogni libertà e giustizia.

In quei momenti del funerale riflettevo sulla grandezza di mia madre, una donna che ha speso la sua vita per la famiglia sino alla fine.

Lei soffriva da tempo, la prima operazione l’ha avuta quando ancora io ero in seminario nel 1997. Negli ultimi mesi si è ancor più aggravata, le si è dovuto impiantare il port per le frequenti flebo a cui era sottoposta tra le quali le pesantissime flebo di chemioterapia, efficaci per combattere il male, ma nello stesso tempo  devastanti per l’organismo.

Ha dovuto impiantarsi la colonstomia, certamente un peso non indifferente ma necessario per la situazione. In ultimo la dieta aproteica che però nel tentativi di salvaguardarle la funzionalità dell’apparato renale ha finito per indebolirla in modo tale da renderla non più capace di combattere con tutte le sue forze la malattia.

Quando lei a luglio è stata ricoverata per l’ennesima volta in clinica a Palermo, ho capito dal protrarsi della degenza che quella volta non era come le altre, allora ho fatto di tutto lavorando con “disumana” continuità e costanza per chiudere la fatturazione in ufficio, poiché solo io sono il responsabile di questa procedura necessaria e fondamentale per l’azienda.

Sono riuscito il 22 luglio a portare la fattura alla Usl di Catania. Lo stesso giorno alle 13 mio padre mi chiama dicendomi che la mamma si era aggravata e che i medici dicevano che le era venuta un’emorragia intestinale. Io subito da Misterbianco andai a Palermo per stare con mia mamma in quei momenti difficili.

Era la prima volta in tutta la sua vita che noi, io e mio padre, dovevamo aiutare mia madre.

Sino a quel momento mia madre nonostante le sue gravissime difficoltà aveva provveduto lei per se stessa e per il necessario che c’era da fare a casa.

Questa la grandezza di mia madre, sino alla fine si è spesa per me per mio padre e ultimamente nutriva una gioia immensa per la sua nipotina Benedetta, il Dono inaspettato che il Signore le aveva fatto negli ultimi anni della sua vita.

I miracoli di mia madre, la sua grande accortezza. Non ha voluto che ci affannassimo tanto per lei. Lei ha dato tutta se stessa ma non ha preteso niente da noi, Amore gratuito.

C’è molto da imparare da questo esempio. La sua forza era l’Amore, che la spingeva a superare qualsiasi difficoltà, e anche la sua grande fede. Si rammaricava di non poter andare in chiesa la domenica, ma pregava continuamente anche quando la sofferenza riusciva a prendere il sopravvento.

Chi ama, ama sempre e comunque e lascia nella libertà i destinatari dell’amore. Ciò significa nutrirsi e cercare di rendere visibile l’amore di Dio.

Mia mamma ha sempre rispettato le mie decisioni, non era certamente indifferente soffriva a volte ma non lo dava a capire. Già la decisione di entrare in seminario, nonostante la lasciasse perplessa, la rispettava perché vedeva che con il progredire degli anni sembrava essere quella la strada tracciata dal Signore.

La “traumatica” decisione di scegliere l’amore verso Bianca è stata una decisione che l’ha fatta soffrire soprattutto per le cattiverie e l’impietosità che viene fuori dal cuore degli uomini anche da chi meno te l’aspetti o che quanto meno, per la chiamata di Gesù, non sembra consona al suo stato.

Eppure, nonostante ciò, l’elasticità dell’amore, un amore che  ha una eccellente capacità di adattamento, l’amore non scade né è valido solo in certi ambienti o circostanze e non in altre.

Questa è mia madre. Ha amato mia moglie come una vera e propria figlia e Benedetta era veramente il suo tesoro e il suo primo pensiero.

Mia madre non aveva paura di entrare in cattedrale, a S. Agata, in qualsiasi chiesa, mai con arroganza ma con tanta semplicità, la semplicità dei santi.

Dovevo imparare già da quando era qui fisicamente tra noi, ma questa forza mia madre me l’ha data dal Cielo.

Il 23 agosto 2005, giorno storico per me, ho messo piede in cattedrale, non più come Padre Emilio, ma come Emilio Anzalone, marito e padre di una bambina.

Un evento per me il trigesimo di mia madre, vedere Padre Salvaggio, Padre Modica, la chiesa,

Tranquillità assoluta da parte mia, imbarazzo del mio ex parroco che nel salutarmi non riusciva a celare dal suo volto la surrealità di quella circostanza. Non mi aveva più visto né sentito da quel lontano 22 ottobre 2001. Vedermi entrare con moglie e figlia in sacrestia deve essere stato qualcosa che l’ha spiazzato, tuttavia è stato lui che ci ha tenuto a celebrare il trigesimo in cattedrale dimostrando tuttavia il suo affetto per mia madre e anche per me, sebbene penso che a quei tempi non sia stato tenero nei miei confronti.

Adesso, quando vengo a Caltanissetta, di solito il venerdì per andar via la domenica, mi sento più sereno e tranquillo. Effetto sicuramente dell’Amore di mia mamma.

Io rimango in attesa di sue notizie riguardo al procedimento intrapreso per ottenere la dispensa. So che l’orientamento del Vaticano è quello che debbono essere passati i quarant’anni affinché vengano prese in considerazione le richieste, ma spero in un intervento decisivo di mia mamma che sperava tanto che io potessi celebrare in chiesa la mia unione sponsale con Bianca.

La ringrazio per il colloquio avuto ormai già da tempo con il vescovo di Catania.  Un colloquio interessante ma che tuttora è rimasto l’unico. Si era rimasti che non appena avesse avuto notizie in merito all’apertura di un grosso centro commerciale nelle vicinanze me lo avrebbe fatto sapere, ma sino ad ora nessuna notizia. Certamente la mia aspirazione non è quella di fare il commesso , non per disprezzare il lavoro, ma per cercare di continuare a fare qualcosa consona al mio stato e ai miei studi. Evidentemente le prospettive per chi lascia il ministero perché ama una donna non sono così rosee, comunque non tali da proseguire una vita che in qualche modo mantenga una certa continuità e coerenza con il passato, che invece si cerca in ogni modo da far scomparire dalla vita dell’interessato.

Il Signore certamente non mi ha abbandonato e grazie a Lui e ad una persona amica influente (vorrei sottolineare non dell’ambiente ecclesiastico), sono riuscito a trovare un lavoro dignitoso anche se certamente non consono ai miei studi e alle mie attività del passato. Un lavoro condizionato però dalla buona riuscita delle gare d’appalto e quindi non privo di rischi ed incertezze. Ad ottobre c’è la gara da cui dipende la mia permanenza a Catania.

Ho voluto sottolineare che chi mi ha aiutato (non parlo solo di una persona) è fuori dall’ambiente ecclesiastico, perché è chiaro che in me è rimasta dell’amarezza nel vedere allontanarsi tutti i miei confratelli nel sacerdozio, soprattutto i più giovani, da me e dalla mia famiglia. Ne è prova il fatto che al funerale di mia madre c’era un solo sacerdote oltre al celebrante. Ma ciò non mi irrita, anzi fa emergere un altro insegnamento di mia madre che ciò che conta non è l’apparenza, la parata, la partecipazione semplicemente esterna, bensì le buone disposizioni del cuore.

Quando un mio compagno si è avvicinato in chiesa per farci le condoglianze, mio padre, che si è accorto che nessuno dei miei compagni di seminario da quel periodo burrascoso si era  fatto sentire eccetto una rara eccezione, non ha potuto trattenersi dal dire “Ci avete abbandonato”, esprimendo in quel momento di dolore la sua amarezza nel non vedere più vicino al suo figlio sacerdote coloro che un tempo se lo tenevano ben stretto.

Tuttavia questi pensieri vengono superati dall’insegnamento di vita di mia mamma e di Gesù, il nostro deve essere un amore assolutamente gratuito, senza pretendere nulla in cambio. 

Nel salutarla le esprimo ancora una volta la mia gratitudine per avere fatto a suo tempo il primo passo per incontrarmi e manifestarmi il suo affetto.

Spero di sentirla e anche di vederla al più presto.

 Emilio Anzalone