DOC-1587. MADRID-ADISTA.
Sessualità ed eucarestia. Un singolare accostamento,
in questo anno eucaristico che si concluderà con il
Sinodo il prossimo autunno, quello proposto da p. Timothy
Radcliffe, già Maestro Generale dei domenicani,
in un intervento alle "Giornate nazionali di pastorale giovanile
vocazionale" della Conferenza dei religiosi spagnoli, a Madrid
(8-10/10/04), per una riflessione sull'affettività dei giovani nell'azione
pastorale. Più che un accostamento, una stretta relazione. Qui
di seguito il testo di p. Radcliffe in una nostra
traduzione dallo spagnolo (con qualche piccola omissione per assoluta mancanza
di spazio).
Non sono sicuro del significato esatto della parola "affettività" in
spagnolo. In inglese "affectivity" implica
non solo la capacità di amare, ma anche il nostro modo
di amare in quanto dotati di sessualità, dotati di emozioni, corpo e passioni.
Nel cristianesimo parliamo molto di amore, ma dobbiamo
amare come siamo, con la nostra sessualità, i desideri, le forti emozioni, la
necessità di toccare e stare vicini all'altro.
È strano che non ci venga bene parlare di questo, perché il cristianesimo è la
più corporale delle religioni. Crediamo che è stato
Dio a creare questi corpi e a dire che erano cosa molto buona. Dio si è fatto
corpo fra di noi, essere umano come noi. Gesù ci ha dato il sacramento del suo corpo e ha promesso
la resurrezione dei nostri corpi. Sicché dovremmo sentirci a casa nella nostra
natura corporale, appassionata… e a nostro agio nel parlare di
affettività! Eppure quando
Una volta san Crisostomo, che stava predicando sul sesso, notò che alcuni
arrossivano e si indignò: "Perché vi vergognate?
L'argomento non è puro? Vi state comportando come eretici" (12ma omelia
sull'epistola ai Colossesi). Pensare che il sesso
faccia repulsione è un fallimento dell'autentica castità e, secondo nientemeno
che san Tommaso d'Aquino, un difetto morale! (II,II,142.1). Dobbiamo imparare ad amare per quello che
siamo, esseri dotati di sessualità e di passioni - a volte un po' disordinati -
o non avremo niente da dire su Dio, che è amore.
Voglio parlare di Ultima Cena e sessualità. Può
sembrare un po' strano, ma pensateci un momento. Le parole centrali dell'Ultima
Cena sono state: "Questo è il mio corpo, offerto per voi". L'eucarestia, come il sesso, è centrata sul dono del corpo.
Vi rendete conto che la prima lettera di san Paolo ai Corinzi si muove fra due
temi, la sessualità e l'eucarestia? Ed è così perché Paolo sa che abbiamo bisogno di capire
l'una alla luce dell'altra. Comprendiamo l'eucarestia
alla luce della sessualità e la sessualità alla luce
dell'eucarestia.
Per la nostra società è molto difficile capire questo perché tendiamo a vedere
i nostri corpi semplicemente come oggetti che ci appartengono. (...). Se pensi
al tuo corpo in questo modo, come la cosa più importante che possiedi insieme ad altre cose, allora gli atti sessuali non sono
particolarmente significativi. Posso fare quel che mi pare con le mie cose se
non faccio male a nessuno. Posso usare la mia lavatrice per mescolare pitture o
impastare. È mia. E dunque, perché non posso fare
quello che voglio con il mio corpo? È un modo naturale di pensare perché, a
partire dal XVIII secolo, abbiamo assolutizzato
quanto basta i diritti di proprietà. Essere umani è
possedere.
Ma l'Ultima Cena guarda ad una tradizione più antica e
più saggia. Il corpo non è solo una cosa che possiedo, sono io, è il mio essere
come dono ricevuto dai miei genitori e dai loro prima di loro e, in ultima istanza, da Dio. Per questo quando Gesù
dice "Questo è il mio corpo, offerto per voi" non sta disponendo di qualcosa che gli appartiene, sta passando agli
altri il dono che lui è. Il suo essere è un dono del Padre che Egli sta trasmettendo.
Dall'eucarestia alla sessualità e ritorno. Per
capire
La relazione sessuale è chiamata ad essere una forma di vivere questo dono di
se stessi. Sono qui e mi dono a te, con tutto quello che sono, ora e sempre. Allora l'eucarestia
ci aiuta a capire cosa significa per noi essere individui dotati di sessualità,
e la nostra sessualità ci aiuta a capire l'eucarestia. Generalmente si vede l'etica sessuale cristiana
come restrittiva rispetto ai costumi contemporanei.
L'Ultima Cena è stato un momento di crisi inevitabile
nell'amore di Gesù per i suoi discepoli. È stato il
momento per il quale è dovuto passare nel suo cammino
dalla nascita alla resurrezione, il momento in cui tutto è esploso. È stato
venduto da uno dei suoi amici; la rocca, Pietro, era sul punto di rinnegarlo e
la maggioranza dei suoi discepoli sarebbero scappati
correndo. Come sempre, furono le donne a mantenersi tranquille e a rimanere
fino alla fine! Gesù, all'Ultima Cena, non è andato
via fuggendo dalla crisi, ma ha preso il toro per le corna. Ha preso il
tradimento, il fallimento dell'amore, e l'ha trasformato in un momento di
donazione: "Mi consegno a voi. Voi mi avete consegnato ai romani perché mi
uccidano. Mi consegnerete alla morte, ma io faccio di questo momento un momento
di dono, ora e sempre".
Arrivare ad essere persone mature che amano significa che ci imbatteremo in
queste crisi inevitabili, nelle quali il mondo sembra andare in pezzi. Questo
succede in modo drammatico quando si è adolescenti, e
può succedere in tutta la nostra vita, tanto se ci sposiamo quanto se ci
facciamo religiosi o sacerdoti. Spesso questo genere di crisi avviene cinque o sei anni dopo aver preso il proprio impegno, nel matrimonio
o nell'ordinazione sacerdotale. Dobbiamo affrontarle.
Gesù avrebbe potuto scappare
dalla porta di dietro. Avrebbe potuto rifiutare i suoi discepoli e non aver
voluto avere niente a che fare con loro. Ma no, egli
ha affrontato il momento nella fede. E noi saremo
capaci di aiutare i giovani a fare questo solamente se noi stessi saremo
passati per momenti così e se li avremo affrontati. Io l'ho fatto! Ricordo che,
alcuni anni dopo l'ordinazione, mi innamorai
fortemente di una persona. Per la prima volta avevo incontrato una persona con
la quale sarei stato felice di sposarmi e che sarebbe stata felice di sposarsi
con me. Era questo il momento della mia scelta. Avevo fatto professione solenne
con gioia, amavo le mie sorelle e i miei fratelli
domenicani, amavo la missione dell'Ordine. Ma quando avevo fatto la professione
avevo una piccola fantasia nella testa: "come
sarebbe essere sposato?".
Dovetti accettare la scelta che avevo fatto nella mia professione solenne, o,
meglio, dovevo accettare la scelta che Dio aveva fatto per me, che era questa
la vita alla quale Dio mi chiamava. Fu un momento doloroso, ma anche di
felicità. Ero molto felice perché amavo questa persona, e siamo
ancora buoni amici. Era un momento di felicità perché stavo per liberarmi dalla
fantasia che avevo mantenuto viva durante la professione solenne. Piano piano stavo scendendo dalle
nuvole. Il mio cuore e la mia mente stavano per incarnarsi nella persona che sono, con la vita che Dio ha scelto per me, in carne ed
ossa. La crisi mi ha riportato con i piedi per terra.
Alla maggior parte di noi questo non capita una sola volta. Possiamo
attraversare varie crisi di affettività lungo la
nostra vita. Io certamente le ho passate e chissà che non ce ne sia una dietro l'angolo. Ma
dobbiamo affrontarle, come ha fatto Gesù nell'Ultima
Cena, con coraggio e fiducia. Allora, se lo faremo, a poco a poco
entreremo nel nostro mondo reale di carne ed ossa.
Un benedettino irlandese chiamato Mark Patrick Hederman scrisse:
"L'amore è l'unico impeto che è sufficientemente straripante da forzarci
ad abbandonare il confortevole rifugio della nostra beneamata individualità,
spogliarci dell'impenetrabile guscio di autosufficienza
e farci uscire gattonando nudi verso la zona del pericolo, il crogiolo dove
l'individualità viene purificata per farsi persona" (Manikon
Eros: Mad Crazy Love,
Dublino 2000, p. 66). E se non credete ad un
benedettino irlandese, sicuramente crederete in san Tommaso: "La persona
che ama deve pertanto allentare questo cerchio che la manteneva all'interno dei
propri limiti. Per questo si dice dell'amore che scioglie il cuore: ciò che è
sciolto non è contenuto nei propri limiti, al contrario di quello che succede
nello stato che corrisponde alla 'durezza di cuore'"
(Comm on Sentences,
III, 25, 1, 1, 4m). Solo l'amore rompe la nostra
durezza di cuore e ci dà cuori di carne.
Amare è pericoloso!
Aprirsi all'amore è molto pericoloso. Uno, probabilmente,
si fa male. L'Ultima Cena è la storia del rischio dell'amore. È per questo che Gesù è morto,
perché ha amato. Uno che risveglia desideri e passioni profonde e sconcertanti può correre il pericolo di rovinare la propria vocazione e
di vivere una doppia vita. Avrà bisogno della grazia per evitare il pericolo,
ma non aprirsi all'amore è ancora più pericoloso, è
mortale. Ascoltate C. S. Lewis: "Amare è in ogni
caso essere vulnerabili. Ama qualcosa e il tuo cuore certamente sarà diviso e
rotto. Se vuoi essere sicuro di mantenerlo intatto, non darlo
a nessuno, neppure ad un animale. Avvolgilo
attentamente in hobbies e piccoli lussi; evita ogni
coinvolgimento amoroso; chiudilo al sicuro nell'urna o nella bara del tuo
egoismo. Ma nell'urna - sicura, oscura,
immobile, senza aria - cambierà. Non si romperà; diventerà infrangibile,
impenetrabile, irrimediabile. L'alternativa alla
tragedia, o almeno al rischio della tragedia, è la condanna. L'unico luogo, a
parte il cielo, dove può essere perfettamente salvo da tutti i pericoli e
perturbazioni dell'amore è l'inferno" (The Four Loves, Londra 1960, p
111).
Quando celebriamo l'eucarestia, ricordiamo che il
sangue di Cristo è versato "per te e per tutti". Il mistero
dell'amore, nel più profondo, è insieme particolare e universale. Se il nostro amore è solo particolare, allora corre il
rischio di diventare introverso e soffocante. Se è
solamente un vago amore universale per tutta l'umanità, allora corre il rischio
di diventare vuoto e senza senso. La tentazione per una coppia è di tenersi un
amore intenso ma chiuso ed esclusivo. Si salva appena dall'essere distruttivo
con l'arrivo di una terza persona, il bambino che espande il loro amore. La
tentazione dei celibi potrebbe essere tendere verso un amore che è solamente
universale, un vago e caldo amore per tutta l'umanità. Dickens
ci parla, in Black House, di Mrs. Jellyby che
aveva una "filantropia telescopica", perché non poteva vedere niente
che fosse più in qua dell'Africa. Amava gli africani in generale, ma non si
curava della vita dei propri figli.
Non possiamo rifugiarci in questa filantropia telescopica. Avvicinarci al
mistero dell'amore significa anche amare persone concrete, alcune con amicizia,
altre con profondo affetto. Dobbiamo imparare ad integrare questi amori nella
nostra identità come religiosi, come sposati o come single. Mi dicono che nel
passato si soleva mettere in guardia i religiosi dalle "amicizie
particolari". Il nostro venerabile Gervase Matthew diceva sempre che gli facevano più paura le "inimicizie
particolari"!
Bede Jarret, domenicano, fu
provinciale della provincia (dei domenicani) di Inghilterra
negli anni '30. Una volta scrisse una bella lettera ad un giovane benedettino,
di nome Hubert van Zeller, che dopo la guerra divenne un famoso scrittore di
spiritualità. Questo giovane monaco si era innamorato di una persona che conosciamo solo come P. Fu un'esperienza spaventosa. Temeva
che fosse la fine della sua vocazione religiosa. Bede
vide che era il principio. Permettetemi di farvene una lunga citazione. È
impressionante pensare che sia stata scritta settanta anni fa.
"Gioisco (del tuo innamoramento) perché credo che la tua tentazione sia
sempre stata il puritanesimo, una costrizione, una certa mancanza di umanità.
La tua tendenza era quasi la negazione della santificazione della materia. Eri
innamorato del Signore, ma non autenticamente innamorato dell'incarnazione. Eri
realmente spaventato. Pensavo (…) che, se ti fossi rilassato un momento,
saresti esploso. Eri pieno di inibizioni. Quasi ti uccidevano. Quasi uccidevano la
tua umanità. Ti faceva paura la vita perché volevi essere santo e sapevi
che eri un artista. L'artista che è in te vedeva
bellezza da ogni parte; l'uomo che voleva essere santo in te diceva: 'Caspita,
ma questo è terribilmente pericoloso'; il novizio
dentro di te diceva: 'tieni gli occhi ben chiusi'; Claud (il suo nome di battesimo), quasi saltavi per aria. Se P. non fosse entrato nella tua vita, saresti potuto
scoppiare. Credo che P. salverà la tua vita. Dirò una messa di ringraziamento
per quello che P. ha rappresentato, e ha fatto, per
te. Da molto tempo avevi bisogno di P. I tuoi parenti non avrebbero potuto
sostituirlo. Tantomeno i vecchi e corpulenti provinciali" (ed. by
Bebe Bailey, Adam Belenger and Simon Tugwell.
Letters of Bebe Jarret, Downside
and Blackfriars, 1989, p. 180).
Non sto suggerendo che
dovremmo tutti correre fuori di qui alla ricerca di qualcuno da amare! Dio ci invia gli amori e le amicizie che sono parte del nostro
cammino verso di Lui, che è la pienezza dell'amore. Aspettiamo coloro che Dio ci invia e quando e come ce li invia. Ma quando arrivano,
allora dobbiamo affrontare il momento, come fece Gesù
nell'Ultima Cena.
Quando amiamo qualcuno profondamente, allora dobbiamo imparare ad essere
casti. Ognuno, scapolo, sposato o religioso è chiamato alla castità. Non è una
parola popolare di questi tempi, suona bacchettona, fredda,
distante, mezzo morta, per niente attraente. Herbert
McCabe, domenicano, ha scritto che "la castità
che non è manifestazione d'amore è essenzialmente il cadavere della vera
castità" (Law, love and language, p. 22).
Castità è accogliere il principio di realtà
La castità non è innanzitutto la soppressione del desiderio, almeno secondo la
tradizione di san Tommaso d'Aquino. Il desiderio e le
passioni contengono verità profonde su chi siamo e su cosa abbiamo bisogno. Il
semplice sopprimerli farà di noi esseri morti spiritualmente o persone che un
giorno si autodistruggeranno. Dobbiamo educare i
nostri desideri, aprire gli occhi su quello che veramente chiedono, liberarli
dai piccoli piaceri. Abbiamo bisogno di desiderare più profondamente e con
maggiore chiarezza.
San Tommaso ha scritto qualcosa che viene facilmente
fraintesa. Diceva che la castità è vivere secondo
l'ordine della ragione (II,II,151.1). Suona molto freddo e cerebrale, come se
essere casto fosse una questione di potere mentale. Ma
per Tommaso ratio significa vivere nel mondo reale, "in conformità
con la verità delle cose reali" (Josef Pieper, The Four Cardinal Virtues, Notre Dame, 1966, p. 156). Cioè
vivere nella realtà di quello che sono io e di quello che sono le persone che
amo realmente. La passione e il desiderio possono portarci a vivere nella
fantasia. La castità ci fa scendere dalle nuvole, facendoci
vedere le cose come sono. Per i religiosi, o a volte per gli scapoli, ci può
essere la tentazione di rifugiarsi nella fantasia perniciosa che siamo eteree figure angeliche, che non hanno nulla a che
vedere col sesso. Questo può sembrare castità, ma è una perversione della
stessa. Ciò mi ricorda uno dei miei fratelli che andò
a dire messa in un convento. La sorella che gli aprì la porta lo guardò e
disse: "Ah, è lei padre, stavo aspettando un uomo".
È difficile immaginare una celebrazione dell'amore più realista dell'Ultima
Cena. Non ha niente di romantico. Gesù dice ai suoi
discepoli semplicemente e liberamente che è arrivata la fine, che uno di loro
lo ha tradito, che Pietro lo rinnegherà, che gli altri fuggiranno. Non è una scena da lume di candela in un ristorante, questo è
realismo portato all'estremo. Un amore eucaristico ci fa scontrare in pieno con
la complessità dell'amore, con i suoi successi e la sua
vittoria finale.
Quali sono le fantasie nelle quali può farci cadere il desiderio? Due, direi.
Una è la tentazione di pensare che l'altra persona sia tutto,
tutto quello che cerchiamo, la soluzione a tutti i nostri aneliti. Questo è un
capriccio passeggero. L'altra è non vedere l'umanità dell'altra persona, per
farne semplicemente carne da consumo. Questo è lussuria. Queste due illusioni
non sono fra loro tanto diverse come può sembrare a
prima vista. L'una è il riflesso esatto dell'altra.
Suppongo che tutti noi abbiamo conosciuto momenti di
totale incapricciamento, quando qualcuno diventa
l'oggetto di tutti i nostri desideri e il simbolo di tutto quello cui abbiamo
anelato, la risposta a tutte le nostre necessità. Se
non arriviamo ad essere uno con questa persona, allora la nostra vita non ha
senso, è vuota. La persona amata giunge ad essere per noi la risposta a quel
grande e profondo bisogno che scopriamo dentro di noi. Pensiamo a questa persona tutto il giorno.
Come diceva tanto bene Shakespeare: "Di giorno
le mie membra e di notte la mia mente non trovano pace
né per me né per te". O, per essere un poco più
attuali, la faccia dell'amato è come lo screensaver
del nostro computer. Nel momento in cui uno si prepara a pensare ad un'altra
cosa, ce l'ha lì. È come una prigione, una schiavitù,
ma una schiavitù che non vogliamo lasciare.
Divinizziamo la persona amata e la mettiamo al posto di Dio. Certamente quello
che stiamo adorando è una nostra proiezione. Forse ogni vero amore passa per
questa fase ossessiva. L'unica cura per questo è vivere giorno per giorno con la persona amata e vedere che non è Dio, ma
solamente suo figlio o sua figlia. L'amore comincia quando
siamo guariti da questa illusione e ci troviamo faccia a faccia con la persona
reale e non con la proiezione dei nostri desideri. (...).
Benedetta intimità!
Cosa cerchiamo in tutto questo? Cosa ci spinge ad incapricciarci?
Posso parlare solo per me. Direi che quello che c'è sempre stato dietro le mie
turbolenze emozionali è stato il desiderio di intimità.
È l'anelito ad essere totalmente uno, di dissolvere i limiti fra se stessi e
l'altra persona per perdersi nell'altro, per cercare la comunione pura e
totale. Più che passione sessuale, credo che sia l'intimità
che la maggioranza degli esseri umani cerca. Se viviamo attraversando
crisi di affettività, credo che allora dobbiamo
accettare il nostro bisogno di intimità
La nostra società è costruita intorno al mito dell'unione sessuale come culmine
dell'intimità. Questo momento di tenerezza e di unione
fisica totale è quello che ci porta all'intimità totale e alla comunione
assoluta. Molta gente non ha questa intimità perché
non vive una situazione matrimoniale, o perché si tratta di coppie non felici,
o perché sono religiosi o sacerdoti. E possiamo
sentirci esclusi ingiustamente da quella che è la nostra necessità più
profonda. Ci sembra ingiusto! Come può escluderci Dio da questo desiderio
profondo?
Credo che ogni essere umano, sposato o single, religioso o laico, deve
accettare le limitazioni all'intimità che può conoscere al momento. Il sogno di
comunione piena è un mito che porta alcuni religiosi a desiderare di essere
sposati e molti sposati a desiderare di stare con una
persona diversa. L'intimità vera e felice è possibile solo se ne accettiamo i limiti. Possiamo proiettare nelle coppie di
sposati un'intimità totale e meravigliosa, che è impossibile, ma che è la proiezione
di nostri sogni. Il poeta Rilke capì che non si può avere vera intimità all'interno di una coppia fino a
quando non ci si rende conto che in qualche modo si rimane soli. Ogni essere
umano conserva solitudine, uno spazio intorno che non può essere eliminato:
"Un buon matrimonio è quello in cui ognuno dei due
nomina l'altro guardiano della propria solitudine, e gli mostra fiducia,
la più grande possibile… Una volta che si accetta che anche fra gli esseri
umani più vicini continua ad esistere una distanza infinita, può crescere una
forma meravigliosa di vivere uno a fianco all'altro se si riesce ad amare
quella distanza che permette ad ognuno di vedere nella totalità il profilo
dell'altro stagliato contro un ampio cielo" (John Mood Rilke
on Love Other Difficulties,
translations and Considerations
of Rainer Maria Rilke, New York 1933 27ff.. quoted by
Hederman op. cit. p. 81). (...).
Per gli sposati è possibile una meravigliosa intimità se, come dice Rilke, si accetta che siamo guardiani della solitudine
dell'altra persona. E quelli di noi che sono single o
celibi, possono anche scoprire un'intimità con gli altri profondamente bella.
Intimità viene dal latino intimare, che significa stare in contatto con
la parte più interna di un'altra persona. In quanto religioso, il mio voto di
castità mi rende possibile essere incredibilmente intimo con altre persone. Il
fatto di non avere intenzioni recondite, e il mio amore non dovrebbe essere
divoratore o possessivo, fa sì che io possa avvicinarmi moltissimo al fondo
della vita della gente.
La trappola opposta all'incapricciamento non è fare
dell'altra persona Dio, ma renderla un semplice oggetto, qualcosa con cui
soddisfare le necessità sessuali. La lussuria ci chiude gli occhi alla persona
dell'altro, alla sua fragilità e alla sua bontà. San
Tommaso dice, scrivendo sulla castità, che il leone vede il cacciatore come
cibo, e la lussuria ci rende cacciatori, predatori che vedono qualcosa da
divorare. Vogliamo semplicemente un poco di carne, qualcosa da poter divorare.
Una volta di più la castità è vivere nel mondo reale. La castità ci apre gli
occhi per vedere che quello che abbiamo davanti è sì un bel corpo,
ma quel corpo è qualcuno. (...). Quello che spesso sono
state attentamente pianificate.
La lussuria ha a che fare con il potere, più che col sesso
Si può avere l'impressione che la lussuria sia passione sessuale fuori
controllo, desiderio sessuale selvaggio. Però
Sant'Agostino, che comprese il sesso molto bene, credeva che la lussuria avesse
a che vedere con il desiderio di dominare altre persone piuttosto che con il
piacere sessuale. La lussuria è parte della libido dominandi,
l'impulso di aumentare il nostro potere di controllo e convertirci in Dio. La
lussuria ha più a che vedere con il potere che con il sesso. (...).Il primo
passo per superare la lussuria non è sopprimere il desiderio, ma restaurarlo,
liberarlo, scoprire che il desiderio è per una persona e non per un oggetto.
Molti dei tristi scandali di abusi sessuali sui minori
sono venuti da sacerdoti o religiosi che erano incapaci di confrontarsi in
relazioni adulte con uguali. Potevano cercare solo relazioni in cui loro
detenevano il potere e il controllo. Volevano rimanere invulnerabili.
Nell'Ultima Cena Gesù prende il pane e lo dà ai
discepoli dicendo: "questo è il mio corpo offerto
per voi". Egli consegna se stesso. Invece di prendere il controllo su di
loro, si consegna ai discepoli perché facciano di lui quello che vogliono. E noi sappiamo quello che ne faranno. È l'immensa
vulnerabilità dell'amore vero.
La lussuria e il capriccio passeggero possono sembrare due cose molto
differenti e tuttavia sono l'una il riflesso dell'altra. Nel capriccio uno converte l'altra persona in Dio, e nella lussuria uno in persona si
fa Dio. (...).
Così la castità è vivere nel mondo reale, guardando all'altro come lui, o lei,
e a me come io sono. Non siamo né esseri divini né semplici pezzi di carne.
Entrambi siamo figli di Dio. Abbiamo la nostra storia. Abbiamo fatto voti e
promesse. L'altro è impegnato in una coppia o con un coniuge. Noi come
sacerdoti o religiosi siamo consegnati ai nostri ordini o diocesi. È così come
ci troviamo, impegnati e legati ad altri impegni, che possiamo imparare ad
amare con il cuore e gli occhi aperti.
Questo è duro perché viviamo nel mondo di internet
della World Wide Web. È il mondo della realtà
virtuale, dove possiamo vivere in mondi di fantasia come se fossero reali.
Viviamo in una cultura in cui risulta difficile
distinguere tra fantasia e realtà. Tutto è possibile nel mondo cibernetico. Per
questo la castità è difficile. È il dolore di scoprire la realtà. Come possiamo
rimettere i piedi per terra?
Tre passi per amare
Suggerirei tre passi. Dobbiamo imparare ad aprire gli
occhi e a vedere i volti di quelli che ci stanno davanti. Con quale frequenza
apriamo realmente gli occhi per guardare il volto delle persone e vederle per
come sono? Brian Pierce, un domenicano degli Stati
Uniti, sta per pubblicare un libro che paragona il pensiero di Meister Eckhart, il mistico
domenicano del XIV secolo, con quello di Thich Nhat Hanh,
un buddista del XX secolo. Per entrambi l'inizio della vita contemplativa è
stare nel momento presente, quello che il buddista chiama
"coscienza". È reale solo il momento presente. Sono vivo in questo
momento, e pertanto è in questo momento che posso
incontrarmi con Dio. Devo imparare la serenità di smetterla di
essere inquieto per il passato e per il futuro. Ora, il momento
presente, è quando comincia l'eternità. Eckhart chiede, "Cosa è
oggi?". E lui risponde "eternità".
Nell'Ultima Cena Gesù afferrò il momento presente.
Invece di inquietarsi per quello che aveva fatto Giuda, o perché i soldati si
stavano avvicinando, egli visse il momento presente, prese il pane e lo spezzò
e lo offrì ai discepoli dicendo, "questo è il mio corpo, offerto per
voi". Ogni eucarestia ci immerge
in questo presente eterno. È in questo momento che possiamo farci presenti
all'altra persona, silenziosi e quieti in sua
presenza. Ora è il momento in cui posso aprire gli occhi e guardarla. È perché
sono tanto occupato correndo da tutte le parti, pensando a quello che succederà
dopo, che può capitare che non veda il volto che ho di
fronte, la sua bellezza e le sue ferite, le sue gioie e le sue pene. La
castità, insomma, implica aprire gli occhi!
In secondo luogo, posso apprendere l'arte di star solo. Non posso star
bene con la gente a meno che non sia capace di starci
bene solo alcune volte. Se la solitudine mi fa paura, allora accoglierò altra
gente non perché mi diletti in essa, ma come soluzione
al mio problema. Vedrò la gente semplicemente come un modo per riempire il mio vuoto, la mia spaventosa solitudine. Pertanto
non sarò capace di rallegrarmi con loro per il loro stesso bene. Perciò è quando uno sta con un'altra persona, che è veramente
presente, e quando sta solo che s'impara ad amare la solitudine. Se non è così, quando uno sta con un'altra persona, si
attaccherà a lei e la soffocherà!
Infine, ogni società vive delle sue storie. La nostra società ha le sue storie
tipiche. Spesso sono storie romantiche. Il ragazzo conosce la ragazza (o a
volte il ragazzo conosce il ragazzo), si innamorano e
vivono felici per sempre. È una bella storia che capita di frequente. Però se pensiamo che è l'unica storia possibile vivremo con
possibilità molto ridotte. La nostra immaginazione ha bisogno di essere
alimentata con altre storie che ci parlino di modi di
vivere e amare. Abbiamo bisogno di aprire ai giovani l'enorme diversità di
forme nelle quali possiamo trovare significato e
amore. Per questo erano tanto importanti le vite dei santi. Ci mostravano che
c'erano diversi modi di amare eroicamente. Come persone
sposate o singole, come religiosi o laici. Mi sono commosso molto per la
biografia di Nelson Mandela, The long road to freedom. È un uomo che ha
dato tutta la sua vita per la causa della giustizia e dell'abbattimento
dell'apartheid, e questo ha significato che non ha avuto la parte di vita
matrimoniale che anelava, visto che ha passato anni in carcere.
Così il primo passo della castità è scendere dalle nuvole. Molto rapidamente
menzionerò altri due passi. Il secondo passo, in breve, è aprirci all'amore,
perché non restino piccoli mondi su cui ripiegarsi. L'amore di Gesù si mostra a noi quando prende
il pane e lo spezza perché possa essere condiviso. Quando
scopriamo l'amore non dobbiamo conservarlo in un piccolo armadio privato per il
nostro diletto personale, come una segreta bottiglia di whisky, salvaguardata
dagli sconosciuti per nostro uso esclusivo. Dobbiamo condividere i nostri amori
con i nostri amici e con coloro che amiamo. In questo
modo l'amore particolare si espande e va incontro all'universalità.
Soprattutto è possibile allargare lo spazio perché Dio abiti in ogni amore. In
ogni storia d'amore concreta può vivere il mistero totale dell'amore, che è Dio.
Quando amiamo profondamente qualcuno, Dio sta già lì.
Più che vedere i nostri amori in competizione con Dio, questi ci offrono luoghi
in cui possiamo montare la sua tenda. Come Bede Jarret diceva a Hubert van Séller, "Se ritieni che l'unica cosa che puoi fare
è ritirarti nel tuo guscio, non vedrai mai quanto Dio
sia amoroso…. Devi amare P. e cercare Dio in P. … Goditi la sua amicizia, paga
il prezzo del dolore che porta con sé, ricordalo nella tua Messa e lascia che
Egli sia la terza persona in questo amore".
(...). Se separiamo il nostro amore verso Dio dal nostro amore per le persone
concrete, entrambi diventeranno aspri e malaticci.
Questo è quello che significa avere una doppia vita.
Il terzo passo, forse il più difficile, è che il nostro amore deve liberare le
persone. Ogni amore, che sia tra persone sposate o singole, deve essere
liberante. L'amore tra marito e moglie deve aprire
grandi spazi di libertà. E questo è tanto più vero per
noi che siamo sacerdoti o religiosi. Dobbiamo amare perché gli altri siano
liberi di amare gli altri più di noi stessi. Sant'Agostino chiama il vescovo
amico dello sposo, amicus sponsi. In inglese diciamo "the best man" nel
matrimonio. Il "best man" non cerca di far innamorare di lui la
sposa, e neppure le damigelle d'onore! Sta ad indicare altro.
(...). Dio è sempre quello che ama di più di quello che è amato. Può darsi che sia proprio questa la nostra vocazione. Auden
ha detto: "Se l'amore non può essere paritario, che sia io quello che ama
di più" (Collected Shorter
Poems 1927-1957 London 1966
p. 282).
Questo implica rifiutarsi di lasciare che le persone diventino troppo
dipendenti da qualcuno e non occupare il posto centrale delle loro vite. Uno
deve sempre cercare altre forme di sostegno alla gente, altri pilastri, affinché
noi possiamo smettere di essere tanto importanti. Così
la domanda che uno deve sempre farsi è: il mio amore sta rendendo questa
persona più forte, più indipendente, o la sta rendendo più debole e dipendente
da me?
Bene, mi avvio alla conclusione dopo un'ultima riflessione. Imparare ad amare è
un compito difficile. Non sappiamo dove ci porterà. La nostra vita ne sarà
stravolta. Capiterà che ci faremo male. Sarebbe più facile avere cuori di
pietra che cuori di carne, però allora saremmo morti! Se siamo morti non possiamo parlare del Dio della vita. Però come trovare il coraggio di vivere passando per questa morte e
resurrezione?
In ogni eucarestia ricordiamo che Gesù
ha sparso il suo sangue per il perdono dei peccati. Questo non significa
che doveva placare un Dio furioso. Né significa
solamente che se sbagliamo possiamo andare a confessare i nostri peccati ed
essere perdonati. Significa molto di più. Significa che, in ogni nostra
battaglia per essere persone che amano e sono vive, Dio è con noi. La grazia di
Dio è con noi nei momenti di caduta e di confusione, per metterci di nuovo in
piedi. Nello stesso modo in cui con la domenica di Pasqua Dio ha convertito il
venerdì santo in un giorno di benedizione, possiamo stare sicuri che tutti i
nostri tentativi di amare daranno frutto. E perciò non abbiamo nulla da temere! Possiamo addentrarci
in questa avventura, con fiducia e coraggio.