La "nostra" newsletter

Care sorelle,

Dalle frasi che riportiamo in un altro articolo di questa rubrica si possono ricavare tante riflessioni che lasciamo fare a chi legge senza interporre le nostre. Ma il silenzio delle suore, ci chiediamo, è dovuto ad una loro scelta, o è imposto? Se sì, come pare, è il silenzio stesso a parlare: fuori dall’assistenza istituzionale si può parlare, ma senza benedizioni; chi è «dentro» si esprima nei siti ufficiali. Ne prendiamo atto.

Intanto questa rubrica continuerà a promuovere il dibattito, velato di silenzi, ma insistente.

Le lettere più belle ci giungono da ex-suore. Con loro si rende più facile uno scambio a tutto tondo, e perciò ci auguriamo che i risultati del dialogo siano benefici per tutte.

Alcune espressioni delle lettere ricevute hanno toni profetici. Eccone una: “Non ho più ansie da prestazione col mio Signore e mi godo il suo amore libero e liberante”.

Che significa “ansie da prestazione col mio Signore”? Si tratta del continuo martellante significato che si dà alla vocazione religiosa, preordinando, nell’aderenza a Cristo, specificità che si diversificano da quelle dei comuni «discepoli». Ora, le specificità sono utili proprio in quanto gettano luce su ciò che è universale, non quando riposano su differenze rimarcate e separatrici. Se si libera lo spirito dalla lettera che lo imprigiona, si ha tutto da guadagnare e niente da perdere. Non si può “conteggiare” ciò che è da dare; la libertà di spirito è tutta in quel “se vuoi” di Gesù, rispettoso del sacrario della coscienza, in cui Lui non vuole interferire.

Eppure nessuna forma di lassismo si insinua nella libertà dei figli di Dio. Non sono i cedimenti che qualificano la novità evangelica, ma la semplificazione della vita spirituale, concentrata sull’invito di quel “se vuoi”, che attecchisce nel cuore e, senza costrizioni di sorta, invoca una risposta come quella di Pietro: “Tu lo sai che ti amo!”.

Possa l’indicazione di questa frase illuminarci a far contare nella propria vita l’ascolto interiore, liberato da ciò che gli si sovrappone.  Possa l’amicizia confidenziale con Gesù fare da piattaforma all’amicizia tra noi, memori di un altro detto evangelico: “Vi ho chiamato amici”. L’amicizia, non altro, è il segno del nostro comune discepolato.