
(Postfazione al libro “Oltre il Nulla”)
Un libro da dare in mano alle religiose senza
esitazione. E a chiunque voglia ripercorrere le tappe
della propria vita, per scorgere nei momenti più bui il segno e l'annunzio della
liberazione spirituale.
Gli
spunti di riflessione che esso offre sono tanti - anche per un confronto tra
suore ed ex-suore, laiche e non credenti - nella tensione a cogliere
l'essenzialità, il quid della sequela di Cristo, attraverso l'intensa
testimonianza dell'Autrice, che ha vissuto quindici anni in un Istituto, come
delle altre trentasette religiose che raccontano, in forma piu' o meno anonima, di sé,
delle proprie sofferenze e speranze.
Ma
che cosa e' il Nulla, che l'autrice ha voluto evocare come traguardo non voluto
ne' cercato, oltre il quale le si schiuderanno
orizzonti di Luce?
In
una pagina del libro ("Attraversando il Nulla"), così lei si esprime:
"resto ancor piu' sola
a sopportare il peso del nulla, a vagare nel buio, priva del senso di me".
Questa mancanza di senso di sé (tutt'altra cosa dalla
spoliazione cristiana) non e' forse una fase in cui molti di noi inciampano?
Del Nulla non si puo' parlare, né la mente lo può
concepire. Eppure esso, quando non riesce a logorare
le energie fisiche psichiche spirituali della persona, é la nube scura dietro
la quale si nasconde il Dio dell'Amore.
La
filosofia é impotente a spiegare il mistero. Solo l'esperienza diretta può
lasciare una traccia preziosa, inseguendo la quale si puo' trovare un orientamento nel silenzio della fede, quando
essa non ha risposte.
La
proposta della Riggi di tradurre il vocabolario della vita consacrata in un linguaggio più evangelico,
parlando, ad esempio solo di discepolato impegnato,
va nella direzione opposta a quella di una letteratura religiosa che esalta
virtù eroiche ed eccezionali opere di bene, proprio grazie all'addio dato al
mondo. I fatti narrati spiegano meglio di ogni teoria
che la sequela dentro le strutture istituzionali può nascondere delle insidie,
e percio' esige modifiche strutturali di fondo.
I
sacri voti, che nella narrazione unanime delle testimoni sarebbero da
considerare come la summa del programma delle persone consacrate, andrebbero
ridimensionati per dare largo spazio alla parzialità, propria di tutto cio' che e' umano, in modo tale che parole come servizio,
consacrazione, radicalita', umiltà eccetera, siano davvero incarnate nella realtà: cosa facile a dirsi,
non a farsi.
Il
mezzo narrativo ha una sua "innocenza": si presta alla ricerca
appassionata di chi non vuole enunciare verita',
tanto meno pretendere di fare generalizzazioni. Eppure il monito sotteso, senza la pretesa di imporlo, é questo: é
ora di caricarci, tutti e tutte, delle responsabilita'
di seguaci di Cristo, senza demandarla ad icone costruite su misura di
una santità sacrale, benefica, elargitrice di mediazione presso Dio.
Un
libro che non "fa letteratura ascetica", ma
nemmeno "fa romanzo". Anche se il raccontare
serio puo' suscitare, oltre che sentimenti, pensiero.
E, nel nostro caso, pensiero teologico.