
Diciamo la nostra con le parole di Ernesto
(La “nostra” non significa che
il sito la imponga ad alcuno)
Secondo me bisogna avere poche idee, ma
quelle poche il più possibile chiare.
Io non solo ne ho poche, ma pochissime. Le scrivo con
tutti i limiti dello schematismo e quindi con il rischio del fraintendimento.
* * *
A mio avviso il problema del celibato facoltativo sarà
risolto fra non molto tempo (intendo tempo
"ecclesiale" che non è come quello biblico, ma quasi). In ogni caso
sarà risolto nella sede istituzionale appropriata che, piaccia o no, è la chiesa di Roma. Del resto è da Roma che venne imposto ai preti cattolici occidentali (non sto a
ripetere le mille cose che tutti sappiamo). Ergo è Roma che deve
risolvere il problema.
Sappiamo anche, come
e perché risolve i problemi: accogliendo e digerendo (dopo ruminazione) le istanze che vengono da più parti. Fu così per la riforma
liturgica, fu così per l'adozione del metodo storico critico nell'esame della
Scrittura, fu così per i dogmi...: fu sempre così. Se gli
scolastici dicevano che “natura non facit saltus”, possiamo dire la medesima cosa della storia.
Il nostro problema è “hic et nunc”.
Qui ed ora vi sono migliaia di preti che si sono sposati. Qui ed ora
vi sono non sappiamo quanti preti che hanno una relazione che vorrebbero sfociasse nel matrimonio, ma temono per il loro futuro, per
come vivranno, per lo scandalo e forse anche per l'inferno (dopo morti,
s'intende).
Penso che i preti sposati (cioè
coloro che hanno lasciato il ministero per fare il gran salto), se possono,
debbono sollecitare i Pastori a considerare questi casi, non omettendo di
studiare forme migliori di servizio sacerdotale.
* * *
In questa enorme congrega di preti
sposati in diaspora o quasi vi sono modalità di approccio al problema fra le
più disparate. Vi è chi vorrebbe avere la parrocchia ancora come prima, con la
casa parrocchiale; con la facoltà di celebrare messe,
funerali e matrimoni con la moglie accanto. Vi è chi vorrebbe una chiesa
non più gerarchica e metterebbe volentieri una bomba in Vaticano. Vi è chi
rifiuta ogni tipo di educazione e spiritualità
ricevuta negli anni di seminario e praticata per qualche anno quando era nel
ministero attivo. E potrei continuare con altre
sfumature. Il problema è che non si è mai riusciti a trovare una posizione
comune sulla quale fare gruppo e - lasciando perdere le sfumature - lavorare.
Ogni volta che si fa qualcosa si ha l'impressione di assistere ad una specie di
conventio ad excludendum
(accordo nell’escludere) in cui ha voce chi sa più urlare.
Qui ed ora i problemi rimangono.
* * *
Esplorate varie strade, dico come ho deciso di comportarmi io
in questi anni,
- premesso che non ho molto tempo da dedicare (a causa del mio lavoro
abbastanza assillante e di impegni familiari) ho deciso di dividere il mio
“modo di operare” in due direzioni: pratica e teorica.
- pratica: cerco di dare una mano a preti e donne in crisi,
sia a chi è nel ministero e vive il problema, sia a chi è uscito, si è sposato
e s'è accorto di aver commesso un errore. Come? Paola ed io ascoltiamo,
incontriamo, telefoniamo..., lavoriamo via mail..., cerchiamo di dare qualche
indirizzo pratico, di aiutare nella ricerca di un lavoro... Il sogno sarebbe
quello di poter creare un mini-centro d'accoglienza (per me l'idea della CHIF
era stupenda: peccato che sia abortita sul nascere)
- teorica: per me va ripensato il sacerdozio ministeriale
così com'è e come l'abbiamo vissuto noi. Ripensato non significa che va
buttato. Tale impostazione sacerdotale esce dal Tridentino e v'erano ragioni storico-pratiche validissime perché le cose
s'impostassero così. Non voglio buttare nulla, ma individuare gli orpelli che
annebbiano un ministero che non nacque così nella chiesa delle origini. Non
dico che si debba tornare sic et simpliciter alla chiesa delle origini; dico che
occorrono persone che studino come proporre il prete nel mondo contemporaneo. A
volo d'uccello posso dire che a me non manca la casula, la predica, la sacramentalizzazione, e
se mi venisse proposto di tornare con la mia famiglia nella canonica, penso che
rifiuterei. Un teologo emarginato (Boff) offre dei
buoni spunti in tale direzione. Altro aiuto viene Drewermann.
Severino Dianich ha fatto buoni studi in tale
direzione. Sicuramente ce ne sono altri che non conosco (non ho più il tempo di
studiare, come una volta).
Questa ricerca va continuata, con impegno.
* * *
Ecco perché penso che
gesti come quello di Milingo, a mio avviso, rompono
le uova nel paniere e le uova non sono più recuperabili neppure per fare una
frittata decente. Se molti preti sposati pensano che si debba creare una
chiesa parallela, una prelatura di nessuno o una prelatura personale, a me va bene. Rispetto il pensiero e
chiedo il rispetto per il mio diritto a dissociarmi e continuare su un'altra
strada. Evidentemente questi preti sono convinti che erigersi a prelatura dia loro un senso di appartenenza
ad una struttura, una sorta di legittimazione al loro continuare ad esercitare
il ministero sacramentalizzando in cotta e stola. Va
bene. Io penso che la strada da percorrere non sia questa.
Ciao a tutti, Ernesto