L’ombra dell’URSS al Cremlino
Un articolo che fa riflettere su quanto siano illusori i cambiamenti storici, se non c’è una maturazione di sostanza in una direzione davvero nuova
I’m back in the USSR/ You don’t know how lucky you are. Dopo una settimana a San Pietroburgo, non riesco a togliermi dalla mente quel vecchio ritornello dei Beatles.
La capitale prerivoluzionaria della Russia è molto cambiata da quando l’ho vista l’ultima volta nel 1990. Ha acquisito, non c’è bisogno di dirlo, tutto quel vistoso contorno del capitalismo post-perestroika: tabelloni con la pubblicità di fuoristrada di tipo americano e luci al neon lungo la Prospettiva Nevsky, gli Champs Elysées della città. E non è solo il contorno. Quindici anni fa i negozi gestiti dallo Stato non avevano nemmeno i beni essenziali; sembrava che la gente vivesse di aria e cetrioli sott’aceto. Oggi ci sono invece supermercati che offrono una grande abbondanza di formaggi e Chardonnay.
Tuttavia se si guarda dietro questa patina di progresso economico, si individuano presto le tracce della vecchia Unione Sovietica. Tutti gli edifici pubblici sembrano custoditi dalla loro babushka dagli occhi d’aquila, decisa a negare l’accesso a chi non è munito di almeno cinque copie del permesso, timbrato da cinque diversi uffici governativi. La burocrazia russa avrà forse perso la sua vecchia aria minacciosa, ma è ancora in agguato nei suoi uffici squallidi e maleodoranti, in attesa del segnale per ritornare alla sua inerzia. Il presidente russo, Vladimir Putin, è venuto in visita a San Pietroburgo, questa settimana, e anche questo evento mi ha riportato alla memoria i vecchi tempi. Intere strade sono state chiuse.
Cortei di automobili hanno
attraversato rombando la città, bloccando il traffico normale. All’angolo di
dove lavoravo, un pezzo di marciapiedi pieno di buche è stato ripavimentato
velocemente in modo che Putin potesse, senza inciampare, scoprire una placca in
quel luogo (in onore del presidente dell’Azerbaijan in era sovietica). Da quando
è stato consacrato successore di Boris Eltsin, Putin ha effettivamente lavorato
sodo per concentrare il potere nelle sue mani. Il suo partito, «Russia Unita»
domina il parlamento. In seguito al terribile assedio alla scuola di Beslan
dello scorso settembre, ha assunto la carica di governatore regionale, che negli
anni Novanta veniva conferita tramite elezioni dirette. Ha anche rafforzato il
controllo del Cremlino sui principali network televisivi del Paese.
Ma l’impresa più eclatante di Putin è stata la decisione di spezzare il potere
politico degli oligarchi affaristi che erano i principali beneficiari dell’era
di Eltsin. Mikhail Khodorkovsky, ex capo della società petrolifera Yukos, è
stato recentemente condannato a nove anni di carcere per presunta evasione e
frode fiscale. Qui tutti sanno, però, che il suo vero «crimine» era costituire
una minaccia politica per Putin.
Nessuno nega che negli anni di Eltsin ci siano stati disastri di ogni genere. La privatizzazione del settore energetico è stato uno degli imbrogli del secolo. Ma la veemenza con cui Putin addita al ludibrio gli oligarchi risveglia spiacevoli ricordi del vecchio regime sovietico, che era specializzato nella diffamazione e nella distruzione dei nemici interni.
Ancor più inquietante è la nostalgia senza ritegno per i giorni in cui la Russia amministrava gli affari di quasi tutti i suoi vicini dell’Europa Orientale, del Caucaso e dell’Asia Centrale. «Dobbiamo riconoscere — ha dichiarato in un sorprendente discorso di due mesi fa — che il crollo dell’Unione Sovietica è stato uno dei maggiori disastri geopolitici del secolo». Putin ha la chiara intenzione di restituire alla Russia il controllo del Commonwealth degli Stati Indipendenti (CIS), l’associazione nata sulle vestigia delle ex repubbliche sovietiche. «Non dobbiamo trasformare questo spazio del CIS in un campo di battaglia—ha detto lunedì —, ma piuttosto in uno spazio di cooperazione». L’idea che siano queste le due alternative prese in considerazione da Putin non è rassicurante. L’obiettivo a lungo termine di Putin è ripristinare l’Unione Sovietica? I russi continuano a dire che sarebbe impossibile far tornare indietro l’orologio, ora che la gente si è abituata ad avere tutte le libertà occidentali —non ultima la libertà di informazione simboleggiata dagli affollati Internet café lungo la Nevsky Prospekt.
Tuttavia si avverte una nostalgia per le terribili semplificazioni dei vecchi tempi. In un sondaggio condotto nel 2003, il Centro Russo per l’Opinione Pubblica ha scoperto che il 53 per cento dei russi considerava Stalin ancora un «grande leader». Ed è facile trovarne la spiegazione. Il crollo del comunismo non ha significato solamente maggior libertà, ma anche maggior disuguaglianza sociale e forte caduta del tenore di vita medio. Dal 1989 il tasso di mortalità dei russi è salito da meno dell’11 per mille a più del 15, quasi il doppio di quello americano. Per i maschi adulti il tasso di mortalità è tre volte più alto. Le aspettative di vita di un uomo alla nascita sono sotto i 60 anni, pressappoco le stesse del Bangladesh. Un ventenne russo ha meno del 50 per cento della possibilità di raggiungere i 65 anni d’età. Questo è in gran parte dovuto al continuo consumo di tabacco e alcol. Il tipico pietroburghese va in giro con una bottiglia di birra in una mano e la sigaretta nell’altra così come il londinese cammina con il cellulare incollato all’orecchio, per non parlare del comportamento alla guida, che sembra ispirato ai film di «Mad Max». Nella Russia di oggi questo è anche il risultato di lunga portata dell’economia pianificata sull’ambiente e dello sfacelo del sistema sanitario. Ad aggravare gli effetti demografici dell’aumentata mortalità è il rapido declino del tasso di fertilità, crollato da 2,19 nascite per donna nella metà degli anni Ottanta a 1,17 nel 1999. Considerando questa tendenza, le Nazioni Unite pronosticano che la popolazione russa passerà dai 146 milioni del 2000 a 101 milioni nel 2050. A quel punto avrà più abitanti l’Egitto.
Tutto ciò contribuisce a spiegare
perché tanti russi potrebbero auspicare un ritorno all’URSS. O forse sarebbe più
giusto dire che scambierebbero volentieri la loro storia recente con quella
della Cina, che darebbe loro i benefici dell’economia di mercato senza i costi
che essi associano al crollo dello Stato sovietico.
Che Putin sia in grado di fare altrettanto è discutibile; probabilmente è ora
troppo tardi per adottare in Russia l’opzione cinese, ma egli potrebbe senza
dubbio dare ai russi il senso di una rinascita geopolitica, dopo le umiliazioni
del 1989-91, quando si è forse visto il declino e la caduta più veloci mai
avvenute in un grande impero. Perché in termini militari, diplomatici ed
economici, la Russia continua a rimanere una grande potenza.
Guardiamo ad esempio l’agenda di Putin nell’ultima settimana. Lunedì ha dato il benvenuto a Tony Blair a Mosca. Martedì ha parlato con il presidente Bush al telefono. Mercoledì ha avuto ospite a San Pietroburgo Sonia Gandhi. Non c’è bisogno di dire che tutto questo viene trasmesso in ogni telegiornale serale. Tuttavia dietro lo spettacolo c’è anche sostanza.
I leader degli altri Paesi del mondo hanno buone ragioni per essere in confidenza con Putin. Blair è venuto qui a dare il suo sostegno per la cancellazione del debito con l’Africa e il Protocollo di Kyoto, che la Russia ha firmato di recente. Dopo tutto la Russia è uno dei membri del G8, che tra poco si incontreranno a Edimburgo. Bush voleva sapere quali erano le idee di Putin sulla riforma delle Nazioni Unite. Dopo tutto la Russia è uno dei cinque membri permanenti del Consiglio di Sicurezza dell’ONU. E senza dubbio Sonia Gandhi voleva parlare di questioni economiche. Dopo tutto la Russia è il primo produttore in Asia di petrolio, gas e altre risorse vitali.
Tutti gli inglesi che visitano la Russia riconoscono immediatamente i sintomi del trauma post-imperiale. Sembra di essere negli anni Settanta, perfino nei terribili vestiti, i denti guasti e le acconciature dei capelli. Tuttavia coloro che negli anni Settanta parlarono di declino dell’Inghilterra, esagerarono. Lo stesso errore è stato commesso dal giornalista inglese che la settimana scorsa ha paragonato la Russia all’Africa. Non si tratta, nonostante la vecchia barzelletta sulla Guerra Fredda, di un «Alto Volta con i missili». Probabilmente non si ritornerà all’USSR, ma è troppo presto per consegnare la Russia di Putin a ciò che la propaganda sovietica chiamava «il bidone della spazzatura della storia».
(Traduzione di Maria Sepa)
Niall Ferguson Corriere della sera, 19 giugno 2005
Una breve nota:
La
Russia mi ha sempre incuriosito. Ho letto molto di storia, geografia ed autori
russi. Il mio preferito è Dostoiesky, ma mi piacciono anche Tolstoi, Pasternack
e Cechov. Ho sempre odiato Stalin ed i suoi successori e quando ho visto salire
al trono Putin con quel suo ghigno mefistofelico ed il suo passato da KGB, non
ho pensato bene per la Russia. Nonostante Berlusconi ci rassicuri prendendolo a
pacche sulle spalle ed invitandolo a Porto Rotondo.
Ernesto Miragoli