
L’Innominata
Per questa donna da chiamare con la maiuscola senza
nominarla, una grande personalità contemporanea di
mistico come quella di Arturo Paoli,
ha scritto un libro: Il sacerdote e la
donna , Marsilio 1996. Interessante l’illustrazione di
copertina, che fa da logo a tutto il
contenuto. Naturalmente non è ritratta lei, ma la donna trasfigurata.
D’altra parte l’Autore che parla di quella che considera la sua donna, ne fa “la” donna. Il titolo sembra indicare uno
schema, un modello di rapporto tra ogni donna e ogni “sacerdote” (il termine
usato invece di quello di “prete” sembra sottolineare
la sacralità di cui egli dovrebbe rivestire la sua umanità).
Una storia vera, drammatica e lacerante, come tante altre
storie, per entrambi, con un esito meraviglioso per lui che la narra in forma
autobiografica quasi liberatoria.
Nella riconoscenza verso una donna, mai descritta per quello che è e che sente,
ma la cui immagine risulta indirettamente viva nella
ribellione .. all’uso che lui ne fa nella
relazione (parola usata più volte) per la sua crescita umana.
L’I.
appare, così, vivace, vitale, audace e saggia nello
stesso tempo; dotata di intelligenza e di una spiritualità essenziale e
pragmatica. Paoli la identifica nella biblica Dalila, che vuole la testa di Oloferne;
infatti vorrebbe decapitarlo come prete. Il duello c’è, e si fa pericoloso.
Ecco allora un’altra identificazione con
Intanto
gli incontri si ripetono tempestosi. L’I. riesce a scavare, in questo celibe, l’uomo; smonta il
personaggio e gli offre la concretezza dell’impatto con la realtà della donna;
suscita in lui la curiositas. Già la parola latina usata dall’A. la
dice lunga sui ghirigori delle sue trasposizioni mentali. La “curiositas”, che sarebbe il desiderio di conoscenza
profonda (anche carnale), diventa pretesto intellettuale per l’analogia con il
desiderio infinito dell’alterità.
La donna che ha davanti a sé vibrante di amore gliela
rappresenta simbolicamente. Si ripete il
destino della donna di diventare simbolo, il cui significato per Paoli si
dilata fino a sconfinare nell’amore universale che fonde in sé quello
individuale...
Allora
nell’Innominata esplode la rabbia e gliela urla : Allora lasciami!
Questo
prete è abbastanza avveduto per riconoscere che non è l’amore per Dio a impedirgli di
amarla. Sa che è possibile, nella
coppia, fare un cammino a due verso Dio.
Ma una tale possibilità gli pare eccezionale, o almeno
non è la sua via. Della donna ha succhiato tutta la vigoria per la rinascita ad
una vocazione celibataria di
tipo mistico. Ne è uscito fortificato, capace di
donarsi a Dio e al prossimo in maniera più incarnata e personalizzata.
Ma
si illude di essere stato equo verso quella che chiama
la sua donna, solo perché nel suo
cuore non l’ha mai lasciata, come
afferma. E aggiunge che se si incontrassero ancora: sono certo che tu grideresti l’ingiustizia
di averti lasciato (p. 35).
Dunque
Paoli la sa ribelle, non rassegnata. Rimane un’incognita la conclusione alla
quale egli vuole portare il lettore e di cui pare convinto: l’I.
sarebbe giunta anche lei a volere ciò che vuole lui, e
riporta un suo breve scritto in cui è quasi impossibile riconoscere il
linguaggio di chi gli “griderebbe l’ingiustizia”: Ad un tratto, dunque, questa
donna che confessa di sentirsi tradita
ontologicamente, a detta di Paoli “emerge
nella luce”, tanto da
scrivergli:
“Così sottratta di materia e di esistenza individuale, di particolarità e di
universalità, ma ornata di maiuscole, l’alterità-contenuto
scivola nell’ens realissimum
dell’Altro...”
C’è
da restare stralunati e increduli.
Preferisco
che l’enigma dell’approdo dell’I. all’immaterialità
resti insolubile. Detto così, a mo’ di addio a lui che
di fatto la lascia, sembra suonare con
un altro senso: < tu hai voluto da me annullamento
ed assenza. Ebbene
ci sei riuscito. Sono ormai annullata, avendo sacrificato
tutto di me. Non mi resta altro che farne, a mia volta, dono a Dio>.
Di
tanto è capace l’amore di una donna: non ha cercato un altro amore; si è fatta àncora di salvezza del celibato di
un prete, rinunziando a tutto ciò che la vita le poteva dare. Come tante altre
donne.
Ma è giusto che
sia così?
A.R., Da donna a donne,
Gabrielli. Verona 2000