
A proposito del caso del frate di Cosenza accusato di aver violentato una suora
martedì 25 luglio 2006
di Anna Petrungaro
In questi ultimi mesi Cosenza appare come una città attraversata da un diffuso stato confusionale. La vicenda di Padre Fedele ha seminato un virus, che agisce ancora in maniera latente e solo a sprazzi si conclama.
Ogni presa di posizione
netta, innocentista o colpevolista, appare come un’ostentazione, una forzatura.
Non appena il caso è esploso nonostante i proclami di innocenza, di
colpevolezza, sembrava che la gente non volesse lasciarsi attraversare dal
dubbio. L’ambivalenza, la sospensione, la contraddittorietà dei sentimenti e
delle valutazioni, sono di fatto di una complessità pubblicamente insostenibile.
L’incertezza attiene alla sfera del privato, è un sentimento intimo, quasi
sconveniente, svela la precarietà. L’incertezza è perdente! Pertanto conveniva
non assegnarle uno statuto di riconoscibilità e annidarla negli anfratti più
scuri della nostra coscienza. Molti cosentini sono stati pervasi
sotterraneamente da tali stati d’animo.
Al coro degli innocentisti, alla flebile voce dei colpevolisti, va aggiunta un’orchestra di opinionisti di strada e del focolare il cui pensiero si estrinseca non tanto con il ragionamento, quanto con battute retoriche, un’acredine vendicativa, un’equidistanza equilibrata e un po’ vigliacca, un’antica morbosità comaresca, un minimizzare distratto ecc. ecc..
Siamo stati e siamo tutt’ora messi a dura prova, nonostante lo sbandamento iniziale, il frastornante evento, lo stupore, l’incredulità. Tali sentimenti sono stati legittimamente accolti agli esordi del caso. Oggi i contorni di questa vicenda, sul piano mediatico, troppo spesso, si definiscono in maniera unidirezionale: “ Fedele è Fedele, innocente o colpevole che sia”. La macchia della colpevolezza appare sbiadita di fronte al fulgore della fede in lui. Ma di che tipo di fede parliamo, e poi, si tratta veramente di fede? La fede in-Fedele e nel suo agire? E’ quest’ultima che trascina, soprattutto giovani e uomini forti a proclamare l’innocenza del frate?
E’ troppo impertinente pensare al rinnovato coraggio di dichiararsi di un robusto, quanto fosco, retaggio culturale, all’insegna di una “selvatica e pertanto innocente mascolinità”? E’ il mito del “buon selvaggio “che si fa strada, si spoglia della sua maschera perbenista e democratica e tira fuori l’artiglio? E non è solo una mano maschile ad agitarlo. Abbiamo ascoltato le testimonianze, i racconti di tante donne. Un fiume di narrazioni sotterranee, spontanee.
Questi racconti di esperienze,uniti ad un tentativo di analisi sui tipi di pensiero e sull’agire sociale che attraversano la nostra città, non sono stati sufficienti a spingerci ad avviare un percorso di elaborazione e interpretazione critico. A volte mi sembra di rapportarmi ad una città che non è tanto sull’orlo di una crisi di nervi, che, piuttosto stia tentando una abnorme opera di rimozione collettiva della capacità di guardare in faccia la realtà.
Mi sembra di stare di fronte ad una collettività girata di spalle, che scuote la testa, e che sostiene con fatti e parole retoriche, nonostante il morto gli sia disteso davanti, che non è vero, che non è morto, che è vivo. Ed hanno pure ragione, perché egli è vivo (concedetemi la metafora che vado esplicitando), e con lui è viva e vegeta questa cultura poco paesana e poco metropolitana, che la medicina dell’oblio, di una forte miopia autoaddotta, la assume per autoriprodursi, per riconfermarsi nel suo assetto di comportamenti virili e selvatici, razzisti e fuorilegge. Tutto sommato goliardicamente anticonformisti!
Non mi voglio soffermare sul
caso giudiziario tout court, e non perché su di esso sia sconveniente
intervenire, come ipocritamente sostengono molti, scaricando la responsabilità
della presa di posizione o del giudizio ai giudici. Bensì, credo necessario dire
qualcosa su tutto ciò che intorno, sopra e sotto e a lato di questa vicenda si
agita con posizioni più disinvolte. Sono state sprecate considerazioni sulla
disinibita condotta e sui connotati delle presunte vittime, di molestie o vere e
proprie aggressioni.
Quali donne? Quali vittime? E tutte quelle donne che sentono intimamente
l’oltraggio di un clima così inquinato e inquinante? Non sono credibili pertanto
non sono credute. Le straniere, aprono le fila.
Da una migrante, una
straniera, una marginale, ci aspettiamo che faccia qualsiasi cosa, qualsiasi
cosa per un permesso di soggiorno. Una straniera si può facilmente comprare,
corrompere.
Ma noi possiamo veramente e tranquillamente storcere il naso, liquidare i
racconti di tante donne approdate all’oasi francescana e rapidamente
allontanatesi da essa, perché il prezzo da pagare per l’accoglienza, che non era
un prezzo in denaro, ma in natura, era stato considerato troppo alto? Le donne,
si sa parlano troppo, lavorano di fantasia e poi di una formica ne fanno una
montagna!
Julia Kristeva in Stranieri a Noi Stessi, sulla ‘parola nulla’ dello straniero, scrive: “Nessuno vi ascolta, la parola non siete mai voi ad averla, oppure quando avete il coraggio di prendervela, viene presto cancellata dai discorsi più volubili e disinvolti della comunità. La vostra parola non ha passato e non avrà peso sull’avvenire del gruppo: perché qualcuno dovrebbe ascoltarla? Non avete una posizione sufficiente - vi manca la superficie sociale - per rendere la vostra parola utile. Desiderabile può esserlo, sorprendente anche, bizzarra o attraente perché no? Ma queste attrattive non hanno gran peso di fronte all’interesse - ciò che precisamente manca - degli interlocutori. L’interesse è interessato, vuole poter utilizzare i vostri discorsi contando sulla vostra influenza, la quale come ogni influenza, è ancorata a legami sociali. Che è precisamente ciò che vi manca. Le vostra parole, pur affascinanti per la loro stessa estraneità, non avranno quindi un seguito, un effetto e non provocheranno alcun miglioramento dell’immagine o della fama dei vostri interlocutori. Vi ascolteranno distratti, divertiti, e subito vi dimenticheranno per passare alle cose serie.”
Concordi con quanto asserito dalla Kristeva, proviamo, facendo una trasposizione interpretativa di ciò che lei scrive, a immaginare come reagisce una comunità attraversata o, se vogliamo, invasa pacificamente, da donne e uomini provenienti da altri paesi, che si ritrova a dover assumere, per colpa di costoro, non più il ruolo forte e di potere di chi, avendone i mezzi, sceglie di essere caritatevole e generoso.
Quando parlo di
stranieri
non mi riferisco solo a colei o colui che lo è in senso canonico e che cioè
proviene da un altro luogo o paese. Ma anche a chi ha uno stato sociale, un
‘costume diverso’ dalla maggioranza. Quindi in questa categoria rientrano pure
le suore, provenienti, tra l’altro da fuori, e i più poveri dei poveri.
I poveri, al pari degli
stranieri, si posizionano, agli occhi di una comunità come la nostra, bisognosa
di rimuovere la propria storia di povertà ed emigrazione, come l’altro da sé per
eccellenza. Poi ci sono le straniere.
Donne, che, dopo avere beneficiato dell’accoglienza caritatevole, del fondatore,
dei suoi collaboratori, nonché di chi ha sostenuto la struttura d’accoglienza
dall’esterno con soldi, con indumenti usati, con derrate alimentari, si ergono
ad accusatrici, denunciano pratiche infamanti. In tal modo si infangano non solo
le singole persone, ma pure i cittadini, quelli veri.
Quale sarà la
risposta della comunità?
A questo punto non si tratta più di prendere a cuor leggero o dare poco peso
alle parole, ai bisogni, ai diritti, ai desideri di chi proviene dall’esterno
della comunità.
Sarebbe questo il ringraziamento di chi ha beneficiato dell’altrui generosità?
Eh, no! Questa è la goccia che fa traboccare il vaso. Qualcuno, tira fuori le
‘cosiddette palle’, mette a nudo cioè un carattere deciso, tosto, che non si
limita fare spallucce e cambiare discorso, prende posizione, getta del fango
denigrante e sincero su chi ha denunciato, ammicca bonario e disincantato sulla
licenziosità dei costumi degli accusati. Molti, presi da un atroce imbarazzo, un
pudore democratico, non hanno il coraggio di scagliarsi con tutta la veemenza e
il disprezzo che sorge spontaneo. Passerebbero per grossolani, con aspetti del
carattere tinti di un macho-razzismo sconveniente. Eppure per strada, al bar,
nelle case, ogni tanto ci scappano delle uscite di fronte alle quali resto
attonita. E non dovremmo meravigliarci.
La realtà è che non
siamo in grado di reggere il peso di una critica così ardita,
che paradossalmente proviene da persone esterne alla comunità. Come si
permettono, chi credono di essere per rivolgere accuse, denunciare abusi?
Un conto è offrire a chi ha bisogno di aiuto la possibilità di farci sentire più
buoni, attraverso la carità cristiana, altro è consentirgli di farci sentire dei
megalomani ipocriti e perversi!
C’è un rigurgito di
razzismo e maschilismo tutto italiano,
che si riversa sulla vita di queste donne che provengono da altri paesi. Sono
giovani, sono belle, sono bisognose d’aiuto, sono accessibili, non conoscono
quasi nessuno, e poi, meraviglia delle meraviglie, non sanno parlare bene
l’italiano. Interi battaglioni di cavalieri metropolitani a quanto pare non
aspettavano altro.
Dovremmo soffermarci sul fatto che i dati relativi allo sfruttamento ’globale’
delle donne straniere registrano un trend di crescita inquietante. I centri
antiviolenza di tutta Italia sono tempestati di
richieste di aiuto provenienti da donne non
italiane, approdate in Italia col miraggio di un lavoro e una
prospettiva di felicità.
E le figure dei
molestatori, stupratori,
adescatori non sempre coincidono con quelle proposte dai mass media e cioè con
uomini, provenienti da altri paesi o con loschi figuri italiani, appartenenti a
reti criminali di vecchie e nuove generazioni, praticanti lo sfruttamento della
prostituzione. Troppo spesso questi signori sono italiani, sono concittadini,
sono compaesani, sono coinquilini, sono conviventi. Ci sono invischiati tanti
padri di famiglia e tanti bravi ragazzi figli di famiglia.
Gli autori delle violenze e degli
stupri sono i più o meno giovani padri dei bambini che queste
donne hanno con loro concepito, sono prodighi datori di lavoro, sono gli amici
comprensivi, sono i nuovi compagni.
Prendiamo l’esempio di un datore di
lavoro, che circuisce una sua dipendente e, con la promessa di
un lavoro o la minaccia di un rifiuto, la ricatta. Capita che riesca a piegarla
ai suoi desideri e si compiaccia baldanzosamente di questo valore aggiunto alla
qualità del suo lavoro e del ‘proprio rendimento’. Costui è un molestatore,
perseguibile per legge, se viene denunciato.
Mi chiedo: quale giovane
donna, quale cosentina, impegnata nel ‘sociale’, istruita, schierata
politicamente dalla parte degli ultimi, esisterebbe un attimo ad erigere una
barricata di critiche e di contrasto a tale condotta?
Perché allora, a proposito della vicenda che riguarda il frate,(senza entrare
nello specifico, delle accuse di violenze e stupro a suo carico) volendoci
soffermare solo, sui modelli di condotta agiti ed esibiti, all’interno di quell’ambiente,
nonché nell’ambiente culturale contestuale all’oasi e cioè la città, non si
riesce a ragionare utilizzando le medesime categorie interpretative, trasferite
semplicemente da una dinamica all’altra?
Quale differenza c’è tra l’abuso di potere agito dal datore di lavoro molestatore e quello agito da chi ha la possibilità di offrirti un letto e un pasto caldo?
La differenza sta nel luogo.
Nell’apparato simbolico del luogo e nell’impatto esistenziale, prima che
ambientale, che il luogo, la situazione, la sua materialità, sia corporea che
spirituale, hanno sulla vita delle persone e sull’ambiente. Il posto di lavoro,
l’ufficio, la fabbrica sono i luoghi dove avviene uno scambio di merci: lavoro
contro salario, condizionati dalla forza contrattuale di ognuno e da una serie
di tutele e garanzie.
L’Oasi francescana è
deontologicamente un’altra cosa, è luogo dell’accoglienza, dell’ascolto, luogo
dell’aiuto, dell’assistenza. Pertanto è luogo dove è fortemente diversificata,
impari, la posizione dei soggetti che vi lavorano e vi transitano. E’
luogo che esiste in virtù di un’aprioristica
disparità sociale, tra persone spesso nullatenenti, al di fuori
del proprio corpo e dei propri sentimenti, e persone stanti in condizioni di
poter offrire garanzie di sopravvivenza, di fare all’altro la carità di
sopravvivere. Una frontiera dell’umanità, un nucleo metaforico delle dinamiche
sociali, come pure del rapporto fra i sessi, che oramai nessuno più scinde dalla
sociologia e dall’economia, mentre prima a tenerli uniti erano solo le donne.
Le donne migranti o
semplicemente poverissime,
che approdano in un luogo come questo, non hanno le stesse risorse delle giovani
donne italiane più o meno istruite e in cerca di prima occupazione. Qui c’è una
diversità a svantaggio delle migranti, più marginali e ricattabili, proprio
perché straniere.
Al di fuori di queste variabili, le dinamiche delle relazioni che intercorrono
fra un luogo di lavoro e un luogo di accoglienza, fra chi gestisce questi luoghi
e le persone, donne in particolare, che vi entrano in contatto, presentano delle
evidenti similitudini.
Alle tante donne che, come molti cosentini sanno, hanno testimoniato o raccontato, sia pure senza denunciare, di avere subito ricatti, pressioni psicologiche, molestie, per indurle ad assumere comportamenti compiacenti, rivolti a chi gestiva le operazioni od anche a terze persone, in cambio di ospitalità, diciamo che tale pratica è perseguibile, che persino il consenso, laddove pure ci fosse stato, estorto con il ricatto, non ha alcun valore.
Nel 1994 la risoluzione delle Nazioni Unite sul Traffico delle donne e delle bambine includeva il traffico per il lavoro domestico, matrimoni servili e lavori forzati.
Come punto di arrivo di tale lavoro di orientazione normativa il 12 dicembre 2000 viene approvata a Palermo la “Convenzione delle Nazioni Unite contro la criminalità organizzata transnazionale” e, addizionalmente un protocollo per prevenire, reprimere e punire la tratta di persona, in particolare di donne e bambini. Nell’art. 3 il protocollo così recita: “Si intende per tratta di persona, il reclutamento, il trasporto, il trasferimento, il dare alloggio o accoglienza a persone, tramite l’uso o la minaccia dell’uso della forza o di altre forme di coercizione, il rapimento, la frode, l’inganno, l’abuso di potere o di una posizione di vulnerabilità o tramite l’offerta o l’accettazione di somme di denaro o altri vantaggi finalizzati ad ottenere il consenso di una persona che ha l’autorità su un’altra a scopo di sfruttamento. Il testo prosegue affermando che, qualora sia stato usato uno dei suddetti mezzi, l’eventuale consenso della vittima è irrilevante.
Eppure gli occhi di molti, e di molti giovani, restano appannati, e si continua nel migliore dei casi a intercettare dichiarazioni attraverso le quali: da un lato viene accantonata la vicenda giudiziaria connessa agli stupri, demandando il giudizio finale alla giustizia, e dall’altro viene salvata l’opera meritoria del frate con un bonario giudizio assolutorio riguardo l’allegra licenziosità e l’anticonformismo della sua condotta.
Ciò che trovo oltremodo preoccupante è proprio questo secondo atteggiamento, che non considera e non riflette su come i costumi e la cultura di una comunità possono trasmettersi e riverberarsi su una comunità più piccola che nasce dal suo grembo e come quest’ultima ne possa assumere e amplificare i tratti, ponendosi, a sua volta, come humus, terreno di coltura di azioni, non solo ai limiti della legalità ma, a volte, ben oltre di essa. Mi sgomenta il confronto con chi, pur non avendo avuto alcun rapporto con il luogo e le persone coinvolte, condivide con significativi comparti di quell’ambiente, una cultura ipocrita e sotterranea che concepisce il potere e l’abuso sulle donne come endemico.
C’è una marea di persone che
non ammetterebbe mai di subire o avere subito l’influenza di questo modo di
pensare. E’ l’espressione, la nozione esistenziale di tanti cosentini e quindi
di una parte consistente della città. Mi riferisco ad una parte consistente dei
cittadini, non a tutti!
Chi non si riconosce in questa descrizione, non avrà, spero, difficoltà a
vederla profilata e agita al di fuori di se. La città di Cosenza ha espresso,
attraverso il suo fondatore, questo luogo, anche nei suoi aspetti più
discutibili. Delle sue azioni oneste e meritevoli però è stata anche orgogliosa.
Molti di quelli che
oggi puntano il dito sulle donne che denunciano
e agitano la tesi del complotto, sono gli stessi che hanno svolto volontariato,
che hanno svolto azioni solidali. Eppure oggi guardano con sospetto queste
donne, queste straniere che hanno messo in giro tutte queste voci schifose, più
schifose di loro.
Fra questi ci sono tanti giovani e si sa quanto i giovani abbiano bisogno di
figure di riferimento.
Le donne e gli uomini delle generazioni passate, animati da forti ideali e dal
desiderio prepotente di innescare processi di cambiamento, hanno praticato
quest’aspirazione attraverso le lotte, la cultura, la creazione di centri e di
servizi, il ricorso alla politica, sia sul fronte sociale che, più di recente
anche su quello istituzionale.
Quelli che volevano cambiare il mondo,
sia uomini che donne, non hanno fatto però molto bene i conti con una cosa che è
già accaduta in passato e cioè lo scomparire senza lasciare traccia, il che
equivale a mettere al mondo figli orfani di ideali e quindi di prospettive.
Non invoco il ricorso a una genealogia politica e di pensiero critico però una riflessione sui nuovi padri, putativi o spirituali, andrebbe avviata. Ci sono padri putativi che nell’animo dei figli acquisiti si naturalizzano e assumono una forza tale da divenire vere e proprie figure simboliche di riferimento, nuovi leader. Sia donne che uomini adulte/i sappiamo quanto sia difficile e a volte doloroso decostruire l’immagine del padre che albeggia in noi sin dalla nascita. E’ un’immagine che stenta a tramontare, una figura, quella paterna, radicata a quelle stagioni del cuore, delle pelle nuda, a quelle stagioni di nascita e scoperta quando l’affettività e l’empatia debordano dai confini del corpo e la libertà di pensiero stenta ad affermarsi, sedersi e dialogare con gli affetti primari: con il padre e anche con la madre. Non è facile conquistare un nuovo modo dell’essere orfani.
Tuttavia il tempo dell’orfanezza deve giungere, prima o poi, e insieme ad esso, la capacità di intravedere oltre il profilo del padre simbolico, quello dell’uomo, sostituendo alla vecchia, una nuova immagine, più cruda e disincantata, ma anche più reale. C’è un modo di sentirsi orfani che, se da una parte ci consegna una maggiore solitudine, dall’altra ci apre le porte verso la libertà e il desiderio di ricercarla, anche a costo di pagare prezzi molto alti.
Le donne del Centro Roberta Lanzino hanno fatto una scelta: credere, stare al fianco e difendere la suora che ha denunciato le violenze.
Le donne ci hanno insegnato
che è politicamente giusto partire da sé, che la debolezza può essere fonte
della forza, e la paura del coraggio.
Senza voler ricorre a metafore militari che risultano pericolose se ci portano a
parlare di schieramenti e di eserciti, crediamo che “di virtù guerriere abbiamo
davvero bisogno: non il coraggio che le donne hanno sempre esercitato, ma
l’onore (sappiamo bene ora, grazie a tanti studi, a cosa fu ridotto per secoli
l’onore delle donne); lo scontro leale (così difficile per noi, che portando
interamente nella ricerca della verità ragioni ed emozioni, spesso non riusciamo
a scontrarci senza farci del male), il valore e il riconoscimento al valore
(così poco abituate siamo a dare l’uno e l’altro a noi stesse e quindi alle
altre)....”
Non è stato facile fare questa scelta, non è e non sarà facile portarla avanti.
Non è e non sarà facile portare avanti, dare legittimità e cittadinanza a un
pensiero critico che punta il dito non solo sulla vicenda giudiziaria, quanto
sull’assetto sociale e culturale da cui origina, in cui si è svolta, e dalla
quale continua a trarre sostegno e difesa.
Ci sorreggono, oltre alla nostra caparbia, le attestazioni di stima e
l’incoraggiamento di tante/i cittadine/i che, fuori dal coro delle volgarità
esultanti, pensano in maniera disincantata e danno fiducia e valore alle parole
delle donne. Anche noi abbiamo conosciuto personalmente il frate. In tempi non
sospetti ci siamo alternate con posizioni critiche e di sostegno, abbiamo
apprezzato, come cittadine quest’opera, sorta sotto il segno del coraggio, della
novità e della solidarietà.
Avevamo delle riserve, perché i racconti di donne e le voci su una gestione difficile di quel luogo non sono esplosi con la denuncia e l’arresto, ma serpeggiavano già da tempo, in tutti gli ambienti, quelli della Cosenza bene, quegli ecclesiali e soprattutto fra gli strati meno abbienti della popolazione. Non siamo cadute dalle nuvole, siamo cadute in piedi. A noi tutte e tutti che restiamo sospesi sull’orlo di questo mercitoio di parole, su questo piattume del pensiero, rispondo con le parole di Julia Kristeva che, in “Stranieri a Noi Stessi” esordisce così “lo straniero non è né la vittima romantica della nostra pigrizia familiare né l’intruso responsabile di tutti i mali della città. Né la rivelazione attesa né l’avversario immediato da eliminare per pacificare il gruppo. Stranamente, lo straniero ci abita: è la faccia nascosta della nostra identità... Riconoscendolo in noi, ci risparmiamo di detestarlo in lui. Sintomo che rende appunto il noi problematico, forse impossibile, lo straniero comincia quando sorge la coscienza della mia differenza e finisce quando ci riconosciamo tutti stranieri, ribelli ai legami e alle comunità.”
* Centro contro la violenza alle donne “Roberta Lanzino”
1.Julia Kristeva: Stranieri a se stessi, Feltrinelli - Milano 1990 2. M.C. Marcuzzo & Anna Rossi Doria ( a cura di ): La ricerca delle donne - Studi femministi in Italia, Rosenberg & Sellier - Torino 1988
Fonte: Il paese delle donne - http://www.womenews.net/spip/