Un prete sposato ci narra la sua vicenda di padre di un disabile.
Le sue riflessioni
toccano il cuore e ci fanno capire l’incomprensibile
La vita riserva a tutti sorprese belle e brutte. E noi abbiamo avuto
quella di Gianmarco, che è nato con una asfissia
prenatale. Eppure è un amore di bambino. Tutti ce lo invidiano. Ma non sanno, a
prima vista, che è menomato e non ci vede. Bombardo il Cielo di domande: che
colpa ha un innocente? Perché deve soffrire senza aver fatto nulla di male?
Così dicendo, me lo stringo forte. L’altro giorno, in piscina, m’è successa una
cosa strana: mi scorrevano le lacrime e ce la mettevo tutta per farlo contento,
saltellando in acqua come a lui piace. V’è mai successo di piangere e di ridere
insieme per fare felice qualcuno? A me non era mai capitato. Fisso il Cielo a
lungo... Non m’aspetto facili risposte. Sono già passato attraverso la
teologia, la storiella di Giobbe, ma non mi va bene niente. Non mi resta che
vivere stringendomi al cuore Gianmarco.
Che voglia di dargli i miei occhi! Non so, credo che anche Dio sia un po' nei miei panni. Non è vero che è un giocoliere, che sa rispondere a tutte le nostre domande. Anche lui s’è reso conto che non sono le parole a guarire le ferite umane. Ed allora ci ha avvolti di tenerezza, facendosi come noi. S’è calato nei nostri dubbi, interrogativi. Prigioniero dell’enigma, dell’assurdo, della disperazione. Non ha fatto che del bene ed è finito sulla croce.
Anch’io mi sento come un vaso d’argilla tra vasi di acciaio. Allora guardo Gianmarco, me lo stringo forte e mi chiedo che cosa gli riserverà la vita. Eppure lui è felice. Sembra nato per sorridere e navigare nella musica. Non sa camminare ma viaggia su e giù per le scale musicali. In piscina me lo godo fino a danzare e cantare per lui. Mi immaginate a danzare e canterellare? Sgraziato nei movimenti, stonato nella voce.
Quanta voglia di vivere mi trasmette, come mi fa valorizzare ogni piccola cosa! Il treno, il mare, gli uccellini, il vento, l’acqua. Gli parlo del sole e della luna. Lo porto a fare un giro in cortile e gli dico: “Vedi? Questo mondo è tuo, tutto per te”. Gli faccio sfiorare le grandi foglie dei banani, accarezzare un pulcino, strofinare il piedino sul pelo della gattina. Che voglia di dargli quello che sento dentro! E lui sorride, sorride che è un amore. Sono arrivato al punto di piangere e ridere allo stesso tempo. Guardo il Cielo fisso e mi sfogo: me l’hai fatta grossa! Ci godi a farci soffrire?
Mi dico: anche questo deve avere un significato. Non hanno un senso le tempeste, i terremoti, le glaciazioni? La primavera non è forse la risposta che l’inverno si merita? Un fiore che sboccia, una stella che s’accende non sono sufficienti garanzie che a tutto c’è un perché? Magra consolazione. Ma se il mondo materiale è così perfetto, così vario e così pieno di paradossi, che cosa non sarà quello che abbiamo dentro al cuore? Forse la vita non ci chiede di essere capita, ma di essere accolta, accettata ed amata. Me lo chiede un pulcino come un bocciolo, come Gianmarco. Ieri osservavo un colibrì che succhiava il nettare dei nostri fiori. Colibrì, in brasiliano, si dice ‘beja-flor’, cioè ‘bacia-fiori’. E’ proprio così: un uccellino minuscolo bacia i fiori con quel suo becco lungo lungo. Baciare i fiori! Bisogna impararlo proprio da un uccellino minuscolo come il colibrì. E io devo imparare da Gianmarco a convivere con l’assurdo (nascere per morire), ad andare avanti a denti stretti, come fa lui, che si tiene stretto a me perché sa che gli voglio bene.
La vita mi sta insegnando a dosare olio e aceto, dolce ed amaro; ad accettare vittorie e sconfitte, coniugando paradossi ed enigmi; ad amarla così come è, perché non ne sono io il padrone né l’inventore. Mi è data con le sue regole del gioco... Non mi resta che di condividere l’ultima sfida: educarmi ad accettarla non dalle mani di un destino senza volto ma da quelle di un Dio che ha avuto la pretesa di rivelarsi come un papà, il mio papà. Questa è la cosa più dura da digerire. Se qualcuno ha scoperto un’altra ricetta, faccia sapere, per l’amor del cielo!
Accettare di essere uomini con tutto quello che comporta il retaggio di un uomo. Accogliere nel cavo interiore di sé tutto l’uomo. Non scandalizzarsi di nulla. Guardare oltre le schizofrenie e le contraddizioni. Credere che Dio stesso s’è calato in questa nostra pasta. Il Cristo non è quell’uomo anglicizzato, che i cristiani hanno deformato, ma uno come me. Anche lui prigioniero nella morsa del dubbio, sottoposto al dolore e alla gioia, proteso a dare un senso alla malattia e alla morte, intento a decifrare la volontà di Dio e il suo disegno. Anche lui turbato dalle contraddizioni ed enigmi dell’esistenza: perché la sofferenza dell’innocente? Perché Auschwitz ed Hiroshima, perché… La sua è una verità discreta come la luce dell’alba, non prepotente come quella di mezzodì. Gli interessa di essere utile; il suo vanto è servire, non dominare. S’è sporcato mani e piedi e anche lui s’è sforzato di non inquinare il cuore. Anche lui s’è scontrato con l’umana malvagità, l’ignoranza, la debolezza, il tradimento. Tutte situazioni umane che non si trovano in astratto, ma che si rivelano sempre attraverso un uomo. Quindi nulla e nessuno è disprezzabile, rigettabile, perché porta in sé, oltre le ferite, l’impronta del Creatore. Ecco il compito più difficile: guardare sempre oltre. Oltre il contingente, il limitato, il malato, il degenere, il peccatore, ecc. Queste sono etichette, oltre c’è la sostanza, l’uomo. Gloria Dei, vivens homo!
Perché sento l’esigenza di rivalutare l’Uomo e tutto ciò che lo riguarda? Forse perché la vita clericale m’ha privato di questo cibo, che è il pane quotidiano di Dio stesso. Non ha forse perso la testa per l’uomo? E poi sono troppo convinto che l’unico cammino a Dio è l’Uomo. Lui l’ha percorso per primo ed è arrivato... in cima al Calvario prima, al mattino della luce, poi. Perché oso affermare tanto? Perché Dio è troppo manipolabile, i bisogni dell’uomo no. Lì non si scappa. Puoi contestare tutto ma la fame e la sete, sete, no. Lì non c’è nè religione, nè ideologia che tenga.
Condivido con gli amici la marcia
dell’anima. Per rinsaldare l’amicizia. Per sfamarmi di quell’amore che dice:
“Prendimi e mangiami, questo sono io. Prendimi come sono, perché dietro le
stigmate, oltre le piaghe del cuore troverai quella carne che è la stessa di Cristo”. Ed anche Dio ne ha avuto bisogno
per provare pietà, misericordia, tenerezza e sentire amore.