(intervento di un free-lancer sul caso dei preti pedofili)
Giornalisti
di tutto il mondo a piazza San Pietro. Curiosità,
morbosità, diritto all’informazione. I cardinali americani a
colloquio con il papa per trattare di pedofilia
clericale. Spiegazione ufficiale: per dare
soddisfazione ai cattolici di lusso, feriti e indignati. Per i più
informati non è tutta buona volontà papale ma anche frutto del “timor degli
uomini”: gli avvocati delle vittime minacciano di citare in giudizio i vertici
vaticani, brandendo la spauracchio della colpevolezza
per un’“oggettiva” complicità nel coprire, minimizzare, ignorare le denunce. La
legge persegue sia il colpevole che i suoi “favoreggiatori”. I senatori della
Chiesa avranno il coraggio di chiedersi che cosa è mancato a quei preti per
ridursi a mendicare a bambini innocenti quanto avrebbero
potuto “usufruire” senza lacerazioni né tragedie? Paolo (con linguaggio
ellenistico) non raccomandava di sposarsi piuttosto che “ardere”?
Chi
sdrammatizza: si tratta
“solo” dell’1,5 per cento del clero americano (46.000 unità); chi
assicura drastiche misure selettive; chi appella alla “tolleranza zero”. Di
fronte all’ “11 settembre della Chiesa americana” si
parla di innominabile tradimento di Cristo. Ma l’unico
e solo “colpevole” è il prete pedofilo? Pedofili si nasce o si diventa? Se si diventa, che cosa vi ha contribuito? Non sarebbe stato
opportuno convocare in Vaticano gli “indegni”, per sentire la loro versione e
per offrire al mondo le loro scuse? Prendersela con gli effetti non elimina le
cause. Chi più e meglio di loro ci potrebbe dire che cosa ha fatto difetto
nella loro educazione psico-affettiva, a che cosa
attribuire i buchi neri della formazione? E cosa è
successo nei primi anni del ministero? Che cosa i
cristiani potrebbero e dovrebbero fare per dare al prete non solo offerte ma
anche sostegno umano? Il pretino non passa da una segregazione quasi totale ad
uno sbaraglio globale?
Le
perversioni d’ogni genere innalzano di parecchio il livello dell’1,5%.
Quanti sono i preti gay, alcolizzati, con l’amante, in cura dallo psichiatra?
E’ educativo coltivare dei giovani nella segregazione? Il bambino e la donna
sono presenze così insignificanti (considerate “pericolose” e, quindi,
“eliminate” tout court) per una formazione integrale? Se per 15-20 anni un
giovane è tagliato fuori dal suo habitat naturale, la
famiglia, è come una pianta coltivata in serra. Appena la si
espone è soggetta a tutte le intemperie. Se non si sporca mai le mani, non ha a
che fare con i suoi coetanei e coetanee, non ne sa
niente di problemi familiari, come può di punto in bianco maneggiare quel
“materiale” che ha conosciuto solo sui libri? E’ lecito, quindi, avanzare il
dubbio: può il seminario sostituire la famiglia? Solo una comunità di padri e
madri di famiglia sarebbe in grado di educare dei
giovani candidati al sacerdozio? Non è vano ricordare la saggezza delle
primitive comunità cristiane, le quali erano affidate a degli anziani sposati. Niente segregazione, niente occhiali neri, niente dicotomie.
Abbiamo forse cancellato la visione di Pietro: “Non chiamare immondo ciò che è
uscito dalle mani e dal cuore di Dio”? “Nulla è profano di ciò che entra
nell’uomo”. Neppure il sesso, neppure la donna, neppure il
bambino. Potrà
Se
un uomo passa dalla cassaforte del seminario a quella della canonica; se gli si impone una cintura di castità mentale con il terrore
della “bella virtù”, il castigo
dell’inferno e l’ossessione del peccato mortale, potrà venirne fuori un uomo
maturo, capace di condividere la sorte dei fratelli, che pur si dibattono con
la lussuria degli occhi, della carne, del mondo? L’ho chiesto a dei sacerdoti
psicologi. M’hanno assicurato che ai preti “in difficoltà”
(e “sono molti”) viene garantita la terapia psichiatrica. Un prete mi
raccontava, indignato, che il vescovo l’aveva mandato da un medico di fiducia,
il quale gli aveva ordinato delle pastiglie “speciali” per renderlo impotente…
Se
un ragazzo fa indigestione di quella spiritualità disincarnata, di cui sono
zeppi i “libri di lettura spirituale”, come si fa a farne un cristiano senza prima farne un uomo?
Un uomo “pieno”, non un mezzo uomo. Il candidato al
sacerdozio può essere condannato ad una specie di
anoressia del cuore? Dio ha fatto di tutto per farsi
uomo e noi facciamo di tutto per eliderlo, annullarlo. A furia di voler “fare”
il cristiano, abbiamo perso di vista l’uomo. Abbiamo preteso di fare il
cristiano alle spese dell’uomo. Se “raccogliamo” preti pedofili, stupratori di
suore, gay, alcolizzati, ecc. è evidente che non
abbiamo seminato ciò di cui aveva bisogno il loro cuore.
Che cosa
può fare un prete che sui 40-50 anni s’accorge di non essere in grado di
portare il “giogo” della castità? In giovane età ha resistito grazie a un regime di deterrenza, che
l’ha distolto dai “cattivi pensieri”. Ma quando gli echi del “tradimento della
vocazione” si smorzano ed incalzano le pulsioni dei comuni mortali, cosa gli resta da fare? Se il prete giovane decide di lasciare non può sposarsi in chiesa, non può insegnare religione,
deve allontanarsi dalla parrocchia, ecc. Diritti umani, valore supremo della
persona? Forse Cristo direbbe alla sua Chiesa che è stata lei a tradire
l’uomo-prete? Dove sono i preti che denunciano i loro superiori di violenza
psicologica, di intimidazione spirituale ed economica?
“Se non stai alle nostre regole ti tagliamo i
viveri…”. Allora uno che fa? Si arrangia. Uno se la fa con le suore, con
l’amante, oppure, oppure… (che tragedia!) con dei bambini.
Perché
non adunare in S. Pietro i preti che, per non asfissiare il cuore, si sono
sentiti costretti ad amare una donna? Quanti, per credere alla vita, si sono
lasciati da essa sedurre! Apprezzo troppo il celibato
volontario per vederlo svilito ad una imposizione con
i sacri stratagemmi dell’ascetica manichea. La parola
d’ordine per la tutela della bella virtù non è sempre stata la “fuga”? Può
essere mistificante dire che il celibato volontario non risolverebbe il
problema, perché la pedofilia è una piaga che tocca anche i padri di famiglia.
Cominciamo a togliere ai candidati al sacerdozio le anomalie educative;
facciamone degli uomini concreti, calati nella realtà, immersi nell’unico
ambiente formativo che Dio ha inventato, la famiglia. Non creiamo per loro
degli apartheid, delle segregazioni affettive e culturali.
La
pedofilia dei preti non è che un sintomo del male
sotterraneo, che circola nel mondo clericale. La gerarchia colpirà gli effetti,
ignorando le radici del male? Ricorrerà ad un giro di vite,
imporrà nuove pene canoniche, ignorando l’ovvio? Non si addomestica il
cuore, mettendolo in quarantena. Bisogna inventare qualcosa di meglio dei
seminari e delle canoniche. Il prete (come avveniva “all’inizio”) deve vivere
in una comunità di famiglie, in mezzo alla gente, con i problemi di tutti.
Isolarlo, esentarlo dal sporcarsi le mani con le “cose materiali”, è castrarlo,
farne un manichino, un funzionario del culto. Il regime del sacro è pur sempre un regime. L’uomo di chiesa che disprezza anche un solo cromosoma, un
atomo o una briciola di materia, come può educare l’uomo a diventare cristiano?
Se è
giusto prosciugare le casse delle diocesi per indennizzare le vittime di una
disfunzione clericale, si può sapere come saranno “indennizzati” i preti
plagiati dal seminario? Saranno, come sempre, “eliminati”? Come applicare la
giustizia per il loro mantenimento? Troveranno lavoro in una società che li
riceve con il marchio dell’espulsione dalla Chiesa?
I
cardinali, alla presenza del papa, continueranno a dibattere se sia da considerare caso di pedofilia anche l’amplesso di un
prete con una minorenne consenziente in preda all’alcool. Il casuismo la fa sempre da padrone nella capitale del
cattolicesimo e dintorni.
E le
piccole vittime? E’ sufficiente una manciata di
dollari per restituire loro l’innocenza violata proprio da chi avrebbe dovuto
tutelarla anche a prezzo della vita?
Forse
il papa potrebbe convocare le vittime, in piazza San
Pietro e chiedere loro perdono insieme ai cardinali?