AL DI LÀ DI QUEL LIMITE UMANO
Le
indicazioni che
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Caro
padre, da tempo desideravo scriverle per avere una parola di chiarimento da una
rivista che apprezzo e leggo da quand’ero bambino.
Sono un
omosessuale di 40 anni e ho sempre evitato ogni contatto con questa realtà. I
motivi erano diversi, si riferivano alla tradizione cattolica della mia
famiglia, alle aspettative (matrimonio, figli), alle dicerie varie (è un vizio,
è una fase transitoria dell’adolescenza, è causata da famiglie disagiate...).
Quando la
situazione mi è diventata insostenibile, finalmente ho trovato il coraggio di
chiedere consiglio a un prete, il quale mi ha mandato da uno psicoterapeuta. Il
responso? Non ha trovato alcuna causa psicologica per il mio orientamento
sessuale. Da allora, per me non è stato un periodo facile, sempre costretto a
mettermi in discussione. Solo dopo aver raggiunto una certa serenità, ho
iniziato a frequentare gruppi di omosessuali credenti e amici con il mio stesso
orientamento.
Non
intendo chiederle di cambiare il magistero della Chiesa, né di contestarlo. Per
molti, infatti, la
"Chiesa perfetta" è solo quella che è "costruita" attorno
alle nostre esigenze e scelte. Piuttosto che correre questo rischio, preferisco
una Chiesa con cui scontrarmi, ma che è capace di provocarmi e di mettermi in
discussione. Anche se la cosa non è del tutto indolore.
Considero
la verità come una meta da raggiungere, ma in tale cammino non sempre sento
In
Internet frequento un gruppo di discussione di cultura cattolica, ma da alcuni
sono stato definito: «falso cristiano», «lupo travestito da agnello»,
«distruttore della Chiesa», «falso credente» ecc. E una frase della predica del
mio parroco mi è rimasta molto impressa: «Non ci si può definire cristiani e
fare quello che si vuole, o prendere dalla Chiesa solo quello che ci piace».
Insomma, io dovrei odiare l’omosessualità perché così ha stabilito
Per
superare il disagio in cui vivo, ho anche frequentato un corso di catechismo
per adulti, ma dubbi e perplessità sono aumentati invece di diminuire.
Non le
chiedo, padre, un’approvazione che non può darmi. Mi dica solo se devo
ritenermi uno scomunicato. È davvero impossibile e deleteria una testimonianza
all’interno della Chiesa su temi così delicati? La mia esperienza di fede (come
quella di altri omosessuali, divorziati, risposati, conviventi, insomma... di
tutti I cristiani di serie B) è inutile e dannosa per
Domenico - Vicenza
L’orientamento
omosessuale è sperimentato con disagio e la persona con grande difficoltà
arriva a farsene una ragione e ad accettarsi.
D’altra
parte, la scienza non sa ancora dire con certezza se tale tendenza è innata o
acquisita. In ogni caso, nessuno sceglie la condizione omosessuale. A questo
livello, pertanto, è ingiusto e offensivo parlare di colpa, peccato, vizio,
perversione; è più appropriato, invece, parlare di limite umano.
Il
mancato raggiungimento eterosessuale, infatti, anche se del tutto involontario,
non può considerarsi indifferente, quasi fosse una semplice variante della
sessualità umana. Al contrario, costituisce un limite e, come ogni limite, è
ambivalente: può diventare occasione di crescita umana come di regressione.
La
condizione omosessuale avrà un esito piuttosto che un altro a seconda del modo
con cui la persona sa assumerla e viverla. La diversità sessuale non diminuisce
la fondamentale uguaglianza di tutti gli esseri umani.
Prima
dell’aggettivo omosessuale/eterosessuale ricordiamoci che viene il sostantivo
persona. I valori morali che danno senso all’esistenza sono gli stessi tanto
per la persona omosessuale come per quella eterosessuale.
Da
parte della Chiesa, è richiesta una sapiente pedagogia propositiva, capace di
ascoltare la persona e la sua storia e, così, proporre e orientare un cammino
rispettoso delle persone.
In
linea generale, l’atteggiamento verso le persone omosessuali potrebbe essere
così compendiato: a) proporre la realizzazione umana e cristiana attraverso
l’accettazione della propria condizione omosessuale, qualora risulti
irreversibile; b) incoraggiare le amicizie tra persone omosessuali e offrire
un’argomentazione morale convincente perché rimangano entro l’ambito
dell’amicizia; c) mostrare l’ideale del legame sociale e del servizio
all’umanità; d) comprendersi e realizzare la condizione omosessuale nella
visione del Dio che, in Gesù di Nazaret, si è manifestato come amore e
liberazione.
In
altre parole, la persona omosessuale (ma anche quella eterosessuale) può e deve
formarsi a vivere una soddisfacente vita di relazione. In questa prospettiva
occorre offrire occasioni di incontri dove sia possibile fraternizzare,
sostenersi nelle difficoltà ordinarie della vita, difendere I propri diritti, e
aiutarsi nel cammino della fede.
Occorre,
quindi, impegnarsi per una società dove gli omosessuali siano pienamente
integrati con il resto dell’umanità; per una società giusta e solidale in cui
ognuno dà un contributo per l’umanizzazione della convivenza umana. È
necessario promuovere i diritti individuali che gli omosessuali hanno, e quindi
denunciare coraggiosamente ogni forma palese o occulta di discriminazione e di
emarginazione. Ma va detto, con altrettanta chiarezza, che tra questi diritti
non c’è assolutamente il matrimonio omosessuale, come alcuni vorrebbero
addirittura con una proposta di legge.
D’altra parte, è auspicabile che le
persone omosessuali comprendano le indicazioni della Chiesa nel loro
significato positivo e non le riducano solo al divieto del rapporto sessuale.
L’intento pastorale è quello di invitare a dare senso alla vita non a
prescindere ma a partire dalla condizione omosessuale, qualora questa sia
irreversibile.
D.A. , Famiglia
Cristiana giugno 2007