“IL DIVINO: ABITARE IL VUOTO”
RESOCONTO DALL’ INCONTRO NAZIONALE DEI GRUPPI DONNE
Genova 2006
Il contesto ambientale
Dalle alture del Righi, sopra il quartiere di Oregina che ospitò il movimento della omonima Comunità di
base fin dagli inizi degli anni ’70 e dalla terrazza dell’Ostello della
Gioventù di Genova si gode un panorama
mozzafiato sull’intero anfiteatro del centro storico e del porto antico, dalla
Lanterna alla collina di Carignano. L’orizzonte è
alto ed i monti e la costa ligure, da Capo Mele al Monte di Portofino, si
stagliano nell’infinito: non si può non rimanere colpite da questo spettacolo.
L’ostello è una struttura edificata recentemente, di
architettura razionalista, progettata secondo logiche di massimo sfruttamento
di un lotto residuo dall’insediamento del quartiere popolare, di proprietà
pubblica, individuato al terminale delle strade che corrono su, verso il monte,
tortuose ed in forte pendenza. La struttura è articolata in più corpi, la parte
alta è l’Ostello, confortevole e funzionale, la parte bassa contiene spazi per
il quartiere, gestiti dal Consiglio di Circoscrizione che li ha messi a
disposizione, gli spazi sono tra loro collegati da una lunga scala che termina
in un piccolo anfiteatro ad uso pubblico: la scenografia complessiva va vissuta
per essere capita, come gli esigui spazi della nostra città “in salita” ,
stretta tra i monti e il mare, e perciò più difficile ma per certi versi più
appagante.
I vari momenti del nostro incontro si sono svolti
occupando più spazi e cercando di sfruttare la loro duttilità, abbiamo anche
avuto la possibilità di fare quattro passi nel vicino parco che costituisce il
più grande parco urbano della città e che i genovesi si “conquistano”
letteralmente, nei giorni di feste,
quando non esiste l’alternativa dell’andare al mare o perchè il clima è freddo
o perchè la spiaggia è troppo affollata.
Purtroppo nel parco ci sono alcuni ripetitori tele e
radio fonici ed alcune antenne d’ impianti elettrici che si evidenziano
altrettanto puntualmente. Certo quando le antenne e gli impianti d’energia si
confondono tra le case non ce ne accorgiamo e conviviamo con essi, ma quando
sono in mezzo agli alberi ed in un paesaggio naturale il contrasto stride e le
influenze energetiche negative si possono avvertire direttamente.
Se ne sono accorte, insieme al panorama s’intende, anche
alcune amiche che hanno maggiore sensibilità alle esposizioni energetiche; ma
forse l’energia positiva diffusa e caricata che si avvertiva tra noi ha fatto
da buon antidoto, penso io, perché alla fine hanno prevalso tutti gli aspetti
positivi e il grande valore del nostro incontro e della relazione tra noi.
Il percorso di ricerca
Ci siamo date
appuntamento in questa ampia e caratteristica cornice ambientale, dal 2 al 4
giugno 2006, per il XV Incontro
Nazionale dei “Gruppi-donne
delle comunità cristiane di base” organizzato in collaborazione con i
gruppi “Il cerchio della luna piena”, “Donne in cerchio” e “Thea – teologia al femminile”, sul
tema “IL DIVINO: ABITARE IL VUOTO – segni,
gesti e parole della vita quotidiana”.
Hanno partecipato 120 donne, provenienti da diverse
Regioni d’Italia (Lazio, Liguria, Toscana, Piemonte, Veneto, Trentino,
Lombardia, Emilia Romagna, Basilicata, Puglia), che si sono confrontate sul
tema "Il divino: come liberarlo,
come dirlo, come condividerlo", facendo seguito alle importanti tappe di Monteortone (2001), Frascati (2002), Barcellona (Sinodo Europeo – 2003) e Trento (2004).
E’ un percorso di ricerca importante: coinvolge il nostro
essere nella sua interezza perché non richiede solo una azione di
trasformazione culturale, di elaborazione teologica e del pensiero, ma si
sostanzia di fecondi scambi , di confronto, di relazione tra diversità e
coinvolge la nostra persona. Mente e corpo sono coinvolti nel nostro lavoro e
volutamente “in azione” per vivere pienamente la nostra storia di donne in
ricerca e nel quotidiano.
Abbiamo superato le discriminazioni del nostro corpo
femminile e viviamo il momento del “sacro”, proprio nella valorizzazione del nostro
essere donne, sentendo di essere sulla scia delle più autentiche tradizioni
di donne a partire dalle donne dei
Vangeli per giungere alle teologhe contemporanee che non si sottraggono, nonostante tutto, al loro ruolo
profetico e sacerdotale ma che nei secoli hanno cercato di marcare la loro
presenza, con grande fatica ma anche con grande convinzione, nelle chiese e
nella comunità. Abbiamo sperimentato,
anche attraverso confronti coinvolgenti, le diversità di vedute, le divisioni e
le appartenenze per provare a vivere in un tutt’uno ed in relazione tra donne
il nostro nuovo sentire, per contaminarci e porgere all’esterno un messaggio
innovativo, nuove opportunità, nuove
visioni….anche dello spazio divino che, riteniamo, alberga nella relazione umana e nel rapporto con la natura, con il creato che ci
circonda e con il quale facciamo i conti ogni giorno come patrimonio di tutti e
tutte che non dobbiamo sfruttare a nostro uso e consumo ma proteggere e
valorizzare.
Lo svolgimento dei lavori
L’Incontro è stato introdotto da un momento esperienziale preparato dal gruppo “Thea – teologia al femminile” di Trento per riflettere sul sacrificio: il sacrifico umano come
deviazione forzata, voluta dalle religioni patriarcali, concepito in contesti
rituali di violenza assimilabile alla guerra. Il sacrificio come una prova
richiesta da un Dio padrone, prova di durezza e di forza fisica, che noi donne
vogliamo smascherare, e che ha solo una alternativa nel gesto della
condivisione, della partecipazione del nostro corpo in relazione con le altre.
Ecco, fin dall’inizio dell’incontro, siamo state
introdotte nella riflessione teologica, alla scoperta di un divino che,
prescindendo dal simbolismo doloroso, valorizza invece un concetto di pienezza
vissuta, di contaminazione ed accettazione delle diversità.
L’Incontro si è articolato in alcuni momenti assembleari
ed in cinque laboratori:
§
“Il mistero
della creta” coordinato
da Luisella Veroli:
§
“Lo spazio
della biodanza”
coordinato da Elizabeth
Green:
§
“ Vassilissa la bella: dalla mancanza all’agio dello stare al
mondo” coordinato
da Francesca Lisi
§
“Il
nudo…l’abisso….il vuoto….il nulla” coordinato
da Karola Stobaus
§
“Corpi di donna/corpi divini. Vivere Dio
fisicamente” proposto
dal gruppo delle Donne in cerchio di Roma
In ogni laboratorio le donne hanno
avuto modo di confrontarsi, di sperimentare sia con la manualità che con la
parola o con il corpo; il laboratorio
consente infatti di restringere il campo della relazione e di approfondire
molti aspetti del nostro approccio personale al tema proposto, inoltre è
possibile sperimentare praticamente il raggiungimento di un obiettivo, anche
concreto e pratico, per ogni donna, vivendo quindi singolarmente ed in gruppo
momenti di scambio e di esperienza.
Nei momenti assembleari le donne che chiamiamo “esperte”,
partecipano e sperimentano con noi il cammino di ricerca e ci forniscono e
propongono sempre nuovi elementi di riflessione e di discussione, esse
consentono anche di sviluppare una maggiore conoscenza e di
andare in profondità sul tema con visuali differenti a seconda del loro punto
di vista professionale; in genere le relatrici (nome che può essere riscoperto
nel suo significato) vivono con noi anche i diversi momenti collettivi e di gruppo e si crea con loro una
intesa, una condivisione dei tempi e dello spazio dell’incontro che aiuta
la relazione di gruppo e di intergruppi.
Purtroppo
In parallelo con queste letture Anna Maria
legge la contemporaneità come nata da una frattura traumatica e di separazione
dal passato: neo-sessualità, neo-perversioni, nuove psicopatologie, nuovi stili
di vita e di comunicazioni promossi e permessi dalle nuove tecnologie; anche il
senso di “vuoto” del divino come segnale delle profonde mutazioni in atto.
Siamo, forse, ad un bivio tra decadenza, smarrimento e nuovi simboli,
ri-pensamenti dell’attuale momento come necessità della storia. In un caso,
l’uomo eludendo il dramma storico, si rassicura nella condizione di protezione
fornita dai grandi miti ed anche dalla figurazione di un divino paterno o
materno cioè dal grande contenitore intrauterino
della religione. Nell’altro caso, l’uomo, fa il passo verso il “vuoto”, sceglie
di diventare adulto fuori dalle sicurezze dell’utero materno, e prende
coscienza della perdita, interiorizza il vuoto e trasforma la sua condizione e
la sua coscienza in senso evolutivo. Ciò significa anche il passaggio verso la
pienezza della vita reale in cui siamo
chiamati a prendere parte, in modo umile, etico e responsabile. In altre parole
mentre il senso di vuoto del divino potrebbe spingerci ad una fuga dal senso
della vita, viceversa potremmo arrivare ad integrare capacità d’amore,
consapevolezza, responsabilità
individuale e collettiva e non continuare a personificare il divino a nostra
modesta immagine e somiglianza.
Era presente con noi Chiara
Zamboni che
nel tentativo di lavorare sul tema del vuoto, ha scelto di stare nello
spazio della semantica. Ha intitolato la sua relazione “il desiderio d’assoluto” valorizzando
il desiderio interiore di silenzio che ciascuna può percepire quando commenta
un passo di scrittura sacra dentro di sé, un ritornare presso di sé che
permette: di non esporre un giudizio, di fare un passo indietro rispetto agli
altri, di non passare subito all’atto, per riprendere con ponderatezza un
contatto dopo il silenzio.
Il silenzio e il “vuoto” è considerata condizione
dipendente da una dimensione dinamica di trasformazione; citando Simone Weil, Chiara richiama il Motore immobile che attira e mette in moto per desiderio. Qualche
cosa che ci attrae che non sappiamo cosa sia, di cui non abbiamo
rappresentazione ma che ci attira: il
desiderio di un di più che ci attrae. Sappiamo che esiste fuori di noi una
dimensione reale che non è illusoria, né psicologica, ma che guida le nostre
scelte e la nostra esistenza; come l’ha individuata Santa Teresa D’Avila che ha riconosciuto il disegno della sua esistenza.
Usiamo tanti nomi: libertà, verità, divino …e tanti altri ne potremmo usare per
identificare questa dimensione, l’importante è sapere che sono parole che ci
servono per l’orientamento e che usiamo con prudenza. Riferendosi ai Vangeli , appare la dimensione
in cui sono i discepoli di Giovanni,
essi sono nell’attesa, nella forma dell’ascesi; invece i discepoli di Gesù sono nella forma della condivisione e partecipano
della vita. I due gruppi rappresentano
la presenza su due piani, quello verso il futuro e quello nel presente del “regno dei cieli”, ma non vi è contraddizione tra i due piani,
l’uno permette l’esistere dell’altro.
Richiamandosi ancora a Simone Weil
in “Riflessione sull’utilità degli studi
scolastici per l’amore di Dio” , Chiara ci evidenzia che gli studi sono una
modalità di preghiera rivolta a Dio, là dove il desiderio della luce produce la
luce, la preghiera è esercizio d’attenzione al “vuoto” che apre inevitabilmente
al divino. Ed ancora che la grazia e il desiderio sono come due polarità in
circolarità che occorre sperimentare per
addivenire a dei risultati, uscendo da sé, superando le frustrazioni di tempo e
di luoghi di lavoro defatiganti per raggiungere uno stato di liberazione che
non esclude l’attenzione.
Nei dibattiti assembleari molte amiche hanno avuto
l’opportunità di prendere la parola e si sono confrontate sui temi
dell’angoscia, del vuoto psicologico ma anche fisico, del contrasto tra assenza
e presenza delle persone, sul senso della vita e della morte, sulla metafora del viaggio, sul coraggio di
superare o attraversare il vuoto simbolico e sulle prospettive future dei
nostri incontri sul ruolo importante della politica.
La mattina della domenica, Elizabeth Green teologa, ha svolto la sua relazione dal provocatorio
titolo “vuote a perdere?” Nell’intento di raccogliere spunti dalle
diverse elaborazioni ci ha condotte lungo
una profonda riflessione sul significato del nostro cammino di ricerca
teologica.
Partendo da alcune condizioni di ambivalenza del
“vuoto” Elizabeth ha evidenziato la
ricchezza e la pienezza dello stare insieme e quindi tutti gli aspetti positivi
del convegno, in una riflessione che emerge anche dal contesto dei gruppi.
Si è chiesta però:
il vuoto, come esperienza negativa, fino a che punto ha a che fare con
il genere? Le donne hanno difficoltà a fare il vuoto attorno a sé: sono piene
di cose da fare, vivono una vita stressante anche per le mille faccende a cui
devono fare fronte…..eppure fare un vuoto, come necessità di fare silenzio, di
meditazione, serve alla migliore
comprensione di sé: in questo senso il vuoto acquista una valenza positiva.
Ha usato poi una metafora molto interessante: il
Cristianesimo è una impalcatura dell’edificio spirituale, nel senso che è
costruita intorno ad un edificio…ma l’edificio non c’è. Nell’opera di decostruzione in realtà possiamo rischiare di smontare un
“ponteggio” costruito sul vuoto, mentre il nostro desiderio è quello di abitare
il vuoto. A volte allontaniamo da
noi sogni nei quali ci sembra di precipitare nel vuoto, in realtà, spesso non
ci accorgiamo che tutto ciò che è stato costruito intorno a noi dovrebbe
sorreggere un pieno che non c’è. Le chiese infatti stanno esercitando il
monopolio dell’immagine, pare che a certe gerarchie non interessi abitare il
divino, l’edificio spesso rimane vuoto, e stanno quindi difendendo le
impalcature, questa è l’assurdità di una posizione tutta rivolta verso
l’esteriorità, l’immagine ma incurante dello spazio vuoto che lascia. Una rilettura della seconda
lettera ai Filippesi di Paolo ci consente di vedere
invece un Dio che si spogliò, che si svuotò dalle caratteristiche patriarcali (Rosemary Reuther) e che rinunciò
alla pienezza divina: Gesù in questa visione
rappresenta la kenosis (la spogliazione, lo svuotamento)
del patriarcato. Il divino sgretolandosi, svuotandosi costituisce il richiamo
ad una nuova disposizione interiore che esprime il vuoto come stile di vita da
abitare.
Gesù offre anche gli strumenti
per traghettare il vuoto, insegna ciò che manca per la sequela: ma il
“ricco”, che gli si rivolge per avere da lui l’indicazione su ciò che gli
resterebbe da fare, troppo pieno delle sue osservanze religiose, non riesce ad
apprezzare la spogliazione dei suoi beni e se ne va rattristato! Fare il vuoto
rappresenta quindi la premessa indispensabile per iniziare qualsiasi percorso
spirituale: “chi perde la sua vita la
ritroverà”….questa è la condizione di svuotamento indispensabile, il
rischio è il primo passo. Abitare
il vuoto vuol quindi dire andare libere
e fiduciose per abitare il mondo e ricercare anche il tempo del riposo che è
contemplato nei tempi divini, infatti la condizione della passività è
generatrice di fecondità, come il tempo del vuoto è imprescindibile per
l’armonia cosmica. Chiediamoci allora se anche noi non abbiamo fatto, talvolta,
delle impalcature anziché esercitare l’ascolto, ricerchiamo dunque la mente
“vuota” dalle cose imposte o che vi abbiamo introdotto…domandiamoci se il
nostro percorso non è un po’ troppo vicino a quello che abbiamo cercato di
decostruire. Oggi non siamo più allo stesso tempo di ieri, paradossalmente oggi
ci incontriamo in un vuoto da abitare, senza andare indietro, ma abbracciando
il vuoto come inizio della nostra scelta di vita.
Elizabeth individua dunque tre nodi:
§
il primo riguarda
l’ambivalenza del vuoto; la proposta del traghettamento del vuoto attraverso il
riposo ed il silenzio può essere declinato al femminile?
§
il secondo
riguarda l’impalcatura: quale immagine usare per dire ciò che è stato costruito
intorno al divino? Più che un bivio , preferisce la spirale che è un
segno di movimento, in un andare e tornare
e che più s’avvicina all’immagine femminile di Dio;
§
il terzo nodo
riguarda la politica: fare silenzio, il riposo non deve significare astrarsi
dalla politica, ma invocare il potere
rivoluzionario del silenzio e muoversi
secondo la sensibilità personale di ciascuna.
Elizabeth ha concluso richiamando noi donne all’esigenza
di tenere insieme una molteplicità di strategie, senza scomunicarci a vicenda:
ma abitando il vuoto come occasione
che ci viene offerta nel senso di poter conoscere uno spazio non costruito e
poterlo valorizzare.
La condivisione e la chiamata per nome
Il nostro Incontro si è concluso poi con un momento di
condivisione organizzato dal Gruppo-donne della
Comunità di San Paolo di Roma intitolato: “Là dove la profondità è
maggiore”. Non è stato un
momento rituale, ma è stato dato spazio ad “un tempo di sacralità” nel quale
abbiamo sperimentato ancora una volta l’importanza della riflessione comune,
del confronto e dello scambio, dell’andare al passato e dell’essere proiettate
verso il futuro: il vivere un contesto dinamico! Compiendo alcuni gesti
simbolici e rituali come la condivisione dei cibi e delle parole ognuna di noi
ha poi “chiamato per nome una amica
presente leggendo il suo nome su di un fiore di carta che sboccia nel contatto con l’acqua” : una
bellissima idea!
Su tutto mi
riecheggiano le parole e le riflessioni sulle donne che sono state affianco a Gesù, anche durante i giorni della sua morte e passione, e
che hanno provato la sua mancanza, simboleggiata dalla tomba vuota dalla quale
hanno poi tratto la forza per un nuovo
annuncio: un vuoto che si tramuta dunque in un messaggio di speranza. Un
messaggio che, col gruppo donne della Comunità di Oregina
abbiamo scelto anche nella nostra breve recitazione del sabato sera intitolata “il tesoro della mente: la visione di Maria di Magdala”ed
abbiamo riascoltato nel momento di condivisione finale.
Come nella relazione tra di noi, la metafora della
impalcatura si presta ad avere anche il significato positivo di supporto e di
servizio, infatti un ponteggio non può prescindere dal mutuo e reciproco
sostegno dei tubolari, tra loro solidali intorno alle case…i ponteggi che
cercano gli occhielli per ancorarsi ai muri, senza i quali peraltro non possono
stare in piedi.
Catti Cifatte (Gruppo-donne Comunità di Oregina - Genova, 23 giugno 2006)