Un caso di violenza sessuale visto da sant’Agostino che pone delle domande sul concetto di
verginità e di castità
II caso Lucrezia nel De civitate
Dei
L'opera I Fasti segna in modo tangibile il
contributo formale pagato da Ovidio all'ideologia augustea
e si rivela come la più opaca composizione del poeta nella cui abbondante
produzione letteraria, come è stato sottolineato dalla
critica, confluiscono momenti di tormentata sensibilità femminile che riescono
a proporre figure eroiche rimaste celebri nella storia del costume di Roma.
Ovidio riporta nei Fasti (un poema elegiaco, incompiuto, sulle feste del
calendario romano, dedicato a Germanico con la speranza di una sua
riabilitazione dalla condanna infettagli da Augusto alla fine dell'8 d.C.) l'episodio di violenza sessuale subita da Lucrezia,
nel
Il poeta descrive lo stato di prostrazione della nobile
matrona romana, come quello di una «madre che va al
rogo del figlio»; la donna, con inenarrabile dolore, trova il coraggio di
svelare al padre Spurio Lucrezio Tricipitino e al
marito Tarquinio Collatino la sventura della sua vergogna. I familiari di
Lucrezia le esprimono il loro affetto e «perdonano l'accaduto a lei per
altrui violenza. Ma lei: 'II perdono che mi accordate io lo nego a me
stessa '. E senza esitare si trafigge il petto con il
ferro che teneva celato, e
coperta di sangue cade ai piedi del padre. Ma anche allora, morente, badò di non crollare scomposta».
Nei versi che seguono il brano appena citato, Ovidio
descrive, poi, lo sdegno dei Quiriti che, informati
da Bruto delle nefandezze del figlio del re, sono
incitati a cacciare il monarca, costretto a fuggire con la sua famiglia; si
arriva, così, «ad annunciare la primavera» che cancella il regnum e fonda la libera res publica. Si intrecciano, nella
narrazione del poeta sulmonese, i motivi per
l'esaltazione di una virtus, onorata
dal sacrificio della vita di Lucrezia, con un discutibile atto di grandezza
d'animo, per la difesa della propria pudicizia, e quelli che giustificano la
vendetta della violenza carnale come elemento catartico e purificatore per la
risoluzione di rivolgimenti politici. Su quest'ultimo aspetto si era soffermato
Cicerone nel De re publica, riportando
l'episodio di Lucrezia, descritta come donna virtuosa che si uccise
per l'oltraggio subito. La denuncia dell'Arpinate si inserisce in un contesto tormentato e difficile per il
suo impegno politico e in un periodo in cui l'influsso stoico, che egli
subisce, si colora di motivi mistici che tendono ad affermare "romanamente
la necessità di attenersi a norme di governo fondate sull'esperienza e la
tradizione". La facilità di versificazione del poeta di Sulmona e la
potente oratoria dell'Arpinate scandagliano
le pieghe del dolore di Lucrezia, quasi fossero quelle del proprio dolore,
delle proprie delusioni e delle proprie amarezze procurate dagli insuccessi
politici (Cicerone) o dal perduto prestigio goduto con voluttà nella cornice mondana
della capitale (Ovidio).
Ovidio e Cicerone, nell'esaltare la virtus
di Lucrezia, sembrano operare un recupero della propria virtus,
offesa, come per Lucrezia, dagli avvenimenti che li hanno travolti. Ma qual è la natura di tale virtù? Su quali radici si innesta e soprattutto a quale telos
si ispira?
Agostino affronta la questione nel De civitate Dei, un'opera in
chiave cristologica in cui Cristo non è solo centro e
ragione di vita, come si evince dalle Confessiones,
non è solo l'amore che rivela l'immagine di Dio, Uno e Trino, come si
evince dal De Trinitate, ma è fine e
spiegazione di tutta la storia. La posizione che Agostino assume sull'episodio
di Lucrezia è una risposta che va oltre gli
interrogativi prima proposti poiché è destinata a confutare il paganesimo
svelandone le molteplici insufficienze, sul piano morale, su quello sociale e
su quello religioso. Infatti, l'Ipponense dimostra
che le accuse dei pagani rivolte ai cristiani,
colpevoli a loro dire del disfacimento dell'Impero, sono senza fondamento,
poiché la corruzione e la decadenza morale sono da attribuire al culto idolatrico dei nemici del cristianesimo.
La testimonianza di Agostino
Agostino, comunque, non assume un
atteggiamento di totale chiusura nei confronti della cultura pagana, e, senza
polemica, recupera quegli aspetti dottrinali che possono essere compatibili con
la dottrina cristiana. Il grande Padre della Chiesa, però, dimostra che tale
recupero è finalizzato ad un perfezionamento per la soluzione di problemi
lasciati irrisolti dalla cultura pagana. Nasce, così, col cristianesimo una
nuova interpretazione della vita e della storia, una nuova sapienza, una nuova cultura. In particolare, Agostino, pur rilevando che
ai Romani non è mancata una probità morale in grado di eleggere, spesso, a
modelli di parsimonia, continenza, castità e sobrietà alcuni uomini, afferma
che tutto ciò è servito solo per accrescere e conservare la città terrena. Egli
non nasconde la sua ammirazione per Attilio Regolo o per altri famosi uomini
virtuosi che ebbero a cuore la salvezza della Repubblica e contribuirono,
sacrificando la propria vita, con i loro successori alla nascita dell'Impero,
ma sottolinea che la virtù dei cristiani deve essere
esercitata unicamente per la gloriosissima città di
Dio e non per quella terrena12. Ma dove
risiede la virtù di Lucrezia; perché i pagani osano oltraggiare le sacre
vergini cristiane? Esse, ingiuriate dalla violenza dei barbari e fedeli al loro
credo, non hanno voluto compiere su di sé un proprio peccato, togliendosi la
vita, per accomunarlo a quello subito a causa di un
altro. Cosa ha difeso Lucrezia col suicidio, forse la
verginità e l'onore di una virtù ridotta a difendere solo un corpo fisico?
Certo è gloria grande, quella che si conquista con la santità del proprio
corpo. Ma tale santità è possibile acquisirla perdendo
quella dello spirito? O è più certo che si può
mantenere la santità del corpo, non perdendo quella dello spirito, anche se si
perde l'illibatezza del proprio corpo?".
Quale giustizia difendono i
pagani? A quale giustizia si è ispirata Lucrezia? Se
la legge pagana dispone che è reato uccidere un assassino prima ancora che gli
sia riconosciuta la colpevolezza, quanto deve essere grave il reato che si
compie uccidendo una donna che le prove portate in giudizio hanno accertato
essere casta e innocente? Questa giustizia, afferma Agostino, deve, dunque,
colpire con severità chi ha commesso un così grave reato; ma chi ha commesso il
reato? «Lo ha commesso Lucrezia,
proprio quella Lucrezia, così esaltata, ha giustiziato Lucrezia casta,
innocente, violentata. Pronunciate la sentenza. E se non potete, perché non è
presente chi possiate condannare, per qual motivo
esaltate con tanto encomio l'assassina di una donna innocente e casta?»''. Agostino
continua la sua arringa evidenziando che la difesa di Lucrezia non è possibile
esercitarla nemmeno presso i giudici d'oltretomba, quali appaiono nei versi dei
poeti pagani i quali esaltano gli innocenti che si diedero la morte e che un
destino ingrato costringe nelle tenebre. Non è possibile ipotizzare, asserisce
Agostino, che Lucrezia è in quel luogo privo di luce, perché non si è uccisa da
innocente, ma perché consapevole della sua colpa?". L'Ipponense
continua: «Se infatti, e questo poteva saperlo
soltanto lei, travolta anche dalla propria passione, acconsentì al giovane che
la prese con la violenza e, per punire in sé il fatto, si pentì al punto di
pensare di espiarlo con la morte? Ma anche in questo caso non doveva uccidersi
se poteva fare presso falsi dèi una salutare penitenza.
Ma se è così ed è falso che erano in due e uno solo
commise adulterio, lui con aggressione palese, lei con assenso nascosto, non si
uccise innocente. Quindi si può dire dai letterati suoi difensori che
nell'oltretomba non è fra quelli 'che innocenti si
diedero la morte. Ma così il processo si restringe
dall'uno e dall'altro canto. Se ha attenuanti
l'omicidio, si ratifica l'adulterio; se ha scusanti l'adulterio, si aggrava
l'omicidio e non si trova affatto la soluzione al dilemma: se ha consentito
all'adulterio, perché è lodata? Se era onesta, perché
si è uccisa?».
Con esemplare chiarezza Agostino ha portato a termine la
sua accusa ed espone con altrettanta perspicacia le ragioni dell'insano gesto
di Lucrezia. Se consideriamo non adultera Lucrezia,
allora il suicidio non è motivato dall'amore dell'onestà, ma dalla debolezza
della vergogna19; essa «Si vergognò di essere ritenuta
compartecipe al fatto se avesse sopportato
remissivamente ciò che l'altro aveva compiuto in lei disonestamente. Così non
si sono comportate le donne cristiane. Pur avendo subito il medesimo affronto
continuano a vivere e non hanno punito in sé il delitto di un altro [...] Hanno infatti nell'interiorità
la testimonianza della coscienza come ornamento della castità».
Conclusione
«II corpo diviene santo
per l'attitudine di un volere santo». Ogni azione che non si può evitare non può
essere imputabile a chi la subisce senza consenso. Il bene della castità,
regolato dal principio della continenza, la cui massima espressione si identifica con la verginità, è virtù di chi consacra il
proprio corpo e la propria anima a Dio. Questo atto intenzionale impegna la
libera volontà del soggetto che lo esercita e, perciò, appartiene ad un ordine
spirituale e non fisico.
Nell'intima connessione di corpo e anima, che si realizza
nella persona umana, anche la verginità del corpo assume un carattere
spirituale e nessuno può perderla se non violando con un atto intenzionale la
virtù della castità. In tale prospettiva, l'interiorità agostiniana non decreta
un deprezzamento del corpo, in quanto tale, anzi ne esalta
la funzione poiché esso concorre con pari dignità con l'anima, anche se con
grado ontologico minore, all'unità della natura umana. Una brutale violenza
fisica, quindi, urta sicuramente il pudore della sua vittima, ma non può
toglierle la pudicizia, poiché la persona oggetto di
tale sopraffazione perde il potere del suo corpo, ma non quello superiore della
ragione che ha la facoltà di escludere la vittima da ogni partecipazione
intenzionale all'azione prevaricatrice, di farle acquisire il valore
dell'umiltà e di rendere intatta la sua castità. Ed è
l'umiltà il valore di un amore che si rivolge a Dio, dono di Grazia per
elevarsi a Lui. Opposta all'umiltà è la superbia, disvalore
che acquisisce chi non sopporta l'offesa al pudore, e, legando l'integrità
fisica alla pudicizia, crede di poterne riscattare la perdita col rifiuto della
vita, inteso come atto di grandezza d'animo. Espressione, invece, di un
agire scellerato, spinto da un amore di sé che nasconde una colpa tanto più grande quanto più si è colpevoli nella motivazione
che conduce al suicidio.
Il caso Lucrezia, sollevato da Agostino, propone nella sua drammaticità non solo la denuncia di una falsa virtus che ha per telos
la cupido gloriae, oggetto di culto per le
future generazioni, ma il tema stesso del De civitate
Dei, poiché in esso si colgono i due atteggiamenti antitetici dell'umiltà e
della superbia, dell'amore di Dio e dell'amore di sé; due amori che fondano,
secondo la grandiosa sintesi agostiniana, le due città: quella terrena e quella
celeste.
G. Balido www.andriaroberto.com