E’ ora di un’autoanalisi seria

per dialogare con e nella Chiesa

 

Il vero nodo del problema del prete privato dell’esercizio del ministero.

Nell’esodo dalla loro anteriore collocazione nel presbiterio, i comportamenti dei soggetti non sono affatto univoci. Il passaggio dallo stato di vita clericale a quello laicale determina uno scombussolamento nella coscienza dei soggetti che non ha paragoni, dal momento che non solo si interrompe la continuità della scelta fondamentale di vita, ma si scardina la stessa struttura della personalità, forgiata secondo uno stampo che investe l’essenzialità della persona.

Infatti l’identità del prete è costruita nell’immedesimazione radicale all’Ordine Sacro e nel servizio esclusivo in nome della Chiesa (cattolica), che è, dal punto di vista strutturale, un sistema a sé stante, chiuso.

Soltanto un’antropologia diversa da quella comune potrebbe fornire strumenti per accostarsi alla comprensione di ciò che significa, per gli appartenenti a tale Ordine, essere considerati e considerarsi uomini-di-Dio: assimilati allo stesso Cristo-Capo [il temine capo significa propriamente quel che è la testa in un corpo] della chiesa, in forma vicariale e di mediazione.

Di conseguenza, uscendo fuori da un tale Ordine bisognerebbe che essi ripartissero da zero per ritenersi esseri umani come tutti gli altri.

Nessuna penalità imposta dal diritto canonico all’uscita dal Ministero intacca tanto profondamente l’equilibrio personale quanto il senso di perdita d’identità. La lacerazione provocata dall’allontanamento dalla sfera del sacro, fino ad allora unica dimensione di vita, logora le energie morali, intellettuali e spirituali, anche perché è (quasi per tutti) bloccato lo sbocco verso altri settori di impiego nel sociale, nei quali riversare la carica ideale, rimasta quasi sempre integra, anche in mancanza dell’esercizio della missione pastorale.

 

Identità da ricostruire?

La preparazione seminariale e l’accesso graduale agli Ordini Minori offrono al candidato-presbitero strumenti idonei a che sia impresso nella struttura della personalità dei soggetti uno stampo trasformativo, il cosiddetto “carattere indelebile”, che sarebbe conferito nel momento dell’investitura sacramentale.

La società ne è, a suo modo, consapevole. La teologia e l’ecclesiologia sembrano offrire alla letteratura, sia severa sia leggera, elementi idonei a tratteggiare un’immagine di prete dai contorni tanto netti e fermi da far impallidire ogni confronto con altre identificazioni prestate da ruoli professionali, che pur caratterizzano le persone le quali ne sono investite.

E’improbabile inseguire tutti i possibili sviluppi, successivi allo sfascio morale e spirituale che si provoca con la privazione dell’esercizio del Ministero. La fenomenologia del passaggio da uno stato all’altro merita uno studio ponderoso, che prenda in considerazione la varietà dei caratteri individuali senza perdere mai di vista l’elemento comune, costituito dall’unico stampo.

Alcune conseguenze dei diversi atteggiamenti nascondono lo stesso problema di fondo.

Accenniamo ad alcuni elementi che si innestano nelle varie condotte di vita, ben sapendo di non essere esaustivi: quella accompagnata dal sentimento di fuga, camuffato nel tentativo di negare o dimenticare o superare o ostentare sicurezza; quella in cui non si finisce mai di elaborare il bisogno di discolpa, che sta alla base di atteggiamenti accusatori nei riguardi di una chiesa dalla quale ci si sente abbandonati; quella caratterizzata dalla ricerca di continuità col passato a tutti i costi, anche inventando un modo nuovo di fare-il-prete; quella che porta alla trasfigurazione attraverso la catarsi compensatoria dello spirito di donazione agli altri in qualsiasi situazione, e/o di incarnazione nella figura dell’emarginato, del testimone, del profeta; quella che induce ad un’operazione di scorporo della vecchia identità dalla nuova, promettente nel caso in ci è assicurato il successo dovuto alla carriera (non ultima quella culturale).

Sono parecchi e logoranti gli espedienti mentali e psichici, volti a dimostrare (prima che agli altri, a se stesso) che è cambiato il modus vivendi della propria vocazione, ma non la sostanza; oppure gli espedienti di segno opposto, volti a convincersi ed a convincere gli altri del fatto che il passato è stato un’esperienza dalla quale essi si sentono completamente lontani.

(continua)