Mons. E. Milingo : “L’apostolo dei preti sposati”?
Riflessioni di un prete sposato
p. Nadir Giuseppe PERIN
Mons. Emmanuel Milingo da
Washington, dove si è rifugiato dopo la sua fuga da Zagarolo, eludendo la
sorveglianza di mons. Ennio Appignanesi che per due anni lo “aveva marcato
stretto”, ha dichiarato di voler diventare “l’apostolo dei preti sposati”. Ha invitato i presbiteri sposati di
tutto il mondo ad unirsi alla sua nuova associazione per preti sposati “ Married priests now”, sostenuto, in
questo, dalla setta del reverendo Moon che ha scelto come suo nuovo terreno di
azione, proprio quello dei “preti sposati”; dalla Congregazione dei cattolici
Afroamericani (African American Catholic Congregation); dall’arcivescovo Patrick Trujillo, della “Old Catholic Church
in America e da uno dei tanti preti sposati italiani don Giuseppe Serrone.
Ben conoscendo le condizioni di sofferenza a cui vanno incontro i preti
quando decidono di sposarsi, l’appello del reverendo Moon e di Mons. Milingo ed
associati, rivolto ai preti sposati di tutto il mondo è molto chiaro : “ Contattateci, forniremo supporto ed
aiuti finanziari a voi e alle vostre famiglie”.
Di fronte ad una chiesa gerarchica responsabile del ministero per la
comunità ecclesiale che, in tutti i modi, cerca di fare “terra bruciata”
intorno al prete che chiede di “lasciare la struttura ecclesiastica” per
“mettere su famiglia”, togliendogli ogni possibilità di impiego e di
collaborazione nell’ambito della struttura ecclesiale, trattandolo come un “don
nessuno”, un emarginato ed un “barbone”, costretto a mantenere se stesso e la sua famiglia
chiedendo l’elemosina alla gente, mi sembra doveroso farsi delle domande alle
quali dare delle risposte.
Come dovrebbe comportarsi un prete
sposato in difficoltà di fronte a questo appello che il reverendo Moon, assieme
a Mons. Milingo ed associati gli fanno: di contattarli per avere supporti ed
aiuti finanziari per sé e la sua famiglia ?
E’ vero che il prete non si sposa per migliorare le sue condizioni economiche, ma è anche vero che ognuno di noi
ha bisogno di quel minimo economico per
vivere in maniera dignitosa. Tuttavia le motivazioni in base alle quali un
vescovo o un prete decidono di “lasciare la struttura ecclesiastica per
sposarsi”, pur diversificandosi tra di loro, certamente non sono le stesse di
Mons. Milingo.
Anzitutto, Maria Sung che lui ha “sposato” non è la donna da lui
conosciuta durante il suo ministero pastorale e di cui si è innamorato; con lei
non ha avuto alcun modo di dialogare sulla possibilità o meno di realizzare
insieme una progettualità di vita matrimoniale, conforme al Vangelo e come
risposta ad una chiamata dello Spirito.
Inoltre, Maria Sung avrebbe potuto chiamarsi con mille nomi diversi, dal
momento che non è stata scelta da Mons. Milingo come sua sposa, ma gli è stata
assegnata dalla setta del rev. Moon, che poi l’ha sposato assieme ad altre
coppie con una mega cerimonia sponsale.
Infine, analizzando il
comportamento di Mons. Milingo, come descritto dai quotidiani, io ho
avuto l’impressione di una persona che voleva “fuggire” da qualcosa o da
qualcuno… più che di una persona desiderosa di rispondere alla chiamata dello
Spirito per condividere, nel matrimonio, la propria vita con la donna che ama.
La sua mi è sembrata una risposta improvvisata ed opportunista più che una
risposta maturata, nel tempo e sostenuta da motivazioni ( guadagni? Sicurezza
economica ?...) poco chiare e trasparenti
per poter costituire un esempio
da seguire.
Pertanto, fatte queste premesse, come prete sposato non posso
riconoscere in Mons. Milingo, un “apostolo dei preti sposati”, né un esempio da imitare perché le sue scelte
poggiano su delle motivazioni che non sono le mie, sia per il modo in cui ha
scelto la propria compagna di vita, e sia per l’atteggiamento tenuto nei
confronti di coloro che nella chiesa hanno la potestà e la responsabilità del
ministero per la comunità ecclesiale.
“Il lasciare il ministero per
sposarsi” – a mio modesto avviso - non deve mai essere rappresentato come uno
spot pubblicitario, per vendere al mercato delle vacche il prodotto
pubblicizzato, perché renderebbe ridicola una scelta che tutti i preti sposati
hanno fatto con riflessione e responsabilità e non senza una profonda
sofferenza interiore, evitando, per quanto è possibile, di essere di scandalo
alla parte più debole del popolo di Dio, che non sa distinguere tra il
contenuto della rivelazione o le disposizioni transitorie del Diritto Canonico.
La decisione di un prete che lascia per sposarsi dovrebbe essere,
invece, un momento di riflessione per tutta la comunità, un’occasione per poter
maturare una mentalità più aperta ed accogliente di fronte ad un modo diverso
di esercitare il ministero, in conformità non solo al Diritto Canonico, ma
anche e soprattutto alla Parola di Dio.
Chi delinea la situazione modello del prete sposato è l’apostolo Paolo e
non mons. Milingo.
Per realizzarla – dice Paolo - occorre che il “pastore (vescovo, presbitero, diacono) sia irreprensibile, marito di
una sola donna; sobrio, prudente, decoroso, ospitale, pacifico e
disinteressato; che sappia dirigere bene la sua casa, tenere i suoi figlioli
sottomessi con perfetta dignità; perché se uno non sa dirigere bene la propria
famiglia come potrà avere cura della chiesa di Dio” (1Tm 3, 2-5).
E’ l’invito che troviamo nella Domenica XV del Tempo Ordinario (B)
“accogliete la parola di Dio non come parola di uomini, ma qual è veramente : parola di Dio”. Parola degli uomini è
il Diritto Canonico; parola di Dio è
Mentre nel caso Milingo la donna assume il ruolo di “rimedio della
concupiscenza del maschio”, tanto è vero che può essere una donna qualunque,
anche quella che non conosci e non ami, importante che sia “femmina”, per poter
soddisfare le voglie del “maschio”, nella situazione, invece, descritta da
Paolo nella lettera a Timoteo, la donna è la “donna biblica, compagna
dell’uomo”, perché la sua presenza accanto
al prete non viene mortificata, né
mistificata o resa marginale, né subordinata, ma acquista incisività, dolcezza
e forza proprio nella condivisione con l’uomo di un progetto di vita da
realizzare insieme, con amore.
Inoltre, l’abbandono della
struttura ecclesiastica non deve essere
giudicato alla stregua di una disonorevole
defezione, di una caduta morale
o di un fallimento spirituale,
contro il quale, per rendere la decisione ancora più difficile, la chiesa
giuridica quasi sempre si “accanisce” senza pietà e misericordia, fino a ledere
in maniera grave la giustizia (non versando i contributi per il lavoro svolto
negli anni del ministero pastorale) e il comandamento dell’amore che Gesù ci ha
lasciato: “amatevi gli uni e gli altri,
come io ho amato voi” .
Oggi, ancora troppi chierici e laici considerano “l’abbandono della
struttura ecclesiastica” come una disonorevole defezione, una caduta morale, un
fallimento spirituale della persona che lascia, perché sono disinformati e nei
loro giudizi si lasciano guidare da una immotivata prevenzione.
Se, invece, si conoscessero tutti i termini del problema e se ne
analizzassero compiutamente gli aspetti teologici, psicologici, sociali, si
arriverebbe a delle valutazioni molto diverse, riconoscendo da un lato come
legittime quelle esigenze naturali che inducono alla comunione coniugale e
responsabilizzando, dall’altro, la legislazione canonica che ha modificato,
senza apprezzabili ragioni, una millenaria tradizione apostolica, imponendo
vincoli teologicamente non necessari, confondendo ambiguamente valori
comportamentali che andavano nettamente distinti (celibato obbligatorio per i monaci,
facoltativo per i preti) emanando norme prive oltretutto di valore universale,
dal momento che ne sono esclusi dall’osservanza delle stesse i preti della
chiesa cattolica orientale che possono liberamente sposarsi.
Che cosa chiediamo noi preti sposati
a coloro che hanno la potestà e la responsabilità del ministero per la comunità
ecclesiale ?
- che la possibilità o la necessità di modificare la norma del diritto
canonico che rende obbligatorio il celibato per chi è chiamato ad esercitare il
ministero presbiterale, non sia il risultato di
pressioni o di ricatti, quanto piuttosto il frutto
per aver capito ed accolto le ragioni, nella netta distinzione tra vocazione al presbiterato e vocazione al
monachesimo, ben consapevoli che il celibato del monaco è diverso da quello
del presbitero. Si può essere chiamati all’uno senza essere chiamati all’altro.
Il celibato, infatti, è una vocazione
specifica del monaco e non del presbitero in quanto ministro della chiesa. Il
ministero presbiterale è una funzione, più che uno stato di vita, per cui non
dovrebbe essere il presbiterato ad essere sacrificato al celibato, quanto
piuttosto il celibato al presbiterato.
Il teologo Bernard Häring,
che ho avuto come professore di morale all’Università Lateranense - Accademia
Alfonsiana di Teologia morale -
riferendosi all’introduzione del celibato obbligatorio, mediante una
legge ecclesiastica, faceva notare che, se coloro che hanno la potestà e la
responsabilità del ministero per la comunità ecclesiale, in un momento storico
particolare hanno introdotto in piena
libertà la legge del celibato, e quindi, senza venire meno alla fedeltà a
Cristo, hanno abolito una tradizione che risaliva al tempo degli apostoli, non
vedo perché, in questo nostro momento storico particolare, non possano venire
meno ad una tradizione posteriore per tornare a quella apostolica o dei primi
secoli. Oggi, di fronte alla carenza di vocazioni al ministero
presbiterale, mi sembra che tale cambiamento della norma di diritto, oltre ad
essere pastoralmente indicato sia, forse, anche obbligatorio” .
Hans Küng riteneva che non ci sarà pace nella chiesa
cattolica fin quando il celibato non sarà rimesso alla libera decisione
individuale, così come era in origine e fin tanto che la relativa legge
canonica, introdotta in circostanze molto dubbie, non sarà stata annullata.
Il teologo Diez Alegria S.J.,
già docente all’Università Gregoriana, scriveva che “quando non si possiede la castità come un dono divino, il celibato
obbligatorio diventa una fabbrica di matti. Questo perché i carismi (e il
celibato è un carisma) li dà solo lo Spirito Santo e non li dà su ordinazione;
le leggi, le sanzioni, le esortazioni, in questo campo non possono nulla”.
2- Per capire ed accogliere le
ragioni portate dai teologi, dal popolo di Dio e da una parte, anche, della
gerarchia ecclesiastica, ad una modifica della legge canonica del celibato
obbligatorio, senza cedere alle pressioni,
è necessario che nella comunità dei credenti avvenga un mutamento di mentalità (metànoia). E’ necessario, cioè che il
messaggio portato da Cristo, sia messo dentro a delle botti nuove, cioè accolto
con una nuova mentalità, convinti che
Gesù non è venuto ad insegnarci una religione, ma a farci conoscere il vero
volto di Dio, come si canta nella XV domenica del tempo ordinario (B) : “ Mostraci o Dio, il volto del tuo amore”.
E chi può mostrarci e farci conoscere il vero volto di Dio è soltanto
Gesù.
Però tutti siamo chiamati a collaborare per la trasformazione del
rapporto presbitero/società che deve
essere svincolato dalle vecchie categorie ecclesiastiche e dalla vecchia
casistica, passando da una organizzazione
di tipo sacrale ad un’altra di tipo missionario.
Gesù aveva scelto i 12 apostoli e i discepoli non perché si chiudessero
dentro i recinti del sacro e del tempio, come nell’Antico Testamento, ma per
andare incontro ad ogni uomo, prendendosi cura di lui, come ha fatto il buon
samaritano nei confronti dell’ebreo caduto in mano ai briganti. Nell’Antico
Testamento il rapporto tra Dio-Padrone, al quale si doveva obbedienza assoluta
e l’uomo-servo, era determinato dalla Legge che bisognava osservare ad ogni
costo e mediato dai sacerdoti ( = gli uomini deputati al sacro e perciò
separati da tutti ciò che era considerato profano ed impuro). Ai sacerdoti l’uomo
doveva rivolgersi per essere purificato dalle sue impurità; per questo l’uomo
doveva privarsi di qualcosa di suo per
offrirlo a Dio e meritarsi così il suo amore.
Finché l’uomo, dunque, non sarà aiutato a scoprire che Dio è Padre e che
nei confronti dei figli nutre solamente un amore immenso che desidera
ardentemente donare a tutti, gratuitamente, sarà sempre difficile che
l’uomo-cristiano si “senta parte” di una comunità ecclesiale, alla stessa
maniera in cui si sente parte della famiglia nella quale è nato.
In un contesto religioso dove c’ è la supremazia della legge sull’amore,
l’essere cristiani, come l’“essere prete” sarà sempre qualcosa di individuale e
di marginale rispetto alla realtà in cui si vive. Sarà difficile capire quale
sia il vero volto di questa comunità d’amore, chiamata Chiesa, nella quale
siamo entrati con il battesimo, ma nella quale, molto spesso, non riusciamo a
trovare posto come figli di un Padre che
ci ama, né come fratelli con i quali
condividere e compartecipare responsabilmente alla esigenze della vita.
Infatti, molti fanno fatica a pensare alla chiesa come ad una comunità
di amore, dopo che questa koinonìa
(comunione) è stata divisa dal diritto canonico in “chierici” e “laici”. Ancora
troppa è la differenza e la distanza che si nota tra i
“chierici” ai quali è riservato l’esercizio della “paternità spirituale”,
dell’autorità e della parola… ed i
“laici” che si trovano ad essere una sudditanza silenziosa ed obbediente,
la cui vita viene scandita più da una legge da osservare che dall’amore da
testimoniare.
Assieme agli 8.000 preti sposati d’Italia, che si sentono ancora parte
viva della comunità ecclesiale e, nello stesso tempo, parte di una società in
continuo cambiamento – come prete sposato mi domando spesso quale sia il mio
posto all’interno della chiesa che amo e
come posso essere per l’uomo di oggi un testimone credibile di Cristo risorto,
speranza per il mondo?
Quali sono le forme e le modalità
che possono caratterizzare la presenza del prete-sposato in questo momento
storico? Quelle contestatarie o altre?
Come può il prete sposato affrontare con spirito evangelico le sfide del
tempo, tenendo conto della diversità di situazioni che la comunità cristiana e
le famiglie devono affrontare: una società secolarizzata; il pluralismo
culturale (società multiculturale); la presenza di fedeli di altre religioni
(società multireligiosa); la pressione di vasti settori del mondo laico per
relegare la fede nello spazio delle questioni private; il tentativo di
schiacciare i cattolici nell’ambito del volontariato; di fare della chiesa un
soggetto di culto, senza rilevanza pubblica; il mettere in discussione il
diritto dei cristiani a testimoniare la loro visione della vita e ad esprimersi
sulle questioni connesse alla società e al suo progetto; il cedere alle
lusinghe della religione civile, accettando che siano i “laici devoti” a
difendere le ragioni del cristianesimo nel mondo; la stanchezza di un modello
pastorale che è cresciuto nella pretesa di organizzare e programmare tutto e nella
tendenza di pensare per categorie e settori, dando per scontato che essi
interpretino le domande delle persone e le dinamiche dell’esistenza; la
fragilità della fede; la stanchezza interiore delle persone; la scarsità dei
presbiteri; la richiesta di attuare delle forme nuove di ministero che
soddisfino le esigenze delle varie comunità cristiane.
Io che ho scelto di “essere prete” per chiamata e nello stesso tempo
“prete sposato” non ho mai messo le mie mani nel costato di Gesù, come fu
invitato a fare, invece, S. Tommaso, né ho avuto alcuna esperienza visiva di Gesù storico, come l’hanno avuta gli
Apostoli, due mila anni fa.
Però, attraverso gli scritti del Nuovo Testamento, ho conosciuto il Gesù della fede, come ci è stato
tramandato dalle prime comunità cristiane. In questo uomo, Gesù Cristo, morto
sulla croce e risorto, io credo e penso di essermi innamorato di Lui.
Lo conosco come una persona che ha guarito gli ammalati, ha ridato la
vista ai ciechi, ha perdonato i peccati, ha promesso la felicità ai
perseguitati ed agli oppressi, ha annunciato il Regno di Dio. Tutte le speranze
degli uomini hanno preso corpo in Lui: il Messia dei poveri (Lc 4,18 ss), il
Figlio stesso di Dio (Mt 16,16). La sua risurrezione è sopravvenuta come il
sigillo di Dio al suo messaggio ed alla sua persona…e quanti l’hanno accolto ed
hanno ricevuto il suo Spirito sono stati trasformati.
Queste notizie sono state trasmesse da persona a persona e di secolo in
secolo… e tutte le chiese cristiane vivono tuttora della fede in Lui. Anche noi viviamo di quella fede, perché lo
Spirito ce ne ha fatto dono. Il nostro credo ci collega con tutti coloro che
già lo hanno pronunciato prima di noi ed ancora oggi lo pronunciano; con coloro
che hanno creduto nel vangelo e, ricevendo il battesimo, sono rinati a vita
nuova. E’ Dio che ci ha fatto il dono di comprendere e, mediante Cristo, ci ha
uniti nella fede e nella carità. E’ Dio che ci ha accolti nella sua Chiesa,
assemblea del suo popolo, nella quale egli
vive… In questa assemblea di carità e di amore io voglio continuare a vivere
come prete sposato, facendo della mia vita un dono da offrire a chiunque
incontro; comunicando ai fratelli, non tanto una ideologia, né una filosofia,
né una morale, ma solo l’amore per una persona, Gesù il Cristo, che è la
ragione di vita per ogni credente. E’ Gesù, infatti, che, continuamente
presente nel popolo di Dio, può trasformare, per mezzo del suo Spirito, la
comunità dei credenti in una comunità “profetica”, alla quale Dio partecipa la
potenza dell’annuncio.
Per me, essere un prete-sposato nella comunità ecclesiale è il mio nuovo
modo di esistere al quale Dio mi ha
chiamato, assieme agli altri fratelli nella fede per essere “comunità” in
Cristo che mi invita quotidianamente a “mettermi in viaggio”; a diventare, in
Lui, un “uomo nuovo” che guidato dalla
fede, sostenuto dalla speranza e aperto alla libertà e all’amore, è capace di
mettersi in discussione, in ogni momento; a vivere in Cristo da uomo libero,
continuando a far parte di una comunità (=
Anche da “prete-sposato” mi sento un ”uomo nuovo”, nel senso del vangelo, perché la mia nuova condizione
ecclesiale è ora caratterizzata da umile
speranza, da una maggiore apertura alla libertà e all’amore e non tanto
dall’attaccamento alle forme e alle leggi del Diritto. Questo mi aiuta a capire
meglio il concetto di conversione permanente, che racchiude in sé la ricerca
continua, la situazione del viandante in cammino, sulla strada, proprio come i
primi credenti che venivano chiamati “i
seguaci della strada” (Atti 9,2), dal momento che nessuno di noi può dirsi
un arrivato nella fede.
Mi sento un uomo, un cristiano, un prete-sposato al quale ogni giorno
viene offerta l’occasione di una crescita continua, perché ogni giorno mi trovo
a rischiare la mia immagine di “figlio” nei confronti di Dio, mio “Padre” ;
perché ogni giorno devo essere disposto a mettermi in gioco, a mettermi in
discussione, convinto che ogni progresso ed ogni cammino comporta un
“sacrificare ciò che in noi è vecchio” per una libertà nuova. Chi non sa che
l’avventura comporta del rischio? L’avventura dell’essere un prete sposato
comporta necessariamente il passaggio attraverso la croce e la sofferenza, nel
senso di essere disposti a perdere la propria reputazione per seguire il
Signore, per la conquista di una maggiore libertà di amare, senza la quale non
sarebbe possibile una continua rinascita.
In questa “avventura in Cristo” mi sono sempre lasciato guidare, non
tanto dalla religione (che è un
fissare lo sguardo unicamente su ciò che io devo fare per essere gradito a Dio
e meritare così il suo amore) quanto
dalla fede (che è, invece, un
fissare lo sguardo sul continuo, incessante, generoso e fedele amore che Dio ha
nei miei confronti, senza alcun merito da parte mia e che non chiede altro che
di essere accolto e donato facendomi, con Dio e come Dio, prossimo a tutti ). Senza
la fede la mia vita di prete sposato sarebbe stata soltanto una ricerca di
certezze, di sicurezza, della mia salvaguardia, mentre per vivere e crescere in
Cristo il prete sposato non deve mettere in salvo se stesso e le sue cose, ma
soltanto mettersi in cammino verso quel
Qualcuno che supera ogni schema e che solo nella fede può conoscere, perché la
fede è libertà che strappa l’uomo al vecchio mondo e, nello stesso tempo, lo
rende presente, con Dio e come Dio, per gli uomini, nella storia terrestre.
Noi viviamo in un’epoca di crisi, di ripensamento. Accanto a mutamenti
sociali e culturali, che hanno profondamente inciso sulla evoluzione dei
costumi – noi preti sposati, ma non solo noi - abbiamo assistito ed assistiamo
ad un succedersi di nuovi e vari modi di essere e di pretendersi chiesa che
hanno talora, con il loro impatto, sconcertato la gente. Ma la crisi che ci ha
scosso, ci ha fatto anche bene, perché ci ha permesso di riscoprire sulla
nostra pelle, il volto originale della chiesa, pulito dalle sovrastrutture meno
autentiche.
In tutti questi anni vissuti da prete sposato quante volte ho visto
cambiare il volto della Chiesa ! Spesso, mi sono trovato di fronte ad una chiesa nostalgica, attaccata al
passato, alle comode sicurezze ed alle formule del tempo che fu. La chiesa
della sopravvivenza e della conservazione statica. Mi sono trovato di fronte ad
una chiesa ecologica, immersa in una
realtà storicistica e positivistica, interessata all’uomo ed al suo ambiente.
Una chiesa che cerca una pianificazione scientifica; che vede il futuro farsi
minacciosamente avanti con i suoi problemi di superpopolazione, di mancanza di
risorse naturali. Una chiesa che non sa collocarsi nella speranza
soprannaturale; che prescinde dalla sua dimensione escatologica; che si lascia
travolgere dai problemi di direzione, di sviluppo ed adegua ad essi la propria
fede e la propria morale. Una chiesa che ha perso l’orizzonte dei cieli nuovi,
ma anche quelli di una terra nuova. Tutto – secondo questo tipo di chiesa - si potrebbe risolvere con una adeguata e
corretta pianificazione tecnica, piatta e banale, simile ai bilanci di un
ragioniere. Mi sono trovato di fronte ad una
chiesa di tutti i giorni, cioè quel tipo di chiesa da prendere così come
viene offerta. La chiesa che non lascia spazio all’inventiva, che arriva sempre
ultima dinanzi alle nuove scoperte, che indugia sempre nel vivere la sua
dimensione di strada e di cammino. E’ la chiesa dell’ieri continuo,
dell’abdicazione alla fantasia, dell’avventura, del coraggio. La chiesa in cui
la “prudenza” non è virtù, ma cautela, precauzione, paura delle cose, paura
dell’uomo, paura del futuro. E’ la chiesa che ha dimenticato la speranza, che
non sente il messaggio di Cristo, che non sa gridare l’annuncio di salvezza. E’
la chiesa del sonno che non vuole essere disturbata. Imbambolata nella sua
quiete. E’ la chiesa che non offre la possibilità ai giovani di rendere
effettivo il loro bisogno ed il loro diritto di partecipare alla costruzione di
un mondo nuovo. E’ la chiesa senza crisi, perché l’ovatta attutisce ed
assopisce tutto. In questa chiesa, molti sono ritenuti ospiti scomodi e lo
spirito di profezia e di trasformazione del mondo spesso viene respinto.
Qual è
Tuttavia io, come prete sposato, sono contento di far ancora parte della
chiesa che amo, anche se da lei non sono riamato come vorrei, perché sono
convinto che solo con un atto di amore noi potremo capire la chiesa, farci
chiesa, edificare la chiesa e cambiare la chiesa in meglio, almeno in quegli
aspetti che possono essere modificati.
La chiesa bisogna amarla, non
odiarla, anche se a volte ci fa lacrimare, perché altrimenti rischiamo di
essere soltanto dei seguaci di una ideologia o ci potremo paragonare ai membri
di un club che distribuiscono o prendono le tessere di un’associazione da cui
si attendono determinati vantaggi.
Una chiesa da non amare, perché
incapace di farsi amare…una chiesa alla quale aderire senza passione, senza
entrarci dentro, perché incapace di suscitare interesse…, una chiesa nella
quale non ci si sente coinvolti in tutte le fibre del proprio essere, perché
tende più ad escludere, ad isolare, ad emarginare che ad accogliere… non sarebbe chiesa. Non sarebbe, comunque, la chiesa di Cristo.
“La chiesa di Cristo è quella che
non si può mai amare troppo, né relativamente, né assolutamente” - sono le
parole di uno dei più grandi contestatori cattolici, Antonio Rosmini.
La chiesa che io amo e nella quale credo – come uomo, come cristiano e
come presbitero-sposato - è quella che
nasce dalla Parola, vive nell’Eucaristia, rinnova continuamente la sua fedeltà
al battesimo, attingendo la forza nel sacramento della conversione. E’ la
chiesa che si realizza concretamente nella comunione fraterna, che non è
indeterminata o puramente affettiva, ma ordinata secondo la volontà di Cristo.
E’ la chiesa, nella quale la “gerarchia”, non significa “divisione”, perché da una parte ci sono coloro che comandano
e dall’altra coloro che obbediscono, quanto piuttosto comunione, servizio,
unità, autenticità; strumento per consacrare il rispetto della creatività,
della autonomia, della libertà che è il segno di Cristo pasquale, paziente,
morto e risorto. E’ la chiesa dei discepoli del Signore che, dopo la sua
risurrezione, si trovano rinfrancati perché rinati a nuova vita, attraverso di
Lui. E’ la chiesa della gioia, per la presenza viva di Cristo che attraverso lo
“spezzare del pane” ed il “mangiare dello stesso pane” ci lega insieme e ci fa
fratelli; è la comunità nella quale convergono e si armonizzano le funzioni ed
i talenti di ciascuno, ove nessuno è escluso, come in una grande famiglia; è la chiesa dove ciascuno è artefice della
vita della comunità; è la chiesa dove ci si mette, con amore, al servizio gli
uni degli altri. E’ la chiesa degli apostoli dove ogni credente è chiamato a
coinvolgersi nella vita della comunità, per celebrare quotidianamente la gioia
della risurrezione di Cristo. E’ la chiesa con i suoi misteri, con le sue
contraddizioni. E’ la chiesa compromessa con l’uomo, ma libera verso un futuro che non è di questo mondo. E’ la
chiesa dove chi ha il compito di guidare lo fa nello stile e nello spirito del
servo. E’ la chiesa dove i capi sono i primi a porsi lo zaino sulle spalle per
camminare assieme al proprio “gregge” verso la “terra promessa”; è la chiesa
dove i capi, a somiglianza di Cristo, non si vergognano di mettersi il
grembiule per lavare i piedi agli ultimi. E’ la chiesa dove i capi si prodigano
per dare dignità a chi si sente escluso. E’ la chiesa dove “autorità” vuol dire sempre e solo
servizio; ove obbedienza vuol dire dignità e consapevolezza; dove ogni rapporto umano è contrassegnato
dall’amore. E’ la chiesa dove non ci si sente mai soli. E’ la chiesa che
soffre con chi soffre. E’ la chiesa povera, non perché si veste o “si trucca”
da povera per apparire tale, ma perché nasce dalla sofferenza di Cristo e vive
nella quotidiana umiliazione e nel rifiuto da parte del mondo, per un mistero a
noi sconosciuto. E’ la chiesa della speranza e della letizia.
Questa è la chiesa nella quale io desidero vivere da prete sposato con
la mia famiglia, anche se per ora mi trova a vivere più nelle incertezze della
tenda di Abramo che nella sicurezza che proviene dal tempio. Sono convinto che, anche nella chiesa cattolica occidentale, con il
tempo la vocazione ministeriale potrà essere vissuta nello stato matrimoniale
perché in sintonia con il messaggio evangelico.
Questo è un dono che tutta
Invito, pertanto, gli ottomila preti sposati italiani, “a dare vita ad un cenacolo di fraternità,
allo scopo di meditare sulla possibilità
e sulle modalità di riprendere l’esercizio della nostra missione presbiterale.
Partiamo per questa avventura meravigliosa, fiduciosi di coinvolgere altri in
questo progetto di fraternità, iniziando col fare della nostra vita un dono da
offrire a chiunque incontriamo” ( cfr. Giovanni Monteasi, Celibato, la disobbedienza che salva,
Napoli, 1998, p.18)
(e-mail : nadirgiuseppe@interfree.it)