DONNE CONSACRATE O DISCEPOLE?

 

1. La vita religiosa (o consacrata) ai suoi inizi

Il mondanizzarsi della chiesa, la fuga mundi e il sorgere dello stato di vita consacrata. Dal codice eugenetico di astinenza sessuale dell’élite pagana al celibato ecclesiastico. La fioritura delle vocazioni verginali e la segregazione in luoghi protetti

Riprendiamo l’excursus precedente, fermandoci a considerare quanto riguarda la vita religiosa.

Quando il cristianesimo diventa tutt’uno con l’impero costantiniano, le due realtà, la ecclesiale e la imperiale, debbono cimentarsi in un difficile confronto, fatto di reciproco adeguamento. La società pagana è ben lontana dal capire l’intensità della proposta evangelica, e le conversioni di massa rischiano di ridurre l’adesione alla vita della chiesa ai suoi aspetti formali, rituali (incrementati da influssi locali, per inevitabile sincretismo), svuotati di significato interiore.

 Durante i primi tre secoli i cristiani avevano vissuto intensamente la fede anche perché dovevano professarla contro un mondo pagano fondato su principi opposti; e infatti ne avevano data testimonianza perfino col martirio. Ora, in un periodo di rappacificazione, i pericoli sono di altro genere. I più fervorosi provano disgusto per il mondanizzarsi della chiesa, dal momento che essa scende a compromessi di vario genere col potere. Si fa strada il bisogno di differenziarsi dai molti che si attengono ad una pratica religiosa superficiale, limitata alla partecipazione liturgica e dominata dall’orizzonte ammonitore di un aldilà, dove rendere conto definitivamente di sé attraverso la premiazione o la dannazione eterna.

 Da ciò la convinzione che la chiamata al discepolato riguardi i pochi vocati a fare il taglio più netto, attraverso la fuga mundi (o saeculi). Essere coerenti con essa vuol dire dissociarsi dalla via comune e creare un altro tipo di società a sé, dove conti solo l’ideale della sequela. Cristiano perfetto è chi si dona unicamente a Dio, stringendo con lui un patto di amore di tipo sponsale. Sulla base di questi concetti il legame di appartenenza e di fedeltà al Maestro comincia ad essere per alcuni uno stato di vita, che ben presto si definirà consacrata.

 E' questa una buona opportunità per la Chiesa nel suo definirsi da un punto di vista istituzionale nei confronti dell’impero: le comunità al suo interno incarnano il distacco evangelico, rappresentano la sua integritas, la sua intrinseca auctoritas di carattere morale e spirituale, contro il mondo pagano in disfacimento.

 Dunque la valenza sacrale (di separazione e di dedizione totale a Dio) che acquista la scelta  delle vergini cristiane in questo periodo, è ben funzionale alla sistematizzazione che si dà la Chiesa nel momento in cui occupa un vuoto di potere. Ai tradizionali ranghi della civiltà romana bisogna farne corrispondere altri analoghi in ogni campo, cristianizzati.

 Il confronto si fa stringente anche circa la cultura pagana che non si può ignorare o spazzare via d’un colpo, tanto più che la cristiana non ne ha elaborato una propria. Basti pensare al povero Girolamo che, convertito, da uomo colto qual era, è dilaniato nella coscienza, tanto da passare notti insonni a battersi il petto con una pietra e a ripetersi la frase suggeritagli in sogno dal suo angelo: tu sei ciceroniano, non cristiano.

 Tra gli elementi che non possono restare inosservati c’è il codice eugenetico di astinenza sessuale, che è stato diffuso nell’élite della cultura pagana alla fine del II secolo, come distinzione di classe: l’uomo dotto romano, influenzato da correnti del pensiero ellenistico, in particolare stoico, deve essere al di sopra dei condizionamenti sessuali e familiari, perché a lui si addicono altri appagamenti di carattere intellettuale. Il clero è come sfidato a non essere di meno, per motivi ancora superiori a quelli dei dotti romani; il celibato ecclesiastico, oltre che avere il significato globale della capacità di autodominio, si illumina di un ideale di santità, ignoto al mondo pagano.

 Tutt’altra cosa è la questione della verginità femminile cristiana, la quale, ben lungi dal gareggiare con la “santa arroganza” della categoria di vedove e vergini, stimatissime nobildonne romane al centro di ambienti sofisticati, deve coordinarsi al potere ecclesiastico attraverso l’ubbidienza  e la rinuncia. In tale direzione si muove Ambrogio, uno dei più grandi ed entusiasti estensori delle regole a cui si atterranno le vergini consacrate.

 L'abbondante fioritura della vocazione verginale nei secoli d'oro del cristianesimo, tra il II e il V secolo, è dovuta anche al fatto che le donne hanno avuto una grande importanza per la loro operosità nascosta e sussidiaria in seno alle comunità strette attorno ai propri Pastori; basti pensare come Origene, Girolamo e altri devono tutto alle loro amiche, ispiratrici e sostentatrici. Sono esse il sostegno più prezioso di una chiesa in via di strutturazione, tale da soppiantare quel che resta del Potere romano. Perciò non tarda ad arrivare la normalizzazione di questo tipo di dedizione incondizionata femminile, attraverso la segregazione e la chiusura in luoghi protetti. Un modo, questo, di difendere le donne dalla loro debolezza¼

 

 2. La matrice monacale della vita religiosa

 Il monachesimo nasce prima del cristianesimo in culture orientali. Molto diffuso nei primi secoli cristiani, non è solo un fenomeno maschile; le eremite sono forse più numerose degli uomini, ma i loro cenobi non sono facilmente riconosciuti. Due esempi contrastanti: le badesse consacrate con abiti sacerdotali e le murate vive.

 Anche se l’economia del discorso ci porta a fare un grosso salto storico per giungere ai tempi recenti, quando si fa strada una nuova consapevolezza circa alcuni cardini della vita consacrata, non possiamo trascurare un accenno ad alcuni fatti che si sono verificati lungo i secoli, di grande utilità ai fini di vederne meglio delineata la fisionomia acquistata. Il suo consolidarsi con caratteri forti, tali che resisteranno a lungo al cambiamento, trasforma l'originaria scelta generosa, incoraggiata e protetta dal clero, in un’organizzazione, certamente non autonoma (rispetto al clero), ma ben fondata su motivazioni bibliche e spirituali, che la differenzia decisamente da quella degli altri appartenenti alla Chiesa.

 La matrice su cui s’innesta il fenomeno della consacrazione a Dio ha una matrice remota: il monachesimo. Con una sua storia, antecedente all’avvento del cristianesimo, propria di altre culture religiose, soprattutto orientali.

 Già ai primi secoli dell’era cristiana, il monachesimo, compreso quello eremitico, non è un fenomeno tipicamente maschile per come abbiamo creduto fino a non molto tempo fa; infatti si è sempre e si parla tuttora dei Padri del deserto, e non dell’equivalente femminile, che è invece addirittura più numeroso. Ma quando in seno al monachesimo, spesso di carattere eremitico, si delinea l’aspetto cenobitico (cioè di vita comunitaria, limitatamente a certe scansioni dei ritmi quotidiani) e organizzativo, le donne incontrano maggiori difficoltà per un riconoscimento ufficiale quali monache. In genere sono ammesse in monastero in via eccezionale (accanto e guidate dalla parte maschile), soprattutto quando mostrano di possedere doti virili, superiori alla loro appartenenza di genere.

 D’altra parte, la nuova cultura del clero (prendiamo lo spunto da una nota di Mirella Serra allo studio di D.F. Noble) fa assomigliare sempre più il monaco al guerriero: l’uso della penna è alternativo a quello della spada. E ciò esclude per principio le donne.

 Eppure la presenza monacale femminile ha esempi cospicui, i quali sono stati riscoperti solo di recente e sbalordiscono per la grande rilevanza del ruolo femminile in tempi ritenuti retrogradi. Si è anzi verificato ciò che oggi pare impensabile: tenendo sempre in considerazione il fatto che si tratta di casi particolari, poiché tali opportunità sono negate metodicamente ad altre donne, le quali forse ne avrebbero ugualmente i numeri.

 Qualche significativa esemplificazione.

 Non poche donne illustri appartenenti all’aristocrazia latina, convertite al cristianesimo, esercitano un ruolo ineguagliabile, sia come amministratrici di ricchezze familiari sia come intellettuali e mecenati per artisti e scrittori. Cosa, questa, che non desta meraviglia, data la disponibilità delle donne a spendersi negli spazi possibili, ma che sbalordisce se si assiste alla funzione ministeriale esercitata da alcune, perfino superiore a quella della corrispettiva parte maschile

 E’ singolare ciò che leggiamo nel Sacramento Visigoto, risalente al V secolo: esiste la figura della badessa, la quale nell’atto della consacrazione viene rivestita di abiti sacerdotali, del pallio e della mitra, mentre una preghiera accompagna l’atto solenne dell’intronizzazione; addirittura le vengono elargiti poteri giurisdizionali su clero, monaci e popolazione del territorio. Dunque si tratta di uno stato giuridico, nel pieno delle sue funzioni, che avrà una sua continuità lungo i secoli, con momenti e nomi gloriosi. Bisogna aspettare il Concilio di Trento per vedere contestato tale potere, abolito totalmente il 1874 con bolla di Pio IX “Quae diversa”.

 Per contrasto, facciamo solo un cenno all’esasperante condizione delle “murate vive”, che ricevono protezione dal principe, per la cui sicurezza materiale e spirituale dedicano anima e corpo, con ininterrotta preghiera: fatto certamente raccapricciante, che però dimostra quanta importanza sia data alla mediazione sacrale delle monache e quanto poco rispetto si abbia per la loro libertà. E' infatti cosa ben nota la monacazione forzata delle figlie soprannumerarie nelle famiglie nobili.

 Il ruolo delle badesse nel pieno riconoscimento della loro dignità e l'affluenza nei conventi di donne appartenenti alla nobiltà confermano che nel medioevo prevale la figura della monaca, tanto che, quando l’ordo virginum sarà ripreso sotto altra forma nel basso medioevo, ma soprattutto in epoca posteriore, l'influenza di tipo monacale resterà condizionante, in virtù della militanza ascetica per un verso, del prestigio dall’altro. In entrambi i casi si sottolinea la spaccatura tra chi è semplice laico-cristiano e chi esprime nella chiesa una funzione di presenza “trascendista”.

 L’idea di istituto strutturato e normato secondo uno standard prettamente femminile tarda a sbocciare. Chiara di Assisi dovrà accettare la clausura per riunire attorno a sé le sorelle secondo lo spirito di povertà di Francesco, ma senza poter esercitare un uguale apostolato tra la gente. E' in gioco la negatività attribuita al corpo e alla sessualità femminile, a cui la monacazione offrirebbe rigida protezione.

 

 3. La "differenza" della consacrazione

 La consacrazione non trasfigura la persona, come pretende un consolidato standard. Piuttosto evidenzia ciò che è comune in tutti (i cristiani). L’esclamazione di Mosè: “Basta! Tutta la comunità, tutti sono santi e il Signore è in mezzo a loro”. I consacrati hanno un compito: lasciare che la Diversità di Dio si risvegli in tutti, senza tenere per sé alcun privilegio.

 Nell’immaginario comune la consacrazione religiosa significa un evento di trasformazione operato da Dio, che trasfigura la persona. Ciò può essere motivo per non dare il giusto rilievo alla consacrazione del battesimo, l'unica che contraddistingue il cristiano. Si può discutere sull'uso del temine (anche quando è applicato al battesimo), sostituendolo con un altro, più adeguato a dare rilievo ai semplici modi con cui Gesù raccoglieva intorno a sé i suoi seguaci, senza usare un linguaggio che abbia a che fare col sacro. Certamente quel che conta nel cristianesimo c. Una sequela più marcata nei discepoli "inviati ad evangelizzare" non è niente di più da un punto di vista oggettivo.

 Se tenessimo presente questo punto fermo, molte questioni sarebbero meno impaccianti quando parliamo di vita consacrata: sarebbe più facile riconoscere ad essa il compito di evidenziare ciò che è comune in tutti (i cristiani): quindi un'incombenza, un ministero, legato ad una chiamata, la quale risulta vera nella misura in cui la persona la vive bene (e quindi ne ha il carisma).

 Il termine evidenziare non vuol dire esibire. Se la persona consacrata (continuiamo a chiamarla così per intenderci) ha percepito il tocco della trascendenza di Dio che chiede spazio nell’intimità della sua anima, ciò riguarda certamente il suo essere, ma non disgiunto dalla missione a cui è chiamata. I doni sono sempre dei moltiplicatori. Così come chi possiede una virtù (da intendere come potenzialità umana), è in grado di aiutare l’altro a scoprirla in sé; come una sana educazione è di stimolo al discepolo perché raggiunga anch'egli, e possibilmente superi la statura del maestro (il quale ne gioisce); la stessa cosa dovrebbe avvenire nell’ambito della consacrazione. Perché questa parola non va riferita ad altro che alla grazia diffusiva dell'amore di Cristo: nella naturalezza, nello snodarsi del quotidiano, senza distintivi di sorta.

 La figura di Mosè offre un esempio significativo per comprendere la dialettica tra "santità e consacrazione di tutti" e "consacrazione particolare", nell’episodio in cui i capi della comunità insorsero contro di lui, accusandolo di manipolare l’idea di santità (“Basta! Tutta la comunità, tutti sono santi e il Signore è in mezzo a loro” Nm 16,3). La tragica fine dei ribelli non smentisce ovviamente il principio che “tutti sono santi”, ma lascia intendere il carattere particolare della santità e consacrazione di Mosè, capace di svegliare in loro la consapevolezza di appartenere a Dio (seguo molto da vicino uno studio della Bosetti).

 Ricordo un episodio che mi è rimasto vivamente impresso nella fantasia. Ad Assisi, alla fine della settimana di “Studi Cristiani”, siamo in troppi per essere contenuti in chiesa. Si celebra Messa nella più vasta sala. Con estrema semplicità, siamo disposti a cerchio attorno al tavolo della mensa. Nonostante la presenza, tra tanti frequentanti, di monsignori e vescovi, nessuna solenne concelebrazione. Un prete giovanissimo, che mai ha aperto bocca per interventi durante la settimana trascorsa, fa da Ministro dell’Eucarestia. Davvero lo sentiamo uno di noi, o meglio abbiamo la sensazione che il suo essere uno-qualsiasi ci faccia sentire concelebranti; la preghiera, il rito, i canti, ogni gesto si fa davvero corale. Mai prima di allora avevo notato tanta compartecipazione ad una messa. All’omelia, alcuni fanno brevi riflessioni. Al momento della distribuzione eucaristica (l’abituale incolonnamento sarebbe difficile davvero), si scambiano tanti canestri colmi di bocconi di pane. E’ bello l’atto del ricevere e del porgere (si porge anche ai vescovi!); la mensa accomuna concretamente, e penetra nelle profondità dello spirito. Il tutto nella gioia e nella compostezza. Un fatto quasi da non raccontare, tanto poco ha di narrativo. Ma ecco, questo è un modo di sentirsi tutti “consacrati”: quando l’unico delegato a rappresentare la comunità, la mette in primo piano, la fa evidenziare.

 E, mentre parlo di questa settimana di Assisi, mi piace ricordare un breve episodio, narrato da un missionario. In America Latina, in una delle assemblee delle comunità di base in cui si medita insieme a lui sul Magnificat, ad un tratto un contadino sale sulla sedia e dice con accento ispirato: La mia anima magnifica il Signore perché ha abbassato i vescovi e ha innalzato uno come me! Quale migliore manifestazione del carisma della consacrazione, di questa possibilità offerta ad un povero, che ha l'orgoglio di sentirsi investito dall'Alto e riconosciuto dalla comunità, di viverla e di ringraziarne il Signore con candida esultanza?

 (So bene che questo indugiare - soprattutto se a parlare è una donna - su simili fatti, si tira addosso l’accusa di mettere in gioco il sentimento; si insiste che Dio agisce tramite i suoi ministri ufficiali, al di là delle effervescenze soggettive e sentimentali. Ma quanto è pesante e inibitorio il modo di bloccare - con supponenza e con scarsa sensibilità umana - ogni riferimento alla gioia della grazia condivisa: come se fosse preferibile la terminologia del catechismo all'esperienza di fede sentita, vissuta).

 Circa il sacro si usano termini altisonanti e suggestivi, che sfiorano il misterico e l’arcano, perché l’ignoranza religiosa ci rimanda a concetti inadeguati alla novità evangelica. Questa introduce all’esperienza di un Dio da chiamare Padre e fa assaporare la familiarità dei gesti liturgici, come momenti in cui la grazia trascorre tra Dio e la comunità; e il mediatore è solo Gesù.

 La diversità dei consacrati fa entrare in un ordine di idee proprio di gente che ha sete di sacro e cerca dei mediatori, laddove la grazia è la fontanella del villaggio a cui tutti possono accedere e dissetarsi. Di particolare essi hanno soltanto un compito: lasciare che la Diversità meravigliosa di Dio si risvegli in tutti: senza tenere per sé una porzioncina di privilegio (sia pure il più spirituale possibile).

 

 4. I simboli della consacrazione

 Santo, prerogativa di Dio, nazir, fiore, sigillo, olio, mani colme, nozze... Nel linguaggio biblico il simbolo si incarna nella realtà, conferendole un senso che materialmente non avrebbe. Il simbolo delle mani colme.

 Il termine qados (seguiamo da vicino la Bosetti) è prerogativa di Dio, il santo, e sottolinea l’idea di distanza e di trascendenza.

 Ma il termine stesso richiede una precisazione, tenendo conto in particolare dei testi biblici, nei quali la consacrazione si riferisce a tutto il popolo di Dio.

 Un altro termine, che nella Bibbia è riferito alla consacrazione, è nazir (diadema). Parola che fa pensare allo splendore che irradia dalla persona consacrata. Infatti questo senso non manca nella Bibbia. Ma i simboli percorrono una gamma di significati che dilatano la povertà di una sola accezione. Tanto che Paolo chiama corona della persona consacrata il suo apostolato, le persone concrete a cui dedica tempo, cuore ed energie.

 Il linguaggio della consacrazione conosce altri simboli: fiore, sigillo, olio, mani colme, nozze... Consideriamone qualcuno.

 Il sigillo (hotam) è in relazione con lo scrivere il nome sulla fronte, dove poggia il diadema. E’ importante che, sia questo come ogni altro simbolo, sia segno di appartenenza. Per esempio: Dio ha posto il suo sigillo sull’Apostolo e sulla comunità (2Cor 1,22). Il sigillo posto sui credenti è lo stesso Spirito (Ef1,13; 4,30): che perciò non è segno (unicamente) regale o profetico, ma impronta del divino in chi vi aderisce. Il suo carattere rivelativo non significa - banalmente - che Dio dice (la rivelazione non è un comunicare a parole) ciò che manifesta. Lo Spirito di Dio si incide (quale sigillo) nell’essere umano e lo colma dei suoi doni attraverso le tracce di trascendenza, a cui i simboli avviano. Tracce, non come residuo lasciato da chi è passato ed è andato via, ma come impronta indelebile.

 E che dire del simbolo bellissimo delle mani colme? Indica la compiutezza, la perfezione del dono. Si capisce che le mani si riempiono perché c’è qualcuno che vi mette dentro del contenuto; ma le mani in un primo momento debbono restare aperte per ricevere. Dio si dona a chi affina la sua sensibilità, tutt’altro che epidermica, la quale permette di entrare in un mondo di segni sovrapposto a quello materiale, per dargli un senso ulteriore. E’ per questo che i doni di cui il consacrato (ciascun chiamato che risponde con un sì generoso) ha le mani colme, non indicano una perfezione, frutto di sforzo sovrumano; sono la pienezza che colma la mancanza di cui è fatto l'essere umano.

 Ma l’aspetto più bello dei simboli biblici sulla consacrazione è che essi non sono unidirezionali: cioè non si limitano a comunicare per dare, per colmare un vuoto: si muovono continuamente dal polo soggettivo a quello comunitario: appartenenza e scelta totale (sigillo), pienezza di vita (olio sul capo e mani colme), coinvolgimento nella vita del popolo (nomi sul cuore)...; tutto richiama l’amore espansivo, che sollecita a rispondere, meglio: a corrispondere.

 

 5. Il simbolo sponsale

 L’amore sponsale è il simbolo più strapazzato: si sottolinea il privilegio della sposa di un Dio, anziché, come nella Bibbia, il rapporto sponsale tra Dio e il suo Popolo. La consacrazione è un fatto di amore, che non conosce lacrimosa subalternità; più che uno stato di vita, è un dinamismo e un campo di tensione.

 Dato questo trascorrere dei simboli tra i due poli - Dio e il vocato per eccellenza, Israele - il dare e il ricevere sono del tutto reciproci. Da qui l'assommarsi di tutti gli altri simboli in uno preminente: l’amore sponsale, immagine la più indicata a raffigurare la consacrazione.

 Eppure non manca chi fa di questo un’esegesi miope e riduttiva. Si insiste con ampollosità sul singolare privilegio della sposa di un Dio (tra parentesi c’è da dire che anche il consacrato si qualifica in tal caso al femminile); si magnifica la straordinarietà della eroica avventura di un’anima, che lascia tutto per donarsi a Dio.

 Tutta la Bibbia è impostata sul rapporto sponsale tra Dio e il suo Popolo (destinato a farsi umanità intera). Un rapporto espresso con accenti così appassionati e perfin grezzi, che disgustano i palati raffinati di chi non sa entrare nel vivo del testo, della sua forma letteraria, soprattutto della forza simbolica che sa sprigionare: si tratta di un amore viscerale che scatena l’ira furibonda e vendicatrice di fronte al tradimento. Come non intuire che Dio aborrisce i mezzi termini per rivelare che ama e che vuole ricambiato l’amore?

 Di fronte ad un Dio passionale, alcune donne (insieme alle quali ho riletto i passi più sospetti), hanno intuito il senso nascosto di questo agire divino che si abbassa al livello dell’amante deluso ma non rassegnato, anzi insistente geloso irato vendicativo. C’è da prenderci gusto: un Dio così arrabbiato per amore ha l’efficacia simbolica che supera (almeno per quel che ne penso) tutta la poesia dell’amore del Cantico dei cantici, dove è rispettata meravigliosamente la reciprocità, ma prevale l’aspetto idillico del gioco a nascondino per farsi cercare.

 Anche nel NT Paolo descrive la comunità ecclesiale quale fidanzata dello sposo, Cristo.

 Solo in seguito viene adattato questo simbolo ad indicare, al singolare, chi è celibe per il Regno (Mt 19,12; 1Cor 7,25-28). Anche qui non ci cimentiamo con l’esegesi in senso stretto, ma attingiamo a ciò che è ormai acquisito nella teologia attuale.

 Per dimostrare come sia radicata una mentalità disinformata, cito da un libro di Lelong, che porta la data del 1945, ma il cui linguaggio non viene contestato dai custodi della fede di oggi (si correggono e si puniscono errori teologici che mai penetrerebbero tra la gente, ma non si osa ri-evangelizzare circa il sacro, di cui si hanno idee deformate, malsane e nocive). Dunque qualche perla (minima, di fronte alle miriadi a cui siamo avvezzi):

 Della vita religiosa “si può dire senza stancarsi mai: “Ha disposto nel suo cuore le ascensioni”; si sforza di avanzare, avanzare ancora, progredire tutti i giorni, perché vede innanzi a sé il suo Diletto che la precede. Lo insegue, deve in qualche modo afferrare quel Gesù che per primo l’ha afferrata con le reti del suo amore e vuole a tutti i costi ascendere la montagna della perfezione, perché le si spieghi dinanzi più chiaro e più luminoso l’orizzonte della divina misericordia (...). Nel mondo vi sono delle anime che riflettono e tuttavia peccano... La religiosa invece, è protetta; la regola è una custodia sicura contro il capriccio dell’immaginazione...[perché - si specifica citando s. Francesco di Sales -] “serva al nostro cuore di strettoio che faccia uscire tutto ciò che è contrario a Dio””.

 C’è l’inversione del significato del simbolo nuziale. Qui la religiosa è tutta tesa in uno sforzo sovrumano; nel medesimo tempo è resa, in virtù della consacrazione, immune dai pericoli di peccato del mondo; c’è da soffrire, ma si tratta di una strettoia da cui passare... Invece nel simbolo nuziale biblico, Dio si fa partner del suo popolo, di chi accetta la sua amicizia; la consacrazione è un fatto di amore, che non conosce lacrimosa subalternità. Per di più, chi entra in comunità d’amore con Dio, si espande, si fa dono agli altri. Non aspira a salire vorticosamente in alto, né se ne sta pauroso in atteggiamento difensivo.

 Più che uno stato di vita, la consacrazione è un dinamismo e un campo di tensione. Tanto che è strettamente connessa alla missione: essere consacrati per essere inviati (Gv 17, 15-19).

 Allora santità o consacrazione? (si chiede la Bosetti). A livello biblico non è facile cogliere la differenza. Nel clima socio-culturale attuale, il paradigma di riferimento della consacrazione religiosa non è, di per sé, la consacrazione di tipo sacerdotale, ma quella profetica; si specifica come un essere-per. Sarebbe triste che questo aspetto di servizio  della consacrazione fosse considerato un ministero improprio¼

 

  6. La sequela e la radicalità

 Il “se vuoi” e il radicalismo evangelico che ha un alto significato: in quanto dono di Dio, non  si può né inventare né scegliere, ma accogliere e comunicare . La donna-tipo della radicalità nella sequela è colei che versa l’unguento sul capo di Gesù, con un’azione coraggiosa ed autorevole.

La sequela, cioè il seguire Gesù da parte dei suoi discepoli, si inserisce nel piano divino, quale risulta dall’AT e si concretizza nel suo annuncio di salvezza: scoprire che Dio è Padre e che tutti siamo fratelli. Ma per aderire al discepolato Gesù premette: “Se vuoi”.

 Bruno Maggioni, e non è il solo, spiega che il “Se vuoi” non esprime un consiglio, nel senso di una cosa che si può fare o non fare, o di un di più a cui si può anche rinunciare. E’ molto errata la concezione secondo la quale tutti i cristiani sono obbligati ad adempiere i propri doveri di “giustizia”, delegando il resto al radicalismo evangelico. La radicalità della proposta di Gesù è, invece, per tutti, anche se può essere vissuta in forme diverse.

 E’ molto interessante continuare a seguire questo biblista.

 Un gesto potrebbe essere eroico, totalitario, senza tuttavia il proprium che lo trasforma in segno della radicalità evangelica. Ciò si comprende se si pone l’accento più sull’appartenere che sul lasciare. La misura della radicalità è nella sua capacità di significazione: nel lasciar trasparire Dio. Dunque il radicalismo è una forma rivelativa, che non  si può né inventare né scegliere, che si può solo accogliere e comunicare. Nessuna categoria umana è abilitata ad appropriarsene, tanto meno ad incanalarla in leggi umane (che condizionino il dono a precise ipoteche). Nemmeno l’opzione celibataria vi si presta in maniera opportuna; essa è una modalità all’interno dello stesso radicalismo, fondamentalmente uguale ad altre opzioni. La struttura essenziale dell’amore è la stessa per chiunque ami totalmente, sempre e unicamente, Dio.

 La differenza non sta nel preferire Dio alla creatura, perché ogni cristiano, seguendo Gesù, sottopone ogni altra scelta alla sequela. Certamente, in essa, Dio ci mette del Suo (qui mi allontano dall’autore citato), e misteriosamente fa brillare una luce diversa su ciascuno, in determinati stadi della vita, in situazioni le più impensate. Conta che il divino irrompa nell’esistenza, e che questa se ne lasci scombussolare nei suoi punti di riferimento limitati e terreni, per inseguire la scia dell’amore soprannaturale.

 Niente di sensazionale in tutto ciò. La persona non è tenuta a trascendersi con sforzi eroici. Deve piuttosto mettere da parte il suo io, denudarsi da ambizioni (anche spirituali), farsi trasparente, sicché tutto in lei rispecchi l’unica cosa necessaria. Allora, senza pretendere nulla, pur nel coinvolgimento indispensabile nel fare le cose comuni, si farà in lei lo spazio di Dio; e le si affolleranno dentro le creature col loro peso di miseria e di sofferenza, ma anche con la loro parte di divina bellezza... : vi troveranno posto, perché la radice dell’amore si sprofonda tanto, quanto alta è la misura dell’amore raggiunta. Il dinamismo innescato non cessa più; e quantità e misure scompaiono.

 Il migliore esempio di questo accogliere Dio (e le creature) in modo totale ce lo dà lo stesso Vangelo, dove la donna-tipo della radicalità nella sequela è colei che versa l’unguento sul capo di Gesù, facendo un grosso spreco. La misura di questo spreco è senza misura, eccessiva.

 Null’altro vogliamo sapere di questa donna che si inserisce in maniera impropria tra i commensali, conscia di appartenere al Maestro, di esserne discepola  amata. La scena, scritta da mano maschile che si ferma sullo sbigottimento degli uomini di fronte a tanto spreco, non impedisce dal suggestionare noi donne in maniera tutta particolare. Anche noi assistiamo meravigliate al gesto, ma con altre riflessioni: come mai in un tempo e in un luogo in cui la donna non potrebbe farsi avanti ad accostare un Maestro attorniato da tanta gente, costei sa agire con particolare confidenza nei riguardi di Gesù? e come mai quel suo stare in piedi? (la teologa Sebastiani commenta così: è impensabile che la donna versasse il nardo sul capo standosene in ginocchio, come invece la rappresenta l’iconografia ufficiale). Lo stare in piedi di fronte al Maestro le conferisce autorità, perfino quella superiorità morale, propria di chi, ungendo il capo, sembra investire l’altro di dignità. Perché meravigliarsene, se sappiamo che l’amore biblico è fondato sulla reciprocità?

 La scena è lì ad indicare senza equivoci che cosa significhi essere discepola; quale sia la radicalità richiesta dalla sequela.

 

 7. L’aspetto sacrificale nella vita religiosa femminile

 La verginità e il martirio, il rapporto mistico-sponsale.

 La creazione di uno stato di vita proprio di vergini consacrate si delinea storicamente sulla traccia del martirio delle protomartiri che, nei primi difficili tempi, difendevano assieme alla fede la castità: la loro capacità di resistenza, nell’immaginario culturale maschile, testimonierebbe che quel mondo considerasse confacente alla donna in maniera prioritaria una tale virtù. Ambrogio esprime così il gesto di Agnese che si copre quando cade morente : in una sola ostia (vittima) il duplice martirio del pudore e della consacrazione.

 Si è aperta una tradizione, della quale siamo eredi tuttora: cioè un ascetismo virile1 permette alla donna di viverlo fino al martirio; ne è l’equivalente. La vergine che si consacra (ma anche la donna che si riscatta con il più completo olocausto) testimonierebbe la passione più nobile e purificatrice, per sé e per un mondo di vizi: passione di sposa per uno Sposo crocifisso. La donna è la più suscettibile al fascino dell’immolazione sacrificale. Lei, non concedendosi ciò che potrebbe distrarla da ogni altro amore, anche quello di madre, può stabilire con il suo Amante-Amato la più grande familiarità e sentirlo accanto in maniera viva e concreta.

 C’è addirittura chi considera una categoria universale del femminile il rapporto mistico-sponsale, quale capacità oblativa suprema, in cui gli stessi sensi siano coinvolti e trascesi. I fatti sembrano dare ragione a tale tesi tuttora in voga, ma che andrebbe rivisitata con cautela, dato che può equivocamente favorire una visione distorta della femminilità. L’aspetto escatologico - essere come si diverrà nell’aldilà - , farebbe della scelta verginale il segno di un'eccezionale forza d’animo, tanto da farle superare la divisione dei sessi. La vergine, entrata nel sacrario della sponsalità con Cristo, da donna fu fatta maschio, recita una celebre frase. Realizzerebbe uno stato superiore (neutro?), quale sarà quello della vita ultraterrena.

 Desta raccapriccio che sia l'uno sia l'altro simbolismo, entrambi ben collaudati nella mentalità di allora, possano sembrare ancor oggi ad alcune teologhe e teologi vantaggiosi ai fini di un superamento del sessismo, allora dominante. E' vero che molte donne consacrate a Dio si guadagnarono il riconoscimento della possibilità autonoma di contatto col divino, liberandosi almeno in parte da impaccianti tutele maschili; e poterono perfino accedere alla cultura, in tempi sfavorevoli, grazie alla parità escatologica (di un aldilà anticipato). Ma, se mi si permette un esempio, è come se qualcuno, per evitare la gogna o un supplizio qualsiasi, si desse alla macchia: solo, tra lupi, sarà libero. E non è detto che non ci provi gusto...

 Un’altra riflessione scoraggia l’entusiasmo per la tesi della donna liberata tramite la scelta verginale. Un tempo (ci rifacciamo per qualche dato ad uno studio della Saraceno) “privato” era ciò che non poteva essere pubblico, per mancanza di riconoscimento. Per la donna le cose funzionavano all’inverso: essere considerata donna pubblica aveva una valenza negativa. Invece col progredire delle società democratiche si è incrementata la sfera dei diritti, sicché molti dei diritti, prima lasciati in balia del privato, hanno avuto un riconoscimento pubblico.

 Vale la pena riflettere ancora sul ruolo verginale ritenuto come alto valore, quasi avesse in un certo senso spianato la strada alla libertà femminile. Si sostiene che la geniale impronta della verginità consacrata avrebbe contribuito a rafforzare il carattere spirituale della Chiesa, Vergine Sposa di Cristo. Tra le donne e la Chiesa, insomma, ci sarebbe un interscambio vantaggioso ad entrambe. Il fatto non ci meraviglia; è stato anzi una costante storica nella Chiesa. Ciò non toglie che si può parlare di libertà femminile, quando questa è coestensiva a tutte le donne, in qualsiasi condizione. E' certo che le donne le quali si sottraevano agli uomini, libere nei conventi di impossessarsi di un minimo di cultura e capaci di influenzare spiritualmente la chiesa, non davano alle altre donne la possibilità di sottrarsi al giogo (subito in tanti modi). La libertà o si contagia o non è libertà, bensì privilegio. 

 La stessa sottolineatura che il giogo diventa soave per amor di Dio, oggi non ci lusinga più, o almeno non è la qualità che cerchiamo nella radicalità evangelica. Lasciamo che quest'altro simbolo sia decantato e piegato verso altri versanti di liberazione umana, quando e se serve ad indicare la necessità di sacrificio in vista di un piano di salvezza universale, quale deve proporsi l'essere umano planetario oggi. 

 

 8. L’iniziazione alla vita religiosa

L’accentuato sfondo sacrale di cui è imbevuta l’iniziazione alla vita religiosa è condotta sulla griglia di una dottrina e di una prassi esaltanti e nello stesso tempo esigenti.

I modi con i quali Gesù spingeva al suo seguito i e le discepole sono di una semplicità incantevole: la sua persona additava con l’esempio la priorità del “Regno di Dio” e spingeva chi lo seguiva a fare alternato.

E’ facile constatare che gli organi della Chiesa incaricati a curare il settore vocazionale, incoraggino, con le migliori intenzioni, giovani e meno giovani attratti alla sequela, in maniera tanto appassionata quanto interessata, facendo leva sullo slancio proprio di chi intraprende una scelta di vita. Essi non mancano di sottolineare che si tratta di una scelta difficile, e la qualificano “migliore” rispetto ad ogni altra, sia per se stessi sia per la continuità della missione ecclesiale. In particolare i direttori di anime ai quali è di prassi affidarli, anche se accorti e sperimentati, difficilmente si sottraggono a convinzioni e a metodi collaudati: li predispongono alla durezza delle immancabili prove, quasi a lanciare una sfida: le asperità sarebbero implicita conferma della grandezza della posta in gioco; c’è da intraprendere un cammino arduo, proprio delle anime generose, ma Dio non lascia soli i suoi prediletti, né ritira mai i suoi doni.

 Soprattutto nei tempi attuali, in cui sono molte le attrazioni e le distrazioni mondane, nonché il desiderio di diventare “qualcuno”, si ha cura a rendere la proposta vocazionale appetibile per la sua eccezionalità e per l’alone di mistero1 di cui è avvolta; sicché i proseliti, nella certezza di incarnare una figura di valore (per dirla con Saldarini), prima ancora di cimentarsi a temprare la volontà e a sondare seriamente le proprie attitudini, possono essere conquistati dal fascino dell’insolito, della diversità, del protagonismo.

La “vocazione”, tale per antonomasia, resta, tutt’oggi, fin troppo stagliata nello sfondo di una dottrina e di una prassi idealizzate. Anche attingendo i segni di novità che appaiono nei testi conciliari, per non parlare dell’abbondante letteratura in merito, non si può non notare la declinazione della chiamata, da fatto intimo e profondo vissuto dall’anima nel suo rapporto con Cristo, verso l’orizzonte sfumato di una sacralità che si stacca da ciò che è dall’altra parte, nel mondo. E può essere duro per alcuni, successivamente, tradurre gli elementi sublimi della elezione divina in un inserimento strutturalmente normato, dove c’è poco posto per gli aspetti spontanei della persona.

Se volessimo essere irriverenti nel sottolineare i metodi di “iniziazione clericale”, ci sarebbero pagine e pagine di citazioni da riportare, e di Autori di certo rilievo, sottilmente esperti nell’introdurre il proselito in una realtà totale, in nome dell’adesione piena alla volontà di Dio, che esige una risposta di fedeltà fin nelle piccole cose1 , dal momento che si tratta di custodire un grande tesoro in un fragile vaso.

 

9. La vita religiosa femminile in cerca di definizione

Non mancano le suore che cercano una nuova definizione del proprio stato di vita al di fuori di ogni retorica; sottolineano motivi esistenziali, l’identità di genere, l’ascolto diretto dell’altro nei suoi bisogni.

Riassumiamo questo orizzonte vocazionale, così come è offerto a chi vi aspira, (usiamo il femminile perché parliamo di suore), sintetizzandolo attraverso alcune frasi riportate da contesti ufficiali della letteratura sulla consacrata, tali che ne dipingono l'immagine con incisive pennellate; intanto aggiungiamo, ad ogni affermazione, dentro una parentesi, il confronto con riflessioni di tipo realistico.

Ecco. La consacrata:

 a) realizza la trasparenza del divino (ma quante volte vediamo trasparire Dio anche in qualche ateo/a!);

 b) rappresenta misticamente, con la sua femminilità, l’amore a Cristo (ahimè quante volte si coglie il contrario! ma non c’è da generalizzare);

  c) è simbolo totalizzante di come si ama con la totalità di se stessa... nella libertà effettiva (la libertà nella consacrazione è effettiva in quanto è conquista spirituale, ma è possibile a chiunque sappia andare oltre i limiti creaturali, anche se contrae legami terreni);

  d) è chiamata ad esistere per gli altri, incarnando il mistero “femminile” nuziale e materno della Chiesa (dal momento che la femminilità incarna il mistero della chiesa, scatta, implicito, il rapporto con l’altro genere. Ebbene nulla è più significativo del titolo delle lettera pastorale dei vescovi USA quando hanno tentato di equiparare il discepolato femminile al ministero maschile; titolo che è comparso in parecchie edizioni, rivedute e corrette, ogni volta, per censura; quello originario usava il termine Partners nel Mistero della Redenzione, poi cambiato in Uguali, e infine approvato così: Chiamati ad essere uniti, esprimendo in tal modo che la chiamata di Dio utilizza la distinzione di genere, ma la coniuga senza uguagliarla, e solo in vista della comunione ecclesiale);

  e) è testimonianza viva e teologia concreta del bel volto della consacrazione femminile in quanto ridefinisce i “volti” di tutte le donne della comunità ecclesiale a tutti i livelli, spirituali, apostolici, caritativi, liturgici, sociali (qui la mia mente si appanna: la consacrata è la donna per eccellenza che “spande luce sui volti di tutte le altre donne” nella Chiesa e nella società?).

  Ecco invece come si esprimono le suore stesse, le più coraggiose, quando, l’8 marzo 1996, si confrontano con le altre donne:

La suora vuole che il proprio desiderio esistenziale possa esprimersi liberamente e vuole trovare la sua vera identità di donna, donna che si realizza rispondendo al bisogno del bene dell’altro. I passaggi, per chi non l’avesse notato, procedono all'inverso rispetto a sopra: si parte a) dall’essere-per, secondo uno schema precostituito, b) all’essere-per motivi scaturiti dalla libertà della persona in quanto donna, e dall’ascolto diretto del bisogno dell’altro, c) all’essere-per, nelle stesse modalità in cui lo sono gli appartenenti al genere maschile nella Chiesa.

 

 10. Una ministerialità non riconosciuta ufficialmente

La definizione della vita religiosa femminile come missione ministeriale sarebbe un riconoscimento dovuto, a cui si supplisce con un profluvio di lodi per le “dignità della donna”. Il timore delle teologhe femministe che un ministero femminile (anche di semplice diaconato) possa rimarcare un ruolo di carattere rigidamente istituzionale.

Un modo di definire la vita religiosa in maniera corretta lo potremmo desumere dal grido finale con cui Livia Turco saluta le suore in quell’otto marzo ‘96, di cui sopra: Evangelizzateci, aiutateci a non amare gli idoli, ad andare in profondità.

 Questo invito all’evangelizzazione porta a scoprire qual è l’anello mancante, che darebbe consistenza teologica alla “differenza nell’uguaglianza” in seno al Popolo di Dio: la ministerialità.

 Alle suore invece sono affidate funzioni di ogni genere e specie, che le lega ad oneri assidui e gravosi; ma esse in pratica restano collaboratrici affiliate ai preti, anche nei più elevati compiti a cui talvolta sono delegate, senza che mai ricevano un mandato esplicitamente ministeriale. E' assente una chiarezza teologica circa la loro definizione. Quel che manca nella sostanza è colmato dall’enfasi per la loro superdignità! Infatti, la decantata - dall’attuale papa - dignità della donna sembra raggiungere il suo vertice nelle consacrate. Lo confermano le canonizzazioni di sante, in maggioranza assoluta suore; ma si badi bene: sono suore che a loro modo hanno avuto potere, soprattutto se Fondatrici di congregazioni religiose; o che hanno acquistato meriti proprio in virtù della mancanza di potere (il risvolto della medaglia!), data l’occupazione degli ultimi posti.

 Ecco invece una delle conclusioni più significative ed interessanti a cui è giunto, lodevolmente, il sinodo sulla vita consacrata del ‘94: la religiosa adempie una “funzione simbolica e critica della società”. Lei, si commenta nel testo, mostrerebbe che la vita umana è priva di senso pieno senza relazione al sacro, inteso come esperienza di Dio. La casa monastica (in realtà ogni Casa Religiosa) diverrebbe seminario di edificazione per un mondo da salvare.

 Un dato, questo, interessante e che meriterebbe ulteriori sviluppi, propri di una seria ricerca teologica in merito; infatti se la consacrata dà rilievo, col suo essere, a valori opposti a quelli mondani, davvero merita una qualifica che invece è espressa con una serie di attributi di magnificazione, che suonano pleonastici.

Non vogliamo dar luogo ad equivoci di sorta. Le donne (le femministe rivalutate dal papa) sono caute nel valutare il senso da dare alla stessa auspicata ministerialità: non piacerebbe vederla assimilata ad un qualcosa di più che una funzione ecclesiale; cioè la si vorrebbe tale da non costituire un sia pur piccolo grado in un ordine gerarchico di tipo piramidale.

 

 11. La vita religiosa come istituzione

L’istituzione è larga nel presentare la figura della suora nella sacralità che immobilizza la persona in un preciso modello. Come far sì che le suore si qualifichino discepole, e discepole particolarmente impegnate, senza appartenere ad una categoria separata?

E’ necessario ancor oggi, per essere discepoli vocati da Cristo, segnare un confine divisorio tra i religiosi e gli altri? Oggi non c’è più una società forzatamente cristiana, e non c’è nemmeno chi impedisce al cristiano di assecondare il suo credo.

Resta l'urgenza di trovare punti di riferimento di un robusto cristianesimo, in un mondo secolarizzato. Ad offrirlo non basta il discepolato, data la sua condivisione delle scelte di Cristo, e il suo porsi nel cuore della Chiesa, quale custode del deposito della fede e della grazia?1 Rileggendo con attenzione i testi sacri, si nota che la voce ‘apostolo’ è spesso sostituita da quella di ‘discepolo’, senza timori di veder degradata la qualifica di apostolo. In una realtà di odine spirituale, come il Popolo di Dio, le distinzioni non dovrebbero prendere la piega mondana dell’onorificenza legata ai vari gradi di... potere. La Chiesa è realtà anche terrena, ma solo in ciò che riguarda la necessaria incarnazione del divino nell’umano; e la vita religiosa dovrebbe rispecchiare in pieno questa esigenza. La visibilità di un Dio-in-mezzo-a-noi è quanto mai distante dalla potestas sacrale.

 La gente comune è così abituata a cogliere il nesso vita consacrata-Chiesa, tanto che assimila la figura del prete a quella della suora. Spiace se la sacralità costituisse il punto di convergenza, dato che i suoi tratti esteriori non sono privi di fascino.

La separazione sacrale sfocia nel rendere i compiti dei suoi rappresentanti più organici alla Chiesa e meno funzionali al servizio ministeriale.

L’uso che ne fanno, ad esempio, i mass-media, dovrebbe rendere accorti/e nell’ostentare la diversità rivestita di segni appariscenti. In televisione si vede volentieri la suora tifosa del gioco del pallone; in qualche film appaiono suore ballerine, o peggio, intricate in misture drammatiche tra sacro e profano; ma anche cominciano ad essere sfruttate le immagini della suora o del prete, impareggiabili nel rivelare una sorta di mondo altro che si portano addosso. Bisogna chiedersi il perché della piacevole fruizione da parte degli spettatori: ciò che fa spettacolo è la rottura simbolica degli schematismi ordinari, l’appropriazione di simboli liberatori perché i soliti sono ormai troppo abituali... Ci sarebbe da preoccuparsi di una liberazione di Cristo che passasse attraverso modelli simili. Tanto più che la separazione sacrale non solo si presta ad effetti spettacolari, ma offre il destro a contraddizioni ben più problematiche. 

Qualche mese fa, in un convegno, mi ha colpito l'intervento di un anziano missionario, il quale si esprimeva così: Ho passato la maggior parte della ma vita in Africa. Non so dirvi quanto sia dannoso il metodo che separa i seminari dal resto della realtà. Là dentro si vive come se si fosse in Occidente, si parla un linguaggio che solo noi cattolici occidentali comprendiamo. Quando i nuovi preti escono dal seminario, si trovano più sperduti di noi che giungiamo da un altro continente, ma abbiamo almeno la consapevolezza del grosso divario tra una cultura (e cultura clericale) e il modo di essere delle persone che vivono all'interno di un altro orizzonte di vita.  

 E’ proprio di ieri (siamo nel luglio 2001) la notizia che sette giovani appartenenti a “Comunione e Liberazione” si sono fatti preti, con la volontà di fondare un tipo di comunità nuova, che non lasci disperdere l’entusiasmo della loro ardente esperienza giovanile di vivace impegno cristiano. Si conferma ancora una volta che l’istituzione dentro l’Istituzione-Chiesa, con i suoi legami duraturi, sia in grado di esprimere al meglio la sequela e la radicalità evangelica? Lo zelo si conserva, tutelandolo dentro una comunità totale, anche se svolge la sua azione nel mondo?

 Certamente una struttura minima, che preservi ed aiuti da un punto di vista esistenziale chi vuole liberarsi da impegni individuali in vista di "donarsi" totalmente, ha un senso, una funzione non disprezzabile. Ma l'esperienza di tanti Istituti che finalizzano la donazione in una precisa direzione, e tendono ad assolutizzarla, lascia in sospeso molti interrogativi.

 E' necessario dare ad essi una risposta. La chiamata non riguarda epoche morte, ma attiene alle più urgenti necessità dell'odierna società, dentro la quale un discepolato articolato e vivo ha ancora un gran senso.

A.R. in  “Oltre il Nulla”

 

 

 

 



1 L’ascetismo tradizionale è considerato virile, soprattutto dalla teologia femminista, in quanto si basa su un’idea di virtù dalle caratteristiche forti: sottolinea un dominio sulle potenze della persona, fino a negare tutto ciò che sia espressione spontanea delle proprie potenzialità, in particolare della sensibilità, dei sentimenti; di quanto, in sintesi, permette alla propria umanità di esprimersi senza dover recidere un presunto male in agguato. Ad un’ascetica in negativo (che predilige il martirio come sua massima prova di disprezzo della propria terrestrità) se ne contrapporrebbe una in positivo, derivata dall’accoglienza (passività di tipo mistico) dei doni di Dio, da coltivare e da comunicare; e certamente questa seconda tipologia non è esclusivamente maschile, né c’è un taglio netto tra le due forme di vita ascetica. 

1 La vocazione religiosa è una realtà misteriosa, come e ancor più di quanto lo sono l’amore, le scelte difficili a servizio dell’umanità... Il “di più” (lo diciamo senza paura di contraddirci) c’è, perché si tratta di mettere in primo piano, tra i valori umani, un rapporto intimo d’amore con Cristo, di cui nessuno può concepire la portata senza viverlo intensamente e senza falsi sentimentalismi. Quel che qui critichiamo è l’uso malsano di inquadrare, necessariamente, l’amore di predilezione per Dio in uno stato di vita, a cui si attribuisce una sostanziale diversità dagli altri (stati di vita).

,1 La teoria del valore incredibilmente grande delle piccole cose è, nella pratica, molto condizionante; fatta eccezione, naturalmente, per coloro che o sono portate a farle con somma semplicità, o le eludono con altrettanta semplificazione del loro programma di vita. 

1 E’ chiaro che sono necessarie funzioni primarie e altre meno importanti. Studi teologici seri, non privi di approvazione ecclesiale, chiariscono che la stessa “differenza ontologica” riconosciuta al ministro sacro, è da ritenere “differenza ontologica nella funzione”, non nell’essere della persona. Guai se le suore, acquisendo funzioni di alto grado, come l’improbabile investitura presbiterale, ma anche la più umile, diaconale, fossero assimilate ad un tipo di gerarchia separata per ordine e grado!