Ci scrive il mostro amico Cosimo

 

che conoscete da altri interventi (vedi Archivio)

 

 

12/06/06
Questa sera, se permettete, vorrei dire qualcosa rispetto a quel che leggo quando mi collego al  vostro sito. Leggo poco, ben inteso, perché il mio tempo è proprio limitato, dal momento che ho scelto di impegnarmi nel campo dell'emarginazione e del disagio, condividendo la sorte degli ultimi tra gli ultimi quali possono essere le persone che soffrono un disagio psichico e mentale. Vivo in casa-famiglia con persone che provengono da esperienze di internato in strutture psichiatriche.

Tempo fa ho lanciato da questo sito un' "offerta appello", che non ha avuto risposta, tranne un vivo interessamento da parte di Ausilia e di qualche altro sicuramente molto sensibile ai problemi degli altri più che ai propri. L'impressione che riporto, così genericamente dalla maggior parte degli interventi è che ci troviamo ancora all'interno di una visione del cristianesimo da catechismo di San Pio X. Il prete convinto della sua "vocazione speciale", il religioso, molto contento di rappresentare la profezia dei tempi escatologici e di aver scelto definitivamente e radicalmente Cristo e lui solo.

Ma ... partiamo dal presupposto, molto logico e facilmente sperimentabile, che poi alla fin fine ognuno sceglie di fare quel che più sente congeniale a se stesso ed alle sue inclinazioni. Siamo sinceri nell'ammettere che Cristo rappresenta il più grande ed unico amore della vita per chiunque ha la forza di vivere il suo messaggio con coerenza e radicalità, qualunque sia il suo stato di vita: laico, religioso, sacerdote, suora.

 La vocazione, per quanto in un'ottica di fede possiamo attribuire a Dio l'iniziativa di una "chiamata", della richiesta di seguirlo, altro non è che il risultato di mille sollecitazioni spesso contraddittorie, spesso ambigue che ognuno di noi organizza e seleziona secondo la sua sensibilità facendo prevalere di volta in volte le une o le altre ed alla fine decidendo di andare in seminario o di scegliersi una professione, di rimanere celibe o di sposarsi, ma questo anche indipendentemente dal fatto di diventare prete o no. Ci sono tanti non-preti che scelgono di restare celibi. Il fatto che a tutto questo processo interiore che ci porterà a scegliere la vita sacerdotale o religiosa, noi diamo il nome vocazione, non è sufficiente per modificare completamente la concezione che noi abbiamo dell'agire di Dio nella storia, che non è mai in forma diretta ed appariscente, ma sempre attraverso le cause secondo ed indirettamente. E tutto questo lasciandoci sempre nel dubbio che la nostra interpretazione può essere soggetta ad errore.

Come non riconoscere quindi che si possa ad un certo punto della vita accogliere in sé la sollecitazione ad "amare" in forma diversa da quella concepita nella vita religiosa. Il problema è che noi siamo troppo propensi ad esprimerci in termini assoluti. Dimenticando che solo Dio è l'assoluto e che tutto il resto è relativo. Ci si può scandalizzare del trionfo del "relativismo" solo quando si è fanatici nel pretendere di presentare la propria comprensione del reale in termini assoluti. Ma la differenza sostanziale tra noi, noi tutti umani e Dio sta proprio qui non ritrovarci relativi e contingenti, totalmente altro nei confronti dell'unico assoluto. Relativi e contingenti nel nostro essere e nel nostro operare, nei nostri pensieri e nelle nostre decisioni. Noi siamo esattamente quel che siamo e potremmo ragionevolmente essere tutt'altro perché non abbiamo in noi stessi la ragione del nostro essere.