Due congiunzioni dominano il dibattito nazionale. Qualsiasi
pasticcio accada, qualunque sia l'accusa, chiunque siano i responsabili,
risuonano gli stessi vocaboli: "E allora...".
Esempi a volontà, dallo sport alla politica, dal risiko bankario agli affari del
mondo. Chi giustifica l'apparente conflitto d'interessi dell'arbitro Collina non
entra nel merito (e potrebbe). Dice, invece: "... e allora Galliani?". Chi
piange per la retrocessione del Torino s'arrabbia: "...e allora la Lazio?". Chi
simpatizza per Ricucci, mobilissimo immobiliarista, sussurra: "...e allora
Caltagirone e Ligresti?". Chi vuole ignorare il controllo politico sulla Rai di
oggi ricorda: "... e allora la Rai di ieri?". Chi prova a giustificare le
violenze islamiche azzarda: "...e allora gli americani in Iraq?" Eccetera.
E' così, pensateci. L'unico modo di difendere qualcuno, in Italia, è ricordare
le colpe (vere o presunte) di qualcun altro.
Giovedì scorso, in questa rubrica, ho descritto - a malincuore - l'umore e le
condizioni della Popolare di Crema, la banca della mia città, risucchiata negli
schemi di Fiorani e della Banca Popolare Italiana. Ho ricevuto diverse email
astiose, alcune da dipendenti del gruppo (eh, be'). Non discutevano dei bilanci
zoppi, delle furbizie sugli estratti-conto o dei metodi usati per la scalata
all'Antonveneta. No. Scrivevano: "... e allora cos'ha fatto la Banca d'Italia
con l'Ambrosiano nei primi anni Ottanta?". Oppure: "....e allora perché non
attacca le banche azioniste della Rcs?"
Questo modo di ragionare s'esalta quando s'avvicina alla politica. Parlate a un
elettore berlusconiano del conflitto di interessi del capo, ormai diffuso sulla
pelle d'Italia come un'allegra psoriasi. Non lo negherà (e come potrebbe?). Dirà
"...e allora il centrosinistra?" A quel punto ricorderà l'impotenza dei governi
Prodi, D'Alema e Amato, che in cinque anni non hanno saputo/voluto produrre una
legge in materia. Vero, purtroppo. Ma non è un modo di discutere. E' un trucco
per eludere la risposta.
Meccanismi simili operano nella testa degli elettori di centrosinistra. Lì
dentro, dopo "E allora...", viene sempre un nome: Berlusconi. Come difendere le
nebbiose primarie che, secondo Bruno Tabacci, "somigliano a una seduta
spiritica"? O l'esclusione del giovanotto Scalfarotto, che col suo programma
pieno di buon senso rischiava di creare qualche imbarazzo? E' facile. Basta
dire: "E allora Berlusconi e la destra? Là arrivano i diktat dal Mar Nero. Noi,
almeno, discutiamo."
E' così in ogni campo: gli "alloristi" spopolano. Intere categorie difendono i
propri eccessi evocando altre categorie. Gli agricoltori pugliesi giustificano i
blocchi stradali ("...e allora gli allevatori lombardi?"). I politici siciliani
proteggono spese, posti e privilegi ("...e allora la Regione Campania?"). Gli
avvocati difendono i loro concorsi ("...e allora i professori universitari?").
Alle critiche i commercialisti ribattono "...e allora in notai?". E i notai
replicano: "... e allora i farmacisti?".
Potremmo continuare, ma avete capito. Nel nostro agitato e confuso paese nessuno
si scusa. Tutti dicono, invece: "E allora...". I vecchi errori non servono per
imparare, in Italia, ma per giustificarne di nuovi. Conseguenze dell'"allorismo"?
Una su tutte: continuiamo a cadere dalla padella alle braci, per poi rientrare
nella padella. E questo non è un comportamento da uomini, ma da polli.
Destinati, com'è ovvio, a finire arrosto.
(Beppe Severgnini, Dal Corriere della Sera, 02/09/05)