Carissimi,
Joelle, Ausilia, Giuseppe ed Ernesto,
Grazie per tutte le cose che mi avete
scritto, siete così affettuosi, cari e solleciti, quello che fate è
meraviglioso. Grazie a voi ho capito in tempo, che il fatto che lui mi amasse
così tanto, non voleva dire che avrebbe lasciato tutto per me.
Io invece avevo creduto che così doveva
essere, mi ero illusa che una persona coerente, onesta e coraggiosa, si sarebbe
comportata con giustizia verso di me e verso i suoi sentimenti. Ma in questi anni ho capito tantissime cose, perché le ho
sofferte sulla mia pelle. Prima amavo e avevo fiducia nella chiesa, ritenevo
tutte calunnie le accuse che le venivano fatte, ora ho
capito che non c'è giustizia verso le donne nella chiesa cattolica, non c'è
giustizia per i sentimenti che una donna può ispirare, perché né la donna né i sentimenti sono considerati sacri.
Questo mi fa sentire un
estranea nella chiesa e quando il giorno dei Santi si legge il discorso
della montagna - "beati coloro che hanno sete e fame di giustizia......"
- penso che tra loro, ci siamo anche noi donne amate e che amano i preti.
So che alcuni di voi hanno avuto il coraggio
di fare una scelta basata sull'amore e la sincerità, vi ammiro e vi stimo tanto.... Ma, scusatemi, io non sono molto d’accordo con la
durezza con cui vengono giudicati quelli che non hanno questa forza. Penso che
non sia giusto costringere questi uomini a rinnegare se stessi, il loro
cammino, la loro sacra vocazione, tutte le energie che
hanno speso per fare nel modo migliore il loro lavoro.
Mi sembra che con questi discorsi facciamo lo
stesso gioco di ricatto che fa la chiesa: "se
ami, lasci"!!! Quello che voglio dire è che io non so quale può essere la
soluzione se non quella del dialogo
anche duro con la chiesa.
Purtroppo ho capito presto quanto questo
dialogo è difficile... Hanno il cuore chiuso..., anche
quelli coinvolti personalmente (il mio) sono talmente condizionati dalle regole
e le paure che hanno ricevuto dalla loro educazione ecclesiastica, c'è sempre
la paura del demonio, ogni parola assume significati di peccato, ogni rinuncia
è vista come consacrazione, ogni dolore è vissuto come espiazione, e i diritti
e la pietas per la persona sfumano davanti alla ragione dello stato clericale,allora
la durezza e la sofferenza diventano indispensabili per loro... e più sono duri
con loro stessi e
più diventano duri con noi che li amiamo....
Ora lui è così duro, sicuro di se, senza
nessun dubbio, a volte è sprezzante, non si concede più nulla, e ha perso la gioia,
dice che devo capire la sua
"condizione", a volte mi tratta come una ragazzina
stupida, si mette sull'altare per farmi sentire inutile e inferiore, non sono
all'altezza per certi discorsi....
Io lo conosco da tanti anni, prima non era
così, come si sta mostrando ora, mi sembra di vivere un incubo: prima della
nostra dichiarazione d'amore era una persona dolce e gentile, aperta,coraggiosa, attenta agli altri, lontanissimo dalla rigidità dei dogmi, completamente permeato dal
messaggio d'Amore del Cristianesimo; è diventato così perché sta combattendo
contro l'amore che prova e che cerca di soffocare.
Ho provato in tutti i modi a parlare con lui,
con la dolcezza, con la severità, con la preghiera, con la ragione, con la
rabbia; ho capito che non ho la forza necessaria, forse non ho l'intelligenza necessaria, il risultato è stato di allontanarlo sempre di
più da me, e di avvicinarlo sempre di più all'intransigenza e alla rigidità!
Io vorrei proteggere l'amore che lui sta
cercando di soffocare!!
Non voglio che lui rinunci alla sua vocazione
ma neanche che rinneghi il suo amore perché è la luce del suo cuore, e
soffocando e uccidendo questo amore sta soffocando la
sua luce. No per me quindi... ma per se stesso.
So che voi non siete d’accordo, ma io sono
legata a lui e non voglio sciogliere ormeggi o liberarmi dalle catene, non ci
sono ormeggi o catene, sono libera di amarlo e così
farò finché non smetterò di amarlo.
Voi siete persone meravigliose e volete aiutarmi, vi ringrazio, e voglio
continuare a scrivervi e ricevere le vostre risposte che mi aiutano tanto!!
Grazie per tutto, vi voglio bene!
Miriam
Messina, 08/03/06
Cara Miriam, la risposta che do alla
tua lettera è frutto di un riflessione di cui voglio
rendere partecipi altri, anche fra i meno interessati (da un punto di vista
personale) alla questione.
Tu
puntualizzi: io non sono molto
d’accordo con la durezza con cui vengono giudicati
quelli che non hanno questa forza [di lasciare il ministero]. Penso che non sia giusto costringere questi
uomini a rinnegare se stessi, il loro cammino, la loro
sacra vocazione, tutte le energie che hanno speso per fare nel modo migliore il
loro lavoro.
Mi sembra che con questi discorsi facciamo lo stesso gioco
di ricatto che fa la chiesa: "se ami,
lasci"!!! Quello che voglio dire è che io non so quale può essere la
soluzione se non quella del dialogo
anche duro con la chiesa.
La tua è un’impostazione tutt’altro che superficiale. Debbo
dirti che hai buone ragioni per sostenere quanto sia ingiusto che il prete seriamente
innamorato debba abbandonare il ministero per realizzare un suo bisogno
esistenziale. E’ per questo motivo che molte donne si trattengono dal fare
pressioni, ed alcune di loro (io sono stata tra esse
per dieci anni) cercano anche di indirizzare l’amore verso una semplice
amicizia. Ci sono anche donne che, per non rinunziare ad un forte amore e per
non scombussolare la vita dell’amato, accettano un tipo di relazione amorosa
socialmente ed ecclesialmente non approvata, almeno
in via ufficiale; e quest’ultimo modo di risolvere la
questione non fa bene né alla chiesa né ai soggetti in causa…
Ci sono due concetti-base
da tener presenti: a) E’ assodato anche dottrinalmente
che la coscienza personale va tenuta in conto più della legge; ma ciò non
significa che si possano prendere a cuor leggero fattori basilari della vita di
fede e di grazia, poiché ad una vita doppia nascosta dall’ipocrisia di un
comportamento “sacro”, onestà vuole che sia da preferire l’esodo… E poi la
frase citata, come precisa una mistica, significa che non bisogna essere
schiavi della legge; che bisogna porsi AL DI SOPRA, non CONTRO
di essa. b) Certamente se un prete in crisi spiattella la sua
onestà come carta vincente a dimostrare l’inopportunità della legge, ed emette
severe condanne contro la chiesa, può essere annoverato tra i contestatori; e
Certamente c’è un bel dire:
“ma la chiesa dovrebbe cambiare, e se nessuno
contesta, le si fa male, lasciandola nell’errore”. Si può scavare
nell’ambito della Bibbia e della Tradizione, mostrando e dimostrando delle
contraddizioni di fondo nelle deduzioni che si fanno a
partire da certi prinicipi; ma questo è compito di
studiosi, di competenti in cambio teologico; e anche di persone consapevoli del
limite di ogni legge… Ma c’è subito da notare, a tale proposito, che si possono
esporre con chiarezza i limiti troppo umani di leggi e di formulazioni
dottrinali: ma farlo da maestri è
presuntuoso. Si può esigere che la chiesa non imponga da “maestra” ciò che
cozza contro la ragione, ma è contraddittorio correggerla con i toni che sono propri dell’autorità contestata.
Tu, Miriam, parli di
dialogo duro. Ti chiedo se ti pare congruente una contestazione di tipo
politico-sindacale, o peggio anarchico, per proclamare una verità evangelica.
E’ vero, si può accusare la chiesa di comportarsi come un organismo puramente
terreno; di agire attraverso leggi che hanno ben poco di evangelico;
di abusare, talvolta, del suo potere spirituale. Ma richiamarla a condotte spirituali
attraverso contestazioni di tipo terreno è una contraddizione.
So che è dura la condizione del prete e
quella della donna che si amano. Solidarizzare con loro, QUALSIASI SCELTA COMPIANO, è DOVEROSO, ma solidarizzare non significa
accodarsi ad uno schema “ribellistico”.
E’ bene che ne parliamo,
che almeno ci colleghiamo tra di noi, senza che l’uno
si senta migliore dell’altro sol perché adotta una linea di condotta anziché
un’altra.
E’ cosa MOLTO BUONA
aiutarci materialmente, e se opportuno, anche
spiritualmente.
Una cosa è meno incerta tra tutte: chi paga di più proponendosi ciò
che è bene PER GLI ALTRI si rende maggiormente credibile; prepara davvero
l’evoluzione della legge e, insieme ad essa, il rinnovamento della chiesa.
In una delle tue lettere
dici: Ora devo… accettare… che l'amore non esiste...,
che non è così importante...
Non è vero che l’amore non
esiste e nemmeno che non è importante. Se fosse come tu dici non esisterebbe
nemmeno una questione celibataria.
E’ invece un amore lacerante come il tuo ad implorare attenzione nella chiesa. Facciamo
del tutto perché chi detiene il potere se ne accorga….
E’ quello che vogliamo noi schierandoci contro il silenzio.
Vedo di avere scritto
parecchio e spero che la fretta non mi abbia fatto generare un mostro di argomentazioni. Mi perdoni chi legge, e in particolare
tu, carissima Miriam
Ausilia