Corrispondenza con Stefania
Settembre 2006
 

 

 

 

 


Alla  fine  un  tentativo  di analisi: leggi fino in fondo

 

Cara Ausilia e amici tutti,

tornata al lavoro proprio oggi. A luglio, come avevo anticipato ad Ausilia, sono andata in missione in Amazzonia. Ho risposto ad una chiamata forte, molto forte. E' stata una esperienza straordinaria;

ho visto le cose più belle e più brutte della mia vita. E' stato tutto talmente diverso da come mi sarei aspettata! Le difficoltà non erano quelle che credevo, ma devo dire che abbiamo affrontato ogni sorta di contrattempi e cambiamenti di programma. Prima di tutto un clima decisamente inospitale, noi europei abbiamo delle difficoltà di adattamento terribili. Un tasso di umidità che rende l'aria irrespirabile e tutto va a rilento, anche il pensiero.

Alla fine questo è un bene. Laggiù non serve pensare, serve esserci. Capire questo è stata la fatica più grande. Noi, così strutturati a fare questo o quello a tale ora e in tale modo; niente vale più quando ti trovi di fronte a persone che vivono disagi continui. Dimenticare se stessi, le
proprie abitudini e abbandonare il proprio modo di pensare
. Poi ho riflettuto....: è questo l'amore. Ringrazio quindi il Signore anche per tutte le difficoltà logistiche che ho dovuto affrontare già prima della partenza e di tutte quelle che ho incontrato in Brasile. Le difficoltà di un gruppo di persone sconosciute che si sono trovate insieme, diciamo per caso, lontane da casa, non tutte animate dagli stessi propositi, che hanno stentato ad affiatarsi. Il primo gruppo che partiva senza un religioso accompagnatore, che doveva cercare gli spazi per la preghiera comune e personale, senza una guida. L'allenamento alla pazienza fra noi e quindi con gli altri. La dignità dei lebbrosi, la fierezza e l'allegria di un popolo segnato da miseria, malattie, prostituzione e violenza che si sveglia cantando e ballando; che abita in baracche di legno inondate dal fiume due volte l'anno, che chiede solamente "quando torni?"

Insomma, carica di questo bagaglio che non basterebbero mille pagine per descriverlo (anche perché non ancora sufficientemente digerito e meditato), vi scrivo aggiornandovi sulla mia situazione sentimentale. Insomma per chiedervi il consueto sostegno.

La persona che ho nel cuore, famigerato (ormai), ha vissuto a mio parere molto male questa mia partenza, senza ammetterlo, chiaramente.

Prima di partire ha voluto vedermi per salutarmi, prima sì, poi no, poi "non me la sento di vederti per i saluti, mi trovo in difficoltà". Poi "perdonami", poi "vieni da me", poi, "grazie di essere venuta a salutarmi, grazie per la tua tenacia". Lo ha manifestato dopo la partenza con il consueto silenzio. Non una riga, non un chiedersi se fossi viva o morta, tanto che dopo un mese e mezzo gli ho scritto un sms piuttosto deciso per farglielo notare.Cinque giorni di riflessione sul mio messaggio e una risposta fiume con la preghiera di essere perdonato, sembrava sincero.

Ho approfittato qualche giorno dopo per fargli una sorpresa. Mi sono presentata lì per salutarlo. Era il 22 agosto, circa una settimana fa. La solita gioia e sorpresa negli occhi. Per la prima volta mi sono presentata senza trucco, direttamente dalla spiaggia, con il sale e la sabbia addosso, i capelli arruffati. Da come mi ha guardato aprendo il portone mi sono sentita bellissima, la più bella. Me l'ha detto. Racconti di viaggio, abbracci, il continuo contatto delle mani come ad aver paura che gli sfuggissi, poi si è rotto l'argine... Improvvisamente, inaspettatamente......."Per quattro anni ti ho raccontato solo delle cazzate, non ho mai trovato il coraggio di dirtelo, ma non ce la faccio più... Tutti i miei silenzi, il mio sparire era per la paura di dirti la verità. Sei entrata nella mia vita e l'hai sconvolta. Non credevo che una donna potesse mai amarmi così, non credevo che tutto ciò neanche esistesse. Ecco la mia difficoltà, sei nel mio cuore. Se non portassi questo abito ti sposerei subito, vorrei dividere tutta la mia vita con te".

Tremando, ma guardandomi dritta negli occhi: "Capisci come ti guardo? Capisci perché
la mia difficoltà? Capisci perché ho difficoltà a celebrare e vivo male? Ho fatto una scelta 17 anni fa, quella di servire il Signore. E voglio farlo, ma con te non mi riesce”.
Io: "vuoi rinunciare a me? Ci riesci?" Lui: "penso di si". Io: "vuoi dirmi che sapresti trovare l'interruttore per spegnere l'amore?" Lui: "ci vuole solo tanta forza di volontà". Poi mi ha stretto a sé dicendo: "ti rendi conto di quanto sarebbe bello stare insieme, fare l'amore, ma io non posso neanche pensarci....".

Tremava. Non avevamo granché altro da aggiungere, anche se io avrei detto altri milioni di cose, lo avrei stritolato di abbracci per non lasciarlo andare mai più. Sono uscita dal portone,
chiudendolo dietro di me e lasciando lui immobile. Ho aspettato 4 anni per sentirmi finalmente dire ciò che sognavo, ciò che in realtà già sapevo. Ora l'argine si è rotto... si può ritirarlo su? Come si vive così? Avrei mille altre considerazioni da aggiungere e lo farò magari rispondendo a voi. Grazie, intanto. Stefania

 


Cara Stefania,

Ti scrivo queste poche righe, ma non essendo io molto serena, non credo di versare balsamo sulle tue ferite! Ne ho sentite troppe, a cominciare dalla mia, di storie come queste di amori impossibili, di donne che fanno la spola aspettando un accenno da un uomo che suo malgrado non è capace di amare una donna, vuoi perché è stato educato così, vuoi perché è cresciuto in un ambiente dove la misoginìa è la prassi, vuoi perché non è mai maturato umanamente, ma solo artificialmente, nell'apparenza, nei comportamenti artefatti e nella convinzione di venire da un altro pianeta per insegnare a noi poveri umani, laici e infedeli, come si vive da cristiani, anzi, da kattolici!

Se tu te la senti ancora dopo 4 anni di tirare la carretta, fa pure, ma credo arrivi un momento dove bisogna fare una scelta! "Il vostro dire sia sì - sì , no - no...; il di più viene dal maligno!" E questo vale per tutti. Ad un certo punto i giochi si sospendono, perché c'è dimezzo una persona, tu,  in questo caso, che ha diritto ad una presenza matura umanamente e affettivamente e non alle altalene. Quelle lasciamole ai bambini!

Hai sperimentato direttamente cos'è la vita di missione, cos'è la povertà e le relazioni sociali concrete. Questo dovrebbe permetterti di soppesare le azioni di un individuo che non riesce a relazionare neppure con se stesso, visto che ha scelto la strada di servire il Signore, chiudendo in cantina la sua umanità. Ma il mio è solo un parere, e solo tu sai se ancora ne vale la  pena, e che, in ultima analisi, deve decidere il da farsi.

Io, osservando dall'esterno e conoscendo il copione, posso solo che starti vicino a darti il mio affetto e la mia amicizia, ma il tirare le somme spetta a te!

Perdonami se ti sono sembrata asciutta nel mio modo di esprimermi. Ma la durezza deriva dalla mia sincera preoccupazione per tante che sono nella tua situazione e non riescono a venirne fuori. Come recita una canzone recente: "Uno su 1000 ce la fa!...". Ma quante soccombono!

Ti abbraccio, Joelle

 

Grazie del tuo abbraccio. Non so cosa sia giusto fare, se ho la forza, dopo 4 anni, di sperare ancora. Poi sperare in cosa? Che lasci?

Veramente non ho mai pensato a questa eventualità. E, francamente, non è un mio desiderio.
Nell'ordine dei Cappuccini (dove si trova) hanno di lui una pessima opinione, perché è di fatto praticamente incapace di gestire anche situazioni ministeriali.

Provo a spiegarti. Si è fatto frate molto tardi, considera che ha 47 anni e sono solo 5 che è sacerdote. E' una persona piuttosto chiusa, non ha amici, vive gran parte delle sue giornate rinchiuso nella sua stanza. Ha paura di parlare in pubblico, tanto da arrossire e sudare smodatamente. Ha un difetto fisico.
Ma credo fermamente che non si sia mai sentito completamente accettato ed amato da nessuno; ha pensato che una scelta del genere potesse farlo sentire qualcuno e in parte c'è riuscito, almeno rispetto alla sua famiglia di origine. Ora il suo abito gli consente di essere considerato.
Ora che ci sono io (o forse dovrei dire "sono stata"?) ha scoperto che esiste l'amore che non guarda l'esteriorità, né l'abito e questo non lo aveva previsto.

Vive di giudizio, si giudica e giudica. Pensa, quindi, ovviamente, che siano tutti pronti lì a giudicarlo non appena esce dal "seminato". E questo non lo sopporta.

Non sembra avere una vera e propria vocazione; quando gli sono stati affidati incarichi, li ha disattesi e gli sono stati tolti. E' uno qualunque e gli pesa moltissimo, ma si illude che il solo fatto di portare l'abito lo innalzi comunque rispetto alla nullità che sente di essere.

Dice di avere molti amici, figli spirituali, quando tutti sanno che non è vero. Per poi ammettere (solo con me) che il suo telefono non squilla praticamente mai e che non c'è la fila per parlare con lui.
Unica soluzione: nascondersi.

Un frate nostro amico comune mi sta suggerendo di insistere affinché per lo meno capisca che deve seriamente fermarsi a riflettere sulla sua condizione.

Non so se sarà mai in grado di farlo. Non volevo tediarti, anch'io non sono serena. Penso a quanta felicità c'è oltre la porta, appena a pochi passi da noi e l'idea che non sia disposto ad aprirla con me mi fa molto male. Stefania

 

Certo la situazione non è facile, ma è anche vero che tu hai diritto ad un amore AUTENTICO, non nel senso che lui a te non ci tenga, ma nel senso che avresti diritto a qualcosa di concreto!
Lui ha davvero molti problemi, grossi problemi, ma il poterli risolvere prevede che uno sia disposto a farsi aiutare, cosa che non credo sia il suo caso! Se tu credi di poter continuare così, magari per essergli d'aiuto, è e deve essere una TUA scelta... La domanda nasce spontanea. Ma il frate vostro amico, sa dell'affetto che caratterizza la vostra relazione? Ti abraccio forte, Joelle

Certo che lo sa. Anche lui, come gli altri, si interroga sul perché abbia fatto questa scelta anni fa. Loro hanno studiato insieme e sono stati ordinati diaconi insieme. Il mio amico pensa che io sia l'unica certezza che lui abbia mai avuto e per questo mi tema fortemente, tanto da combattermi, perché non gli diventi indispensabile. Grazie ancora, Stefania

 


Carissima Stefania,

                           il messaggio che tu ci mandi contiene due pagine ben distinte,la prima sul Brasile,la seconda sulla tua situazione sentimentale.

 

La prima contiene un'esperienza che ti fa onore,di quelle che danno senso alla vita,che ci fanno toccare con mano la sofferenza altrui e magari ridimensionare come piccoli i nostri problemi.

La voce che sentirai dentro per qualche tempo 'Quando torni ?' sarà come un motivo musicale capace di richiamarti volti,sguardi,parole,situazioni tutte dirette verso di te,imploranti e benedicenti.

 

La seconda pagina è per aggiornarci sulla tua situazione sentimentale e per chiederci il consueto sostegno.

Questo te lo garantiamo, come sempre,e non senza aver prima rilevato che hai scritto una pagina di letteratura,abile nel sottolineare i risvolti e le sfumature  delle tue e sue emozioni,esperta nel trovare le parole adatte per esprimere il tutto.

Ti siamo vicini,ti diamo il nostro sostegno,non vogliamo darti consigli perchè sei una di noi,perchè sei addentro a queste situazioni,perchè se hai voglia di saper qualcosa in proposito puoi andare a rivedere i molti casi riportati dal nostro sito. Insomma non hai bisogno dei nostri consigli quanto del nostro sostegno e noi siamo qui per questo.

                                                                              Tanti saluti,tante cose belle

                                                                                    Giuseppe Zanon

 

 


Carissima, scusami se questa volta, anziché parlarti con tono amichevole, tento di fare un’analisi di carattere generale a partire dal tuo caso. Mi spinge a ciò la volontà di essere utile, non solo a te, ma anche ad altre che vivono, con poche varianti, la tua esperienza.

La prima cosa che risalta dal tuo scritto è l’amore, davvero grande e di lungo percorso. Se il nostro sito si interessasse all’amore soltanto, potremmo dire di aver raggiunto lo scopo di avvicinarci a tante persone da poter ricavare una raccolta interessante di casi.

Invece il nostro scambio di corrispondenza riguarda anche qualche interrogativo che si nasconde dietro le confidenze. Tu ti chiedi: «questo amore ha qualche chance? E, se ce l’ha, fino a che punto posso sperare di avere quest’uomo tutto per me? Ma faccio bene a volerlo, o lui potrebbe pentirsene?». Si tratta di domande semplici e complesse nello stesso tempo; è il caso di farcele esplicitamente, noi e voi, per andare un po’ più in là degli sfoghi del cuore.

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C’è un grosso nodo in cui si incrociano problemi seri, alcuni tanto seri da toccare questioni più grandi di noi.

Il significato del celibato ecclesiastico non è fattore di cui sbarazzarsi a cuor leggero; tocca, tra l’altro, elementi-cardine della convivenza umana, che funzionano come freno all’appiattimento dei valori, proprio dell’edonismo dilagante nelle società del benessere del nostro occidente. I «don Matteo» televisivi incontrano le attese nascoste di molti che vogliono dei parafulmini, dei numi tutelari, degli esseri taumaturgici; potremmo parlare, dal punto di vista antropologico, del fattore «tabù», del bisogno di vittime sacrificali su cui scaricare i pesi della coscienza individuale e collettiva. Altrimenti come spiegare il fascino del sacro, che persiste tutt’oggi nella mentalità perfino di atei e miscredenti? Un esempio eclatante: la risonanza di carattere mondiale che ha suscitato la morte di Giovanni Paolo II. L’umanità non è ancora emancipata da poter fare a meno di persone carismatiche in grado di assumersi l’onere di colpe inconfessate, dalle quali nessuno può dirsi esente.

Quel che qui si vuol dire è che non è matura come vorremmo la benedetta opinione pubblica, ben lontana dal programma illuministico della libertà di coscienza e dell’emancipazione sociale.

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Detto ciò, siamo convinti/e che per farsi sentire dalle autorità ecclesiali non basta ripetere ad iosa che si vuole un cambiamento del canone che lega il presbiterio al celibato; non basta mettere a nudo il marcio che c’è nella chiesa ufficiale; non bastano i richiami utopici al Vangelo. Bisogna agire su tanti versanti, non ultimo quello sociale, se non vogliamo limitarci ad ottenere la benevola indulgenza verso le debolezze umane da parte di coloro che, subito dopo un po’ di comprensione pietosa, sono pronti ad inchinarsi riverenti di fronte a monsignori e ad eccellenze.

Non ce la faremo mai con la proclamazione di “QUEL CHE CI VORREBBE”, di “QUEL CHE LA CHIESA DOVREBBE FARE”. Bisogna far crescere una chiesa dal basso ed essere propositivi senza idealismi e senza supponenza, evitando contraddizioni palesi a tutti: richieste esigenti alle autorità ecclesiali e ricerca affannosa di trovare un tutor in cotta e stola; dimostrazione rigorosa dei limiti di una legge canonica passibile di cambiamento e aspettative di reintegrazioni pure e semplici nel Ministero. Per non parlare della madre di tutte le contestazioni: la rivendicazione dei diritti umani attraverso una sorta di ribellismo che mal si concilia con la richiesta di dialogo. Il gigante istituzionale riceve appena qualche puntura di zanzara e continua a dispiegare la sua potenza, collegandosi all’esterno con le Potenze del mondo, ed esercitando all’interno la potestas attraverso forze sempre nuove e fresche, come quelle dei nuovi gruppi, delle falangi di giovani, eccetera. 

Il più grosso pericolo in cui incorriamo è di restare confusi nella mischia tra i fautori di un pluralismo amorfo, di un permissivismo camuffato di accettazione convulsa del NUOVO, di un relativismo morale che vede crollare, volta per volta, valori sbrigativamente tacciati come pseudo-valori, eccetera.

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Di quali capisaldi dovremmo farci custodi e testimoni di fronte alla chiesa che esercita per millenni il monopolio della verità?

Potremmo rispondere senza timore di sbagliare citando, esemplarmente, il vescovo Antonino Bello. Ci guarderemmo bene dal citare alcune personalità di rilievo tra i contestatari, attorno a cui girano gruppi di base del tutto svincolati da “assistenze” ecclesiali, i quali impiegano un 50% di energie spirituali a stigmatizzare i comportamenti clericali, un 40% a celebrare i propri Ideali, un 10% a “rappresentare” un’altra chiesa meritevole di rimpiazzare la vecchia decadente.

Con ciò non vogliamo criticare i critici, di cui condividiamo non poche idee (ma dispiace che le loro posizioni siano altrettanto rigide quanto quelle della chiesa ufficiale).

Nostro intento principale è utilizzare i motivi di sofferenza dovuti al legame celibatario in progetto di liberazione per sé e per gli altri. E per non fraintenderci e non essere fraintesi, vogliamo che emergano da ogni ‘caso umano’ possibilità nuove, soprattutto quella di mettere al centro del ministero presbiterale il SERVIZIO: REALE, CONCRETISSIMO, che implichi la rinuncia ai privilegi. Possibilità che si fa proposta alla chiesa attraverso la testimonianza di vita del prete sposato, uscito dalle sicurezze del ruolo, e che non sogna di riprendersele dopo avere strappato ad un canone la sua assolutezza.


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Due avvertimenti:

a) Ricordiamoci dell’insegnamento che proviene dalla storia: ogni rivoluzione sfocia nel suo opposto se non si ha chiaro, tra gli obiettivi da raggiungere, il modo con cui rimpiazzare il perduto. La natura odia il vuoto: se si toglie qualcosa, deve subentrare qualcos’altro. Che cosa proponiamo?

b) Non basta proclamare “il diritto assoluto all’amore”. Altrimenti dovremmo dar ragione alla moltiplicazione dei matrimoni, e perfino ad amori aberranti. Non è valida, come moneta suonante per acquistare un po’ di felicità, l’affermazione: tutto è permesso se si agisce secondo natura”. Ma di quale natura parliamo???

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Veniamo al dunque.

Quando noi che lavoriamo attorno al sito “donne-contro-il-silenzio” incontriamo nella corrispondenza la donna che si innamora di un prete perché ne è conquistata o perché si fa conquistare, non partiamo da principi; non pensiamo che al suo bene, sapendo di trovarci di fronte alle incertezze del cosiddetto amore difficile, causa di sofferenze enormi. La nostra prima e talvolta unica preoccupazione è starle vicino col cuore, sinceramente,  condividerne le sofferenze.

Ma quando la confidente avanza delle ipotesi, esprime giudizi, espone delle perplessità, entra nel gioco di un progetto più vasto come quello esposto; e allora si può procedere assieme verso obiettivi che non risolvono il caso singolo, ma lo inseriscono in un progetto di liberazione più vasto.

Non abbiamo intransigenze di sorta, ma un nostro metodo: dire la verità, senza supponenza e senza vittimismi,; con quella franchezza nutrita di fede, che in linguaggio teologico si chiama parresia.

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Perché ho detto tutto questo? Perché tu, Stefania, lasci trasparire dalle tue parole una sottile venatura di incertezza, quando ti chiedi cosa vuoi da te stessa:  “Che lui lasci? Veramente non ho mai pensato a questa eventualità. E, francamente, non è un mio desiderio”.

Qui ti deluderò, lasciandoti con i tuoi dubbi. Ti dico solo,  con la franchezza di cui sopra, che non si può desiderare che l’uomo amato perseveri nel suo stato di vita e che nel medesimo tempo ne viva un’altra, necessariamente clandestina. Questa è ipocrisia bella e buona.

Se vorrai approfondire, ne parleremo ancora. Per ora concedimi di chiudere. Sappi che siamo a tua disposizione, con tanto, tanto affetto, Ausilia

 


Carissima Stefania;

 

Sono un prete sposato. Non voglio dire ad una col cuore a pezzi delle “chiacchiere”. Sarebbe offensivo. Tento di condividere quello che ho vissuto, mettendo in evidenza le difficoltà della controparte, perché credo siano le stesse che ho affrontato io.

 

Premetto: sono nato in seminario, avevo 11 anni. Prete a 28, buttato allo sbaraglio, disorientato, ho incontrato uno che mi ha dato le dritte: don Zeno. A 40anni sono andato nel nordest del Brasile e ci sono stato per 18 anni. Ti allego la storia della mia mini-vicenda.

Quali sono le difficoltà di fondo non per “lasciare”, come si suol dire, ma per “prendere” al volo un’opportunità come “Stefania”?

 

Vedi, oltretutto, io ero diventato scrittore e conferenziere. Dal ’87 venivo in Italia tutti gli anni e andavo in aereo dall’alpi alle piramidi a “testimoniare”, che gli evangelizzatori, oggi, sono i popoli impoveriti, perché sono loro che (volenti o nolenti) vivono le beatitudini. Anzi, sono le beatitudini incarnate. Avevo una cerchia di tifosi, un pubblico di aficionados tale, per cui, pur amando una donna, non riuscivo a fare il salto. “Cosa diranno? Scandalizzo i miei clienti, tradisco il messaggio che gli ho trasmesso? Dove va a finire la coerenza?”. Non ti dico quanto ci ho sofferto, le notti insonni, paure, dubbi atroci, rimorsi, incubi. Mi svegliavo di soprassalto. Una voce urlava: “Voglio vivere, voglio vivere!”. Mi guardavo attorno, nessuno. “Allora ero stato io a gridare!?”.  Tieni presente che un prete, soprattutto se entra in seminario da ragazzino, si sente come nato sul pulpito. E’ così forte, così alto l’ideale della dedizione, spendersi per gli altri, da farti credere non ci sia niente altro, che possa riempirti la vita. C’è del vero in questo. Per me, per esempio, oggi, la più grossa sofferenza non è tanto confezionare sacramenti quanto non poter comunicare agli altri quello che ho dentro. E’ la revanche del mio subconscio, che rivendica il mio essermi votato agli altri? Ecco, bisognerebbe trovare insieme, come coppia, un ideale per cui spendersi: aggregarsi ad una ONG? La missione? Un ideale civile come Emergency, Medici senza frontiere, Greenpeace? (In Brasile, poi, i semplici, i contadini non ci fanno caso al prete-con-donna, anzi lo ritengono la cosa più naturale. Io sono stato un anno, con la famiglia, ospite nella casa di un Vescovo, accolto a braccia e cuore aperti!).

 

E poi ci sono altri condizionamenti minori (minori secondo i casi). Tu non puoi immaginare quanto sia condizionante il deterrente (“traditore”, “fedifrago”, “fallito”) usato e diffuso dall’istituzione come una intimidazione, che, lungo gli anni della “formazione”, viene istillato nei seminaristi al punto tale da diventare una seconda natura, il modo stesso di essere e di pensare. Esemplifico.

 

1-                      La concezione del prete come un essere sospeso tra cielo e terra, intermediario, rappresentante di Dio stesso! Per cui, ti fai l’idea di non essere più “solo un uomo” ma un “super-uomo”, quasi un angelo. Che la tua missione è unica, straordinaria, che per essa vale la pena di smaterializzarsi, di sacrificare tutto, anche il corpo, la volontà, i parenti, ecc. ecc. Io sarei andato nel fuoco…

2-                      Da qui discende la convinzione che un tale privilegio esige un sacrificio. Il sacrificio (mortificazione=dal latino mortem facere, dare la morte!) è la prova della tua dedizione, il metro del tuo impegno e della tua volontà di “darti”, spenderti per gli altri. Si arrivava a dire, un po’ blasfemamente, “farsi mangiare dagli altri” (per i bambini delle favelas vuol dire fare sesso). L’ideale del sacrificio, della espiazione è legato alla teologia del peccato originale, per cui siamo tenuti a riparare, rabberciare qualcosa che è sfuggito di mano al creatore (peccato originale, causa di sofferenza, lavoro con pena, morte. Teorie inventate e imposte da Agostino in sù, ecc.). Io ci godevo a soffrire per Cristo! Altro che masochismo giustificato in nome di Dio, per Dio!

 

3-                      Questo, e molto altro, è funzionale alla demonizzazione della donna, della corporeità, della sessualità. Non puoi misurare quanto sia deleteria un’educazione misogina. L’assenza femminile crea delle voragini tali, nel mondo interiore, nella coscienza, per cui nascono dei complessi da psicanalisi! E se fosse solo la “mancanza di qualche cosa” sarebbe meno peggio. Il brutto è che si supplisce con la mitizzazione dell’eterno femminino, con la donna smaterializzata, la vergine-madre, che, di riflesso, ti porta a non prendere più in considerazione né il tuo corpo, né i tuoi sentimenti. E neppure quello degli altri (da qui la smaterializzazione del missionario inviato a “salvare le anime”! I corpi? Per i preti non esistono, vadano pure alla malora!). Un processo di smaterializzazione tale, per cui tu non ti ritrovi più. Semplicemente non ci sei. Conformismo, talare, simbolismo, regole di portamento e comportamento clericale completano l’opera e hai in mano il manichino del prete ufficiale. Tutti uguali, tutti stampati. Tu ricopri un ruolo, quindi deve sparire la tua identità. Specie quella ti tipo maschile (la tonaca copre tutto, ti condiziona e ti ricorda in ogni momento la morte a te stesso. Il color nero è scelto di proposito). In nome e per amor di Dio, un giovane è capace di questo e molto altro. E’ mai possibile ridurre la donna, il capolavoro di Dio (ha chiesto ad una donna non ad un uomo una manciata di cellule per  nascere) a una tentazione, occasione di peccato? La tecnica è sempre la stessa: quando una cosa crea difficoltà, è a doppio taglio, si preferisce metterla tra parentesi, cancellarla, fingere che non esista. La materia è pericolosa? Cancelliamola, mettiamola “fuori uso”. Scriviamoci sopra “pericolo di morte”! Se siamo costretti ad usarla, che sia il meno possibile, a malincuore, ad occhi chiusi e al buio. Ecco perché la storia della cristianità è piena di buchi neri. Quali verbi nuovi  hanno espresso o cristiani riguardo alla corporeità, matrimonio, famiglia, figli, giustizia sociale (=il pane da condividere),  politica? C’è voluto un Concilio per dire che “il temporale” (=realtà terrestri) spetta all’esercizio del sacerdozio laicale, che i laici ne sono i veri competenti! Eppure i chierici asessuati continuano a dettar legge nella camera da letto dei coniugi… E dicono che è un sacramento, di cui solo loro, i coniugi, sono materia (che espressione orribile! Non siamo spiriti incarnati?) e ministri.

 

4-                      Se ti raccontassi come mi hanno ridotto! In due parole: m’hanno ibernato il cuore. M’hanno ridotto a testa, raziocinio. Sterilizzati i sentimenti, scomunicate le pulsioni. E’ ancora umana una persona conciata così? Sui 15 anni ero incaricato di raccogliere carta da macero per le missioni. Ed io perdevo delle ore in una stanza riservata dove mi intrattenevo sui rotocalchi per recuperare, in immagine, la donna-sorella-madre-sposa. Mi bastava viverla sulla carta. Inconsciamente mi riprendevo ciò, di cui ero stato defraudato?

 

5-                      Come ho fatto, dirai, a liberarmi da tutto questo ed altro ancora? Ci ha pensato la vita. Ho ingoiato tanta morte ingiusta e prematura, che, per reazione uguale e contraria, questo fenomeno ha fatto esplodere in me la voglia di VIVERE. Sono saltati tutti i condizionamenti, remore, paure, incubi, alibi. La molla della vita è scoppiata in me quasi a mia insaputa. Avevo quarantacinque anni, quando la crisi della paternità m’ha preso a tradimento. Molto più che la necessità di uno sfogo sessuale. E’ la passione per la vita, che irrompe in te e non si ferma più fino a quando non l’hai soddisfatta, realizzata. I funzionari della fede credono si tratti di “meccanismi genitali impazziti” e non prendono in considerazione la densità e lo spessore delle pulsioni umane. L’uomo ha bisogno di realizzarsi anche come essere sessuato; sente il bisogno di perpetuarsi come specie; avverte di essere un “incompiuto” senza la sua metà. E tutte queste cose non gliele ha iniettate il diavolo ma la Vita (il Dio-della-Vita?). Per me è stato quasi naturale amare la catechista che mi ha accompagnato per dieci anni nei villaggi della foresta. Era la mia confidente, l’unica con la quale potevo dire tutto, amica, sorella. E il passo per viverla come sposa e madre è stato breve (dopo dieci anni!). Il punto critico della rottura è avvenuto quando mi sono reso conto che, stando nell’istituzione, mi sarei inaridito, sarei morto di depressione, per mancanza di ossigeno al cuore. Per alcuni anni abbiamo vissuto la nostra relazione da clandestini. Per non scandalizzare, per non “tradire la missione”, ecc. La goccia che ha fatto traboccare il vaso: l’arrivo di un figlio. Allora sono entrato in crisi: non potevo tollerare (essendo stato per dieci anni alla scuola di don Zeno, che ha accolto, come padre, 4.000 abbandonati) che mi si proponesse di mettere al mondo un abbandonato in più! E i miei capi mi lusingavano con promozioni e adescamenti: “Ci pensiamo noi a mantenere la madre e il figlio… [come se fossero dei vegetali da alimentare e basta!] Tu vai da un’altra parte… La tua missione è troppo importante!”. Non si rendevano conto che “l’altra parte”, per me, era la morte dentro. E, con me, avrei ucciso mio figlio, uccidendo in lui paternità e figliolanza. Come si può distruggere un “fatto di Dio” in nome di una norma canonica, anteporre al Dio della Vita il dio della morte? Chiedilo alle amanti dei preti costrette ad abortire… in nome della loro vocazione, cioè di dio stesso! La paura del tradimento, del sacrilegio fa fare pazzie! Come quella di non amare…

 

6-                      Lui ti dice (viva la sincerità, finalmente!): “Non credevo che una donna potesse mai amarmi così, non credevo che tutto ciò neanche esistesse”. Io tradurrei, esplicitando ciò che l’istituzione ha obliterato con i suoi meccanismi: “Non credevo che Dio mi potesse amare così attraverso una donna ecc.”. E’ quello che ho provato quando ho fatto l’amore per la prima volta. Mi chiedevo: “Come fa un essere umano a fidarsi così, a consegnarsi, aprirsi per fare entrare un uomo, che è sempre un potenziale vigliacco, traditore, ecc. ecc.?”. Non mi capacitavo che la donna fosse capace di tanto infinito amore! Fino a darsi per la gioia dell’altro, per pienizzare la sua passione per la Vita. Soffrire per amare, amare per soffrire? Che mistero è mai questo? Mettersi nelle mani di uno che può fare di te quello che vuoi…! Come si fa ad arrivare a tanto? Che cosa c’è nel cuore di una donna? Oggi esplicito questi pensieri, allora li vivevo. Intensamente, immensamente. Il figlio nasce prima dall’amore che dall’ovulo+seme? O forse il figlio è il volto concreto di quell’amore?

 

7-                      Quando è nato Luiz Alberto (1992) ho accettato di tornare in Italia. E mi sono messo nella tomba di un convento per sei mesi (con un rimorso… terribile) per dimostrare loro che non morivo senza il sesso. Mi sono reso conto che non serviva a niente: “A loro non è dato di capire il mistero della Vita”. Troppo semplice, meglio complicarlo! Si sono fatti eunuchi, non per il Regno ma per l’istituzione. Ci mandano allo sbaraglio senza equipaggiamento adeguato, senza manuale d’istruzioni. Non è temerarietà, non è un tentare Dio e l’uomo insieme, che è ancora peggio, perché Dio sa difendersi, l’uomo no?

 

8-                      Forse in “lui” c’è ancora troppa idealità, crede ancora che “questa” Chiesa possa salvare il mondo! Ci pensa Dio, è il suo solo mestiere. Noi abbiamo bisogno di purificarci, di scrollarci di dosso tradizioni inumane, luoghi comuni indegni. Abbiamo bisogno di scoprire l’amore vero che è sempre oltre la linea dell’orizzonte, al di là della storia dell’uomo. Ed io credo che questo non sarà possibile senza la donna, con la sua cittadinanza piena nel cuore dell’uomo e della Chiesa. Non abbiamo ancora scoperto “chi è”, perché i media la contrabbandano, la mercificano, la corrompono. Non sono un puritano. Gli impoveriti m’hanno insegnato a fare il bagno nudo nel fiume, tra loro; gli indios non hanno paura della nudità. Sono stato tra gli Yanomami (Venezuela) e mi sono apparsi come “angeli della foresta”. Le donne, senza veli, così se stesse, vive, reali, senza pruriti, senza provocazioni… (Un giorno ti racconterò che la prima donna, che ha fatto irruzione nella mia vita è stata una sedicenne: drogata, prostituta, tre tentati suicidi sotto i miei occhi per l’incubo di non essere amata, accettata! La prima che, ubriaca fradicia, m’ha baciato… e io rimanevo senza fiato, muto, nudo come un verme delle mie teologie, dottrine, verità assolute, che non sapevano balbettare una sola parola ad una ragazza affamata d’amore. Mi guardavo dentro, frugavo, ma non la trovavo. E lei, una bambina-prostituta, m’ha fatto vedere che l’amore non pone mai delle condizioni, non dice mai “Basta, non ce la faccio più!”; è senza se e senza ma… Lei m’ha insegnato ad amare, m’ha trasmesso l’amore per la castità del cuore).

 

9-                      E “lui”, prigioniero di se stesso e dell’istituzione, continua a sussurrare: “Ecco la mia difficoltà, sei nel mio cuore”. Viene da dire: Ecco l’uomo. Ecco che affiora a se stesso, sta per afferrare il salvagente che Stefania gli lancia (=se stessa). Invece, chiude il portone del convento e del cuore. Lungi da me il giudicarlo, tanto meno condannarlo. Siamo tutti vittime di altre vittime? Ma se la Chiesa continua a produrre funzionari incapaci di amare non è ora di farsi sentire, di fare qualche cosa di diverso per rompere questo regime di sudditanza e di omertà? (Non generalizzo. Ci sono dei preti eroici. Ma attenzione! Certo eroismo non strumentalizza gli emarginati, usandoli per fare del bene, per sentirsi buoni, per guadagnare meriti, ecc.?). Come aiutarlo a far cadere le squame dagli occhi del cuore? Altro che difficoltà, sei tu la sua salvezza! Se Dio non s’offende mi verrebbe da dire a lui: “E’ Dio, che te la inviata per salvarti da te stesso, dal tuo comodo egocentrismo, per uscire dalla prigione di te… Perché tu (lo dico per esperienza personale, il che è tutto dire!) smetta di pretendere di salvare quel mondo, che solo Lui è in grado di salvare. Perché tu smetta di crederti indispensabile, eroe, astrattamente puro, castrato nei tuoi sentimenti più umani…”. Mi sembra che Dio (perdonami, Dio!) sussurri tra le sue pie devozioni: “Cosa credi, che la sessualità l’abbia inventata il diavolo? Credi che papa e vescovi siano nati dall’amplesso degli angeli? Credi che bellezza, tenerezza, paternità e figliolanza, siano realtà tanto banali da poter farne a meno? T’hanno convinto d’essere autonomo, autosufficiente, di bastare a te stesso? Non vedi? I sentimenti che provi verso Stefania dicono esattamente il contrario. E’ il diavolo che te li fa provare o la Vita che, finalmente, vuol vivere in te e con te?”.

 

10-                   E, per non essere astratto, come vorrei ascoltarlo, confrontarmi! Non per convincerlo (solo l’amore può farlo, quando lo scoprirà) ma per condividere il cammino, per parlargli dei sentieri e piste che ho visto e percorso. Non è possibile vivere per negarsi all’amore. Non sarebbe tradire la VITA? Fausto