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Cara Ausilia e amici tutti,
tornata al lavoro proprio oggi. A luglio, come avevo anticipato ad Ausilia, sono andata in missione in Amazzonia. Ho risposto ad una chiamata forte, molto forte. E' stata una esperienza straordinaria;
ho visto le
cose più belle e più brutte della mia vita. E' stato tutto talmente diverso da
come mi sarei aspettata! Le difficoltà non erano quelle che credevo, ma devo dire che abbiamo affrontato ogni sorta di contrattempi
e cambiamenti di programma. Prima di tutto un clima decisamente
inospitale, noi europei abbiamo delle difficoltà di adattamento terribili. Un
tasso di umidità che rende l'aria irrespirabile e
tutto va a rilento, anche il pensiero.
Alla
fine questo è un bene. Laggiù non serve pensare, serve esserci. Capire questo è
stata la fatica più grande. Noi, così strutturati a fare questo o quello a tale ora e in tale
modo; niente vale più quando ti trovi di fronte a persone che vivono disagi continui.
Dimenticare se stessi, le
proprie abitudini e abbandonare il proprio modo di pensare. Poi ho
riflettuto....: è questo l'amore. Ringrazio quindi il
Signore anche per tutte le difficoltà logistiche che ho
dovuto affrontare già prima della partenza e di tutte quelle che ho incontrato
in Brasile. Le difficoltà di un gruppo di persone sconosciute che si sono
trovate insieme, diciamo per caso, lontane da casa,
non tutte animate dagli stessi propositi, che hanno stentato ad affiatarsi. Il primo gruppo che partiva senza un religioso accompagnatore, che
doveva cercare gli spazi per la preghiera comune e personale, senza una guida.
L'allenamento alla pazienza fra noi e quindi con gli altri. La dignità dei
lebbrosi, la fierezza e l'allegria di un popolo segnato da miseria, malattie,
prostituzione e violenza che si sveglia cantando e ballando; che abita in
baracche di legno inondate dal fiume due volte l'anno, che chiede solamente "quando torni?"
Insomma, carica di questo bagaglio che non basterebbero mille pagine per descriverlo (anche perché non ancora sufficientemente digerito e meditato), vi scrivo aggiornandovi sulla mia situazione sentimentale. Insomma per chiedervi il consueto sostegno.
La
persona che ho nel cuore, famigerato (ormai), ha vissuto a
mio parere molto male questa mia partenza, senza ammetterlo, chiaramente.
Prima
di partire ha voluto vedermi per salutarmi, prima sì, poi no, poi "non
me la sento di vederti per i saluti, mi trovo in difficoltà". Poi "perdonami",
poi "vieni da me", poi, "grazie di essere venuta a
salutarmi, grazie per la tua tenacia". Lo ha manifestato dopo la
partenza con il consueto silenzio. Non una riga, non un chiedersi se fossi viva
o morta, tanto che dopo un mese e mezzo gli ho scritto un
sms piuttosto deciso per farglielo notare.Cinque
giorni di riflessione sul mio messaggio e una risposta fiume con la preghiera
di essere perdonato, sembrava sincero.
Ho
approfittato qualche giorno dopo per fargli una sorpresa. Mi sono presentata lì
per salutarlo. Era il 22 agosto, circa una settimana fa. La solita gioia e
sorpresa negli occhi. Per la prima volta mi sono presentata senza trucco,
direttamente dalla spiaggia, con il sale e la sabbia addosso, i capelli
arruffati. Da come mi ha guardato aprendo il portone
mi sono sentita bellissima, la più bella. Me l'ha detto. Racconti di viaggio,
abbracci, il continuo contatto delle mani come ad aver paura che gli sfuggissi, poi si è rotto l'argine... Improvvisamente,
inaspettatamente......."Per quattro anni ti ho raccontato solo delle cazzate, non ho mai trovato il coraggio di dirtelo, ma non
ce la faccio più... Tutti i miei silenzi, il mio sparire era per la paura di
dirti la verità. Sei entrata nella mia vita e l'hai sconvolta. Non credevo che
una donna potesse mai amarmi così, non credevo che tutto ciò neanche esistesse.
Ecco la mia difficoltà, sei nel mio cuore. Se non
portassi questo abito ti sposerei subito, vorrei
dividere tutta la mia vita con te".
Tremando,
ma guardandomi dritta negli occhi: "Capisci come ti guardo? Capisci
perché
la mia difficoltà? Capisci perché ho difficoltà a celebrare e vivo male? Ho
fatto una scelta 17 anni fa, quella di servire il Signore. E
voglio farlo, ma con te non mi riesce”. Io: "vuoi
rinunciare a me? Ci riesci?" Lui: "penso
di si". Io: "vuoi dirmi che sapresti
trovare l'interruttore per spegnere l'amore?" Lui: "ci vuole
solo tanta forza di volontà". Poi mi ha stretto a sé dicendo: "ti rendi conto di quanto sarebbe bello stare insieme, fare
l'amore, ma io non posso neanche pensarci....".
Tremava.
Non avevamo granché altro da aggiungere, anche se io avrei detto altri milioni
di cose, lo avrei stritolato di abbracci per non
lasciarlo andare mai più. Sono uscita dal portone,
chiudendolo dietro di me e lasciando lui immobile. Ho aspettato 4 anni per
sentirmi finalmente dire ciò che sognavo, ciò che in realtà già sapevo. Ora l'argine si è rotto... si può
ritirarlo su? Come si vive così? Avrei mille altre considerazioni da aggiungere
e lo farò magari rispondendo a voi. Grazie, intanto. Stefania
Cara Stefania,
Ti
scrivo queste poche righe, ma non essendo io molto serena, non credo di versare
balsamo sulle tue ferite! Ne ho sentite troppe, a cominciare dalla mia, di
storie come queste di amori impossibili, di donne che
fanno la spola aspettando un accenno da un uomo che suo malgrado non è capace
di amare una donna, vuoi perché è stato educato così, vuoi perché è cresciuto
in un ambiente dove la misoginìa è la prassi, vuoi perché non è mai maturato
umanamente, ma solo artificialmente, nell'apparenza, nei comportamenti artefatti
e nella convinzione di venire da un altro pianeta per insegnare a noi poveri
umani, laici e infedeli, come si vive da cristiani, anzi, da kattolici!
Se tu
te la senti ancora dopo 4 anni di tirare la carretta, fa pure, ma credo arrivi
un momento dove bisogna fare una scelta! "Il vostro dire sia sì - sì , no - no...; il di più viene dal maligno!" E questo
vale per tutti. Ad un certo punto i giochi si sospendono, perché c'è dimezzo
una persona, tu, in
questo caso, che ha diritto ad una presenza matura umanamente e affettivamente
e non alle altalene. Quelle lasciamole ai bambini!
Hai sperimentato direttamente cos'è la vita di missione, cos'è la povertà e le relazioni sociali concrete. Questo dovrebbe permetterti di soppesare le azioni di un individuo che non riesce a relazionare neppure con se stesso, visto che ha scelto la strada di servire il Signore, chiudendo in cantina la sua umanità. Ma il mio è solo un parere, e solo tu sai se ancora ne vale la pena, e che, in ultima analisi, deve decidere il da farsi.
Io, osservando dall'esterno e conoscendo il copione, posso solo che starti vicino a darti il mio affetto e la mia amicizia, ma il tirare le somme spetta a te!
Perdonami se ti sono sembrata asciutta nel mio modo di esprimermi. Ma la durezza deriva dalla mia sincera preoccupazione per tante che sono nella tua situazione e non riescono a venirne fuori. Come recita una canzone recente: "Uno su 1000 ce la fa!...". Ma quante soccombono!
Ti abbraccio, Joelle
Grazie del tuo abbraccio.
Non so cosa sia giusto fare, se ho la forza, dopo 4 anni, di sperare ancora.
Poi sperare in cosa? Che lasci?
Veramente non ho
mai pensato a questa eventualità. E,
francamente, non è un mio desiderio.
Nell'ordine dei Cappuccini (dove si trova) hanno
di lui una pessima opinione, perché è di fatto
praticamente incapace di gestire anche situazioni ministeriali.
Provo a
spiegarti. Si è fatto frate molto tardi, considera che
ha 47 anni e sono solo 5 che è sacerdote. E' una persona piuttosto chiusa, non
ha amici, vive gran parte delle sue giornate rinchiuso
nella sua stanza. Ha paura di parlare in pubblico, tanto da arrossire e sudare
smodatamente. Ha un difetto fisico.
Ma credo fermamente che non si sia mai sentito completamente accettato ed amato
da nessuno; ha pensato che una scelta del genere potesse farlo sentire qualcuno
e in parte c'è riuscito, almeno rispetto alla sua famiglia di
origine. Ora il suo abito gli consente di essere considerato.
Ora che ci sono io (o forse dovrei dire "sono stata"?) ha scoperto
che esiste l'amore che non guarda l'esteriorità, né l'abito e questo non lo
aveva previsto.
Vive di giudizio,
si giudica e giudica. Pensa, quindi, ovviamente, che
siano tutti pronti lì a giudicarlo non appena esce dal "seminato". E questo non lo sopporta.
Non sembra avere
una vera e propria vocazione; quando gli sono stati affidati incarichi, li ha
disattesi e gli sono stati tolti. E' uno qualunque e gli pesa moltissimo, ma si illude che il solo fatto di portare l'abito lo innalzi
comunque rispetto alla nullità che sente di essere.
Dice di avere
molti amici, figli spirituali, quando tutti sanno che non è vero. Per poi
ammettere (solo con me) che il suo telefono non squilla praticamente
mai e che non c'è la fila per parlare con lui.
Unica soluzione: nascondersi.
Un frate nostro
amico comune mi sta suggerendo di insistere affinché per lo meno capisca che
deve seriamente fermarsi a riflettere sulla sua condizione.
Non so se sarà
mai in grado di farlo. Non volevo tediarti, anch'io non sono
serena. Penso a quanta felicità c'è oltre la porta, appena a pochi passi da noi
e l'idea che non sia disposto ad aprirla con me mi fa molto male. Stefania
Certo la situazione non è
facile, ma è anche vero che tu hai diritto ad un amore AUTENTICO, non nel senso
che lui a te non ci tenga, ma nel senso che avresti diritto a qualcosa di
concreto!
Lui ha davvero molti problemi, grossi problemi, ma il
poterli risolvere prevede che uno sia disposto a farsi aiutare, cosa che non
credo sia il suo caso! Se tu credi di poter continuare
così, magari per essergli d'aiuto, è e deve essere una TUA scelta... La domanda
nasce spontanea. Ma il frate vostro amico, sa
dell'affetto che caratterizza la vostra relazione? Ti abraccio forte, Joelle
Certo che lo
sa. Anche lui, come gli altri, si interroga sul perché abbia fatto questa scelta anni fa.
Loro hanno studiato insieme e sono stati ordinati diaconi insieme. Il mio amico
pensa che io sia l'unica certezza che lui abbia mai avuto e per questo mi tema
fortemente, tanto da combattermi, perché non gli diventi indispensabile. Grazie
ancora, Stefania
Carissima Stefania,
il messaggio che tu ci mandi contiene due pagine ben distinte,la
prima sul Brasile,la seconda sulla tua situazione sentimentale.
La prima contiene
un'esperienza che ti fa onore,di quelle che danno
senso alla vita,che ci fanno toccare con mano la sofferenza altrui e magari
ridimensionare come piccoli i nostri problemi.
La voce che sentirai
dentro per qualche tempo 'Quando torni ?' sarà come un
motivo musicale capace di richiamarti volti,sguardi,parole,situazioni tutte
dirette verso di te,imploranti e benedicenti.
La seconda pagina è
per aggiornarci sulla tua situazione sentimentale e per chiederci il consueto
sostegno.
Questo te lo
garantiamo, come sempre,e non senza aver prima
rilevato che hai scritto una pagina di letteratura,abile nel sottolineare i
risvolti e le sfumature delle tue e sue emozioni,esperta nel trovare
le parole adatte per esprimere il tutto.
Ti siamo vicini,ti diamo il nostro sostegno,non vogliamo darti consigli
perchè sei una di noi,perchè sei addentro a queste situazioni,perchè se
hai voglia di saper qualcosa in proposito puoi andare a rivedere i molti casi
riportati dal nostro sito. Insomma non hai bisogno dei nostri consigli quanto
del nostro sostegno e noi siamo qui per questo.
Tanti saluti,tante cose belle
Giuseppe Zanon
Carissima, scusami se questa volta,
anziché parlarti con tono amichevole, tento di fare un’analisi di carattere generale
a partire dal tuo caso. Mi spinge a ciò la volontà di essere
utile, non solo a te, ma anche ad altre che vivono, con poche varianti, la tua
esperienza.
La prima cosa che risalta dal tuo
scritto è l’amore, davvero grande e di lungo percorso. Se il nostro sito si interessasse all’amore soltanto, potremmo dire di aver
raggiunto lo scopo di avvicinarci a tante persone da poter ricavare una
raccolta interessante di casi.
Invece il nostro scambio di corrispondenza riguarda anche qualche
interrogativo che si nasconde dietro le confidenze. Tu ti chiedi: «questo amore ha qualche chance? E,
se ce l’ha, fino a che punto posso sperare di avere quest’uomo tutto per me? Ma faccio
bene a volerlo, o lui potrebbe pentirsene?». Si tratta di domande semplici e complesse nello
stesso tempo; è il caso di farcele esplicitamente, noi e voi, per andare un po’
più in là degli sfoghi del cuore.
* * * * * * *
C’è un grosso nodo in cui si incrociano
problemi seri, alcuni tanto seri da toccare questioni più grandi di noi.
Il significato del celibato ecclesiastico non è
fattore di cui sbarazzarsi a cuor leggero; tocca, tra l’altro, elementi-cardine
della convivenza umana, che funzionano come freno all’appiattimento dei valori,
proprio dell’edonismo dilagante nelle società del benessere del
nostro occidente. I «don Matteo» televisivi incontrano le attese nascoste di molti
che vogliono dei parafulmini, dei numi tutelari, degli esseri taumaturgici;
potremmo parlare, dal punto di vista antropologico, del fattore «tabù», del bisogno di vittime
sacrificali su cui scaricare i pesi della coscienza individuale e collettiva.
Altrimenti come spiegare il fascino del sacro, che persiste tutt’oggi nella mentalità
perfino di atei e miscredenti? Un esempio eclatante: la
risonanza di carattere mondiale che ha suscitato la morte di Giovanni Paolo II.
L’umanità non è ancora emancipata da poter fare a meno di persone carismatiche
in grado di assumersi l’onere di colpe inconfessate, dalle quali nessuno può
dirsi esente.
Quel che qui si vuol dire è che non è matura come
vorremmo la benedetta opinione pubblica, ben lontana dal programma
illuministico della libertà di coscienza e dell’emancipazione sociale.
* * * * * * *
Detto ciò, siamo convinti/e che per farsi sentire dalle
autorità ecclesiali non basta ripetere ad iosa che si vuole un cambiamento del
canone che lega il presbiterio al celibato; non basta mettere
a nudo il marcio che c’è nella chiesa ufficiale; non bastano i richiami
utopici al Vangelo. Bisogna agire su tanti versanti, non ultimo quello sociale,
se non vogliamo limitarci ad ottenere la benevola indulgenza verso le debolezze
umane da parte di coloro che, subito dopo un po’ di comprensione pietosa, sono
pronti ad inchinarsi riverenti di fronte a monsignori e ad eccellenze.
Non ce la faremo mai con la proclamazione di “QUEL CHE CI VORREBBE”, di “QUEL CHE
Il più grosso pericolo in cui incorriamo
è di restare confusi nella mischia tra i fautori di un pluralismo amorfo, di un
permissivismo camuffato di accettazione convulsa del NUOVO, di un relativismo
morale che vede crollare, volta per volta, valori sbrigativamente tacciati come
pseudo-valori, eccetera.
* * * * * * *
Di quali capisaldi dovremmo farci custodi e
testimoni di fronte alla chiesa che esercita per millenni il monopolio della
verità?
Potremmo rispondere senza timore di sbagliare
citando, esemplarmente, il vescovo Antonino Bello. Ci guarderemmo bene dal
citare alcune personalità di rilievo tra i contestatari, attorno a cui girano
gruppi di base del tutto svincolati da “assistenze” ecclesiali, i quali
impiegano un 50% di energie spirituali a stigmatizzare
i comportamenti clericali, un 40% a celebrare i propri Ideali, un 10% a
“rappresentare” un’altra chiesa meritevole di rimpiazzare la vecchia decadente.
Con ciò non vogliamo criticare i critici, di cui
condividiamo non poche idee (ma dispiace che le loro
posizioni siano altrettanto rigide quanto quelle della chiesa ufficiale).
Nostro intento principale è utilizzare i motivi di
sofferenza dovuti al legame celibatario
in progetto di liberazione per sé e per gli altri. E per non fraintenderci e
non essere fraintesi, vogliamo che emergano da ogni ‘caso umano’ possibilità nuove,
soprattutto quella di mettere al centro del ministero presbiterale il SERVIZIO:
REALE, CONCRETISSIMO, che implichi la rinuncia ai privilegi. Possibilità che si
fa proposta alla chiesa attraverso la testimonianza di vita del prete sposato,
uscito dalle sicurezze del ruolo, e che non sogna di riprendersele dopo avere
strappato ad un canone la sua assolutezza.
* * * * * * *
Due avvertimenti:
a) Ricordiamoci dell’insegnamento che proviene
dalla storia: ogni rivoluzione sfocia nel suo opposto se non si ha chiaro, tra
gli obiettivi da raggiungere, il modo con cui rimpiazzare il perduto. La natura
odia il vuoto: se si toglie qualcosa, deve subentrare qualcos’altro. Che cosa proponiamo?
b) Non basta proclamare “il diritto assoluto
all’amore”. Altrimenti dovremmo dar ragione alla moltiplicazione dei
matrimoni, e perfino ad amori aberranti. Non è valida, come moneta suonante per
acquistare un po’ di felicità, l’affermazione: “tutto è permesso se
si agisce secondo natura”. Ma di quale natura parliamo???
* * * * * * *
Veniamo al dunque.
Quando noi che lavoriamo attorno al sito “donne-contro-il-silenzio” incontriamo nella corrispondenza
la donna che si innamora di un prete perché ne è
conquistata o perché si fa conquistare, non partiamo da principi; non pensiamo
che al suo bene, sapendo di trovarci di fronte alle incertezze del cosiddetto
amore difficile, causa di sofferenze enormi. La nostra prima e talvolta unica
preoccupazione è starle vicino col cuore, sinceramente, condividerne le sofferenze.
Ma quando la confidente avanza
delle ipotesi, esprime giudizi, espone delle perplessità, entra nel
gioco di un progetto più vasto come quello esposto; e allora si può procedere
assieme verso obiettivi che non risolvono il caso singolo, ma lo inseriscono in
un progetto di liberazione più vasto.
Non abbiamo intransigenze di sorta, ma un nostro
metodo: dire la verità, senza supponenza e senza vittimismi,;
con quella franchezza nutrita di fede, che in linguaggio teologico si chiama parresia.
* * * * * * *
Perché ho detto tutto questo? Perché tu, Stefania, lasci trasparire dalle tue parole una sottile venatura di incertezza, quando ti chiedi cosa vuoi da te stessa: “Che lui lasci? Veramente non ho mai pensato a questa eventualità. E, francamente, non è un mio desiderio”.
Qui ti deluderò, lasciandoti con i tuoi dubbi. Ti dico solo, con la franchezza di cui sopra, che non si può desiderare che l’uomo amato perseveri nel suo stato di vita e che nel medesimo tempo ne viva un’altra, necessariamente clandestina. Questa è ipocrisia bella e buona.
Se vorrai approfondire, ne parleremo ancora. Per ora
concedimi di chiudere. Sappi che siamo a tua disposizione, con tanto, tanto
affetto, Ausilia
Carissima Stefania;
Sono un prete sposato. Non voglio dire ad una col cuore a pezzi delle “chiacchiere”. Sarebbe offensivo. Tento di condividere quello che ho vissuto, mettendo in evidenza le difficoltà della controparte, perché credo siano le stesse che ho affrontato io.
Premetto: sono nato in seminario, avevo 11 anni. Prete a 28, buttato allo sbaraglio, disorientato, ho incontrato uno che mi ha dato le dritte: don Zeno. A 40anni sono andato nel nordest del Brasile e ci sono stato per 18 anni. Ti allego la storia della mia mini-vicenda.
Quali sono le difficoltà di fondo non per “lasciare”, come si suol dire, ma per “prendere” al volo un’opportunità come “Stefania”?
Vedi, oltretutto, io ero diventato scrittore e conferenziere. Dal ’87 venivo in Italia tutti gli anni e andavo in aereo dall’alpi alle piramidi a “testimoniare”, che gli evangelizzatori, oggi, sono i popoli impoveriti, perché sono loro che (volenti o nolenti) vivono le beatitudini. Anzi, sono le beatitudini incarnate. Avevo una cerchia di tifosi, un pubblico di aficionados tale, per cui, pur amando una donna, non riuscivo a fare il salto. “Cosa diranno? Scandalizzo i miei clienti, tradisco il messaggio che gli ho trasmesso? Dove va a finire la coerenza?”. Non ti dico quanto ci ho sofferto, le notti insonni, paure, dubbi atroci, rimorsi, incubi. Mi svegliavo di soprassalto. Una voce urlava: “Voglio vivere, voglio vivere!”. Mi guardavo attorno, nessuno. “Allora ero stato io a gridare!?”. Tieni presente che un prete, soprattutto se entra in seminario da ragazzino, si sente come nato sul pulpito. E’ così forte, così alto l’ideale della dedizione, spendersi per gli altri, da farti credere non ci sia niente altro, che possa riempirti la vita. C’è del vero in questo. Per me, per esempio, oggi, la più grossa sofferenza non è tanto confezionare sacramenti quanto non poter comunicare agli altri quello che ho dentro. E’ la revanche del mio subconscio, che rivendica il mio essermi votato agli altri? Ecco, bisognerebbe trovare insieme, come coppia, un ideale per cui spendersi: aggregarsi ad una ONG? La missione? Un ideale civile come Emergency, Medici senza frontiere, Greenpeace? (In Brasile, poi, i semplici, i contadini non ci fanno caso al prete-con-donna, anzi lo ritengono la cosa più naturale. Io sono stato un anno, con la famiglia, ospite nella casa di un Vescovo, accolto a braccia e cuore aperti!).
E poi ci sono altri condizionamenti minori (minori secondo i casi). Tu non puoi immaginare quanto sia condizionante il deterrente (“traditore”, “fedifrago”, “fallito”) usato e diffuso dall’istituzione come una intimidazione, che, lungo gli anni della “formazione”, viene istillato nei seminaristi al punto tale da diventare una seconda natura, il modo stesso di essere e di pensare. Esemplifico.
1- La concezione del prete come un essere sospeso tra cielo e terra, intermediario, rappresentante di Dio stesso! Per cui, ti fai l’idea di non essere più “solo un uomo” ma un “super-uomo”, quasi un angelo. Che la tua missione è unica, straordinaria, che per essa vale la pena di smaterializzarsi, di sacrificare tutto, anche il corpo, la volontà, i parenti, ecc. ecc. Io sarei andato nel fuoco…
2- Da qui discende la convinzione che un tale privilegio esige un sacrificio. Il sacrificio (mortificazione=dal latino mortem facere, dare la morte!) è la prova della tua dedizione, il metro del tuo impegno e della tua volontà di “darti”, spenderti per gli altri. Si arrivava a dire, un po’ blasfemamente, “farsi mangiare dagli altri” (per i bambini delle favelas vuol dire fare sesso). L’ideale del sacrificio, della espiazione è legato alla teologia del peccato originale, per cui siamo tenuti a riparare, rabberciare qualcosa che è sfuggito di mano al creatore (peccato originale, causa di sofferenza, lavoro con pena, morte. Teorie inventate e imposte da Agostino in sù, ecc.). Io ci godevo a soffrire per Cristo! Altro che masochismo giustificato in nome di Dio, per Dio!
3- Questo, e molto altro, è funzionale alla demonizzazione della donna, della corporeità, della sessualità. Non puoi misurare quanto sia deleteria un’educazione misogina. L’assenza femminile crea delle voragini tali, nel mondo interiore, nella coscienza, per cui nascono dei complessi da psicanalisi! E se fosse solo la “mancanza di qualche cosa” sarebbe meno peggio. Il brutto è che si supplisce con la mitizzazione dell’eterno femminino, con la donna smaterializzata, la vergine-madre, che, di riflesso, ti porta a non prendere più in considerazione né il tuo corpo, né i tuoi sentimenti. E neppure quello degli altri (da qui la smaterializzazione del missionario inviato a “salvare le anime”! I corpi? Per i preti non esistono, vadano pure alla malora!). Un processo di smaterializzazione tale, per cui tu non ti ritrovi più. Semplicemente non ci sei. Conformismo, talare, simbolismo, regole di portamento e comportamento clericale completano l’opera e hai in mano il manichino del prete ufficiale. Tutti uguali, tutti stampati. Tu ricopri un ruolo, quindi deve sparire la tua identità. Specie quella ti tipo maschile (la tonaca copre tutto, ti condiziona e ti ricorda in ogni momento la morte a te stesso. Il color nero è scelto di proposito). In nome e per amor di Dio, un giovane è capace di questo e molto altro. E’ mai possibile ridurre la donna, il capolavoro di Dio (ha chiesto ad una donna non ad un uomo una manciata di cellule per nascere) a una tentazione, occasione di peccato? La tecnica è sempre la stessa: quando una cosa crea difficoltà, è a doppio taglio, si preferisce metterla tra parentesi, cancellarla, fingere che non esista. La materia è pericolosa? Cancelliamola, mettiamola “fuori uso”. Scriviamoci sopra “pericolo di morte”! Se siamo costretti ad usarla, che sia il meno possibile, a malincuore, ad occhi chiusi e al buio. Ecco perché la storia della cristianità è piena di buchi neri. Quali verbi nuovi hanno espresso o cristiani riguardo alla corporeità, matrimonio, famiglia, figli, giustizia sociale (=il pane da condividere), politica? C’è voluto un Concilio per dire che “il temporale” (=realtà terrestri) spetta all’esercizio del sacerdozio laicale, che i laici ne sono i veri competenti! Eppure i chierici asessuati continuano a dettar legge nella camera da letto dei coniugi… E dicono che è un sacramento, di cui solo loro, i coniugi, sono materia (che espressione orribile! Non siamo spiriti incarnati?) e ministri.
4- Se ti raccontassi come mi hanno ridotto! In due parole: m’hanno ibernato il cuore. M’hanno ridotto a testa, raziocinio. Sterilizzati i sentimenti, scomunicate le pulsioni. E’ ancora umana una persona conciata così? Sui 15 anni ero incaricato di raccogliere carta da macero per le missioni. Ed io perdevo delle ore in una stanza riservata dove mi intrattenevo sui rotocalchi per recuperare, in immagine, la donna-sorella-madre-sposa. Mi bastava viverla sulla carta. Inconsciamente mi riprendevo ciò, di cui ero stato defraudato?
5-
Come ho fatto,
dirai, a liberarmi da tutto questo ed altro ancora? Ci ha pensato la vita. Ho
ingoiato tanta morte ingiusta e prematura, che, per reazione uguale e
contraria, questo fenomeno ha fatto esplodere in me la voglia di VIVERE. Sono
saltati tutti i condizionamenti, remore, paure, incubi, alibi. La molla della
vita è scoppiata in me quasi a mia insaputa. Avevo quarantacinque anni, quando
la crisi della paternità m’ha preso a tradimento.
Molto più che la necessità di uno sfogo sessuale. E’ la passione per la vita, che
irrompe in te e non si ferma più fino a quando non
l’hai soddisfatta, realizzata. I funzionari della fede credono si tratti
di “meccanismi genitali impazziti” e non prendono in considerazione la densità
e lo spessore delle pulsioni umane. L’uomo ha bisogno di realizzarsi anche come essere sessuato; sente il bisogno di perpetuarsi come
specie; avverte di essere un “incompiuto” senza la sua metà. E tutte queste
cose non gliele ha iniettate il diavolo ma
6-
Lui ti dice
(viva la sincerità, finalmente!): “Non credevo che una donna potesse mai amarmi
così, non credevo che tutto ciò neanche esistesse”. Io tradurrei, esplicitando
ciò che l’istituzione ha obliterato con i suoi
meccanismi: “Non credevo che Dio mi potesse amare così attraverso una donna
ecc.”. E’ quello che ho provato quando ho fatto l’amore per la prima volta. Mi
chiedevo: “Come fa un essere umano a fidarsi così, a consegnarsi, aprirsi per
fare entrare un uomo, che è sempre un potenziale vigliacco, traditore, ecc. ecc.?”. Non mi capacitavo che la donna fosse
capace di tanto infinito amore! Fino a darsi per la gioia
dell’altro, per pienizzare la sua passione per
7- Quando è nato Luiz Alberto (1992) ho accettato di tornare in Italia. E mi sono messo nella tomba di un convento per sei mesi (con un rimorso… terribile) per dimostrare loro che non morivo senza il sesso. Mi sono reso conto che non serviva a niente: “A loro non è dato di capire il mistero della Vita”. Troppo semplice, meglio complicarlo! Si sono fatti eunuchi, non per il Regno ma per l’istituzione. Ci mandano allo sbaraglio senza equipaggiamento adeguato, senza manuale d’istruzioni. Non è temerarietà, non è un tentare Dio e l’uomo insieme, che è ancora peggio, perché Dio sa difendersi, l’uomo no?
8- Forse in “lui” c’è ancora troppa idealità, crede ancora che “questa” Chiesa possa salvare il mondo! Ci pensa Dio, è il suo solo mestiere. Noi abbiamo bisogno di purificarci, di scrollarci di dosso tradizioni inumane, luoghi comuni indegni. Abbiamo bisogno di scoprire l’amore vero che è sempre oltre la linea dell’orizzonte, al di là della storia dell’uomo. Ed io credo che questo non sarà possibile senza la donna, con la sua cittadinanza piena nel cuore dell’uomo e della Chiesa. Non abbiamo ancora scoperto “chi è”, perché i media la contrabbandano, la mercificano, la corrompono. Non sono un puritano. Gli impoveriti m’hanno insegnato a fare il bagno nudo nel fiume, tra loro; gli indios non hanno paura della nudità. Sono stato tra gli Yanomami (Venezuela) e mi sono apparsi come “angeli della foresta”. Le donne, senza veli, così se stesse, vive, reali, senza pruriti, senza provocazioni… (Un giorno ti racconterò che la prima donna, che ha fatto irruzione nella mia vita è stata una sedicenne: drogata, prostituta, tre tentati suicidi sotto i miei occhi per l’incubo di non essere amata, accettata! La prima che, ubriaca fradicia, m’ha baciato… e io rimanevo senza fiato, muto, nudo come un verme delle mie teologie, dottrine, verità assolute, che non sapevano balbettare una sola parola ad una ragazza affamata d’amore. Mi guardavo dentro, frugavo, ma non la trovavo. E lei, una bambina-prostituta, m’ha fatto vedere che l’amore non pone mai delle condizioni, non dice mai “Basta, non ce la faccio più!”; è senza se e senza ma… Lei m’ha insegnato ad amare, m’ha trasmesso l’amore per la castità del cuore).
9-
E “lui”,
prigioniero di se stesso e dell’istituzione, continua a sussurrare: “Ecco la
mia difficoltà, sei nel mio cuore”. Viene da dire:
Ecco l’uomo. Ecco che affiora a se stesso, sta per afferrare il salvagente che
Stefania gli lancia (=se stessa). Invece, chiude il portone del convento
e del cuore. Lungi da me il giudicarlo, tanto meno
condannarlo. Siamo tutti vittime di altre
vittime? Ma se
10-
E, per
non essere astratto, come vorrei ascoltarlo, confrontarmi! Non
per convincerlo (solo l’amore può farlo, quando lo scoprirà) ma per condividere
il cammino, per parlargli dei sentieri e piste che ho visto e percorso.
Non è possibile vivere per negarsi all’amore. Non sarebbe tradire