Fausto scrive a Lino

 

 

Agosto 2006

Carissimo Lino;

rileggo quanto mi hai scritto il 21 maggio: “stanno emergendo due linee non facilmente componibili. Quella della fatica di essere Chiesa e della necessità di rivendicare qualche cosa che in qualche modo ci spetta. E quella della gratitudine di essere chiesa, e della disponibilità a contribuire al cammino della chiesa donandole la specificità della nostra vocazione. Personalmente sono sempre più convinto della bontà della seconda scelta, e fatico molto a dedicarmi a critiche e piagnistei. Cosa ne pensi?”.

 Finalmente cerco di rispondere al tuo invito, tentando di formulare quello che mi passa dentro (anche se ancora un po’ confuso) dopo l’incontro di Carpineta.

Caro lino; grazie per essere Lino. Grazie per la tua dedizione ai fratelli. Come sentivo nelle tue parole l’eco di quel “dato per voi e per tutti…”! Il prete non cessa mai di essere prete. E come potrebbe? Dovrebbe negare se stesso. E tu lo riveli ad ogni piè sospinto. La tua attenzione, la tua dedizione, il tuo essere “per”. Non è lì il senso, l’essenza del “sacrificio”, cioè dono di sé? Che importa se questo passa anche attraverso una donna, dei figli? Forse che l’oblazione coniugale l’ha inventata il diavolo? Il “cantico dei cantici” è una realtà dissacrante? Forse che il prete non può cantare questo inno alla Vita? Sì, con quella carne, quelle pulsioni, quei sentimenti che Dio ha inventato non un demone malefico.

Dopo quella giornata passata insieme a scaldarci il cuore, in disparte, sul cucuzzolo della collina, a riguardare la nostra storia “dall’alto”, ho voluto stare ancora con te e mi sono immerso nel tuo testo: “I cinque figli del vescovo”. Con il desiderio di capire meglio quanto andavi dicendo. Con quel tuo rigore morale, con quel senso del sacrificio, che va “fino in fondo, fino alla fine”. Ti seguo appassionatamente pagina dopo pagina per cogliere il cuore del messaggio: “Morire per una religione è più semplice che viverla con pienezza” (parole prese a prestito da Jorge Luis Borges). “… la Chiesa attuale non mi aiuta a credere. Gesù le ha lasciato come unica arma l’amore…” (p. 90). Per tutti, altrimenti non è amore. Quindi anche per gli uomini dell’istituzione: “…mi spinge a una compassione nuova per gli uomini di quell’apparato, che non hanno ancora scoperto chi è Lui, se pure ne hanno continuamente il nome sulla bocca. Ti dirò, anzi, che sento prevalere la compassione; forse perché ne ho bisogno anch’io” (92).Chi può mai dire: “No, io non ne ho bisogno?”.

Ma il punto è un altro, Lino. Ognuno di noi, nella sua mini-vicenda, credo che può lamentarsi di non essere stato rispettato nei diritti inalienabili dell’essere umano. Dobbiamo ricordare a nostra madre Chiesa che prima dell’amore c’è la giustizia, i cui diritti sono sacri i inviolabili. Giustizia nel senso originario: ad ognuno il suo. Non ci spetta per giustizia, non per carità pelosa, il rispetto, i mezzi di sostentamento, la stima dei fratelli di fede? Invece tu sfogli l’annuario pontificio e concludi che non esistiamo, siamo stati cancellati, obliterati. “Anche agli occhi di Dio o di qualcun altro?” (112). La giustizia: non ha mai goduta buona cittadinanza nelle scuole cattoliche! Non se ne parla nei seminari: noi siamo saliti ai piani superiori della carità, non ci interessa più la giustizia terrena…!

Vedi? Nel mio caso forse è la cosa che mi pesa di più. Io, abituato ad avere un pubblico; io che non avevo il tempo di rispondere a tutte le richieste; io che dovevo andare in aereo a Palermo, Bari, Torino, ecc. ecc. oggi non ho nessuno cui comunicare quello che mi brucia dentro (ecco perché mi sono rifugiato nel messaggio di Zeno). Peggio che se mi avessero tagliato la lingua. O l’anima, se vuoi. E’ cosa da poco proibirci di insegnare religione? Neppure ai bambini dell’asilo. L’unica cosa che io potrei fare per mantenermi. Rischiando il paradosso direi che, quand’anche fossi “colpevole”, segnato a dito come “traditore”, fedifrago, ecc. non mi spetta per diritto il perdono? Quello del “padre” del figlio prodigo, voglio, un amore che previene, che “fa festa”, che butta le braccia al collo, che ordina di ammazzare il vitello più grasso! Quando la nostra Chiesa imparerà da Lui a baciare i suoi figli, anche quelli che ad un certo punto della loro vita hanno sentito una chiamata diversa? Forse che il richiamo della paternità, il desiderio di perpetuarsi nei figli si può relegare in un fatto di genitali? (scusa la schiettezza). (Altra parentesi: io ritengo che nella maggior parte dei casi il nostro “aver lasciato” sia attribuibile ad una sfasatura educativa. Zeno diceva apertamente: “In seminario vi hanno deformato…”. Rileggi il mio “memoriale”. E perché non ipotizzare che, forse, il miglior seminario potrebbe venir fuori da delle famiglie-di-preti-sposati, una specie di seminario speciale dove i giovani vedrebbero ciò, cui potrebbero rinunciare “liberamente” solo dopo aver constatato, toccato con mano, il prezzo della rinuncia? Chiaro, una rinuncia senza occhiali scuri, senza dualismi, manicheismi e pelagianesimi!)

 

E poi, in fondo, tu cosa chiedi, cosa pretendi? Di essere e di vivere da cristiano. Niente più. Partecipare alla vita della comunità, far parte a pieno titolo del popolo di Dio non è solo un diritto ma un dovere. Non vuoi essere considerato uno che ha lasciato, etichettato come un traditore. Bene, tu dici che bisogna essere membra attive, non tralci secchi, sterili, inutili. Quindi ti impegni nell’animazione della parrocchia, nella catechesi, nella condivisione delle gioie e dei dolori degli altri, visitando i malati, preoccupandoti dei giovani in ricerca o allo sbando. Ti preoccupi della preparazione liturgica, il coro, l’iniziazione cristiana, la preparazione al matrimonio, la visita agli infermi, ecc. Ti chiedo: questo non spetta, non è compito di tutti i “Christifideles”? Allora rivendichi di essere cristiano alla pari con gli altri cristiani, cioè di essere popolo di Dio? Forse il prete con famiglia è la punta dell’iceberg, è la rivendicazione adulta di essere tutti fratelli al di là dei privilegi clericali, al di là della casta sacerdotale? Vogliamo veder nascere la chiesa-famiglia dove tutti si sentano uguali in dignità e in grazia? Vogliamo veder nascere dal grembo della storia una chiesa-popolo-di-Dio, dove prevalga la testimonianza sull’apologetica, l’uomo sul sabato, l’amore sulla legge, il fratello alla pari sulla casta clericale? (cf 56).

Ecco la rivendicazione del prete sposato: siamo fratelli e niente più. Tradotto: il nostro essere nei confronti dei fedeli non è più per loro ma con loro.  In seminario ci hanno insegnato ad essere i “primi” in tutto. I primi in cappella, i primi a scuola, i primi nell’amore di Dio. E Cristo ripete: “Chi vuol essere primo sia l’ultimo”. Da chi dobbiamo andare a scuola? Dai chierici che amano i primi posti in teologia, ricchi sfondati di verità assolute, di dogmi intoccabili perfino col pensiero? Gesù s’è meritato la riprovazione dei “buoni”, dei “primi” del suo tempo, perché andava a braccetto con i pubblicani e le meretrici (gli ultimi).

Forse, anche attraverso di noi, “preti con famiglia”, lo Spirito lancia i suoi gemiti inenarrabili, urla le doglie di parto di una Chiesa troppo lenta a vedere la luce di un popolo di Dio, nel quale tutti siano maggiorenni e come tali siano trattati. E’ ora di uscire da quell’eterno stato di minorità, cui siamo stati relegati. Rivendichiamo la condizione di adulti, non di bambini blanditi con la graduatoria dei meriti o minacciati con i castighi eterni. Non ci bastano le pappine dei catechismi universali, i predicozzi moraleggianti, l’etica sessuofoba. Vogliamo vino nuovo in otri nuove.

Non serve compassionarci, piangerci addosso. Vogliamo vivere da fratelli senza privilegi, senza piedestalli, senza pulpiti, senza orpelli. Sulla nostra pelle stiamo imparando di non imporre agli altri dei pesi che noi non tocchiamo con un  dito. Quale novità di vita propone la nostra Chiesa ai fidanzati, ai coniugi, alle famiglie? Non è forse vero che questo versante è il più negletto, vero buco nero nella storia della Chiesa? E riguardo alla sfera sessuale non abbiamo forse collezionato preconcetti se non eresie dottrinali e pratiche contro il nostro corpo? In fondo non è grazie ad esso che possiamo dire a Cristo: “Ti sono fratello!”. E che dire delle bestemmie contro la donna? Basta sfogliare qualche pagina di “Eunuchi per il regno dei cieli” per constatare fino a che punto sono arrivate le nostre aberrazioni! Come è stato possibile che perfino dei santi uomini abbiano potuto dissacrare questo corpo che è di Dio in tutte le sue parti? Si può sputare su ciò che Dio ha fatto? Ci sono forse segnali di cambiamento di rotta su questa linea?

Butto lì un’ipotesi: ma questi 8.000 preti con famiglia non vogliono proprio dire niente a una Chiesa, che non riesce ancora a contabilizzare le sue sconfitte in questo campo? Quanti sono i preti alcolizzati, pedofili, gay, con l’amante, frustrati, in cura dallo psichiatra, ecc. ecc.? Ma allora il celibato imposto (o inculcato con la violenza, la minaccia del castigo, il terrorismo del tradimento) è contro natura? Tante sconfitte contabilizzabili non sono una prova sufficiente per dire che il celibato è ben altra cosa, una scelta riservatissima e che ci vogliono tecniche educative particolari per riuscire a conquistarlo? (Ho intravisto qualche cosa nei monasteri buddisti dello Sri Lanka: quante pratiche, quanto tirocinio, quanto allenamento per imparare l’arte di controllare i sensi attraverso il potere della mente! La cosiddetta meditazione trascendentale, per esempio, dovremmo impararla da loro per raggiungere l’equilibrio che pacifica spirito e materia, anima e corpo) 

Come può il prete eunuco parlare ai coniugi, ai fidanzati, ai figli se non sa neppure cosa voglia dire “manovrare i sentimenti secondo il cuore di Dio, amare una donna con i sensi e con l’amore universale”?

Tu sostieni che la nostra condizione è speciale. Che vuol dire? Che siamo chiamati a fare esperienze privilegiate, cioè a vivere “da preti” la vita cristiana di tutti, facendo vedere “come si fa”? Come si fa ad essere padri, ad essere coniugi? Come si fa ad essere genitori di un figlio disabile (nel mio caso), di un figlio drogato o disperato?

Come è tremendamente vero che noi abbiamo ricevuto uno schiaffo da quella mano dalla quale ci aspettavamo una carezza? (122)

E poi la tua conclusione disarmante: “Scopriremo alfine che accapigliarsi per difendere la bontà o meno del celibato obbligatorio è uno degli esercizi più inutili, perché gusteremo tutto in tutti” (134). Certo, guardando le cose “sub specie aeternitatis” non si può non sottoscrivere, ironizzare “e ridere, ridere” (133). Il fatto è che dietro questo dibattito non ci sono né figurine né statuine, ma persone in carne ed ossa che (io sostengo o lo provo, vedi “memoriale”) sono state “violentate”, ingannate, ecc. ecc. E’ il minimo che si può dire. E quindi perché non fare in modo che il trita-anime-e-corpi del seminario se ne avveda, almeno, di produrre vittime?

Te lo dirò francamente: io sto cercando di fraternizzare con voi, perché mi ha spaventato il numero, le sproporzioni del “nostro fenomeno”. Senza parlare dei preti pedofili, delle diocesi americane in bancarotta, ecc. Possibile che non si voglia leggere tra le righe il messaggio della vita, della storia, di Dio? Ci volevano le vittime dei preti pedofili per denudare di capitali e di verità assolute, di discipline intoccabili e di formazioni seminaristiche deformanti questa nostra casta clericale?

(Mi viene voglia di strappare tutto… ma forse è meglio confrontarsi, scannarsi ma sempre da fratelli, perché l’amore vince tutto, perché prima veniamo noi, poi le nostre idee?)

 

Un caro saluto a te e alla tua famiglia da Fausto e famiglia